Primarie Usa verso la conclusione: il probabile scontro e il mancato confronto

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di Pietro Masci*

Dopo il voto alle primarie negli stati di New York, Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania, Rhode Island, le posizioni dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti nei due campi repubblicano e democratico non sono cambiate sostanzialmente dalla metà di marzo (vedi articolo del 21 marzo:  http://impresalavoro.org/elezioni-usa-meta-primarie/).

La situazione dei delegati è la seguente:

Delegati Repubblicani (1.237 per ottenere la nomina)
Donald J. Trump, 996
Ted Cruz, 565
Marco Rubio, 171
John Kasich, 153
Delegati da assegnare: 571.

Delegati Democratici (2.383 per ottenere la nomina)
Hillary Clinton, 1.645
Bernie Sanders, 1.318
Super delegati: Clinton 520, Sanders 39
Delegati da assegnare: 1.243.

Le rimanenti primarie – nei prossimi mesi di maggio e giugno- per democratici e repubblicani includono gli stati del, Indiana, Guam, Nebraska, West Virginia, Kentucky, Oregon, Washington State, Virgin Island, Puerto Rico, California, Montana, New Jersey, New Mexico, North Dakota, South Dakota, District of Columbia.

Tra i repubblicani, ad eccezione di Donald Trump, nessun altro candidato ha una reale possibilità di assicurarsi i delegati necessari per vincere la nomina. Anche se dovesse vincere tutti i restanti delegati, è impossibile per Ted Cruz raggiungere 1.237 delegati. Trump è in una posizione di forza, anche se il raggiungimento dei delegati richiesti per ottenere la nomina al Congresso Repubblicano alla prima votazione non è ancora garantito. Per raggiungere 1.237 delegati, Trump dovrà mantenere nelle primarie a venire lo stesso livello di sostegno degli elettori finora ottenuto. La strategia del senatore Cruz e del governatore dell’Ohio, John Kasich, di operare insieme e guadagnare delegati, nelle prossime primarie, non sembra funzionare. Pertanto, l’obiettivo di arrivare al Congresso repubblicano, il 18-21 luglio, a Cleveland, senza che Trump abbia raggiunto la maggioranza necessaria per ottenere la nomina alla prima votazione non appare raggiungibile. Per inciso, secondo le regole, dopo la prima votazione, i delegati non sono più vincolati al candidato per il quale sono stati prescelti e possono votare un candidato diverso. Peraltro, non è ancora assolutamente da scartare la possibilità che Trump non riesca – anche per le pressioni del partito- a raggiungere la maggioranza dei delegati e la prospettiva di un Congresso, per la nomina, a Cleveland, diviso e in cui può accadere di tutto.

Tra i democratici, negli Stati che hanno finora votato, Hillary Clinton ha vinto più della metà dei voti. La mancanza di stati che nelle prossime primarie attribuiscono tutti i delegati al vincitore, rende più difficile per Bernie Sanders eliminare la differenza di delegati che esiste con Clinton.  Inoltre, Sanders è in svantaggio in modo significativo rispetto a Clinton per quanto riguarda i c.d. super-delegati, circa 700 funzionari del Partito Democratico che sono orientati verso Clinton (vedi sopra). Sanders avrebbe bisogno di una serie di grandi vittorie nelle prossime primarie aumentando la sua quota di voto oltre il 60 per cento, in media ed appare poco probabile che riesca ad ottenere la nomina al Congresso di Filadelfia del 25-28 luglio.

Pertanto, lo scenario più probabile rimane quello che Clinton e Trump, rispettivamente per i democratici e i repubblicani, ottengano la nomina e che l’elezione generale sarà uno scontro tra questi due candidati.

I due probabili candidati alla Presidenza, Trump e Clinton, presentano una caratteristica comune estremamente interessante. Sono certamente i due candidati che hanno raccolto il maggior numero di consensi (e Trump sta portando a votare elettori prima disinteressati), ma sono anche i due candidati che attraggono, nello stesso tempo, una forte negatività – vale a dire elettori che esprimono giudizi negativi su Clinton o Trump come Presidente degli Stati Uniti.

Vari recenti sondaggi a livello nazionale misurano il gradimento dei due candidati Trump e Clinton. Secondo un sondaggio NBC-Wall Street Journal (condotto il 6-10 aprile tra i votanti registrati), i giudizi negativi verso Trump superano i giudizi positivi di 41 punti. Un sondaggio di ABC News /Washington Post – condotto il 6-10 di aprile tra i votanti registrati- indica che Donald Trump è il più impopolare candidato alla presidenza degli Stati Uniti degli ultimi 30 anni: il 67% degli americani ha un’opinione sfavorevole di Trump, secondo solo al leader del Ku Klux Klan David Duke, candidato presidenziale nel 1984. Per inciso, Sanders ha un netto positivo di 9 punti – anche se occorre sottolineare che una delle ragioni di ciò è che Sanders ha ricevuto molto meno attacchi e critiche da repubblicani o anche democratici.

Secondo un sondaggio di CBS – condotto l’8-12 di aprile – il 54% dell’elettorato registrato a votare ha un’opinione negativa di Clinton. Lo stesso recente sondaggio NBC-Wall Street Journal, indica che i giudizi negativi verso Clinton sono aumentati e ora superano i giudizi positivi di 24 punti. L’immagine di Clinton tra i principali gruppi demografici è pari o vicina a minimi storici. Tra gli uomini, è a meno 40; tra le donne, è a meno 9; tra i bianchi, è a meno 39; tra le donne bianche, è a meno 25; tra gli uomini bianchi, è a meno 72. Gli elettori che provengono da minoranze costituiscono il perno della strategia di Clinton per raggiungere la nomina e sono stati fondamentali per il successo a New York.

Tra gli afro-americani, il sondaggio NBC – Wall Street Journal mostra per Clinton un netto positivo di 51 punti. Ma questo dato è sceso di 13 punti rispetto a quello del primo trimestre di quest’anno e sta al livello più basso di sempre. Tra i “latini”, il netto positivo per Clinton è di soli 2 punti, in calo da oltre 21 punti durante il primo trimestre.  La percezione degli elettori per quanto riguarda la conoscenza e l’esperienza di Clinton per essere Presidente rimane fortemente positiva e immutata rispetto allo scorso autunno. Su altri aspetti, ad esempio, se “è in grado di portare un reale cambiamento nel paese”, o “è onesto e diretto”, Clinton ha visto la sua posizione erosa dallo scorso autunno.  “Clinton è un candidato che gli elettori hanno squalificato ad essere Presidente“, dice Bill McInturff, uno stratega Repubblicano che ha condotto il sondaggio per NBC-Wall Street Journal assieme al Democratico Peter Hart. McInturff ha anche aggiunto: “I numeri negativi di Clinton sono terribili e non sono emersi chiaramente perché c’è un candidato che ha numeri negativi peggiori. Donald Trump ha attratto così tanto l’attenzione che Clinton è scivolata sotto il radar per quello che dovrebbe costituire una circostanza di grande rilievo e che fa notizia: i numeri negativi di Clinton sono passati da terribili a storici e squalificanti“.

Naturalmente i diversi sondaggi hanno margini di errore e sono variabili nel tempo. Tuttavia, con l’elevato livello di elementi negativi che i sondaggi evidenziano per Clinton e Trump risulta molto complicato compattare il paese. In un momento tanto delicato per gli Stati Uniti e per il mondo, non emerge un candidato capace di unire e guidare il paese più importante del pianeta.

Se esaminiamo con maggiore attenzione la campagna presidenziale, ci si rende conto che i vari candidati – non solo Clinton e Trump – non riescono a rispondere alle richieste degli elettori e alle esigenze della gente.

Da parte repubblicana, Trump si esprime sempre in termini generali e attraverso slogans; non presenta un’impostazione articolata sulle misure che intende prendere se diventerà Presidente. Trump sembra quasi esclusivamente puntare sulla sua capacità di negoziare e fare affari con chiunque applicando alla politica la formula del suo successo come imprenditore. Lo slogan che attrae molti consensi è quello di fare l’America di nuovo grande.  Non emergono i principi ispiratori delle politiche di Trump. Pur con molti distinguo, Trump rischia d’incarnare la versione statunitense dell’autoritarismo democratico che si sta diffondendo in molti paesi.

Il principale avversario di Trump nel campo repubblicano, in questo momento, Ted Cruz, si rivolge all’elettorato conservatore: ha sposato le rivendicazioni dei gruppi religiosi; osteggia le iniziative in politica interna (la riforma sanitaria) e in politica estera (l’accordo con l’Iran e l’apertura verso Cuba) del Presidente Obama; dimostra intolleranza verso musulmani ed emigranti in genere (anche se continuamente ripete la storia del padre fuggito da Cuba negli Stati Uniti negli anni ‘50); nel 2013 è stato in prima linea a favore della chiusura, per la mancata approvazione del bilancio, degli uffici e servizi governativi.

Analogamente, candidati che si sono ormai ritirati – come Bush e Rubio- hanno ripetuto gli slogans contro Obama, ma senza articolare proposte alternative che stimolino gli elettori.

A proposito dell’incapacità di entrare in sintonia con l’elettorato, un aspetto significativo è la circostanza del dibattito del 9 marzo tra Clinton e Sanders trasmesso dalla rete “latina” Univision in collaborazione con la CNN. Nessuno dei due candidati democratici parla spagnolo e il dibattito si è svolto in inglese. L’aspetto sconcertante di questo avvenimento è che i repubblicani, che hanno due candidati “latini” (Cruz e Rubio sono di origini cubane) e Jeb Bush un candidato praticamente bi-lingue, non sono stati in grado di allestire un analogo dibattito che sarebbe stato accattivante per la platea “latina”. Questo per due ragioni: le offensive dichiarazioni di Trump nei confronti dei messicani; la circostanza che Cruz e Rubio non hanno un seguito significativo nella comunità “latina” dalla quale provengono.

I repubblicani, quindi, hanno candidati che avrebbero potuto aspirare a mobilitare il voto “latino” – avendo la relativa comunità una propensione maggiore di altre verso valori conservatori piuttosto che liberali – su temi a loro cari come la famiglia, la religione, ma non sono riusciti a cogliere quest’opportunità.

Da parte democratica, Clinton punta molto sulla circostanza che sarebbe la prima donna Presidente degli Stati Uniti. Durante la sua vita politica, Clinton si è schierata in molte circostanze, a fianco delle minoranze di colore e a favore delle donne. Però Clinton si è spesso disinteressata dei lavoratori che hanno perso il posto con gli accordi di libero scambio e sui quali – grazie alla spinta di Sanders – ora si mostra molto più cauta. Quando era senatrice, Clinton ha votato a favore della guerra in Iraq – posizione per la quale si è scusata. Quando è stata Ministro degli Esteri – durante la prima Presidenza Obama – ha favorito l’intervento in Libia. Inoltre, l’utilizzo di un sistema di posta elettronica personale mentre era Ministro degli esteri – e per il quale è in corso un’inchiesta dell’FBI- non depone a favore della trasparenza e della capacità di giudizio. Anche in questo caso, Clinton si è dovuta scusare. Infine, gli elevatissimi contributi alla sua campagna elettorale – oltre che alla Fondazione Bill Clinton – da parte di grandi corporazioni che rappresentano potenti interessi finanziari e industriali, accentuano il clima di sfiducia che circonda Clinton.

Sanders, una persona semplice e coerente, che nella sua vita politica non ha ottenuto grandi risultati, emerge come un candidato serio, solido, credibile. Si basa, forse in modo eccessivo, sulle insoddisfazioni della classe media e sulle aspirazioni dei giovani; lascia dei dubbi su come potrà realizzare le sue politiche progressiste e la sua “rivoluzione”.

Il probabile scontro Clinton-Trump emerge come una scelta tra il consumato politico e il non-politico che rompe gli schemi esistenti e attrae consensi per un cambio di direzione. Lo spettacolo è assicurato e gli esiti incerti (anche se molti sondaggi indicano Clinton favorita). In tale contesto, viene spontaneo immaginare i potenziali candidati repubblicani e democratici che avrebbero potuto partecipare alla selezione per diventare Presidente degli Stati Uniti, ma che probabilmente hanno perso l’occasione.

Paul Ryan, repubblicano, Presidente del Congresso degli Stati Uniti succeduto a Boehner nell’ottobre 2015, candidato a vice Presidente con Romney nel 2012 che s’ispira all’autorevole Jack Kemp – un repubblicano dell’epoca di Reagan favorevole alla riduzione delle tasse, all’economia di mercato e con un’attenzione particolare verso i ceti meno favoriti e l’immigrazione– è il personaggio di statura che, malgrado le smentite, potrebbe emergere come il candidato presidenziale repubblicano in caso si verifichi, a luglio, un Congresso diviso.

Paul Ryan sarebbe in grado di unire il partito repubblicano con un programma diretto al risanamento economico e finanziario e ispirato a principi libertari e di libero mercato. Tuttavia, egli non ha compreso che questo poteva essere il suo momento e che si sarebbe dovuto presentare come candidato fin dall’inizio delle primarie, evitando al partito la situazione difficile nella quale si sta mettendo.

Elizabeth Warren, senatrice democratica del Massachusetts, già professoressa di Diritto Fallimentare nella prestigiosa Scuola di Giurisprudenza di Harvard  – un solido personaggio ugualmente carismatico e di prestigio – avrebbe potuto essere un candidato ideale per il partito democratico e sarebbe stata probabilmente in grado di abbracciare l’appello alle nuove generazioni di Sanders, l’essere donna e le posizioni contro interessi precostituiti, come testimoniano le battaglie in Congresso contro le lobbies – soprattutto quella finanziaria – e per la protezione del consumatore. Anche in questo caso, Elizabeth Warren non ha avuto l’intuizione e il coraggio di candidarsi alla Presidenza.

Un confronto Ryan-Warren sarebbe stato molto ricco di contenuti; avrebbe focalizzato in modo profondo sui temi principali con i quali gli Stati Uniti debbono confrontarsi: il restringimento della classe media; le diseguaglianze; la concentrazione della ricchezza; e come immigrazione e crisi mondiali interagiscono con le problematiche interne. In definitiva, Ryan e Warren avrebbero affrontato il tema di fondo di come rivitalizzare il c.d. “sogno americano” dell’uguaglianza delle opportunità che porta al raggiungimento delle più elevate aspirazioni individuali. Sarebbe stato interessante confrontare la risposta che repubblicani e democratici intendono fornire a questi temi di grandissima valenza. C’è da auspicare che, oltre all’inevitabile spettacolo, lo scontro che si preannuncia tra Clinton e Trump affronti con serietà temi fondamentali per il futuro degli Stati Uniti e del mondo.

*Esperto di politiche pubbliche, residente negli Stati Uniti; docente Istituto Studi Europei, Roma