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E la PA rallenta ancora i pagamenti. I debiti dello Stato verso le aziende sono costati 4,1 miliardi nel 2017.

E la PA rallenta ancora i pagamenti. I debiti dello Stato verso le aziende sono costati 4,1 miliardi nel 2017.

di Antonio Signorini

Cambiano maggioranze e governi, ma i ritardi nei pagamenti restano una costante della nostra pubblica amministrazione. Contro lo Stato cattivo pagatore si è mossa la Commissione europea (e l’allora vicepresidente Antonio Tajani), c’è una legge che stabilisce limiti di tempo precisi e poi le promesse degli ultimi due premier prima di Giuseppe Conte. Ma una soluzione al problema non sembra a portata di mano e il conto che pagano le imprese continua a salire: 4,1 miliardi di euro nel 2017, tanti sono gli interessi passivi pagati dalle aziende per compensare i crediti non incassati.

Il punto lo ha fatto il Centro studi ImpresaLavoro diretto dall’imprenditore friulano Massimo Blasoni con un’analisi basata sull’ultima edizione dell’European Payment Report di Intrum Justitia e sui dati di Bankitalia. Tra il 2015 e il 2016 c’era stato una lieve riduzione dei tempi dei pagamenti. Da 131 si era passati a 95 giorni tra la fattura emessa dall’impresa o dal professionista e il saldo da parte dell’ufficio pubblico interessato. «Il dato ha ripreso nuovamente a salire nel 2017 facendo conquistare all’Italia il primato negativo in Europa», spiega il centro studi.

Dai 95 del 2016 siamo tornati a 103 giorni medi. Il confronto con il resto dell’Europa è impietoso. Il nostro valore attualmente supera di 18 giorni quello del Portogallo e di ben 31 giorni quello della Grecia, che l’anno precedente guidava la classifica con 103 giorni. In Spagna la Pa paga i fornitori mediamente 48 giorni prima dello Stato italiano, 49 la Francia, 61 giorni l’Irlanda, 71 la Germania.

La prova che non ci sono stati cambiamenti rilevanti è data dallo stock dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Dal 2014, quando Renzi promise di mettere fine al fenomeno, non ci sono stati grandi progressi. Nel 2017 il complesso dei debiti accumulati dalla Pa ammonta ancora a 57 miliardi di euro, appena 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente.

«Questo dato conferma quanto abbiamo denunciato a più riprese», denuncia ImpresaLavoro. «I debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo». A pagare il conto per lo Stato cattivo pagatore sono ancora una volta le aziende. La conseguenza è «un dato gravissimo per tutte le imprese italiane», denuncia Blasoni. «Questo ritardo sistematico è infatti costato loro la bellezza di 4,172 miliardi di euro, cifra generata dagli interessi passivi dovuti per anticipare il credito necessario a pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi». Nel decreto Dignità è passata la proroga della compensazione tra debiti e crediti verso la Pa, grazie all’iniziativa di Simone Baldelli di Forza Italia. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha ricordato che è possibile chiedere di scorporare il pagamento dei debiti commerciali dai limiti del debito pubblico.

Blasoni chiede al governo di fare di più, visto che Lega e M5s sembravano sensibili al tema: «Ci aspettiamo che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Di Maio vorrà dare al più presto un seguito concreto agli impegni assunti in campagna elettorale».

La bolletta energetica delle famiglie è cresciuta dell’8,7% in 7 anni

La bolletta energetica delle famiglie è cresciuta dell’8,7% in 7 anni

Solo in sei Paesi europei si spende più che in Italia Pesano molto tasse e accise • Negli ultimi sette anni la bolletta dell’energia elettrica delle famiglie italiane è lievitata, confermandosi una delle più pesanti in Europa. Dal 2010 al 2017 il costo dell’energia per accendere gli elettrodomestici è cresciuto dell’8,7%. È il risultato di una ricerca del centro studi ImpresaLavoro, che ha elaborato i dati Eurostat.

Rispetto a sette anni fa, il prezzo dell’energia domestica è diminuito solo in otto paesi su 28 monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (- 19.9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo t-6,9%), Lituania (- 6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).

L’aumento dei prezzi non riguarda dunque solo l’Italia. Se si guarda alle grandi economie del continente, la bolletta è diventata più pesante in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%) e Spagna (+25,0%). Aumenti da record, invece, in Lettonia (+51,1%), Grecia {+48,7%), Belgio (+44,3%) e Portogallo (+38,9%).

Se l’incremento dei prezzi è stato più contenuto nel nostro Paese, rispetto ad altri, questo non significa che gli italiani paghino di meno rispetto agli altri cittadini europei. Il costo dell’energia a fini domestici in Italia, Infatti, è inferiore solo a quello di Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna.

Nello Stivale i prezzi sono passati da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.

Se invece la stessa famiglia si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe molto più elevato: la bolletta teutonica peserebbe infatti 300 euro in più. A rendere più salato il conto che devono pagare gli italiani sono soprattutto le tasse e le accise, che costituiscono da sole il 37% del prezzo finale. La loro incidenza risulta più elevata solo in Danimarea (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). II fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie c o n t i n e n t a l i : Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e Spagna (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007», osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di Impresa- Lavoro, «ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano. Tra poco è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero». Si tratterebbe questa, secondo Blasoni, «di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. Ciò al fine di ridurre al minimo la permanenza in questo tipo di servizio e scegliere quindi un nuovo fornitore. Un provvedimento poco chiaro che distorcerà il mercato e che inciderà ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane». La liberalizzazione totale del mercato doveva partire nel luglio 2019, ma la maggioranza ha votato a favore di un emendamento al decreto Milleproroghe che rinvia di un anno ìa fine dei prezzi di maggior tutela per l’energia elettrica e il gas. A far scattare lo slittamenti dei termini il ritardo nel processo di implementazione della riforma e i dubbi politici sulla necessità di chiudere d’ufficio l’era dei prezzi tutelati. Ancora due anni quindi di mercato a maggior tutela, dove le tariffe vengono stabilite ogni tre mesi dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico in base alle quotazioni internazionali degli idrocarburi.

Sette anni di guai tra imposte e rincari

Sette anni di guai tra imposte e rincari

di Luigi Frasca

Spesa: Tra 2010 e 2017 la bolletta degli italiani è aumentata di quasi il 9Il 37del prezzo finale è costituito da balzelli. Tariffe giù solo in 8 Paesi Ue • Dal 2010 al 2017 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,7% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Lo rivela una ricerca del Centro studi Impresa- Lavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Dall’analisi dei dati emerge come rispetto a sette anni or sono il prezzo dell’energia domestica sia diminuito in appena 8 dei 28 Paesi monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (-19,9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo (-6,9%), Lituania (-6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).

In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece aumentata, e anche in maniera consistente: +51,1% in Lettonia, +48,7% in Grecia, +44,3% in Belgio e +38,9% in Portogallo. Guardando alle grandi economie europee si osserva come l’onere sostenuto dalle famiglie sia cresciuto anche in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%), Spagna (+25,0%) e, come detto, Italia (+8,7%).

Nel nostro Paese il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è infatti passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.

A livello europeo solo in Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se invece la stessa famiglia italiana si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe più elevato: +300 euro. Quelli indicati sono costi comprensivi di tasse e accise, che nel nostro Paese costituiscono da sole il 37% del prezzo finale. La loro incidenza risulta peraltro più elevata in Danimarca (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). Il fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie continentali: Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e S p a g n a (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1° luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Dal 1° luglio 2019, a meno di ulteriori rinvii da parte del nuovo governo, è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto «servizio di salvaguardia» che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela.

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Dal 2010 al 2017 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,7% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.
Dall’analisi dei dati emerge come rispetto a sette anni or sono il prezzo dell’energia domestica sia diminuito in appena 8 dei 28 Paesi monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (-19,9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo (-6,9%), Lituania (-6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).
In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece aumentata, e anche in maniera consistente: +51,1% in Lettonia, +48,7% in Grecia, +44,3% in Belgio e +38,9% in Portogallo. Guardando alle grandi economie europee si osserva come l’onere sostenuto dalle famiglie sia cresciuto anche in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%), Spagna (+25,0%) e, come detto, Italia (+8,7%).

Nel nostro Paese il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è infatti passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.
A livello europeo solo in Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se invece la stessa famiglia italiana si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe più elevato: +300 euro.

Quelli indicati sono costi comprensivi di tasse e accise, che nel nostro Paese costituiscono da sole il 37,0% del prezzo finale. La loro incidenza risulta peraltro più elevata in Danimarca (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). Il fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie continentali: Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e Spagna (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Dal 1° luglio 2019, a meno di ulteriori rinvii da parte del nuovo governo, è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. Ciò al fine di ridurre al minimo la permanenza in questo tipo di servizio e scegliere quindi un nuovo fornitore. Un provvedimento poco chiaro che distorcerà il mercato e che inciderà ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane».

Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Tra il 2010 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia è aumentata solamente dello 0,14% medio annuo, il dato peggiore in assoluto dopo quello della Grecia (-1,09%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati Ocse contenuti nel report Compendium of productivity indicators 2018.

Va detto che in questo periodo di tempo la crescita della produttività del lavoro, misurata come Pil per ora lavorata, è stata debole in Italia così come in molti altri Paesi europei. Incrementi superiori al 2% medio annuo si sono registrati solamente in Lituania (2,03%), Slovacchia (2,12%), Polonia (2,23%), Lettonia (2,73%) e Irlanda (6,12%). Nel Regno Unito la crescita del Pil per ora lavorata è stata solamente dello 0,23% medio annuo, in Francia dello 0,84%, in Spagna dell’1,03% e in Germania dell’1,04%.

Dal 2001 al 2007 l’Italia era addirittura ultima in questa particolare classifica con una flessione pari a -0,01% medio annuo, l’unico segno meno tra tutti i Paesi considerati. Il Pil per ora lavorata cresceva invece molto di più in Lettonia (8,14% medio annuo), Lituania (6,36%) ed Estonia (6,01%). Sotto all’1,5% invece la Germania (1,33% medio annuo), la Francia (1,21%) e la Spagna (0,49%).

I Paesi che hanno quindi perso più posizioni tra la classifica del 2001-2007 e quella del 2010-2016 sono l’Ungheria (-15 posizioni) e la Grecia (-13), seguite a ruota dal Regno Unito (-10). Hanno invece scalato la classifica la Spagna (+15 posizioni), la Germania (+12) e la Francia (+7). L’Italia è invece salita di una sola posizione, più precisamente dall’ultimo al penultimo posto.

Nel Regno Unito, così come in Italia e Spagna, la crescita del Pil per ora lavorata negli ultimi anni è stata sostenuta principalmente dall’aumento dell’occupazione. Basti pensare che nell’ultimo quinquennio l’incremento di posti di lavoro in attività con produttività inferiore alla media è stato da 2 a 4 volte più alto di quello in comparti con produttività superiore alla media.

In molti Paesi europei la produttività stenta quindi a decollare. Tra le determinanti si annovera ad esempio la bassa quota di investimenti in prodotti di proprietà intellettuale. Nel 2016 (ultimo dato disponibile) in Italia quest’ultimi erano pari solamente al 16,6% del totale mentre in Danimarca e Svezia erano superiori al 26% e in Irlanda oltrepassavano addirittura il 56%. Sempre nello stesso anno in Francia si investiva per questa voce una quota pari al 24,3% del totale, in Regno Unito il 19%. In fondo alla classifica Lettonia, Polonia e Slovacchia con valori di poco superiori al 7%.

Per quanto riguarda invece gli investimenti in attività di Ricerca e Sviluppo, altra importante determinante della crescita della produttività, l’Irlanda nel 2016 contava investimenti per questa voce pari al 38,7% del totale, contro il 3% di alcuni Paesi dell’Est Europa, il 7,3% dell’Italia, l’8,2% della Grecia e il 9,8% del Regno Unito. La Svezia (18,1%) si situava al secondo posto in classifica, sebbene con 20 punti percentuali di distacco rispetto all’Irlanda. A seguire Danimarca (14,8%) e Germania (13,8).

«Se durante gli anni Novanta la produttività in Italia cresceva a un tasso medio annuo paragonabile a quello delle principali economie europee, nel decennio successivo è cresciuta di meno con una contrazione ulteriore a partire dal 2008» spiega Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I motivi di questa scarsa crescita sono legati alla formazione, all’innovazione tecnologica ma anche all’intensità dell’impegno al lavoro. Non vanno inoltre dimenticati i rapporti economici non sempre limpidi tra Stato e sistema produttivo. Talvolta l’aiuto statale si è rivelato più un salvagente di situazioni di per sé già critiche che un incentivo all’innovazione o alla crescita dimensionale».

Italia terza in Europa per tasso di disoccupazione: 11,4% nel 2017, +4,5 punti percentuali rispetto al 2006

Italia terza in Europa per tasso di disoccupazione: 11,4% nel 2017, +4,5 punti percentuali rispetto al 2006

Negli ultimi 12 anni il tasso di disoccupazione in Italia è aumentato di 4,5 punti percentuali, passando dal 6,9% del 2006 all’11,4% del 2017 (ultimo dato disponibile). Il nostro Paese risulta quindi il terzo in Europa per tasso di disoccupazione. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati Ocse contenuti nel report Employment Outlook 2018.

Nel periodo di tempo considerato la crescita degli italiani di età compresa tra i 15 e i 64 anni e senza lavoro (pur avendolo cercato attivamente) è risultata superiore a quella di quasi tutti gli altri Paesi europei. Peggio di noi hanno fatto solo Grecia (+12,6 punti percentuali, passata dal 9,1% al 21,7%) e Spagna (+8,8 punti, passata dall’8,5% al 17,3%).

L’Italia ha registrato una performance nettamente peggiore della media dei Paesi OCSE – in cui il tasso di disoccupazione nel 2017 era del 5,9% (-0,4 punti rispetto al 2006) – e perduto il confronto con moltissimi altri Paesi europei. In particolare con la Polonia (-9,0 punti percentuali, passata dal 14% al 5%), la Germania (-6,6 punti, passata dal 10,4% al 3,8%) e la Slovacchia (-5,1 punti, passata dal 13,3% all’8,2%).

Sempre negli ultimi 12 anni, il tasso di disoccupazione è invece sceso di un punto percentuale in Regno Unito (passando dal 5,4% al 4,5%) mentre è salito, ma di appena 0,7 punti, in Francia (passando dall’8,5% al 9,2%).

Per quanto riguarda l’Italia preoccupa molto anche il fatto che si tratti del terzo Paese in Europa per tasso di disoccupazione (11,4%), preceduto soltanto da Grecia (21,7%) e Spagna (17,3%). Nel 2006 il nostro Paese si collocava invece al 14esimo posto per tasso di disoccupazione (con un valore pari al 6,9%) tra i Paesi UE monitorati dall’OCSE.

La Germania, al contrario, ha effettuato un percorso opposto e virtuoso: nel 2006 era terza per tasso di disoccupazione (10,4%) mentre nel 2017 è risultata il secondo Paese con il dato migliore (solamente 3,8%). Formidabile anche il recupero della Polonia: nel 2006 era addirittura prima per tasso di disoccupazione (14%) mentre ora è tra i sei Paesi europei con le migliori performance (con un dato pari ad appena il 5%).

«Quel che preoccupa maggiormente è la notevole distanza che separa ancora questi dati da quelli, ben più virtuosi, registrati nel periodo pre-crisi» commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Scarso legame tra salari e produttività, assenza di una cultura del merito, complessità delle relazioni sindacali, lentezza esasperante del contenzioso e alto cuneo fiscale sono solo alcuni degli elementi che fanno sì che – anche per il World Economic Forum – il nostro mercato del lavoro rimanga il meno efficiente d’Europa. Abbattere questi ostacoli è l’unica strada per ridurre in modo stabile e significativo il tasso di disoccupazione».

Titoli di Stato, quelli italiani sono i terzi più acquistati dalla BCE: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2%

Titoli di Stato, quelli italiani sono i terzi più acquistati dalla BCE: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2%

Nei primi cinque mesi di quest’anno la Banca Centrale Europea ha acquistato in media titoli di Stato italiani per 3,612 miliardi di euro mensili, una cifra pari al 16,2% degli acquisti totali e che colloca il nostro Paese al terzo posto in questa particolare classifica. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati della Banca Centrale Europea.

Nello stesso periodo di tempo la BCE ha effettuato in media ogni mese acquisti superiori soltanto in titoli di Stato tedeschi (5,255 miliardi di euro mensili, pari al 23,6% del totale) e francesi (4,184 miliardi di euro mensili, pari al 18,8% del totale). A seguire quelli spagnoli (2,834 miliardi di euro mensili, pari al 12,7%) mentre in tutti gli altri Paesi europei si sono registrati acquisti pari o inferiori al 5% del totale.

Limitatamente allo scorso mese di maggio, la BCE ha acquistato titoli di Stato italiani per un valore pari a 3,609 miliardi di euro: 362 milioni di euro in meno rispetto ad aprile ma quasi 190 milioni in più rispetto al dato di gennaio e marzo. Sempre a maggio la BCE ha invece ridotto l’acquisto di titoli di Stato in Austria (-55 milioni di euro), Belgio (-78 milioni), Olanda (-116 milioni), Spagna (-274 milioni) e Francia (-404 milioni). Si è invece registrato un contemporaneo aumento di acquisto di titoli di Stato tedeschi (+2,175 miliardi), dovuto alla scadenza di un significativo ammontare di bond i cui proventi dovevano necessariamente essere reinvestiti in titoli del Paese stesso.

Come noto, i titoli che la BCE possiede di un determinato Paese devono essere proporzionati alla percentuale di capitale azionario della BCE che questo detiene e che a sua volta è legato alle dimensioni di ogni singola economia (PIL e popolazione). Per quanto riguarda gli acquisti complessivi di titoli, non si registrano pertanto nel tempo variazioni significative rispetto a valori di riferimento predefiniti.

L’unico elemento che ha pesato e continuerà a pesare in modo sempre più significativo sul contenimento generalizzato degli acquisti di Btp rispetto al passato è quindi la riduzione graduale del QE per motivi di politica monetaria. Il programma di acquisti straordinari era infatti iniziato a marzo 2015 con un target di 60 miliardi al mese per poi salire a 80 miliardi mensili da aprile 2016 a marzo 2017. Si è tornati a 60 miliardi alla fine del 2017. Da gennaio di quest’anno però i miliardi mensili si sono ridotti a 30 e questo ammontare di acquisti rimarrà inalterato solo fino a settembre 2018 per poi ridursi a 15 miliardi e addirittura azzerarsi con la fine dell’anno. Queste variazioni trovano conferma nei dati medi annuali della BCE che indicano infatti per l’Italia acquisti medi mensili pari a 3,612 miliardi mensili nel 2018. Erano 9,760 nel 2017 e 10,867 nel 2016. Gli acquisti attuali rispetto alla media del 2016 si sono quindi ridotti a un terzo.

«Questi dati sfatano alcune false notizie su presunti cambiamenti nel programma di acquisti di titoli italiani da parte della BCE a seguito dell’insediamento del nuovo governo» osserva Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Entro qualche mese la Banca Centrale Europea non acquisterà più ulteriori titoli di Stato italiani, con la conseguenza di un probabile aumento dello spread. Le nuove aste di titoli offriranno rendimenti superiori che si tradurranno in maggiori interessi da pagare e conseguentemente in maggior spesa pubblica».

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

di Massimo Blasoni

L’apporto dei lavoratori immigrati regolari al bilancio dell’Inps è incontestabile. Così non è invece per le tesi del Presidente Boeri, che auspica la loro crescita per far fronte allo sbilancio previdenziale (come noto, ogni anno occorre attingere alla fiscalità generale per ripianare le perdite). Sono tre gli elementi che a mio avviso rischiano di essere sottovalutati. Primo: il lavoro degli immigrai è utile ma deve concorrere a un aumento degli occupati e non sottrarre posti agli italiani. Questo fenomeno purtroppo esiste, nell’ultimo decennio si è registrata una crescita degli occupati stranieri che ha sfiorato il milione e una contemporanea diminuzione di 846mila lavoratori italiani. Secondo: quando si fanno i calcoli sull’importante apporto dei contributi previdenziali versati dagli immigrati non si può non considerare anche il debito implicito che si va formando. Si tratta di lavoratori a cui le pensioni dovranno essere in futuro pagate. Un’obbligazione che lo Statosi assume sia per le pensioni da lavoro sia per quelle assistenziali, che non sono correlate ai contributi corrisposti. A oggi sono finora 49.852 gli stranieri titolari di pensioni sociali che non hanno effettuato alcun versamento. Un numero destinato ad aumentare sulla base dei meccanismi di ricongiungimento familiare. Terzo: appare inoltre rilevante il numero di stranieri che svolgono professioni certo utili come colf e badanti, ma che prevedono bassi versamenti contributivi. Esiste così il rischio che un domani l’ammontare di queste pensioni risulterà superiore ai versamenti effettuati. Si tratta di temi che toccano tutti i lavoratori, connazionali e non,ma che obiettivamente ridimensionano il ruolo salvifico dell’immigrazione. Aggiungo che se i lavoratori stranieri in parte sostituiscono quelli italiani, questi non lavorando avranno bisogno di sostegno pubblico: un’indiretta promozione del reddito di cittadinanza. Il rischio insomma è un cortocircuito assai poco virtuoso.

Accise su carburanti: in 10 anni gettito aumentato di 5,4 miliardi (+26,6%)

Accise su carburanti: in 10 anni gettito aumentato di 5,4 miliardi (+26,6%)

Negli ultimi 10 anni il gettito per accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi è aumentato nel nostro Paese di 5,4 miliardi, passando dai 20,3 miliardi nel 2008 ai 25,7 miliardi nel 2017 (+26,6%): una vera e propria stangata nascosta tra i consumi di famiglie e cittadini. A renderlo noto è una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati del Def e della Commissione europea.

Il prezzo della nostra benzina è oggi il quarto più caro d’Europa. Con 1,623 euro al litro, il costo del nostro carburante è infatti dell’11,2% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 5,2% in più rispetto alla Francia, il 10,1% in più rispetto alla Germania e addirittura il 26,3% in più rispetto all’Austria. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Olanda (1,688 euro al litro), Danimarca (1,671 euro) e Grecia (1,624 euro).

Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti addirittura il 62,9% del prezzo finale contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia.

Un discorso analogo vale per il diesel. Con un prezzo di 1,501 euro al litro, è il secondo più caro d’Europa. Ci precede solo la Svezia con 1,548 euro al litro. In Italia un pieno costa quindi il 10,7% più della media europea, il 16,1% più della Germania e il 21,7% in più rispetto all’Austria.

Anche in questo caso le tasse rappresentano una quota cospicua del prezzo finale: il 59,2% contro il 54,2% della media europea.

Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Con la benzina continuiamo a pagare le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Grazie ad aumenti ad hoc delle accise si sono poi affrontate alcune delle principali emergenze italiane: dal più recente terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980), passando per le alluvioni di Firenze (1966) e in Liguria (2011). In molti casi si tratta di emergenze ormai conclusesi ma per le quali, ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina, continuiamo comunque a versare allo Stato importanti risorse.

«Questi numeri dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l’incremento dell’Iva (dal 10% all’11,5% l’aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest’ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l’Iva si applica anche sulle accise».

Benzina, 5 miliardi di tasse in più in 10 anni

Benzina, 5 miliardi di tasse in più in 10 anni

Dal 2008 il gettito delle accise dei carburanti è aumentato del 26,6%. Uno studio elenca tutti i numeri del salasso tributario che rende i nostri distributori tra i più temuti in assoluto. «E se non saranno disinnescate le clausole di salvaguardia, avremo ulteriori rincari»

di GIANLUCA DE MAIO

Cinque miliardi e mezzo di euro. Tanto è aumentato in Italia negli ultimi dieci anni il gettito raccolto dallo Stato grazie alle accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi. A snocciolare i numeri di questo salasso (nemmeno troppo) nascosto a carico dei contribuenti è il Centro studi Impresalavoro, che ha realizzato sul tema una ricerca basata sui dati del Def (il Documento di economia e finanza presentato ogni anno dal governo alle Camere) e della Commissione europea. Nel dettaglio, lo studio mostra come le accise applicate sui carburanti hanno permesso allo Stato italiano di aumentare i propri incassi di 5,4 miliardi di euro in 10 anni. Il gettito totale è infatti passato dai 20,3 miliardi del 2008 ai 25,7 miliardi del 2017 (+26,6%).

Con il suo prezzo di 1,623 euro al litro, la nostra benzina è la quarta più cara del continente, superiore alla media europea dell’ 11,2%. Secondo il centro studi Impresalavoro, riempire il serbatoio costa a noi italiani il 5,2% in più rispetto ai vicini francesi, il 10,1% in più dei tedeschi e addirittura il 26,3% in più rispetto agli austriaci. In tutta Europa pagano la benzina più di noi solamente gli olandesi (1,688 euro al litro), i danesi (1,671 euro) e i greci (1,624 euro). Naturalmente a «fare il prezzo» e a renderlo cosi pesante sono proprio le citate accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti ben il 62,9% del prezzo finale, contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia.

Non se la passano meglio gli italiani che preferiscono il diesel. Da noi questo tipo di carburante costa 1,501 euro al litro. Per trovarne uno più caro in tutto il continente bisogna andare fino in Svezia, dove il diesel si paga 1,548 euro al litro. Anche in questo caso, l’Italia supera la media europea del 10,7%, e batte in scioltezza Germania (+16,1%) e Austria (+21,7%). La colpa, manco a dirlo, è sempre delle famose tasse, che da sole si prendono il 59,2% del prezzo finale contro il 54,2% della media europea. Le accise sui carburanti in Italia sono ben 17, alcune delle quali, come è noto, risalgono al 1935 e sono a dir poco anacronistiche.

Ogni volta che premiamo il grilletto della pistola del distributore, benzina o diesel che sia, versiamo contributi per varie voci di spesa pubblica a volte innegabilmente assurde, «dalla guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica», ricorda lo studio di Impresalavoro. Senza contare le varie emergenze, dal terremoto in Emilia (2012) a quelli del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980), dall’alluvione in Liguria (2011) a quella di Firenze (1966).

«Questi numeri», commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del centro studi Impresalavoro, «dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia. Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l’incremento dell’Iva (dal 10% all’11,5% l’aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest’ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l’iva si applica anche sulle accise».