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Reddito pro capite: in 10 anni abbiamo perso 2.400 euro a testa. Siamo sotto la media UE e dell’Area euro.

Reddito pro capite: in 10 anni abbiamo perso 2.400 euro a testa. Siamo sotto la media UE e dell’Area euro.

Dal 2007 al 2017 gli italiani hanno perduto l’8,4% del loro reddito pro capite, un calo pari a 2.400 euro a cittadino. Dopo essere diminuito da 28.700 a 26.300 euro, questo è ormai scivolato al di sotto della media sia dell’Area euro (30.400 euro) sia dei Paesi dell’Unione Europea a 28 (27.700 euro). Negli ultimi dieci anni, peggio di noi in Europa hanno fatto solo Cipro (-8,6%) e Grecia (-23,3%) mentre nelle altre grandi economie il dato appare costante (+0% in Spagna) o addirittura in aumento: +1,2% in Portogallo, +2,9% in Francia, +3,2% nel Regno Unito, +10,6% in Germania e addirittura +36,9% in Irlanda.

Va comunque osservato come nel 2017 (ultimo anno rilevato) sia stato registrato un aumento del nostro reddito pro capite (+1,5%, pari a 400 euro), contenuto ma pur sempre superiore a quello ottenuto nello stesso periodo dal Regno Unito (+0,9%, pari a 300 euro) e dal Belgio (+1,5%, pari a 500 euro).

In termini assoluti nel 2017 il reddito pro capite degli italiani (26.300 euro) appare ancora superiore a quello degli spagnoli (24.500 euro), dei greci e dei portoghesi (17.400 euro) ma resta comunque di gran lunga inferiore a quello della maggior parte dei Paesi europei: Lussemburgo (81.800 euro), Irlanda (56.400 euro), Danimarca (46.500 euro), Svezia (43.000 euro), Paesi Bassi (40.700 euro), Austria (37.100 euro), Finlandia (35.700 euro) e Germania (35.500), Belgio (34.900 euro), Francia (32.300 euro) e Regno Unito (32.100 euro).

«I timidi segnali di ripresa non devono illuderci» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro. «La carenza di investimenti pubblici e le perduranti oppressioni fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia. A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese in fondo anche a questa classifica internazionale addolora e preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni».

Debiti PA: stock a 57 miliardi, in Europa siamo gli ultimi per tempi di pagamento (104 giorni di attesa)

Debiti PA: stock a 57 miliardi, in Europa siamo gli ultimi per tempi di pagamento (104 giorni di attesa)

I tempi di pagamento

L’ultima edizione dell’European Payment Report di Intrum Justitia rivela che in Italia il tempo medio di pagamento da parte del settore pubblico è salito nell’ultimo anno da 95 a 104 giorni. Questa situazione si ripercuote negativamente soprattutto sulle piccole e medie imprese, costrette come sono ad accettare termini di pagamento troppo lunghi e spesso imposti dalle imprese più grandi. Dopo un lieve calo dei tempi di pagamento registrato tra il 2015 e il 2016 (da 131 giorni a 95 giorni) soprattutto per merito della fatturazione elettronica, il dato ha ripreso nuovamente a salire nel 2017 facendo conquistare all’Italia il primato negativo in Europa. Il nostro valore attualmente supera infatti di 18 giorni quello del Portogallo e di ben 31 giorni quello della Grecia, che l’anno precedente guidava la classifica con 103 giorni. Resta inoltre più alto di 44 giorni rispetto al Belgio, di 48 giorni rispetto alla Spagna, di 49 giorni rispetto alla Francia, di 61 giorni rispetto all’Irlanda, di 71 giorni rispetto alla Germania e di 78 giorni rispetto al Regno Unito.

Lo stock di debiti della PA

Sono passati più di 4 anni dal 13 marzo 2014, quando l’ex premier Matteo Renzi promise in tv agli italiani che il 21 settembre di quell’anno avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario in occasione del proprio onomastico se il suo Governo non avesse pagato tutti i debiti che la Pubblica Amministrazione aveva contratto fino al 2013. Da allora la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. La relazione annuale presentata a fine maggio dalla Banca d’Italia certifica infatti che nel 2017 lo stock dei debiti accumulati dalla PA ammonta ancora a 57 miliardi di euro, appena 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Questo dato conferma quanto abbiamo denunciato a più riprese: i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo. Pertanto liquidare solo in parte con operazioni spot i debiti pregressi di per sé non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.

I costi per le imprese

Per l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, «ne consegue pertanto un dato gravissimo per tutte le imprese italiane coinvolte: questo ritardo sistematico è infatti costato loro la bellezza di 4,172 miliardi di euro, cifra generata dagli interessi passivi dovuti per anticipare il credito necessario a pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi. Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento il dato fornito da Bankitalia sullo stock complessivo e il costo medio del capitale (pari al 7,32% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti. L’attuale governo Conte è sostenuto da due forze politiche che su questo punto non hanno mai lesinato aspre critiche agli esecutivi Renzi e Gentiloni. In particolare ci aspettiamo che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Di Maio vorrà dare al più presto un seguito concreto agli impegni assunti in campagna elettorale».

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

di Massimo Blasoni

Pensioni: converrebbe passare dall’attuale sistema a ripartizione a un modello a capitalizzazione individuale? Con l’attuale sistema versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: Cassa Integrazione, indennità di malattia o invalidità.

Concentriamoci sulla quota di contributi che serve a pagare le nostre pensioni lasciando a parte la componente che serve a far fronte alle prestazioni assistenziali. Facciamo un esempio: ipotizziamo che questa parte sia pari a 10.000 euro annui versati per trentanni e con un rendimento del 3% superiore alle esigue rivalutazioni che oggi l’Inps ci riconosce. Accumuleremmo un montante di 490.000 euro, cioè il 40% in più di quello che oggi accantoniamo. Tradotto, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie ma con un assegno più ricco del 40%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto. Ovviamente il passaggio da un sistema all’altro sarebbe estremamente complesso ma non impossibile, soprattutto se avvenisse per gradi e con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e la previdenza integrativa.

D’altro canto il tema va affrontato con coraggio. Secondo l’Istat, nel 1974 la spesa pensionistica italiana era pari aff’8,15% del Pil e nel nostro Paese si erogavano 21,59 pensioni ogni 100 abitanti. Oggi spendiamo invece in assegni pensionistici il 16,3% del Pil e il numero di pensioni in rapporto ai cittadini è quasi raddoppiato, circa 38 ogni 100 abitanti.

Attualmente nessun altro Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza contro una media del 18,1%. Lo sbilancio annuale dell’Inps inoltre è diventato un’abitudine, così come il ciclico azzeramento del suo patrimonio e la conseguente ricapitalizzazione con i nostri denari. Il nostro sistema pensionistico è sostanzialmente collettivistico, così togliendo ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Un argomento che potrebbe essere confutato sul piano ideologico, se non fosse per un piccolo particolare: la realtà è lì a dimostrare che il modello italiano sta crollando sotto il peso della sua insostenibilità.

Occupazione: nel 2017 è aumentata del +1,2% rispetto all’anno precedente ma 59 province restano ancora sotto i livelli pre-crisi del 2007

Occupazione: nel 2017 è aumentata del +1,2% rispetto all’anno precedente ma 59 province restano ancora sotto i livelli pre-crisi del 2007

Dal 2016 al 2017 il numero degli occupati in Italia è passato da 22.757.838 a 23.022.959, con un aumento del +1,2% (265.121 unità) che non appare però distribuito in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Dall’analisi dei dati emerge che, rispetto all’anno precedente, nel 2017 l’occupazione è aumentata in 57 province mentre è diminuita in altre 42.

Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Istat, che ha preso in considerazione un totale di 99 province italiane (i dati di quelle create dopo il 2007 sono stati aggregati per rendere omogenei e confrontabili i valori: Barletta-Andria-Trani con Bari e Foggia; Fermo con Ascoli Piceno; Milano con Monza e Brianza; tutte le province della Sardegna).

In cima alla graduatoria delle province con il migliore saldo positivo si segnalano al Nord quelle di Milano con Monza e Brianza (+38.277), Brescia (+19.857), Venezia (+19.449) e Padova (+16.036). Nel Mezzogiorno si distinguono quelle di Caserta (+18.857) e Napoli (+17.801) mentre nel Centro la provincia di Roma registra il maggior aumento dell’occupazione (+36.224), davanti a quelle di Firenze (+14.988) e Latina (+10.279). Tra le province maggiori vanno segnalate anche le buone performance di Treviso (+11.181), Torino (+10.382), Trento (+5.361), Cosenza (+5.287), Verona (+3.818) e Catania (+3.306).

Viceversa, in fondo alla graduatoria spiccano due province del Nord con saldo fortemente negativo: Vicenza (-3.419) e Como (-3.005). Male anche Sondrio (-2.489), Mantova (-2.291), Imperia (-2.104), Rovigo (-2.007) e Genova (-1.865). Nel Meridione la performance peggiore è quella della provincia di Lecce (-5.178) mentre arretrano sensibilmente anche quele di Caltanissetta (-2.934), Potenza (-2.596), Benevento (-2.576) e Taranto (-1.752). Al Centro, infine, la graduatoria è chiusa dalla provincia di Ancona (-10.174), che registra dati peggiori a quelle di Lucca (-6.489), Frosinone (-4.027) e Grosseto (-2.981).

La ricerca di ImpresaLavoro analizza anche il saldo occupazionale dal 2007 al 2017. Solo in 40 province su 99 il livello occupazionale è tornato ai livelli pre-crisi del 2007. Negli altri 59 casi il dato del 2017 risulta invece ancora inferiore – a volte in modo sensibile – rispetto a quello di 10 anni prima.

La performance migliore è quella della provincia di Roma (con un saldo positivo di 225.746 unità rispetto al 2007), molto davanti a Milano con Monza e Brianza (+99.953), Firenze (+32.813), Venezia (+27.237) e Brescia (+26.962). Al Nord bene anche Bologna (+26.160), Bolzano (+25.248), Bergamo (+17.443), Trento (+14.752) e Verona (+11.515). Al Centro emergono i risultati delle province di Latina (+16.965), Pisa (+16.410) e Livorno (+7.891). Tra le province del Sud le uniche ad avere un saldo positivo rispetto al 2007 sono invece quelle di Caserta (+4.721), Pescara (+2.989), Matera (+1.055), Crotone (+702), Brindisi (+74) e Avellino (+24).

Nel Mezzogiorno abbondano semmai le province con un saldo occupazionale negativo rispetto agli anni pre-crisi. Particolarmente significativi i dati delle province di Palermo (-39.526), Barletta-Andria-Trani più Bari e Foggia (-38.607), Messina (-32.350), Cosenza (-26.849), Lecce (-25.891) e Napoli (-25.693). Appare molto negativa anche la performance delle province sarde aggregate, che perdono 43.734 posti di lavoro rispetto al 2007. E mentre al Nord le province con il peggiore saldo occupazionale sono quelle di Genova (-14.069), Udine (-11.627), Imperia (-10.705) e Rovigo (-10.018), al Centro spiccano invece in senso negativo quelle di Ancona (-14.089), Pesaro e Urbino (-10.718) e Frosinone (-9.495).

 

«L’incremento di 265mila lavoratori registrato alla fine dell’anno scorso rispetto al 2016 è un buon risultato che ci riporta ai valori pre-crisi» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «La crescita dell’occupazione in Italia tuttavia è poca cosa se paragonata a quella tedesca (+2milioni e 200mila unità), britannica (+1 milione e 600mila unità) e persino ungherese (+500mila). Per raggiungere i risultati di questi e altri Paesi occorre semplificare il nostro mercato del lavoro e incrementare le politiche attive per far crescere l’occupazione, puntando in particolar modo alla formazione permanente dei lavoratori».

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

di Massimo Blasoni*

Il rapporto tra Stato e cittadino non è sempre equilibrato, vale anche per gli imprenditori. Provate – ve lo sconsiglio – a non pagare le tasse. Sono, giustamente, guai seri. Quando però è lo Stato a dover saldare i propri fornitori, la musica cambia perché la Pubblica amministrazione paga quando vuole. Per le imprese il costo di questi ritardi supera i 4 miliardi all’anno. Vediamo perché.

Il Centro Intrum Justitia stima i tempi medi di pagamento dei fornitori delle Pubblica amministrazione in tutta Europa. Quest’anno ci troviamo tristemente ultimi in classifica e con una performance addirittura peggiore rispetto al 2017: ben 104 giorni di attesa, 9 in più dell’anno scorso. Facciamo peggio di Grecia e Portogallo, dove sono necessari 73 e 86 giorni per saldare il debito commerciale dello Stato, e sembriamo delle lumache rispetto a Germania (33 giorni) e Regno Unito (26 giorni).

Il dato non è puramente statistico ma purtroppo segnala l’ennesimo gravame sulle imprese italiane. Essere pagati in ritardo costringe ad anticipare per più tempo i propri crediti in banca. È ovvio: se per fornire la Pubblica amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere. Ogni anno questo costo. I dati da considerare sono sostanzialmente due: 7,32% cioè il costo medio dell’accesso al credito, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via. E 57 miliardi, ovverosia lo stock complessivo dei debiti della Pubblica amministrazione quantificato da Bankitalia per l’anno 2017. L’incrocio dei due dati consente di stimare in oltre 4 miliardi all’anno il costo che le nostre imprese sono così costrette a sostenere.

Per i suoi ritardi l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Dal 2013, in seguito al recepimento nel nostro ordinamento della direttiva comunitaria contro i ritardi di pagamento, i tempi non potrebbero superare di norma i 30 giorni. Va poi considerato che dover anticipare in banca per lungo tempo i crediti verso la Pubblica amministrazione riduce per le nostre aziende la capacità di ottenere affidamenti, rendendo così più complesso innovare e investire.

Competere con le imprese straniere è già difficile per motivi che vanno dal costo dell’energia alla burocrazia, alla lentezza della giustizia civile. Aggiungere a questo elenco il ritardo dei pagamenti delle Pubblica amministrazione certamente non aiuta. Vorremmo finalmente essere esentati dal pagamento di una sorta di tassa in più, grazie alla quale lo Stato si finanzia a spese degli imprenditori.

* imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

E la PA rallenta ancora i pagamenti. I debiti dello Stato verso le aziende sono costati 4,1 miliardi nel 2017.

E la PA rallenta ancora i pagamenti. I debiti dello Stato verso le aziende sono costati 4,1 miliardi nel 2017.

di Antonio Signorini

Cambiano maggioranze e governi, ma i ritardi nei pagamenti restano una costante della nostra pubblica amministrazione. Contro lo Stato cattivo pagatore si è mossa la Commissione europea (e l’allora vicepresidente Antonio Tajani), c’è una legge che stabilisce limiti di tempo precisi e poi le promesse degli ultimi due premier prima di Giuseppe Conte. Ma una soluzione al problema non sembra a portata di mano e il conto che pagano le imprese continua a salire: 4,1 miliardi di euro nel 2017, tanti sono gli interessi passivi pagati dalle aziende per compensare i crediti non incassati.

Il punto lo ha fatto il Centro studi ImpresaLavoro diretto dall’imprenditore friulano Massimo Blasoni con un’analisi basata sull’ultima edizione dell’European Payment Report di Intrum Justitia e sui dati di Bankitalia. Tra il 2015 e il 2016 c’era stato una lieve riduzione dei tempi dei pagamenti. Da 131 si era passati a 95 giorni tra la fattura emessa dall’impresa o dal professionista e il saldo da parte dell’ufficio pubblico interessato. «Il dato ha ripreso nuovamente a salire nel 2017 facendo conquistare all’Italia il primato negativo in Europa», spiega il centro studi.

Dai 95 del 2016 siamo tornati a 103 giorni medi. Il confronto con il resto dell’Europa è impietoso. Il nostro valore attualmente supera di 18 giorni quello del Portogallo e di ben 31 giorni quello della Grecia, che l’anno precedente guidava la classifica con 103 giorni. In Spagna la Pa paga i fornitori mediamente 48 giorni prima dello Stato italiano, 49 la Francia, 61 giorni l’Irlanda, 71 la Germania.

La prova che non ci sono stati cambiamenti rilevanti è data dallo stock dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Dal 2014, quando Renzi promise di mettere fine al fenomeno, non ci sono stati grandi progressi. Nel 2017 il complesso dei debiti accumulati dalla Pa ammonta ancora a 57 miliardi di euro, appena 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente.

«Questo dato conferma quanto abbiamo denunciato a più riprese», denuncia ImpresaLavoro. «I debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo». A pagare il conto per lo Stato cattivo pagatore sono ancora una volta le aziende. La conseguenza è «un dato gravissimo per tutte le imprese italiane», denuncia Blasoni. «Questo ritardo sistematico è infatti costato loro la bellezza di 4,172 miliardi di euro, cifra generata dagli interessi passivi dovuti per anticipare il credito necessario a pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi». Nel decreto Dignità è passata la proroga della compensazione tra debiti e crediti verso la Pa, grazie all’iniziativa di Simone Baldelli di Forza Italia. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha ricordato che è possibile chiedere di scorporare il pagamento dei debiti commerciali dai limiti del debito pubblico.

Blasoni chiede al governo di fare di più, visto che Lega e M5s sembravano sensibili al tema: «Ci aspettiamo che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Di Maio vorrà dare al più presto un seguito concreto agli impegni assunti in campagna elettorale».

La bolletta energetica delle famiglie è cresciuta dell’8,7% in 7 anni

La bolletta energetica delle famiglie è cresciuta dell’8,7% in 7 anni

Solo in sei Paesi europei si spende più che in Italia Pesano molto tasse e accise • Negli ultimi sette anni la bolletta dell’energia elettrica delle famiglie italiane è lievitata, confermandosi una delle più pesanti in Europa. Dal 2010 al 2017 il costo dell’energia per accendere gli elettrodomestici è cresciuto dell’8,7%. È il risultato di una ricerca del centro studi ImpresaLavoro, che ha elaborato i dati Eurostat.

Rispetto a sette anni fa, il prezzo dell’energia domestica è diminuito solo in otto paesi su 28 monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (- 19.9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo t-6,9%), Lituania (- 6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).

L’aumento dei prezzi non riguarda dunque solo l’Italia. Se si guarda alle grandi economie del continente, la bolletta è diventata più pesante in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%) e Spagna (+25,0%). Aumenti da record, invece, in Lettonia (+51,1%), Grecia {+48,7%), Belgio (+44,3%) e Portogallo (+38,9%).

Se l’incremento dei prezzi è stato più contenuto nel nostro Paese, rispetto ad altri, questo non significa che gli italiani paghino di meno rispetto agli altri cittadini europei. Il costo dell’energia a fini domestici in Italia, Infatti, è inferiore solo a quello di Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna.

Nello Stivale i prezzi sono passati da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.

Se invece la stessa famiglia si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe molto più elevato: la bolletta teutonica peserebbe infatti 300 euro in più. A rendere più salato il conto che devono pagare gli italiani sono soprattutto le tasse e le accise, che costituiscono da sole il 37% del prezzo finale. La loro incidenza risulta più elevata solo in Danimarea (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). II fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie c o n t i n e n t a l i : Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e Spagna (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007», osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di Impresa- Lavoro, «ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano. Tra poco è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero». Si tratterebbe questa, secondo Blasoni, «di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. Ciò al fine di ridurre al minimo la permanenza in questo tipo di servizio e scegliere quindi un nuovo fornitore. Un provvedimento poco chiaro che distorcerà il mercato e che inciderà ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane». La liberalizzazione totale del mercato doveva partire nel luglio 2019, ma la maggioranza ha votato a favore di un emendamento al decreto Milleproroghe che rinvia di un anno ìa fine dei prezzi di maggior tutela per l’energia elettrica e il gas. A far scattare lo slittamenti dei termini il ritardo nel processo di implementazione della riforma e i dubbi politici sulla necessità di chiudere d’ufficio l’era dei prezzi tutelati. Ancora due anni quindi di mercato a maggior tutela, dove le tariffe vengono stabilite ogni tre mesi dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico in base alle quotazioni internazionali degli idrocarburi.

Sette anni di guai tra imposte e rincari

Sette anni di guai tra imposte e rincari

di Luigi Frasca

Spesa: Tra 2010 e 2017 la bolletta degli italiani è aumentata di quasi il 9Il 37del prezzo finale è costituito da balzelli. Tariffe giù solo in 8 Paesi Ue • Dal 2010 al 2017 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,7% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Lo rivela una ricerca del Centro studi Impresa- Lavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Dall’analisi dei dati emerge come rispetto a sette anni or sono il prezzo dell’energia domestica sia diminuito in appena 8 dei 28 Paesi monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (-19,9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo (-6,9%), Lituania (-6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).

In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece aumentata, e anche in maniera consistente: +51,1% in Lettonia, +48,7% in Grecia, +44,3% in Belgio e +38,9% in Portogallo. Guardando alle grandi economie europee si osserva come l’onere sostenuto dalle famiglie sia cresciuto anche in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%), Spagna (+25,0%) e, come detto, Italia (+8,7%).

Nel nostro Paese il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è infatti passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.

A livello europeo solo in Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se invece la stessa famiglia italiana si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe più elevato: +300 euro. Quelli indicati sono costi comprensivi di tasse e accise, che nel nostro Paese costituiscono da sole il 37% del prezzo finale. La loro incidenza risulta peraltro più elevata in Danimarca (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). Il fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie continentali: Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e S p a g n a (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1° luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Dal 1° luglio 2019, a meno di ulteriori rinvii da parte del nuovo governo, è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto «servizio di salvaguardia» che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela.

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Dal 2010 al 2017 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,7% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.
Dall’analisi dei dati emerge come rispetto a sette anni or sono il prezzo dell’energia domestica sia diminuito in appena 8 dei 28 Paesi monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (-19,9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo (-6,9%), Lituania (-6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).
In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece aumentata, e anche in maniera consistente: +51,1% in Lettonia, +48,7% in Grecia, +44,3% in Belgio e +38,9% in Portogallo. Guardando alle grandi economie europee si osserva come l’onere sostenuto dalle famiglie sia cresciuto anche in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%), Spagna (+25,0%) e, come detto, Italia (+8,7%).

Nel nostro Paese il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è infatti passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.
A livello europeo solo in Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se invece la stessa famiglia italiana si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe più elevato: +300 euro.

Quelli indicati sono costi comprensivi di tasse e accise, che nel nostro Paese costituiscono da sole il 37,0% del prezzo finale. La loro incidenza risulta peraltro più elevata in Danimarca (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). Il fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie continentali: Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e Spagna (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Dal 1° luglio 2019, a meno di ulteriori rinvii da parte del nuovo governo, è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. Ciò al fine di ridurre al minimo la permanenza in questo tipo di servizio e scegliere quindi un nuovo fornitore. Un provvedimento poco chiaro che distorcerà il mercato e che inciderà ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane».

Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Tra il 2010 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia è aumentata solamente dello 0,14% medio annuo, il dato peggiore in assoluto dopo quello della Grecia (-1,09%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati Ocse contenuti nel report Compendium of productivity indicators 2018.

Va detto che in questo periodo di tempo la crescita della produttività del lavoro, misurata come Pil per ora lavorata, è stata debole in Italia così come in molti altri Paesi europei. Incrementi superiori al 2% medio annuo si sono registrati solamente in Lituania (2,03%), Slovacchia (2,12%), Polonia (2,23%), Lettonia (2,73%) e Irlanda (6,12%). Nel Regno Unito la crescita del Pil per ora lavorata è stata solamente dello 0,23% medio annuo, in Francia dello 0,84%, in Spagna dell’1,03% e in Germania dell’1,04%.

Dal 2001 al 2007 l’Italia era addirittura ultima in questa particolare classifica con una flessione pari a -0,01% medio annuo, l’unico segno meno tra tutti i Paesi considerati. Il Pil per ora lavorata cresceva invece molto di più in Lettonia (8,14% medio annuo), Lituania (6,36%) ed Estonia (6,01%). Sotto all’1,5% invece la Germania (1,33% medio annuo), la Francia (1,21%) e la Spagna (0,49%).

I Paesi che hanno quindi perso più posizioni tra la classifica del 2001-2007 e quella del 2010-2016 sono l’Ungheria (-15 posizioni) e la Grecia (-13), seguite a ruota dal Regno Unito (-10). Hanno invece scalato la classifica la Spagna (+15 posizioni), la Germania (+12) e la Francia (+7). L’Italia è invece salita di una sola posizione, più precisamente dall’ultimo al penultimo posto.

Nel Regno Unito, così come in Italia e Spagna, la crescita del Pil per ora lavorata negli ultimi anni è stata sostenuta principalmente dall’aumento dell’occupazione. Basti pensare che nell’ultimo quinquennio l’incremento di posti di lavoro in attività con produttività inferiore alla media è stato da 2 a 4 volte più alto di quello in comparti con produttività superiore alla media.

In molti Paesi europei la produttività stenta quindi a decollare. Tra le determinanti si annovera ad esempio la bassa quota di investimenti in prodotti di proprietà intellettuale. Nel 2016 (ultimo dato disponibile) in Italia quest’ultimi erano pari solamente al 16,6% del totale mentre in Danimarca e Svezia erano superiori al 26% e in Irlanda oltrepassavano addirittura il 56%. Sempre nello stesso anno in Francia si investiva per questa voce una quota pari al 24,3% del totale, in Regno Unito il 19%. In fondo alla classifica Lettonia, Polonia e Slovacchia con valori di poco superiori al 7%.

Per quanto riguarda invece gli investimenti in attività di Ricerca e Sviluppo, altra importante determinante della crescita della produttività, l’Irlanda nel 2016 contava investimenti per questa voce pari al 38,7% del totale, contro il 3% di alcuni Paesi dell’Est Europa, il 7,3% dell’Italia, l’8,2% della Grecia e il 9,8% del Regno Unito. La Svezia (18,1%) si situava al secondo posto in classifica, sebbene con 20 punti percentuali di distacco rispetto all’Irlanda. A seguire Danimarca (14,8%) e Germania (13,8).

«Se durante gli anni Novanta la produttività in Italia cresceva a un tasso medio annuo paragonabile a quello delle principali economie europee, nel decennio successivo è cresciuta di meno con una contrazione ulteriore a partire dal 2008» spiega Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I motivi di questa scarsa crescita sono legati alla formazione, all’innovazione tecnologica ma anche all’intensità dell’impegno al lavoro. Non vanno inoltre dimenticati i rapporti economici non sempre limpidi tra Stato e sistema produttivo. Talvolta l’aiuto statale si è rivelato più un salvagente di situazioni di per sé già critiche che un incentivo all’innovazione o alla crescita dimensionale».