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La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

di Massimo Blasoni

Il calo della produttività è forse il primo problema del Paese. Se negli anni 70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l OCSE solo la Grecia ha fatto peggio. I motivi sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace a un elevatissimo cuneo fiscale che dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare numero e qualità delle prestazioni rese nel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani all’estero. Non aiutano nemmeno – in un mondo sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta. Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese a investire in innovazione. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pa: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e digitali. Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. La mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività.

Esodo con salasso. Diesel alle stelle

Esodo con salasso. Diesel alle stelle

Il diesel acquistato in Italia è in assoluto il più caro in Europa, mentre il prezzo della benzina è il quarto più alto di quelli acquistabili nei Paesi dell Unione europea. A renderlo noto è una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su dati del Ministero dell’Economia e della Commissione Europea. Per il diesel il costo al litro sul territorio italiano è di 1,487 euro, ben al di sopra degli 1,329 euro della media europea. Supera dell 11,1% la media continentale anche la benzina, che costa 1,599 euro al litro: il pieno in questo caso costa il 4,5% in più rispetto alla Francia, l’11,4% in più rispetto alla Germania e addirittura il 26,3% in più rispetto all’Austria. Peggio in Europa fanno soltanto Paesi Bassi, Grecia e Danimarca con un costo al litro rispettivamente di 1,681, 1,629 e 1,620 euro. Il prezzo pagato dai consumatori finali, sempre per quanto riguarda la benzina, risente fortemente della componente relativa a tasse e accise: il prelievo statale rappresenta il 63,5% del prezzo finale contro il 60,2% della media europea, il 61,8% della Francia, il 61,6% della Germania e il 52,9% della Spagna. Non va molto meglio, da questo punto di vista, quando si parla di diesel: il 59,6% del prezzo finale è costituito da tasse, contro una media europea pari al 54,9%. Peggio fa solo il Regno Unito, con un valore pari al 60,5%. «Questi numeri preoccupano soprattutto perché non sono state ancora individuate le risorse per disinnescare le clausole di salvaguardia», osserva il presidente di ImpresaLavoro, Massimo Blasoni, segnalando che – in assenza di coperture alternative – dal primo gennaio 2020 i rincari sulle accise peserebbero per 400 milioni l anno. Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi e legate alle voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: il terremoto in Emilia (2012), il terremoto in Friuli (1976) e in Irpinia (1980), le alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse. Il gettito totale per accise nel complesso è aumentato di 5,2 miliardi negli ultimi 10 anni. Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello stato 20,3 miliardi nel 2008.

Carburanti: diesel italiano il più caro in Europa, benzina al quarto posto

Carburanti: diesel italiano il più caro in Europa, benzina al quarto posto

Il diesel acquistato in Italia è in assoluto il più caro in Europa mentre il prezzo della nostra benzina è il quarto più alto di quelli acquistabili nei Paesi dell’UE. A renderlo noto è una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro, realizzata su dati MEF e Commissione Europea.

Con 1,599 euro al litro, il costo del nostro carburante è dell’11,1% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 4,5% in più rispetto alla Francia, l’11,4% in più rispetto alla Germania e addirittura il 26,3% in più rispetto all’Austria. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Paesi Bassi, Grecia e Danimarca con un costo al litro rispettivamente di 1,681, 1,629 e 1,620 euro.

Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta il 63,5% del prezzo finale contro il 60,2% della media europea, il 61,8% della Francia, il 61,6% della Germania e il 52,9% della Spagna.

Il diesel acquistato in Italia risulta essere invece il più caro in assoluto tra i Paesi dell’UE. Il costo al litro è infatti pari a 1,487 euro, superando di molto la media europea (pari a 1,329 euro), la Germania (1,242 euro) e la Spagna (1,213 euro).

Anche in questo caso l’incidenza delle tasse sul prezzo finale è molto alta: il 59,6% del prezzo finale è costituito da tasse, contro una media europea pari al 54,9%. Peggio di noi fa solo il Regno Unito, con un valore pari al 60,5%.

Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Paghiamo con la benzina le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici; dal Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l’aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: dal terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980) o alle alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse ma su cui comunque continuiamo a versare allo stato importanti risorse ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina alla nostra auto.

Il gettito totale per accise nel nostro Paese nel suo complesso è aumentato di 5,2 miliardi negli ultimi dieci anni. Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello stato 20,3 miliardi nel 2008. Gli aumenti successivi hanno fatto crescere questa cifra del 25,6% in dieci anni portando il gettito del 2018 a 25,5 miliardi di euro, una cifra sostanzialmente stabile negli ultimi anni (25,4 miliardi nel 2016, 25,7 miliardi nel 2017).

“Questi numeri preoccupano soprattutto perché non sono state ancora individuate le risorse per disinnescare le clausole di salvaguardia” osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. “In assenza di coperture alternative, esse scatterebbero dal primo gennaio 2020 facendo aumentare l’Iva (dal 22% al 25,2% quella ordinaria e dal 10% al 13% quella agevolata) e le accise sui carburanti per un valore pari a 400 milioni di euro l’anno. Al momento il 63,5% del prezzo finale della benzina è costituito da tasse e non dimentichiamo che l’Iva si applica anche sulle accise”.

Bolletta energetica: negli ultimi otto anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,8%. Il 36,1% del prezzo finale è costituito da tasse e imposte.

Bolletta energetica: negli ultimi otto anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,8%. Il 36,1% del prezzo finale è costituito da tasse e imposte.

Dal 2010 al 2018 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,8% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici: è questo il risultato di una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro, che ha analizzato l’andamento dei prezzi medi dell’energia elettrica per uso domestico fornita in questo periodo di tempo alle famiglie in tutta Europa.

Dalla rielaborazione dei dati Eurostat emerge che rispetto a otto anni fa tra i 28 Paesi oggetto del monitoraggio solo in 6 nazioni il prezzo dell’energia domestica è diminuito: Lussemburgo (-3,2%), Paesi Bassi (-4,0%), Slovacchia (-4,1%), Lituania (-7,5%), Malta (-21,5%) e Ungheria (-31,6%). In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è cresciuta con aumenti anche consistenti: +45,1% in Lettonia, +44,2% in Belgio, +40,1% in Estonia e +39,7% in Portogallo. Tra le grandi economie cresce l’onere per le famiglie anche in Regno Unito (+38,0%), in Spagna (+35,8%), in Francia (+34,7%), in Germania (+24,4%) e, come detto, Italia (+8,8%).

Nel nostro Paese, quindi, il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2114 euro per kWh nel 2018. Stimando nel 2018 un consumo medio annuo per famiglia di 3.000 kWh si ottiene un costo a carico di ogni famiglia per la sola bolletta elettrica di 634 euro su base annua. A livello europeo solo in Danimarca, Germania, Belgio, Irlanda, Spagna e Portogallo l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se la stessa famiglia, infatti, si trovasse a vivere in Francia risparmierebbe 102 euro su base annua, 122 se vivesse nei Paesi Bassi, 146 euro se vivesse in Slovenia, 239 euro se vivesse in Croazia. In Germania, invece, il conto sarebbe più elevato: +264 euro.

Si tratta di costi comprensivi di tasse e accise che nel nostro Paese rappresentano il 36,1% del prezzo finale. L’incidenza delle imposte è più elevata che da noi soltanto in Danimarca (66%), Portogallo (55,2%), Germania (54%), Slovacchia (40,9%) e Austria (37,2%). Il fisco pesa meno nella bolletta delle famiglie in altre economie continentali: Francia (35,1%), Regno Unito (29,7%) e Spagna (21,4%).

A meno di ulteriori rinvii, dal 1° luglio dell’anno prossimo sono previsti il passaggio obbligatorio al mercato libero e la fine del regime della maggior tutela per quanti avranno mantenuto il proprio storico fornitore di energia. «Si tratta in realtà di una spada di Damocle» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero infatti confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela».

 

Stranieri in Italia: 66,4 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2018. Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione.

Stranieri in Italia: 66,4 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2018. Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione.

Dal 2008 al 2018 (ultimo dato disponibile) le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno raggiunto la cifra considerevole di 66,410 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro su elaborazione dei recenti dati Banca d’Italia.

Dalla ripartizione per anno emerge che le rimesse sono cresciute nel periodo 2008-2011 passando da 6.376,9 al pacco massimo di 7.394,4 milioni di euro per poi contrarsi fino a toccare i valori minimi di 5.073,6 milioni di euro nel 2016 e di 5.081,1 milioni di euro nel 2017. Nell’ultimo anno però si è verificata una consistente ripresa delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: si è arrivati infatti a 6.201 milioni di euro (+22% sull’anno precedente). Stime prudenziali contenute in alcuni paper pubblicati dalla Banca d’Italia sembrano suggerire che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”.

Limitatamente a quest’ultimo anno, l’analisi del Centro studi presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni osserva inoltre come i lavoratori stranieri che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro siano stati quelli residenti in Lombardia (1 miliardo e 460,1 milioni, pari al 23,5% del totale), nel Lazio (953,1 milioni, 15,4% del totale), in Emilia Romagna (571,7 milioni, 9,2% del totale), in Veneto (530,4 milioni, 8,6% del totale), in Toscana (515,8 milioni, 8,3% del totale) e in Campania (418 milioni, 6,7% del totale).

Quanto alle diverse nazionalità, nella classifica stilata da ImpresaLavoro risulta che nel 2018 i lavoratori stranieri in Italia che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro sono i bengalesi (730,7 milioni), i romeni (718,2 milioni), i filippini (451,1 milioni), i pakistani (408,7 milioni) e senegalesi (389,4 milioni). A seguire si collocano quelli provenienti dall’India (342,7 milioni), dal Marocco (330,6 milioni), dallo Sri Lanka (308,7 milioni), dal Perù (228,5 milioni), dalla Georgia (207,3 milioni) e dall’Ucraina (172,8 milioni). La Cina, che fino a pochi anni fa era uno dei tre principali Paesi di destinazione, è invece scivolata nel 2018 al 38esimo posto con un valore pari a soli 21,4 milioni di euro.

In Italia nel 2018 solo il 36% dei cittadini ha effettuato acquisti online, contro l’84% della Danimarca e l’83% del Regno Unito.

In Italia nel 2018 solo il 36% dei cittadini ha effettuato acquisti online, contro l’84% della Danimarca e l’83% del Regno Unito.

Negli ultimi 12 mesi solo il 36% dei cittadini italiani ha effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio. Il nostro Paese si colloca così al quint’ultimo posto di questa particolare classifica europea, al pari della Grecia e appena sopra la Croazia (35%), Cipro (32%), la Bulgaria (21%) e la Romania (20%). Ai vertici della graduatoria 2018 si collocano invece i consumatori di Danimarca (84%), Regno Unito (83%), Paesi Bassi (80%), Svezia (78%) e Germania (77%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere i giovanissimi tra i 16 e i 24 anni (il 51% ha acquistato beni o servizi online nell’ultimo anno) e quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (52%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono soltanto il 22% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni, il 10% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni e solamente il 2% degli over75.

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi, si osserva poi come resti bassissima la frequenza degli acquisti (quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo l’8% ne ha effettuati da 3 a 5) e comunque per importi che non superano quasi mai la soglia dei 500 euro.

Nell’ultimo anno i beni più acquistati online dagli italiani sono stati vestiti e articoli sportivi (16%), articoli casalinghi (13%), viaggi e alloggi per vacanze (10%), libri e abbonamenti a riviste (9%), attrezzatura elettronica (8%), biglietti per eventi (7%), software per il pc (4%), film e musica (4%), servizi di telecomunicazione (banda larga, abbonamenti a canali televisivi, ricarica di carte telefoniche prepagate…) (4%), cibo e generi alimentari (4%). Curiosamente, solo il 2% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di hardware per computer.

«Questi dati fotografano un ritardo evidente dell’Italia nell’e-commerce, conseguenza anche del ritardo delle nostre infrastrutture informatiche» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Secondo l’indice DESI della Commissione Europea –che misura lo stato di avanzamento dei Paesi membri dell’UE nell’ambito della digitalizzazione dell’economia, del sistema pubblico e della società- l’Italia è 25esima su 28 Paesi. La banda larga non è ancora capillarmente diffusa ma a pesare sul basso punteggio italiano sono soprattutto le scarse competenze digitali. Infine, i limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si aggiungono come fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo».

Reddito disponibile reale degli italiani: -8,7% dall’inizio della crisi, peggio di noi solo Cipro e Grecia.

Reddito disponibile reale degli italiani: -8,7% dall’inizio della crisi, peggio di noi solo Cipro e Grecia.

Gli italiani dal 2008 al 2017 hanno perso l’8,7% del proprio reddito disponibile reale (o potere d’acquisto), fanno peggio dell’Italia solamente Cipro (-15,4%) e la Grecia (-30,8%). Questo il principale risultato emerso da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro su dati Eurostat.

Il potere d’acquisto, così come definito da Eurostat, rappresenta la quantità di beni e servizi che una persona può acquistare con un determinato reddito in un dato momento, neutralizzando gli effetti dell’inflazione. Solamente in altri sei Paesi dell’Unione Europea su 28 i redditi reali sono tuttora inferiori a quelli del 2008. Si tratta di Portogallo (-0,8%), Irlanda (-1,1%), Belgio (-2,1%), Austria (-3,9%), Croazia (-4,4%) e Spagna (-5,8%). In tutti gli altri Stati europei, invece, sono stati recuperati e addirittura oltrepassati i livelli pre-crisi. Il potere d’acquisto in Regno Unito e Francia, ad esempio, è salito nello stesso periodo di tempo rispettivamente del 2,7% e del 3,4% e in Germania dell’8,5%. Nei Paesi dell’Est Europa, come Bulgaria e Romania, la crescita è stata ancor più significativa e ha superato il 28%. Non si può inoltre trascurare la velocità di questo recupero: i redditi reali degli inglesi e dei francesi sono tornati ai livelli precedenti la crisi nel 2014, mentre quelli dei tedeschi già nel lontano 2010.

In valori assoluti, secondo i dati Istat, le famiglie italiane dall’inizio della crisi ad oggi hanno perso nel complesso 70 miliardi di euro del proprio reddito disponibile. Conseguentemente si sono ridotti consumi e risparmi. I consumi totali sono ancora di 15 miliardi inferiori a quelli del 2008 e la propensione al risparmio – ossia il rapporto tra il risparmio delle famiglie e il loro reddito disponibile- si è ridotta di un terzo nel periodo, passando dall’11,6% al 7,7%.

«Le cause di una performance così negativa da parte dell’Italia sono molteplici. La carenza di investimenti pubblici e l’oppressione fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese agli ultimi posti anche di questa classifica preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni. Con questo ritmo di crescita medio, gli italiani recupereranno il potere d’acquisto che avevano prima della crisi economica solamente nel lontano 2026».

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri hanno “sostituito” quelli italiani. È questo il principale risultato di una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su dati Istat ed Eurostat.

In Italia l’occupazione è in ripresa (+124.601 occupati rispetto al 2008). Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, quindi tra italiani e stranieri (UE ed extra UE), emerge però un effetto “sostituzione”: gli occupati stranieri dal 2008 al 2018 sono infatti aumentati da 1.690.090 a 2.455.003 (+764.913 unità, +45,3%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.400.258 a 20.759.946 (-640.312 unità, -3,0%). L’occupazione straniera negli anni della crisi ha quindi “sostituito” quella italiana, consentendo al numero totale di occupati di crescere nuovamente al di sopra dei livelli del 2008. Un ulteriore apporto di cittadini stranieri potrebbe quindi anche rendere più complessa la situazione occupazionale dei cittadini nazionali.

Considerando tra tutti i cittadini stranieri solamente quelli extra UE emerge una questione altrettanto significativa: l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. Secondo i più recenti dati Eurostat (anno 2017), il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media dell’Unione a 28 membri (68,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,4%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%).

Guardando invece solamente alla percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola verso l’alto, dal penultimo al quattordicesimo posto: il nostro 59,1% risulta infatti largamente superiore alla media dell’Unione a 28 membri (54,6%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri tre Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta della Repubblica Ceca (-0,8 punti percentuali), della Slovacchia (-0,9) e di Malta (-2,7). Un dato che stride con la media dell’Unione a 28 membri (+13,5 punti percentuali). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Spagna (+5,7), Irlanda (+6,5), Regno Unito (+13,3), Francia (+20,6), Germania (+25,0) e Paesi Bassi (+26,7).

«Ciò che veramente stupisce è che il recupero del livello occupazionale precedente la crisi sia imputabile solamente ai lavoratori stranieri, mentre gli occupati italiani sono ancora inferiori al livello di dieci anni fa» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Ed è anche sorprendente riscontrare che il tasso di occupazione dei residenti extra Ue sia superiore a quello dei nostri connazionali. Queste anomalie, almeno in parte, dipendono dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

di Massimo Blasoni

L’argomento è spinoso e si presta a più interpretazioni, tuttavia i dati Istat e quelli pubblicati da Eurostat lo scorso marzo ci consegnano un dato emblematico: negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri in Italia sono cresciuti di 765mila unità e hanno in parte «sostituito» quelli italiani, scesi nel frattempo di 640mila unità. Il tasso di occupazione nel nostro Paese, cioè la percentuale delle persone al lavoro sul totale degli adulti, è uno dei più bassi in Europa. Lavora il 57,7% degli italiani, un dato di quasi venti punti percentuali inferiore a quello tedesco e britannico. Se però consideriamo i soli stranieri presenti nel nostro Paese la percentuale sale sfiorando il 60%. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono mediamente occupati in maggior numero rispetto ai cittadini nazionali. Certo, dobbiamo apprezzare che i posti di lavoro in Italia stiano, se pur lentamente, crescendo. Occorre però chiedersi se sia opportuno questo effetto di sostituzione, visto l’elevato livello di disoccupazione soprattutto giovanile e le difficoltà di reimpiego per gli ultracinquantenni che perdono un posto di lavoro: per molti trovare un’occupazione è un miraggio. Insomma, è ancora vero che gli stranieri vengono per fare i lavori rifiutati dagli italiani oppure contribuiscono ad accrescere la disoccupazione? Un dubbio amletico. Peraltro, dato che le statistiche si riferiscono al periodo 2008–2018, non si può nemmeno dire che la minor occupazione nazionale dipenda dal reddito di cittadinanza. Una misura, quest’ultima, che potrebbe favorire una minor propensione ad accettare lavori a bassa retribuzione ma i cui effetti eventualmente troveremo nei report del prossimo anno.

Nelle partecipate pubbliche più poltrone che dipendenti

Nelle partecipate pubbliche più poltrone che dipendenti

di Antonio Spampinato

Una società gestita da Comuni e Regioni su tre ha più componenti del consiglio di amministrazione che lavoratori. Una su 5 è in perdita. Gli sprechi degli enti locali. Nelle partecipate pubbliche il poltronificio è sempre aperto. L’apposito ufficio dedicato a distribuire posti di lavoro ben pagati, preferibilmente da assegnare agli amici degli amici, non conosce Natale o Ferragosto. La particolarità, rispetto ai navigator pentastellati, sta nel fatto che vengono ricercati soprattutto alti profili da stipare all’interno dei consigli di amministrazione. D’altra parte, chi ha o avuto un trascorso politico, ha o avuto a che fare con un partito, sia esso di governo o di opposizione, nazionale o locale, può mai fare l’impiegato?

A leggere l’analisi del Centro studi ImpresaLavoro diffusa ieri, vengono i brividi. Degli attuali 5.776 Enti a partecipazione pubblica, quasi un terzo (1.798)ha un numero di dipendenti inferiori ai membri del proprio cda mentre più di due terzi (4.052) operano con meno di 20 dipendenti. Immaginiamo la tempesta di cervelli che al termine di esagitati consigli di amministrazione consegna strategie e piani d’azione ai quattro gatti presenti negli uffici. E magari anche una sacrosanta spending review: non più di una biro e un block notes a testa, totale quattro.

LO SPRECO Il tema dello spreco di denaro pubblico che finisce nell’idrovora delle partecipate è annoso e già Carlo Cottarelli, commissario alla spending review ai tempi del Governo Renzi, aveva provato a porvi rimedio proponendo tagli agli stipendi dei consiglieri di amministrazione, una riduzione delle poltrone e del numero degli Enti: da 8mila a mille. Qualcosa si è fatto ma la notizia più rilevante è stata la cacciata di Mani di Forbice. Un decreto di Marianna Madia, ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione sempre del governo Renzi, ha voluto recepire l’indirizzo impostato da Cottarelli. L’obiettivo era quello di rivoltare come un calzino le regole per quasi tutte le controllate dello Stato e della pubblica amministrazione, soprattutto locale, riguardo la trasparenza dei bilanci e gli obiettivi di redditività, oltre a bloccare le assunzioni e portare, anche lei, a 1.000 il numero degli Enti.

Oggi, come detto, le partecipate sono quasi seimila e, per quanto infine riguarda il loro fatturato, 2.272 Enti hanno un valore della produzione inferiore a 500mila euro. Di questi, sottolinea l’elaborazione di ImpresaLavoro su dati 2016 della Corte dei Conti, ben 1.198 risultano in perdita.

LE REGIONI Quando si tratta di raccattare poltrone, non solo l’Italia è saldamente unita, ma è proprio il ricco Settentrione a sentire l’esigenza di mantenere un rapporto stretto stretto con la pubblica amministrazione. Secondo i dati della Corte dei Conti infatti è nel Nord Ovest che si concentra il maggior numero di organismi partecipati dagli Enti (il 29,55% del totale), seguiti da quelli collocati nel Nord Est (il 28,96%). Al Centro (20,64%), al Sud e nelle isole (rispettivamente 14,46% e 6,27%), dove c’è meno ricchezza da spartire, la presenza è inferiore.

La Lombardia è la Regione dove si concentra la maggior parte delle partecipate (16,7% del totale), segue l’Emilia Romagna (9,6%), la Toscana (9,5%) e il Veneto (9%). Sepolte dai debiti, 104,4 miliardi, le partecipate meno virtuose hanno sede sempre al Nord (74%). Al primo posto si trova ancora la Lombardia(26,52 miliardi), seguono il Friuli (12,71 miliardi) e il Lazio (11,28 miliardi).