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Efficienza del mercato del lavoro: Italia terz’ultima in Europa

Efficienza del mercato del lavoro: Italia terz’ultima in Europa

Il mercato del lavoro italiano è terz’ultimo per efficienza tra i 28 membri dell’Unione europea e 90esimo su 141 Paesi censiti nel mondo. Nell’ultimo anno perde ben 11 posizioni nella graduatoria internazionale e una in quella europea, ma soprattutto in termini di efficienza ed efficacia si colloca ancora dietro a quello di Paesi come Nigeria, Perù e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati contenuti nel recentissimo “Global Competitiveness Report 2019-2020” pubblicato dal World Economic Forum.
L’indicatore dell’efficienza è un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro mercato del lavoro attraversa. I principali indicatori analizzati ci pongono ormai da anni agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, nelle retrovie della classifica europea.

Per quanto concerne ad esempio la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro siamo al 114esimo posto al mondo e penultimi tra i Paesi dell’Europa a 28 (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo). Nella classifica europea perdiamo quindi una posizione rispetto all’anno precedente. Siamo invece al 135esimo posto al mondo e diventiamo penultimi in Europa (perdendo anche qui una posizione rispetto all’anno precedente) per flessibilità nella determinazione dei salari, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi. E proprio in tema di retribuzioni rimaniamo anche quest’anno il peggior Paese europeo (nonché 130esimo nel mondo) per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: in Europa siamo 20esimi (ma 130esimi nel mondo) per quanto riguarda l’effetto della pressione fiscale sul lavoro (facciamo molto peggio di Paesi come la Danimarca, il Regno Unito e la Slovenia). Su questo indicatore il peggioramento rispetto all’anno precedente è netto: in Europa scendiamo verso il basso infatti di altre 8 posizioni rispetto al 2018. Anche la scarsa efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: per quanto riguarda questo aspetto siamo 127esimi al mondo e perdiamo ben due posizioni in Europa (adesso siamo terz’ultimi). Infine, un altro indicatore da considerare è quello che riguarda l’efficienza e l’efficacia delle politiche attive per il lavoro, dove ci collochiamo addirittura all’ultimo posto in Europa (99esimi al mondo).

«Il nostro mercato del lavoro – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – contiene difetti strutturali che possono essere risolti solo con politiche di medio-lungo periodo. Occorre favorire un processo di innovazione sul versante della contrattazione e della produttività, incoraggiando contratti di prossimità e un maggior rapporto tra salari e produttività, anche e soprattutto attraverso regimi fiscali di favore nei confronti di accordi che premiano risultati ed efficienza».

Lufthansa ritorna al posto di Delta per fare di Alitalia uno spezzatino

Lufthansa ritorna al posto di Delta per fare di Alitalia uno spezzatino

Questa settimana verrà ricordata come una delle più difficili per il mercato del lavoro italiano. In prima fila ci sono i problemi di Alitalia. Ieri piloti e assistenti hanno scioperato per 24 ore. La Fnta, federazione che riunisce i lavoratori aderenti ad Anpac, Anpav e Anp, ha indetto la manifestazione nella speranza che si trovi una soluzione per salvare l’ex compagnia di bandiera, una speranza arriverebbe da Lufthansa. Due giorni fa la compagnia tedesca avrebbe inviato una lettera a ministero dello Sviluppo economico e Ferrovie dello Stato nella quale si proporrebbe come alternativa all’americana Delta. Non si tratterebbe però di ingresso nel capitale azionario ma di una forte partnership commerciale. Il che lascerebbe pensare che il contraltare sarebbe un drastico taglio del personale e alla necessità di una nuova iniezione di capitale pubblico.

Eventualità che contribuisce ad alzare la tensione, se non bastassero gli altri scioperi come quello dei lavoratori della Embraco. Gli operai hanno manifestato bloccando la rotonda che da Riva di Chieri porta verso la fabbrica nella speranza di trovare un piano alterativo a quello della Venture che ha rilevato l’azienda. I cinoisraeliani della Venture non stanno infatti riuscendo a rispettare gli impegni presi e sembrano non avere le risorse finanziarie per dare corso al piano che prevede la produzione di robottini per pulire i pannelli solari, dispenser dell’acqua, e-bike e giocattoli, Non va meglio ai lavoratori della Whirlpool. Pochi giorni fa anche loro hanno protestato nella speranza di impedire la cessione dello stabilimento di Napoli, mentre ieri hanno incontrato il premier Giuseppe Conte. È chiaro dunque che il ministro Stefano Patuanelli che guida il dicastero dello Sviluppo economico al momento abbia diverse gatte da pelare e che dovrà comprendere che i sussidi sono destinati solo a prolungare l’agonia. «11 nostro mercato del lavoro», spiega l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro, «contiene difetti strutturali che possono essere risolti solo con politiche di medio-lungo periodo. Occorre favorire un processo di innovazione sul versante della contrattazione e della produttività, incoraggiando contratti di prossimità e un maggior rapporto tra salari e produttività. Va detto però che non è solo colpa delle politiche del Mise. Il vero problema è che il mercato del lavoro italiano è fermo al palo da troppi anni. A tracciare una fotografia di questa situazione che si protrae da tempo ci pensa un elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati contenuti nel recentissimo «Global competitiveness report 2019-2020» pubblicato dal World Economic Forum. Dall’indagine che misura l’efficienza del mercato del lavoro, emerge che l Italia è terz’ultima in classifica tra i 28 Paesi membri dell Unione europea e novantesima su 141 Paesi censiti nel mondo. L’indicatore dell’efficienza è un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro mercato del lavoro attraversa. Per quanto concerne, ad esempio, la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro siamo in cento quattordicesima posizione al mondo e penultimi tra i Paesi dell Europa a 28 {ai primi tre posti ci sono Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo). Nella classifica Ue abbiamo dunque perso una posizione rispetto al 2018, Siamo invece al cento trentacinquesimo esimo posto al mondo e diventiamo penultimi in Europa (perdendo anche qui una posizione rispetto all’anno precedente} per flessibilità nella determinazione dei salari. In parole povere, ciò significa che spesso i nostri contratti sono spesso frutto di accordi di categoria e quasi mai sono il risultato di un dialogo tra impresa e lavoratore. Dove però l’Italia é particolarmente carente è nella capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Su questo punto siamo l’ultimo Paese tra i 28 dell Ue e alla posizione 130 al mondo. In pratica, i datori di lavoro non riescono a premiare i professionisti più produttivi. Non va meglio se si guarda all’effetto della pressione fiscale sul lavoro (facciamo molto peggio di Danimarca e Regno Unito). Su questo indicatore il peggioramento rispetto al 2018 è netto, in Europa scendiamo verso il basso di altre otto posizioni.
Anche la scarsa efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: per quanto riguarda questo aspetto siamo alla posizione 127 al mondo e perdiamo ben due posti in Europa (adesso siamo terzultimi). Infine, un altro indicatore da considerare e quello che riguarda l efficienza e l efficacia delle politiche attive per il lavoro, dove ci collochiamo addirittura all’ultimo posto in Europa (al mondo siamo alla posizione 99).

Lo Stato incassa e non paga

Lo Stato incassa e non paga

di SANDRO IACOMETTI

Servizi per i pagamenti «sempre più accessibili, tempestivi e facili da utilizzare». Così, ieri, l’Agenzia della Riscossione (ex Equitalia) pubblicizzava la sostituzione del vecchio bollettino Rav con il nuovo modulo PagoPa, che consentirà di saldare il proprio debito con lo Stato (cartelle e avvisi) in qualsiasi modo e in qualsiasi momento, al bar, per strada, con un telefonino, con un pc o, se si ama la tradizione, agli sportelli postali e bancari. Si tratta dell’ennesima trovata del fisco per togliere al contribuente qualsiasi alibi sul mancato o ritardato versamento delle imposte. Come sottolinea il comunicato, il pagamento deve essere «tempestivo».Anche perché, in caso contrario, scattano sanzioni, penali e salatissimi interessi.
Meno innovazione, ma stessa determinazione è quella con cui in queste settimane sono alle prese i pensionati, invitati via posta ordinaria a restituire rapidamente i soldi ricevuti in più per colpa dei ritardi del legislatore e dell Inps nell’applicare i tagli all’adeguamento degli assegni all’inflazione. Anche in questo caso, la tempestività è d obbligo. Se l’anziano non ottempera entro il 18 ottobre, la pratica passerà agli Agenti della Riscossione, con tutte le complicazioni e i costi del caso. Ma l’Inps non è lo stesso ente che ogni mese deve versare quattrini ai pensionati? Perché non effettuare una compensazione tra crediti e debiti?

Apriti cielo. La nuova parola d ordine del presidente Pasquale Tridico è: basta azzeramenti di pendenze, soprattutto quando ci sono di mezzo le imprese. Lì, assicura il fedelissimo di Luigi Di Maio, che sta cercando di convincere sull’argomento anche il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, si annidano sacche enormi di evasione che può essere facilmente recuperata (lui dice addirittura tra i 2 e i 5 miliardi). Come? Incrociando i dati del fisco con quelli dell’Inps e tornando di fatto al vecchio sistema secondo cui ognuno paga il suo. Il risultato è garantito: il contribuente, infatti, è costretto a versare, lo Stato no.

Ricordate tutta la campagna per smaltire i debiti arretrati della Pa con i fornitori, gli annunci sulla certificazione dei crediti, gli anticipi bancari, la tracciabilità dei pagamenti? Qualcosa è stato fatto. Ma a differenza dei versamenti di imposte e contributi, dove ogni giorno viene inventato un sistema nuovo per facilitare l’incasso da parte della pubblica amministrazione, lì il meccanismo era così complicato e farraginoso che alla fine ha funzionato poco e male.

I numeri parlano chiaro: secondo una rilevazione del Centro studi ImpresaLavoro alla fine del 2018 lo stock dei debiti accumulati dalla Pa ammontava ancora a 53 miliardi, solo 4 in meno rispetto all’anno precedente. E i tempi con cui i fornitori vengono saldati, seppure ridotti, restano ancora elevatissimi e tra i peggiori d Europa. Con 67 giorni di media lo Stato italiano è sul podio dei cattivi pagatori, subito dopo la Grecia (115) e il Portogallo (75).

Invece di migliorare, la situazione sta peggiorando. E sta addirittura creando un circolo vizioso tra le imprese per cui, mancando così di frequente il primo tassello, il saldo della fattura da parte del pubblico, a cascata nessuno paga più nessuno. Dal Barometro Censis presentato ieri è emerso che il 91,3% dei commercialisti negli ultimi dodici mesi ha subito ritardi nella riscossione dei crediti. Per il 52,6% i tempi si sono allungati rispetto all’anno precedente e per l 87,7% le imprese rimaste a bocca asciutta hanno a loro volta lasciato a secco i loro fornitori, scatenando un corto circuito devastante sia per il tessuto produttivo sia per l intero Paese.

Ad accendere la miccia, manco a dirlo, è proprio lo Stato. La quota di professionisti che hanno dovuto fare i conti con ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione è del 60%. In particolare, il 10,6% indica che tutte le sue imprese clienti hanno tale problema e il 31,2% che riguarda la maggior parte dei casi, mentre solo l 8,9% dei commercialisti sostiene di non aver avuto a che fare con intoppi di alcun genere.

Quanto ai tempi, per il 30,6% l attesa si è allungata rispetto allo scorso anno e per il 53,5% è rimasta uguale. Solo per un 7,7% di fortunati la Pa è stata più solerte rispetto ai 12 mesi precedenti. Le conclusioni dello studio realizzato per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti sono chiare. Si tratta, si legge, «di una patologia grave perché tradizionalmente la Pubblica amministrazione dovrebbe giocare un ruolo di regolatore positivo dei mercati». Invece, resta «un generatore di criticità». In altre parole, una zavorra al posto di un volano.

Sul fisco servono le ricette del ’94. Ma i giallorossi faranno il contrario

Sul fisco servono le ricette del ’94. Ma i giallorossi faranno il contrario

Massimo Blasoni è il presidente del Centro studi di ispirazione liberale ImpresaLavoro, ma soprattutto un imprenditore di prima generazione. Con il Gruppo Sereni Orizzonti, uno dei principali operatori sul mercato, costruisce e gestisce residenze sanitarie per anziani in Italia, Germania e Spagna.

In Italia c’è poca o troppa politica?

«È un’opinione personale, sia chiaro, ma le vicende politiche degli ultimi mesi fanno pensare a una soap opera. Colpi di scena, esibizioni estive, repentini cambiamenti di fronte: gli ingredienti ci sono tutti. Le pagine politiche rischiano di assomigliare a quelle del gossip. Poco male se le scelte dei partiti non ricadessero pesantemente sulla vita di tutti noi. Oggi a valori reali gli italiani sono più poveri di quanto non lo fossero nel 2007 e il reddito pro capite tedesco è ormai una volta e mezzo il nostro. Bassa crescita e debito sono un cocktail devastante».

Riuscirà a modificare la situazione attuale il nuovo governo giallo-rosso?

«Temo proprio di no, anzi il rischio è che lo statalismo e il giacobinismo dei 5 Stelle si saldino con la parte del Pd che è ancora ancorata alla centralità della Pa ed è latamente antagonista dell’impresa. Non credo che si privatizzerà Alitalia o si porteranno a termine processi incompiuti come quello di Poste Italiane e Ferrovie. Non credo nemmeno che muterà l’atteggiamento sostanzialmente contrario alle grandi opere dei 5 Stelle. Un errore marchiano in un Paese che ha invece bisogno di rafforzare il sistema di infrastrutture fisiche e digitali. Vagheggiare come risolutivo l’intervento pubblico è quanto di più sbagliato si possa fare. La soluzione non è incrementare il ruolo dello Stato in economia ma piuttosto il contrario. Bisogna agevolare la nascita di nuove imprese non promettendo contributi pubblici ma attirando gli investimenti con meno burocrazia, meno tasse e più formazione dei lavoratori. Occorre trasferire ai giovani il messaggio che è possibile realizzare le proprie idee e creare un’azienda. Andrebbero riproposte misure come quella parte del decreto Tremonti del 1994 che per un triennio stabiliva la completa detassazione delle nuove imprese avviate da under 32. Toglieva Ires, Irap e imposte comunali per l’esercizio di imprese e per ogni tributo i connessi gravosi adempimenti burocratici».

«Statisticamente sì, per certo nel mio caso. Ho avviato la mia azienda sulla base di questa misura che semplificava lo start up e oggi ho più di 3000 dipendenti».

Altre cose da fare?

«Comprendere che non è frutto di un ordine necessario che lo Stato gestisca molta parte della nostra vita. Se penso al sistema pensionistico, ad esempio, è oggettivamente insostenibile e rischia di minare la stabilità dei conti pubblici tanto che ogni anno occorre utilizzare risorse della fiscalità generale per pareggiare i conti in rosso dell’Inps. Perché non ipotizzare un passaggio graduale dal sistema pubblico a ripartizione a uno privato a capitalizzazione? Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente, e male, i denari delle nostre pensioni?».

Proposte azzardate?

«Forse, ma il Paese rischia di essere travolto dall’immobilismo di chi dice di volerlo cambiare».

Debiti PA: stock a 53 miliardi, in Europa siamo i terz’ultimi per tempi di pagamento (67 giorni di attesa)

Debiti PA: stock a 53 miliardi, in Europa siamo i terz’ultimi per tempi di pagamento (67 giorni di attesa)

I tempi di pagamento

L’edizione più recente dell’European Payment Report di Intrum Justitia rivela che in Italia il tempo medio di pagamento da parte del settore pubblico nell’ultimo anno si è attestato a 67 giorni, 25 giorni in più rispetto al valore medio europeo. Il calo rispetto ai 104 giorni medi dell’anno precedente è imputabile in gran parte alla fatturazione elettronica. Tempi di pagamento così lunghi si ripercuotono negativamente soprattutto sulle piccole e medie imprese, costrette ad accettare termini di pagamento troppo dilazionati e spesso imposti dalle imprese più grandi. Il dato di quest’anno ci colloca al terz’ultimo posto in Europa, dopo Grecia (115 giorni) e Portogallo (75 giorni). Il nostro valore attualmente supera di un giorno quello della Spagna, di 19 quello della Francia, di 39 giorni quello del Regno Unito e di 40 giorni quello della Germania.

Lo stock di debiti della PA

Sono passati più di cinque anni dal 13 marzo 2014, quando l’ex premier Matteo Renzi promise in tv agli italiani che il 21 settembre di quell’anno avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario in occasione del proprio onomastico se il suo Governo non avesse pagato tutti i debiti che la Pubblica Amministrazione aveva contratto fino al 2013. Da allora la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. La relazione annuale presentata a fine maggio dalla Banca d’Italia certifica infatti che nel 2018 lo stock dei debiti accumulati dalla PA ammonta ancora a 53 miliardi di euro, appena 4 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Questo dato conferma quanto abbiamo denunciato a più riprese: i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo. Pertanto liquidare solo in parte con operazioni spot i debiti pregressi di per sé non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.

I costi per le imprese

Per l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, «si riducono i tempi di pagamento ma restiamo tristemente terz’ultimi in Europa, dopo di noi solo Portogallo e Grecia. Lo stock di debito resta enorme, lo Stato deve alle imprese 53 miliardi. Questo ritardo sistematico è costato loro la bellezza di 3,7 miliardi di euro, cifra generata dagli interessi passivi dovuti per anticipare il credito necessario a pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi. La stima è stata effettuata prendendo come riferimento il dato fornito da Bankitalia sullo stock complessivo e il costo medio del capitale (pari al 7,043% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti».

In Italia cambiano continuamente i governi ma la corsa verso lo sfascio non rallenta mai

In Italia cambiano continuamente i governi ma la corsa verso lo sfascio non rallenta mai

di Massimo Blasoni*

La politica nazionale conta?

Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 fino a ieri, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: prima dell attuale formula giallo-rossa che sostiene il governo Conte II, siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra e quindi al governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al Nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei consigli di amministrazione competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che, tradotto in termini più comprensibili, significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni 80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un idea della politica fortemente drammatizzata. C è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Lo Stato avaro costa 3,7 miliardi alle Pmi

Lo Stato avaro costa 3,7 miliardi alle Pmi

di Massimo Blasoni*

Con i tempi di pagamento lumaca imprese costrette a finanziarsi in banca e a pagare interessi.

3,7 miliardi di euro. Tanto è costato lo scorso anno alle imprese italiane anticipare il credito necessario a pagare dipendenti e materie prime per fornire beni e servizi alla Pubblica amministrazione in attesa di essere saldate.

Questa stima è stata effettuata mettendo in relazione i dati di Bankitalia sullo stock complessivo dei debiti con il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per finanziare i ritardi di pagamento della Pubblica amministrazione, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via.

È ovvio: se per fornire la Pubblica Amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere soprattutto per le piccole e medie imprese.

I ritardi finiscono per rappresentare una vera e propria tassa occulta che rende ancora più ardua la competizione con le aziende di Paesi come la Francia e la Germania che hanno tempi di pagamento della Pa, e dunque costi finanziari, che sono mediamente la metà dei nostri.

Secondo il recente European Payment Report 2019 di Intrum Justitia, quanto a tempi di pagamento siamo terz’ultimi in Europa, seguiti solamente da Portogallo e Grecia.

I ritardi non contribuiscono affatto a migliorare il rapporto di fiducia tra Stato e impresa.

Insomma, le tasse vengono richieste ai cittadini e incassate con scadenze precise ma lo Stato invece paga quando vuole, in sostanza finanziandosi parzialmente a spese del sistema produttivo.

Lo stock di debiti della Pa verso le imprese italiane è stimato da Bankitalia in 53 miliardi per il 2018. Una cifra ingentissima che rappresenta un rilevante freno per il nostro sistema produttivo.

Il calo rispetto all’anno precedente è di appena quattro miliardi di euro.

Liquidare con operazioni spot i debiti pregressi non riduce infatti lo stock complessivo poiché i debiti commerciali si rigenerano costantemente, essendo beni e servizi forniti di continuo.

Le imprese italiane sopportano tasse rilevanti, una burocrazia oppressiva e una giustizia civile assai lenta. Sarebbe auspicabile che fossero almeno esentate da questa sorta di tassa occulta.

* Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Attività finanziarie famiglie: Italia sesta in Europa in rapporto al Pil ma terz’ultima per tasso di crescita negli ultimi dieci anni

Attività finanziarie famiglie: Italia sesta in Europa in rapporto al Pil ma terz’ultima per tasso di crescita negli ultimi dieci anni

Dopo un periodo di stagnazione, le attività finanziarie delle famiglie italiane (depositi, investimenti in titoli, azioni e obbligazioni) hanno finalmente recuperato e superato il livello che avevano nel 2008, alla vigilia della grande crisi economica. Negli ultimi dieci anni sono infatti cresciute del 16% (passando da 3.677 a 4.270 miliardi di euro), per un valore complessivo che ci colloca al terz’ultimo posto in Europa. Se rapportate invece al nostro Pil, queste registrano invece uno dei valori più alti d’Europa (249%), collocando l’Italia al sesto posto della graduatoria. Sono questi i principali risultati di un’analisi del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione di dati Eurostat.

Confrontando i dati delle attività finanziarie delle famiglie italiane con quelle negli altri Paesi europei si nota come negli ultimi dieci anni soltanto a Cipro sia stata registrata una crescita percentuale inferiore alla nostra (+4%). In Grecia, invece, la ricchezza finanziaria delle famiglie è tuttora inferiore al periodo pre-crisi: -13% (-37,7 miliardi di euro). Sempre dal 2008 al 2018, le famiglie di alcuni Paesi dell’Europa dell’Est hanno invece raddoppiato i volumi della loro ricchezza – come è avvenuto in Bulgaria (+133%) e in Polonia (+112%) – mentre quelle residenti in economie più mature hanno registrato incrementi netti inferiori ma comunque considerevoli. Rispetto a dieci anni fa le famiglie britanniche sono ad esempio più ricche di 3.071 miliardi (+68%), quelle francesi di 1.838 miliardi (+51%) e quelle tedesche di 1.840 miliardi (+44%). L’incremento in termini relativi risulta molto rilevante anche in alcuni Paesi del Nord Europa come Svezia (+120%, pari a +739 miliardi) e Danimarca (+72%, ovvero +370 miliardi).

La classifica però cambia notevolmente se prendiamo in considerazione il rapporto tra le attività finanziarie delle famiglie e il Pil del loro Paese. In questo caso l’Italia si colloca al sesto posto, con un dato pari al 249%: uno dei valori più alti d’Europa, inferiore solamente a quelli registrati in Regno Unito (322%), Paesi Bassi (321%), Danimarca (297%), Svezia (+291%) e Belgio (288%). Le famiglie italiane, in rapporto al reddito nazionale, possiedono quindi più attività finanziarie della Francia (237%) e della Germania (185%). Molto più bassi sono invece i valori dei Paesi dell’Est Europa, la maggior parte dei quali riporta un dato inferiore al 120% come ad esempio Repubblica Ceca (116%), Polonia (98%), Slovacchia (83%) e Romania (66%).

«La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, pari a 4.270 miliardi, in rapporto al Pil è una delle più consistenti d’Europa. Se a questa si aggiungono le attività reali detenute dalle famiglie, pari circa a 6mila miliardi, la ricchezza totale dei nuclei familiari al netto delle passività finanziarie sfiora ormai i 10mila miliardi di euro» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Si tratta di un bel tesoretto che surclassa nei numeri l’enorme debito pubblico italiano ma che allo stesso tempo non dovrebbe essere trattato dallo Stato come un bancomat al quale attingere, spesso e volentieri, quando non si sa dove altro reperire le risorse».

Dipendenti PA: è record in Valle d’Aosta, Calabria e Sicilia ma in rapporto al totale degli occupati sono tra i meno numerosi in Europa

Dipendenti PA: è record in Valle d’Aosta, Calabria e Sicilia ma in rapporto al totale degli occupati sono tra i meno numerosi in Europa

In rapporto al totale degli occupati, i 3 milioni e 219mila dipendenti pubblici italiani non si distribuiscono in modo omogeneo sul territorio nazionale, nemmeno rispetto al numero dei residenti. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare e sempre con riferimento al totale degli occupati, risultano però inferiori a quelli della maggior parte delle altre economie europee. Sono questi i dati più significativi che emergono da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione di dati Istat, Eurostat e Ministero dell’Economia e delle Finanze.

I più recenti dati Eurostat certificano che, con un valore di dipendenti pubblici in rapporto al numero degli occupati pari al 14%, l’Italia è il quarto Paese con il valore più basso d’Europa. Tra tutti i Paesi UE considerati nell’analisi, solamente Paesi Bassi (13%), Lussemburgo (12%) e Germania (10%) hanno meno dipendenti pubblici dell’Italia in rapporto agli occupati. La media italiana risulta più bassa di quella di Spagna (15%), Regno Unito (16%), e Francia (22%) e molto inferiore rispetto ai valori di Paesi nordici come la Svezia (29%), la Danimarca (28%) e la Finlandia (25%).

Per quanto riguarda le regioni italiane, se si prende in esame il rapporto tra il numero dei dipendenti pubblici e quello degli occupati, più di un occupato su cinque è dipendente della PA in Valle d’Aosta (21,6%), Calabria (21,4%) e Sicilia (20%). In cima a questa classifica compaiono principalmente le regioni del Mezzogiorno, con un’incidenza dell’impiego pubblico di gran lunga superiore alla media nazionale (14%): oltre alle regioni già citate troviamo Sardegna (19,4%), Basilicata (17,8%), Molise (17,5%), Puglia (17,2%) e Campania (16,9%). A distanza ravvicinata seguono due regioni del Nord ma a Statuto speciale: Trentino Alto Adige (16,8%) e Friuli Venezia Giulia (16,5%). In coda alla classifica troviamo invece Veneto (10,5%), Emilia-Romagna (11,6%) e Piemonte (11,9%). Va poi sottolineato come il 9,3% della Lombardia nel numero dei dipendenti pubblici in rapporto agli occupati sia addirittura inferiore al 10% registrato in Germania.

Le posizioni nella classifica italiana cambiano invece molto se il numero dei dipendenti pubblici viene rapportato a quello dei residenti (bambini e anziani inclusi). A fronte di una media italiana del 5,3%, le regioni con la maggior concentrazione di dipendenti pubblici rispetto alla popolazione residente sono infatti quelle a Statuto speciale. A guidare la classifica è infatti la Valle d’Aosta (11.826 dipendenti, pari al 9,3% dei residenti) davanti a Trentino Alto Adige (82.090 dipendenti, 7,7%), Friuli Venezia Giulia (83.413 dipendenti, 6,8%) e Sardegna (109.123 dipendenti, 6,6%). L’unica eccezione in tal senso è costituita dal terzo posto del Lazio, regione che però sconta l’elevato numero di sedi istituzionali presenti a Roma (407.141 dipendenti, 6,9%). In fondo a questa particolare classifica si collocano invece regioni più popolate ed economicamente più sviluppate come Lombardia (410.923 dipendenti, 4,1%) e Veneto (223.336 dipendenti, 4,6%). Al di sotto della media nazionale troviamo anche Campania (282.048 dipendenti, 4,8%), Piemonte (216.810 dipendenti, 4,9%), Puglia (205.885 dipendenti, 5,1%) ed Emilia Romagna (228.306 dipendenti, 5,1%).

«Stipendio e posto di lavoro dei dipendenti nelle aziende private dipendono dalla loro produttività e dall’effettiva capacità di stare sul mercato. Quelli dei dipendenti pubblici, invece, sono garantiti a prescindere dai risultati ottenuti» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro. «La presenza disomogenea di questi lavoratori sul territorio nazionale suggerisce peraltro come in determinate regioni italiane l’impiego pubblico sia stato e continui a essere considerato un efficace ammortizzatore sociale».

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

di Massimo Blasoni

Il calo della produttività è forse il primo problema del Paese. Se negli anni 70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l OCSE solo la Grecia ha fatto peggio. I motivi sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace a un elevatissimo cuneo fiscale che dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare numero e qualità delle prestazioni rese nel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani all’estero. Non aiutano nemmeno – in un mondo sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta. Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese a investire in innovazione. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pa: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e digitali. Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. La mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività.