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Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+975mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-846mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+975mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-846mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri hanno “sostituito” quelli italiani. E’ questo il principale risultato di una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su dati Istat.

Nel 2017 sono stati finalmente recuperati i posti di lavoro persi durante la crisi economica con un aumento rispetto al 2007 di 128.543 unità, passando quindi dai 22.894.416 occupati del 2007 ai 23.022.959 del 2017. Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, quindi tra italiani e stranieri (UE ed extra UE), emerge però un effetto “sostituzione”: gli occupati stranieri sono infatti aumentati da 1.447.422 a 2.422.864 (+975.442 unità, +67,4%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.446.994 a 20.600.095 (-846.899 unità, -3,9%). L’occupazione straniera negli anni della crisi ha quindi “sostituito” quella italiana, consentendo al numero totale di occupati di crescere nuovamente al di sopra dei livelli del 2007. Un ulteriore apporto di cittadini stranieri potrebbe quindi anche rendere più complessa la situazione occupazionale dei cittadini nazionali.

Considerando tra tutti i cittadini stranieri solamente quelli extra UE emerge una questione altrettanto significativa: l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. Secondo i dati Eurostat 2017, il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (68,1%) sia dell’area Euro (67,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,3%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%).

Guardando invece solamente alla percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola verso l’alto, dal penultimo al quattordicesimo posto: il nostro 59,1% risulta infatti largamente superiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (54,6%) sia dell’area Euro (53,5%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri quattro Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta di Romania (-6,3 punti percentuali), Slovacchia (-6,1), Polonia (-2,7) e Repubblica Ceca (-0,8). Un dato che stride con la media sia dell’Unione a 28 membri (+13,5 punti percentuali) sia dell’area Euro (+13,6). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Spagna (+5,7), Irlanda (+6,1), Regno Unito (+13,2), Francia (+20,6), Germania (+25) e Paesi Bassi (+26,7).

«Ciò che veramente stupisce è che il recupero del livello occupazionale precedente la crisi sia imputabile solamente ai lavoratori stranieri, mentre gli occupati italiani sono ancora inferiori al livello di dieci anni fa» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Ed è anche sorprendente riscontrare che il tasso d’occupazione dei residenti extra Ue sia superiore a quello dei nostri connazionali. Queste anomalie, almeno in parte, dipendono dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Le nostre banche hanno triplicato l’esposizione sui Btp

Le nostre banche hanno triplicato l’esposizione sui Btp

Dal 2007 al 2017 le banche italiane hanno visto crescere i propri depositi di 1.023,4 miliardi (+67%), ma solo 266,7 miliardi (+19%) sono serviti a finanziare famiglie e imprese, mentre 532,8 miliardi (+202%) sono stati usati per triplicare l’esposizione in titoli di Stato. A rivelarlo è una ricerca del centro studi Impresalavoro, realizzata elaborando i dati ottenuti del Sistema europeo delle Banche centrali.
L’Italia si colloca ai primi posti della classifica dei Paesi che negli ultimi dieci anni hanno visto incrementare maggiormente lo stock dei depositi dei propri istituti bancari: da 1.531,4 a 2.554,9 miliardi. Il discorso cambia per quanto riguarda invece l’impiego di tali risorse per prestiti a famiglie e imprese: in questo caso l’Italia si ferma nella seconda metà della classifica, con una crescita del 19%. Nello stesso periodo i prestiti bancari sono invece saliti del 28% in Belgio (+78 miliardi), del 44% in Francia (+727,1 miliardi) e del 65% in Finlandia (+82,7 miliardi).
Nel nostro Paese il Qantitave easing voluto dalla Banca centrale europea ha paradossalmente ristretto l’accesso al credito. Nei primi due anni (dal 2015 al 2017) i prestiti bancari sono diminuiti del 3% a fronte di una crescita in gran parte del resto d’Europa: +6% in Germania (pari a 154,8 miliardi), +8% in Francia (pari a 183 miliardi) e +13% in Belgio (pari a 41,2 miliardi).
Ad aumentare negli attivi dei bilanci bancari italiani è stato semmai l’impiego in titoli di Stato e obbligazionari, triplicati nell’ultimo decennio con un aumento di 532,8 miliardi (+202%). Si tratta di una crescita record, senza uguali nell’Eurozona, a cui si avvicinano solamente quelle dei sistemi portoghese (51,4 miliardi, +176%) e spagnolo (266,9 miliardi, +130%).
«Questi dati confermano la radicale trasformazione del modello di business delle nostre banche rispetto ai livelli pre crisi, al quale è corrisposto un ricorso ben maggiore all’acquisto di titoli di Stato e obbligazionari rispetto agli impieghi a favore di quanti si impegnano ogni giorno a tenere in piedi i bilanci delle proprie aziende e famiglie», ha detto Massimo Blasoni, presidente del centro studi Impresalavoro. «Nemmeno nei mesi del Quantitative easing – strumento che volge ormai al suo termine e che nelle intenzioni del presidente della Bce Mario Draghi doveva assicurare favorevoli condizioni di finanziamento per famiglie e imprese si è potuta apprezzare una, ripresa dei volumi di credito all’economia reale: da allora questi prestiti sono infatti paradossalmente diminuiti del 3% e al tempo stesso è aumentata invece l’esposizione delle banche italiane al debito pubblico. Un’altra preziosa occasione è andata sprecata».

Banche: in 10 anni triplicata l’esposizione in titoli di Stato. QE inefficace: prestiti a famiglie e imprese in calo del 3%

Banche: in 10 anni triplicata l’esposizione in titoli di Stato. QE inefficace: prestiti a famiglie e imprese in calo del 3%

Nel corso della crisi dell’ultimo decennio le banche italiane hanno visto crescere i propri depositi del 67% per un controvalore di 1.023,4 miliardi di euro, ma di questi solo poco più di un quarto (266,7 miliardi, +19% nel periodo) è servita a finanziare famiglie e imprese mentre una quota ben maggiore è stata utilizzata per triplicare l’esposizione in titoli di Stato (cresciuta di 532,8 miliardi, +202%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione dei dati del Sistema europeo delle Banche centrali.

L’Italia si colloca ai primi posti della classifica dei Paesi che nel periodo 2007-2017 hanno visto incrementare maggiormente lo stock dei depositi dei propri istituti bancari: da 1.531,4 a 2.554,9 miliardi di euro, in parte accumulati nei primi anni della crisi e in parte anche dopo l’inizio del Quantitative Easing. Nello stesso periodo i depositi degli istituti francesi sono invece cresciuti del 54% mentre quelli degli istituti tedeschi e spagnoli soltanto del 13%.

Il discorso cambia per quanto riguarda invece l’impiego di tali risorse per prestiti bancari a famiglie e imprese: in questo caso l’Italia si colloca nella seconda metà della classifica, con una crescita del 19%, pari a +266,7 miliardi. Nello stesso periodo i prestiti bancari sono invece saliti del 28% in Belgio (+78 miliardi), del 44% in Francia (+727,1 miliardi) e addirittura del 65% in Finlandia (+82,7 miliardi).

Lo strumento del Quantitative Easing adottato dalla BCE ha invece paradossalmente ristretto l’accesso al credito in Italia: nei suoi primi due anni di applicazione (marzo 2015 – marzo 2017) i prestiti bancari a famiglie e imprese sono infatti diminuiti del 3% (-49,3 miliardi) a fronte di una crescita in gran parte del resto d’Europa: +6% in Germania (pari a 154,8 miliardi), +8% in Francia (pari a 183 miliardi) e +13% in Belgio (pari a 41,2 miliardi).

Ad aumentare negli attivi dei bilanci bancari italiani è stato semmai l’impiego in titoli di Stato e obbligazionari, triplicati nell’ultimo decennio con un aumento di 532,8 miliardi (+202%). Si tratta di una crescita record, senza uguali nell’Eurosistema, a cui si avvicina solamente quelle dei sistemi portoghese (51,4 miliardi, +176%) e spagnolo (266,9 miliardi, +130%).

«Questi dati confermano la radicale trasformazione del modello di business delle nostre banche rispetto ai livelli pre-crisi, al quale è corrisposto un ricorso ben maggiore all’acquisto di titoli di Stato e obbligazionari rispetto agli impieghi a favore di quanti s’impegnano ogni giorno a tenere in piedi i bilanci delle proprie aziende e famiglie» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro. «Nemmeno nei mesi del Quantitative Easing – strumento che volge ormai al suo termine e che nelle intenzioni del Presidente BCE Mario Draghi doveva assicurare favorevoli condizioni di finanziamento per famiglie e imprese – si è potuta apprezzare una ripresa dei volumi di credito all’economia reale: da allora questi prestiti sono infatti paradossalmente diminuiti del 3% e al tempo stesso è aumentata invece l’esposizione delle banche italiane al debito pubblico. Un’altra preziosa occasione è andata sprecata».

Pil: Italia ancora sotto il livello di dieci anni fa

Pil: Italia ancora sotto il livello di dieci anni fa

Secondo le elaborazioni del centro studi ImpresaLavoro su dati Ocse, l’Italia è uno tra i pochissimi Paesi dell’Unione Europea – tra quelli monitorati dall’Ocse – a non aver ancora recuperato il livello di Pil pre-crisi. Ossia, fatto 100 il Pil reale registrato nell’ultimo trimestre del 2007, quello italiano è attualmente pari al 95,3% (-4,7 punti percentuali).

Solamente Grecia (74,9%), Finlandia (97,9%) e Portogallo (98,7%) fanno compagnia all’Italia e non sono quindi ancora riuscite a recuperare il livello di Prodotto Interno Lordo precedente al terremoto finanziario del 2008.

I primi Paesi a recuperare il livello di Pil pre-crisi sono stati il Belgio e la Svezia nel 2010. Francia, Germania, Austria e Repubblica Slovacca sono “emerse” nel 2011. Nel 2012 è stato il turno del Lussemburgo e nel 2013 quello del Regno Unito. Il 2014 è stato l’anno in cui la maggior parte dei Paesi esaminati è riuscita a raggiungere questo target, si tratta di Repubblica Ceca, Danimarca, Ungheria, Irlanda, Olanda e Lituania. Estonia e Slovenia hanno invece dovuto aspettare il 2016, mentre Spagna e Lettonia addirittura fino al 2017. Discorso a parte merita la Polonia, che dal 2007 ad oggi ha registrato una crescita straordinaria e il suo Pil è l’unico tra quelli esaminati a non essere mai sceso sotto i livelli di dieci anni prima.

Pochissimi sono dunque i Paesi che mancano all’appello. Finlandia e Portogallo sono però molto vicini al raggiungimento del livello pre-crisi – devono recuperare solamente tra l’uno e i due punti percentuali- mentre l’Italia con il suo 95,3% attuale può “vantare” una performance migliore solamente di quella registrata dalla Grecia, il cui Pil è addirittura inferiore di 25 punti percentuali rispetto al livello del 2007.

«Ci aspetta dunque una strada ancora in salita – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro – ma quanto lunga? Dipenderà, naturalmente, dal tasso di crescita del nostro Pil nel prossimo futuro. Con una crescita annua dell’1,5%, come quella del 2017, l’Italia dovrà aspettare fino al 2021. Il nostro tasso di crescita dell’anno scorso però è stato pesantemente influenzato da condizioni dello scenario internazionale molto favorevoli, che difficilmente si ripeteranno nell’anno in corso. Con una crescita media annua inferiore, pari ad esempio all’1%, l’economia italiana tornerebbe ai livelli pre-crisi solamente nel 2023».

La previdenza integrativa salverà le pensioni

La previdenza integrativa salverà le pensioni

di Massimo Blasoni

Il superamento della Riforma Fornero è stato forse l’unico punto in comune tra i programmi elettorali della Lega e del Movimento 5 Stelle. Si tratta di un obiettivo non facile ma necessario: la stessa Ocse ci ricorda infatti che – tenuto conto del coefficiente di trasformazione legato all’aspettativa di vita media – un giovane italiano che inizi oggi a lavorare potrà andare in pensione solo dopo i 71 anni e a condizione che in tutto il suo percorso professionale non si siano registrati vuoti contributivi. La difficile sostenibilità del nostro sistema previdenziale è dovuta al basso tasso di occupazione: la percentuale di lavoratori sul totale degli italiani tra i 15 e i 64 anni è infatti di appena il 58%, dieci punti sotto la media europea e addirittura venti rispetto al dato tedesco. Anche a non voler considerare la spesa assistenziale, tra contributi versati e pensioni erogate dobbiamo così far fronte ogni anno a uno sbilancio di oltre 21 miliardi. L’incidenza della spesa pensionistica sul nostro Prodotto Interno Lordo è nel frattempo salita al 16,5% (la più alta in Europa, dopo quella della Grecia) mentre Germania e il Regno Unito non vanno oltre l’11%.

I motivi dell’elevata spesa pensionistica sono noti. Si è elargito troppo allegramente in passato quando, con il metodo retributivo, l’assegno percepito non era proporzionale all’ammontare dei contributi versati. Di qui un debito implicito – quello che lo Stato deve per le future pensioni – ben più gravoso del già pesante debito pubblico. Resta da capire quali possono essere le soluzioni, dal momento che la Consulta non ha ammesso l’ipotesi di un ricalcolo retroattivo, sulla base del metodo contributivo, degli assegni più alti.

In questo contesto non restano che due ambiti in cui poter agire. Il primo e più rilevante è quello della crescita: solo incentivando l’occupazione (e dunque l’ammontare dei versamenti contributivi) si può ridurre il disavanzo annuale del nostro sistema e attenuare le rigidità imposte dalla Riforma Fornero. Per ottenere questo risultato sono però necessarie liberalizzazioni, privatizzazioni e una forte riduzione del perimetro di attività dello Stato. L’altro ambito è invece quello dell’incremento della previdenza integrativa gestita direttamente dai cittadini: deve infatti maturare la consapevolezza che non è frutto di un ordine necessario che i denari delle nostre pensioni vengano totalmente e obbligatoriamente gestiti (male) dallo Stato. A ben vedere, dunque, le soluzioni non sono due ma soltanto una: quella liberale. Si tratta di applicarla.

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

di Massimo Blasoni – Italia Oggi

Ridurre le tasse è ormai il mantra del programma elettorale di ogni partito. Un obiettivo ovviamente lodevole, quantunque non sempre siano esplicitamente evidenziate le coperture per la sua attuazione. Di più, se la ripresa del Paese non può che essere conseguenza dello sviluppo delle nostre aziende va condiviso l’obiettivo di agire innanzitutto sulle imprese. Negli Stati Uniti ad esempio Trump ha ridotto dal 35% al 21% la corporate tax e meglio ancora si è fatto nel Regno Unito dove da aprile 2017 si è abbassata l’imposta sul reddito d’impresa al 19%. Occorre però chiedersi se l’obiettivo di ridurre imposte e gabelle sulle imprese si possa conseguire anche indirettamente e promuovendo ancor più crescita e investimenti. Diciamolo semplicemente, ridurre l’Ires incrementando gli utili d’impresa non ha come conseguenza necessaria che quelle risorse vengano poi reinvestite in azienda o con altri acquisti. Non è improbabile che nel clima attuale, ancora di incertezza, la destinazione di parte rilevante di quegli importi potrebbe essere il risparmio. Quest’ultimo è virtuoso ma di certo non genera sviluppo. Secondo Banca d’Italia ci sono mille miliardi parcheggiati sui conti correnti degli italiani. Forse sarebbe meglio incrementare i super ammortamenti per gli investimenti fatti in azienda, allargando lo spettro di quelli attualmente ammessi.
La misura, parte del programma Industria 4.0, sta ottenendo importanti risultati ma potrebbe essere resa molto più vantaggiosa. Se si aumentano gli ammortamenti si riduce l’imposizione fiscale ma questo beneficio si ottiene solo a patto di investire con conseguenti sviluppo e innovazione. Un’ultima considerazione. L’edilizia in Italia è il comparto che più ha sofferto la crisi economica con una contrazione del 32% della produzione dal 2010 ad oggi. Consentire il super ammortamento anche degli investimenti in questo settore -quindi sull’acquisto di immobili- rappresenterebbe un eccezionale volano. Meno tasse sì, ma anche più investimenti.

La serenità dei negozi dipende dalle vendite e non dalle chiusure festive

La serenità dei negozi dipende dalle vendite e non dalle chiusure festive

di Massimo Blasoni – Libero

La liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, introdotta da uno dei decreti Bersani del 1998, è un elemento di modernità che va difeso e ulteriormente ampliato. Ce lo impone il buon senso, vista la perdurante crisi nel settore della vendita al dettaglio che ha registrato in ogni città il sensibile aumento del numero dei negozi sfitti e delle serrande abbassate. Luigi Di Maio ha invece recentemente proposto di dimezzare per legge i giorni festivi nei quali questi possono restare aperti. Vorrebbe in tal modo consentire il riposo alle famiglie dei loro proprietari e dipendenti («Negozi chiusi durante le feste, famiglie più felici»), senza rendersi conto che la loro serenità dipende innanzitutto dal reddito che riescono a portare a casa. Il leader 5 Stelle si fa purtroppo interprete di un Paese bloccato, ricurvo sul proprio ombelico, con un’economia in declino mentre il resto del mondo ha da tempo ripreso a correre. E pensare che per la Costituzione siamo una Repubblica fondata sul lavoro! Lasciamo al libero mercato stabilire l’opportunità o meno di alzare la serranda, senza perniciosi dirigismi. D’altronde chi percepisce uno stipendio pubblico e garantito non comprende appieno le esigenze di chi conduce un’impresa privata, esposta per definizione al rischio di chiusura. Di Maio tralascia poi di considerare che durante le feste lavorano abitualmente quasi cinque milioni di lavoratori dipendenti e autonomi: vorrebbe lasciar riposare anche tutti quanti sono impiegati ad esempio nei settori del trasporto, della ristorazione, dell’informazione, dell’entertainment, della sicurezza e dell’assistenza sanitaria?

Che peraltro l’Italia non sia un Paese a misura di consumatori lo certifica la Commissione europea nel suo “Quadro di valutazione dei mercati al consumo”. Il responso che ci consegna è desolante: «Rispetto alla media comunitaria le performance di tutti i componenti dell’indice di fiducia sono negativi». Se poi scorriamo la classifica europea che questa ha stilato seguendo l’indice Mpi (uno speciale indicatore di fiducia del consumatore, loro aspettative, la varietà e la possibilità di scelta) scopriamo che l’Italia si colloca al quintultimo posto per percezione di efficienza dei mercati di consumo. A questo si aggiunga che Istat certifica come lo scorso ottobre le vendite al dettaglio siano diminuite del 2,1% in valore e del 2,9% in volume rispetto allo stesso mese del 2016.

Ecco perché, per risollevare il commercio e reggere la concorrenza h24 dei giganti del web (Amazon in primis), una componente essenziale di una strategia vincente deve essere quella di favorire al massimo l’ingresso dei consumatori nei negozi, proprio quando hanno più tempo libero a disposizione. Apriamoci al mercato ed evitiamo di continuare a farci la festa. Non ce lo possiamo permettere.

L’Italia è il Paese oppresso dal peggior sistema fiscale e burocratico

L’Italia è il Paese oppresso dal peggior sistema fiscale e burocratico

di Vittorio Pezzuto – Italia Oggi

Siamo un Paese oppresso dal peggior sistema fiscale e burocratico delle 29 economie europee: lo dimostra l’Indice della Libertà Fiscale, monitoraggio comparato realizzato per il terzo anno consecutivo dal Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione dei dati Eurostat e Doing Business (Banca Mondiale). Muovendo da sette diversi indicatori – ognuno dei quali analizza un aspetto specifico della questione fiscale – è stato infatti ottenuto un risultato che suona come un’ennesima bocciatura per l’Italia, dal momento che anche quest’anno si colloca con appena 40 punti all’ultimo posto nella classifica finale (guidata nell’ordine da Irlanda, Estonia e Svizzera).

Il nostro Paese registra cattive performance nelle specifiche graduatorie relative al numero delle procedure (Svezia prima, Italia 24esima) e al numero delle ore (Estonia prima, Italia 23esima) necessarie a pagare le tasse, al Total Tax Rate sulle imprese (Lussemburgo primo, Italia 20esima), al costo in termini di personale impiegato per le procedure burocratiche sostenute per essere in regola con il fisco (Estonia prima, Italia 28esima), alla pressione fiscale in rapporto al Prodotto Interno Lordo (Irlanda prima, Italia 23esima), alla differenza della pressione fiscale in rapporto al PIL maturata dal 2000 al 2015 (Irlanda prima, Italia 25esima) e infine alla pressione fiscale sulle famiglie, intesa come la percentuale di tasse sul reddito familiare lordo che paga un nucleo tipo di due genitori che lavorano con due figli a carico (Estonia prima, Italia 25esima).

Per elaborare queste classifiche i ricercatori di ImpresaLavoro hanno di volta in volta attribuito il punteggio massimo al Paese con la migliore performance, riservando poi alle altre economie un punteggio secondo il meccanismo della proporzionalità inversa: più un Paese si allontana dal miglior competitor e meno punti riceve. In tal modo la somma dei singoli indicatori restituisce, per ogni economia esaminata, il tasso di libertà fiscale elaborato su base 100. Più alto è il valore ottenuto da uno Stato (più vicino a 100), più i suoi cittadini sono liberi dal punto di vista fiscale. Il ranking che ne deriva divide così le economie europee in quattro macro aree: Paesi fiscalmente molto liberi (oltre 70 punti su 100), Paesi fiscalmente liberi (tra 60 e 69 punti), Paesi fiscalmente non del tutto liberi (tra 50 e 59 punti) e Paesi fiscalmente oppressi (sotto i 50 punti).

«L’ultimo posto dell’Italia nell’Indice della Libertà fiscale – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – fotografa un’Italia prigioniera delle tasse, ostile agli investimenti e allo sviluppo delle imprese. Il peso delle imposte su Pil è passato dal 18% del periodo postbellico al 24% degli anni ’70 fino all’attuale e insostenibile 43%. Paghiamo una pletora infinita di tasse e di tasse sulle tasse perché, dopo aver subito il prelievo sul nostro reddito da lavoro, quando compriamo casa o depositiamo i nostri risparmi veniamo sottoposti a ulteriori gabelle. Negli ultimi cinque anni le tasse sul risparmio e sugli immobili sono cresciute rispettivamente di 8 e 10 miliardi, mentre l’elevatissimo cuneo fiscale resta un enorme macigno alla ripresa dell’occupazione. Pagare le tasse è anche laborioso e rappresenta un onere ulteriore per le imprese. Siamo infatti tra i Paesi con il maggior numero di adempimenti fiscali e il tempo richiesto da questo eccesso di burocrazia è un ulteriore onere per il già vessato sistema delle imprese. Occorre ridurre il perimetro dello Stato, dunque la spesa improduttiva, e costruire un Paese fiscalmente meno vessato e più enterpreneur-friendly, pena il vanificarsi della già debole ripresa».

Per stare in piedi l’Inps dovrà vendere gli immobili

Per stare in piedi l’Inps dovrà vendere gli immobili

di Massimo Blasoni – La Verità

Ogni anno le casse pubbliche devono ripianare in deficit e ricorrendo alle tasse la differenza di circa 88 miliardi tra i contributi versati dai lavoratori e gli assegni previdenziali effettivamente erogati, inclusa la spesa assistenziale. A sostenerlo non sono dei profeti di sventura mossi da animosità politica ma il “Rapporto sull’invecchiamento” pubblicato recentemente dalla Commissione europea e debitamente sottoscritto dal nostro Ministero dell’Economia. Non si riesce quindi a comprendere sulla base di quale ragionamento lo stesso ministro Padoan e diversi altri esponenti di governo abbiano voluto a più riprese rassicurarci sostenendo che «il sistema è in equilibrio». Non lo è affatto, e rischia semmai di divenire in breve tempo letteralmente insostenibile per le tasche degli italiani.

A salvarci dal baratro non servirà nemmeno la rigorosa applicazione del severo lascito dal governo Monti: quel meccanismo di innalzamento progressivo dell’età pensionabile, legato all’aspettativa di vita media della popolazione, che alla lunga rischia di produrre effetti perversi. Per essere sostenibile finanziariamente, la riforma Fornero si fondava infatti su due presupposti che purtroppo non si sono finora verificati: una crescita costante del nostro Pil di almeno l’1,5% all’anno e un significativo aumento del tasso di occupazione (cioè del numero degli italiani concretamente al lavoro) che da molti anni ristagna attorno a un misero 58%, dieci punti sotto la media europea.

A tutto questo si aggiunga una gestione certo non brillante dell’INPS, con i suoi bilanci in profondo rosso anche perché appesantiti da oltre 100 miliardi di contributi non riscossi (una situazione paragonabile ai non performing loans che hanno messo in crisi le nostre banche). Forse sarebbe possibile la dismissione di almeno una parte degli immobili di proprietà dell’ente, valutati più di 3 miliardi e acquistati in anni in cui le scelte erano fondamentalmente politiche. Le alienazioni non si fanno però sia a causa dell’asfittico mercato immobiliare sia perché molti di quei 25mila immobili sono stati locati a fitti sin troppo vantaggiosi.

A pagare il conto salatissimo di questa situazione saranno i soggetti meno tutelati dalla politica e dai sindacati: quei giovani che già adesso devono accollarsi il prezzo del sistema retributivo applicato in passato in maniera troppo generosa. Tra lavori discontinui (e quindi versamenti contributivi intermittenti) e ritardato ingresso nel mondo del lavoro i neoassunti finiranno per dover lavorare ben oltre i 70 anni.

Una considerazione conclusiva: non è frutto di un ordine necessario che debba essere lo Stato a gestire i nostri contributi obbligatori. Sarebbe forse preferibile che ci fosse data la possibilità di decidere liberamente dove investirli, optando tra soggetti pubblici e privati in concorrenza tra loro. Passare da un sistema a ripartizione a uno a capitalizzazione rappresenta un passaggio complesso ma a ben vedere non impossibile.

Indice della Libertà Fiscale, l’Italia resta ultima in Europa

Indice della Libertà Fiscale, l’Italia resta ultima in Europa

Per il terzo anno consecutivo il Centro studi ImpresaLavoro ha elaborato l’Indice della Libertà Fiscale, analisi comparata di 29 economie europee che consente di monitorare efficacemente la questione fiscale in pressoché tutti i Paesi che compongono il nostro continente geografico. Elaborando i dati Eurostat e Doing Business (Banca Mondiale) è stato così possibile far emergere anche le differenze tra chi sta dentro il sistema dell’Unione Europea e chi sta fuori, tra i Paesi che hanno adottato l’euro e quelli che, invece, hanno scelto di mantenere la propria autonomia monetaria.

L’Indice della Libertà Fiscale è stato realizzato muovendo da sette diversi indicatori, ognuno dei quali analizza e monitora un aspetto specifico della questione fiscale. Il Paese migliore in un determinato indicatore riceve il punteggio massimo attribuito a quel settore. Alle altre economie viene attribuito un punteggio secondo il meccanismo della proporzionalità inversa: più un Paese si allontana dal migliore, meno punti riceve.

La somma dei singoli indicatori restituisce, per ogni economia esaminata, il tasso di libertà fiscale elaborato su base 100. Più alto è il valore ottenuto da uno Stato (più vicino a 100), più i suoi cittadini sono liberi dal punto di vista fiscale. Il ranking che ne deriva divide i paesi in quattro macro aree: Paesi fiscalmente molto liberi (oltre 70 punti su 100), Paesi fiscalmente liberi (tra 60 e 69 punti), Paesi fiscalmente non del tutto liberi (tra 50 e 59 punti), e Paesi fiscalmente oppressi (sotto i 50 punti).

Il risultato così ottenuto suona come un’ennesima bocciatura per l’Italia, dal momento che anche quest’anno si colloca con appena 40 punti all’ultimo posto nella classifica finale (guidata nell’ordine da Irlanda, Estonia e Svizzera). Il nostro Paese si conferma fiscalmente oppresso e registra cattive performance nelle classifiche relative a ciascun indicatore analizzato: numero delle procedure (Svezia prima, Italia 24esima) e il numero delle ore (Estonia prima, Italia 23esima) necessarie a pagare le tasse, Total Tax Rate sulle imprese (Lussemburgo primo, Italia 20esima), costo in termini di personale impiegato per le procedure burocratiche sostenute per essere in regola con il fisco (Estonia prima, Italia 28esima), pressione fiscale in rapporto al Prodotto Interno Lordo (Irlanda prima, Italia 23esima), differenza della pressione fiscale in rapporto al PIL maturata dal 2000 al 2015 (Irlanda prima e Italia 25esima) e infine pressione fiscale sulle famiglie, intesa come la percentuale di tasse sul reddito familiare lordo che paga un nucleo tipo di due genitori che lavorano con due figli a carico (Estonia prima, Italia 25esima).

«L’ultimo posto dell’Italia nell’Indice della Libertà fiscale – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – fotografa un’Italia prigioniera delle tasse, ostile agli investimenti e allo sviluppo delle imprese. Il peso delle imposte su Pil è passato dal 18% del periodo postbellico al 24% degli anni ’70 fino all’attuale e insostenibile 43%. Paghiamo una pletora infinita di tasse e di tasse sulle tasse perché, dopo aver subito il prelievo sul nostro reddito da lavoro, quando compriamo casa o depositiamo i nostri risparmi veniamo sottoposti a ulteriori gabelle. Negli ultimi cinque anni le tasse sul risparmio e sugli immobili sono cresciute rispettivamente di 8 e 10 miliardi, mentre l’elevatissimo cuneo fiscale resta un enorme macigno alla ripresa dell’occupazione. Pagare le tasse è anche laborioso e rappresenta un onere ulteriore per le imprese. Siamo infatti tra i Paesi con il maggior numero di adempimenti fiscali e il tempo richiesto da questo eccesso di burocrazia è un ulteriore onere per il già vessato sistema delle imprese. Occorre ridurre il perimetro dello Stato, dunque la spesa improduttiva, e costruire un Paese fiscalmente meno vessato e più enterpreneur-friendly, pena il vanificarsi della già debole ripresa».