economia

Crescono le Start-Up in Italia dopo la Pandemia. Si investe soprattutto in servizi alle imprese e tecnologia. Lombardia al primo posto in Italia con il 39,26% di Start-Up ogni 10.000 abitanti.

Premesse

I due anni di pandemia appena terminati sembrano non aver scoraggiato i nuovi imprenditori startupper. Essi, infatti, sono aumentati proprio durante il 2022, spinti dalle idee nuove e dalle nuove esigenze di un mercato radicalmente cambiato dall’esperienza del Covid. Non da ultimo, attratti dalla forma snella e agevolante della “Start up innovativa” così come prevista dal d.l. 179/2012.

Una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni su elaborazione di dati Unioncamere, Ministero dello Sviluppo Economico e InfoCamere rappresenta, al 1 luglio 2022, una crescita delle Start up innovative in Italia dello 1,8% rispetto solo al trimestre precedente portando il numero complessivo delle stesse a 14.621.

I settori nei quali le Start up innovative operano prevalentemente sono per il 76% Servizi alle imprese (nello specifico sviluppo di software e consulenza informatica), per il 15,74% nell’attività Manifatturiera, Energetica e Mineraria e, a seguire, altri comparti come Agricoltura, Commercio e settori non classificati.

Start Up nelle regioni italiane

I dati consentono di analizzare la situazione delle varie regioni italiane andando a verificare il numero di start up avviate nel corso del 2022. Rapportando la quantità di start up alla popolazione, emerge che ad essere al primo posto sul podio è la Lombardia (con il 39,26% ogni 10000 abitanti). Un dato ragionevole se si pensa che Milano rimane ad oggi il più importante centro economico del nostro Paese. Alla Lombardia fanno seguito il Lazio (31,04% ogni 10000 abitanti), il Trentino-Alto Adige (29,81% ogni 10000 abitanti) e il Molise (28,41% ogni 10000 abitanti).  

Agli ultimi posti, invece: Calabria (14,71% ogni 10000 abitanti), Sardegna (14,55% ogni 10000 abitanti) e la Sicilia (14,26% ogni 10000 abitanti).

ClassificaRegioneN. StartupStartup per 10.000 abitanti
1LOMBARDIA390439,26%
2LAZIO177431,04%
3TRENTINO-ALTO ADIGE135029,81%
4MOLISE109628,41%
5BASILICATA109428,09%
6UMBRIA79028,06%
7MARCHE69326,49%
8EMILIA-ROMAGNA68924,72%
9CAMPANIA68624,00%
10ABRUZZO39423,36%
11FRIULI-VENEZIA GIULIA32022,85%
12VENETO29822,61%
13TOSCANA27318,92%
14VALLE D’AOSTA27318,64%
15PIEMONTE25418,56%
16PUGLIA24117,49%
17LIGURIA23116,83%
18CALABRIA15214,71%
19SARDEGNA8314,55%
20SICILIA2314,26%

Rielaborazione ImpresaLavoro su base Unioncamere, Ministero dello Sviluppo Economico e InfoCamere, 2022

L’equa distribuzione dello sviluppo di start up innovative tra Nord e Sud Italia è anche rappresentato dal numero di imprenditori innovativi nelle province italiane. Oltre Milano, ovviamente, tra i primi 10 posti si classificano ben 4 province del Sud: Roma, Napoli, Bari e Salerno.

Rielaborazione ImpresaLavoro su base Unioncamere, Ministero dello Sviluppo Economico e InfoCamere, 2022

Ma come lavorano le nostre start up?

Le start up italiane raggruppano un valore della produzione totale di 1,3Mld di Euro all’anno nonostante il reddito operativo medio sia negativo e solo il 47,22% delle stesse chiuda il bilancio in utile. Questo è un aspetto fisiologico della fase di start up di ogni impresa, fase che ingloba rischi di gestione, che sono accentuati da prodotti/servizi a tal punto innovativi che il mercato non è ancora in grado di assorbirli e spesso anticipano troppo i reali bisogni dei possibili consumatori.

Un dato significativo per il mercato del lavoro, invece, riguarda il volume occupazionale che le start up innovative creano nei primi anni di vita dalla costituzione. Dal rapporto in esame emerge che sono 21.477 i dipendenti totali delle start up italiane, con un valore medio di 3,75 dipendenti a start up.

«È incoraggiante sapere che in Italia nel solo 2022 sono state avviate oltre 14mila start up»  – dichiara Massimo Blasoni, Presidente del Centro studi ImpresaLavoro – «Per lo Stato italiano sostenere la diffusione della cultura d’impresa e favorire la nascita di nuove realtà deve essere una priorità, da tradursi con un sostegno concreto ai giovani imprenditori che per spirito d’indipendenza e desiderio di realizzazione fanno impresa».

Start Up nel resto l’Europa

I numeri italiani, sebbene possano sembrare incoraggianti e indicativi di un contesto imprenditoriale giovane e in fermento, sono ben poco significativi se paragonati ad altri paesi d’Europa.

Colpisce, tuttavia, nella ricerca, che tra le prime 10 regioni con il maggior numero di startup vi siano ben 5 regioni del Sud. A questo dato incoraggiante andrebbe però dato un concreto sostegno dalle istituzioni, soprattutto considerando che il prosperare delle giovani imprese di oggi rappresenta l’aumento dei posti di lavoro di domani.

Competenze digitali: Italia sotto la media europea. Valle d’Aosta e Lombardia possiedono i talenti del digitale.

Competenze digitali: Italia sotto la media europea. Valle d’Aosta e Lombardia possiedono i talenti del digitale.

Competenze digitali: quadro europeo

Nel 2021 in Europa gli individui che possiedono competenze digitali superiori al livello base sono in media il 26%. Sopra la media europea si collocano l’Olanda (52%), la Finlandia (48%), l’Islanda (45%), la Norvegia (43%), l’Irlanda e la Svizzera (40%). Al contrario, i Paesi con il numero minore sono l’Albania (4%), Bosnia ed Erzegovina (5%), Macedonia del Nord e Bulgaria (8%), Montenegro e Romania (9%). L’Italia si trova ancora sotto la media europea registrando il 23% di individui con competenze digitali superiori al livello base. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati Istat, Eurostat e Unioncamere sistema informativo.

Competenze digitali: quadro europeo


Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat 2021 – Livelli di competenze digitali degli individui

Quadro italiano: competenze digitali elevate

Le competenze digitali sono la chiave della futura trasformazione tecnologica della maggior parte delle aziende. Sempre più imprese richiedono ai propri dipendenti, oltre alle skills di base, di possedere competenze digitali elevate. Com’è, a tal proposito, la situazione italiana corrente?

A livello regionale, si evince che la percentuale degli individui che possiedono un livello elevato di competenze digitali si raggruppa nel Nord Italia, principalmente in Valle d’Aosta (28,3%), Lombardia (26,6%), Friuli-Venezia Giulia (25,8%), Trentino-Alto Adige (25,7%) ed Emilia-Romagna (25%). Al contrario, si nota un minor numero di individui che detengono competenze digitali elevate in Sicilia (14,4%), Campania (16,6%), Calabria (16,7%), Basilicata (17,8%) e Puglia (18%).

Le fasce d’età risultano essere un fattore importante: con l’aumento degli anni, infatti, il livello di competenze digitali diminuisce. I giovani tra i 20-24 anni possiedono un livello di competenze avanzato (41,5%) insieme ai ragazzi tra i 16-19 anni (36,2%). Il livello scende fra gli adulti tra i 45-54 anni (20,3%) e tra i 65-74 anni (4,4%).



Elaborazione ImpresaLavoro su dati ISTAT – BES 2020 – campione per 100 persone di 16-74 anni

Competenze digitali richieste dalle imprese con ripartizione territoriale

L’innovazione digitale comporta la necessità di nuove figure professionali qualificate dotate del giusto background di competenze tecnologiche di base e specialistiche. Quali sono le competenze digitali richieste dalle imprese italiane? Dove si concentra maggiormente questa richiesta?

Nel 2021 si evince che la richiesta da parte delle imprese di competenze digitali e linguaggi e metodi matematici è maggiore al Nord Ovest rispetto al resto del Paese. In Italia sono particolarmente richieste le competenze digitali elevate al Nord Ovest (23,4%), al Centro (21,8%), al Sud e nelle Isole (20%) ed al Nord Est (18,4%). Al secondo posto delle competenze richieste si trovano le capacità di utilizzo dei linguaggi e metodi matematici, sempre con prevalenza al Nord Ovest (17,3%), al Sud e Isole (16,3%), al Nord Est (14,6%), e al Centro (15,5%).

Al terzo posto, con una richiesta inferiore, le capacità di gestione delle soluzioni innovative che, a differenza delle prime due, vengono predilette maggiormente al Sud e nelle Isole (13,1%), il Nord Ovest (10,9%), il Centro (10,3%), infine il Nord Est (8,8%).




Elaborazione ImpresaLavoro su dati Unioncamere – ANPAL, Sistema informativo Excelsior, 2021

«Il nostro Paese ha fatto notevoli passi in avanti negli ultimi anni – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – ma occorre raddoppiare gli sforzi: vincere la sfida digitale è fondamentale per la crescita economica delle nostre imprese».

Immobiliare: nel 2020 calo delle compravendite nelle Regioni italiane. Elevato valore rata mensile in Lazio e Valle d’Aosta.

Immobiliare: nel 2020 calo delle compravendite nelle Regioni italiane. Elevato valore rata mensile in Lazio e Valle d’Aosta.

Compravendite

Nel 2020 la stima del valore di scambio della compravendita degli immobili residenziali ammontava a 89.058 milioni di euro a livello nazionale. Dai dati regionali si evince che la quota maggiore del totale è stata spesa per la compravendita di abitazioni situate nella Regione Lombardia (quasi 22 milioni), il 9% in meno del 2019. La contrazione del fatturato del 2020, rispetto all’anno precedente, evidenzia perdite rilevanti nelle Regioni Campania e Basilicata (rispettivamente -15,2% e -14,6%). A seguire Calabria (-11%), Valle d’Aosta (-11,2%), Sicilia (-10,3%) e Liguria (-10%). Contrazione delle compravendite non distanti dalla Lombardia si riscontrano anche in Toscana (-9,7%), Lazio (-9,5%), e Piemonte (-8,2%). Mentre contrazioni minori di fatturato si registrano nelle Marche (-2,5%) e in Friuli-Venezia Giulia (-4,2%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati del Rapporto Immobiliare 2021 dell’Agenzia delle Entrate.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati dell’Agenzia delle Entrate, rapporto immobiliare 2021

I mutui ipotecari

Il totale del capitale erogato nel 2020 è 35.886 milioni di euro. Confrontando i dati con l’anno precedente si riscontra un calo del -1,8%.
Dai dati regionali si evince che le contrazioni più rilevanti del capitale finanziato per l’acquisizione di abitazioni si registrano in Basilicata (-10,5%) e in Sicilia (-6,5%). Modesti aumenti di capitale invece in Emilia-Romagna (+1,7%), Friuli-Venezia Giulia (+1%) e Veneto (+0,2%).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati dell’Agenzia delle Entrate, rapporto immobiliare 2021

Nel 2020 in Italia il tasso di interesse medio ammonta a 1,93%. Sotto la media nazionale si collocano diverse regioni, come la Liguria (1,76%), l’Emilia-Romagna (1,78%), il Piemonte e la Valle d’Aosta (1,82%), la Lombardia (1,83%), il Veneto (1,85%), le Marche (1,87%), la Toscana (1,90%) e il Friuli-Venezia Giulia (1,92%). Al di sopra del 2% di interesse si collocano il Lazio (2,19%), la Campania e la Calabria (2,18%), il Molise (2,17%) e la Puglia (2,11%).
Il valore massimo della rata mensile si registra in Lazio (691 euro) e in Valle d’Aosta (659 euro). Rate al di sotto dei 500 euro in Basilicata (482 euro), in Abruzzo (471 euro), in Calabria (464 euro), Umbria (450 euro) e Molise (446 euro).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati dell’Agenzia delle Entrate, rapporto immobiliare 2021

Centro Studi Impresa e Lavoro: “nel 2020 il 44% degli italiani ha acquistato online”

Centro Studi Impresa e Lavoro: “nel 2020 il 44% degli italiani ha acquistato online”

In Italia nel 2020 il 44% dei cittadini ha effettuato acquisti online di almeno un bene o servizio, a differenza del 2018 la cui percentuale di acquisti online era del 36%. Il nostro Paese si colloca così al quint’ultimo posto di questa particolare classifica europea, appena al di sotto del Portogallo (35%) e al di sopra di Romania (38%), Serbia (38%), Macedonia del Nord (34%) e Bulgaria (31%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere di età compresa tra i 25 e i 34 anni (il 62% ha acquistato beni o servizi online) e i giovanissimi di età compresa tra i 16 e i 24 anni (59%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono stati soltanto il 31% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni (in aumento rispetto al 22% del 2018), il 15% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni (+10% rispetto al 2018) e solamente il 3% degli over75 (+2%).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi del 2020, si osserva come resti bassissima la frequenza degli acquisti, quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo il 9% ne ha effettuati da 3 a 5.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

I beni più acquistati online dagli italiani sono stati vestiti e articoli sportivi (23%), film e musica (15%), viaggi e alloggi per vacanza (11%), attrezzatura elettronica (11%), articoli casalinghi (10%), cibo e generi alimentari (10%), libri e riviste (9%), biglietti per eventi (4%), servizi di telecomunicazioni (3%). Curiosamente, solo il 2% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di software per computer. Secondo una rielaborazione del Centro studi ImpresaLavoro, il 67% degli italiani ha acquistato online da siti esteri, principalmente tramite Amazon per il 94%, su eBay per il 52% e su Zalando per il 44%.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

Negli ultimi tre mesi del 2020 nelle regioni italiane si è riscontrata una maggiore propensione al Nord d’Italia per l’utilizzo dell’e-commerce. Lombardia e Trentino-Alto Adige al primo posto con 44.4%, seguiti da Valle d’Aosta (43.5%), Veneto (43.2%), Emilia-Romagna (42.7%), Friuli-Venezia Giulia (41.5%), e Piemonte (40.6%). In fondo alla classifica si trova la Puglia con 31.4%, seguita dalla Sicilia (27.4%), Campania (26.1%), e Calabria (24%).

Stranieri in Italia: 78,8 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2020.

Stranieri in Italia: 78,8 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2020.

Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione

Dal 2008 al 2020 (ultimo dato disponibile) le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno toccato la cifra 78,8 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro, presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione dei più recenti dati Banca d’Italia.  Le rimesse hanno avuto una crescita dal 2008 al 2011 toccando i 7.394,37 milioni di euro, per poi contrarsi fino ai 5.070,54 milioni di euro nel 2016. Da allora si è registrata una ripresa annuale costante del fenomeno, che nel 2020 ha toccato quota 6.766,6 milioni di euro. Le stime eseguite dalla Banca d’Italia, riportate nell’ultimo report disponibile, indicano che le rimesse avvengono tramite alcuni principali intermediari ufficiali (money transfer, poste e banche) ai quali vanno aggiunti i flussi in uscita attraverso i “canali informali” (tra il 10 e il 30% del totale). Con il passare degli anni l’incidenza dei canali informali sul totale appare comunque in sensibile diminuzione.

ANDAMENTO RIMESSE DEGLI STRANIERI VERSO I PAESI D’ORIGINE

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca D’Italia

Analizzando i dati dell’ultimo anno disponibile (2020), il Centro studi Impresa Lavoro ha osservato come i lavoratori stranieri che hanno effettuato la maggior parte delle rimesse siano quelli residenti in Lombardia (1 miliardo e 536,90 milioni, pari al 22,71% del totale), in Lazio (953,42 milioni, 14,09%), in Emilia-Romagna (706,63 milioni, 10,44%), in Veneto (587,21 milioni, 8,68%), in Toscana (521,46 milioni, 7,71%), in Campania (476,44 milioni, 7,04%) e in Piemonte (439,93 milioni, 6,50%).

LE REGIONI DI PROVENIENZA, ANNO 2020

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca d’Italia

Relativamente alle rimesse effettuate durante il 2020, i lavoratori stranieri che hanno inviato ai Paesi di origine il maggior quantitativo di denaro risultano essere stati i bengalesi (707,35 milioni, pari al 10,45% del totale), i romeni (604,47 milioni, 8,93%), i filippini (448,68 milioni, 6,63%), i pakistani (435,47 milioni, 6,44%) e i marocchini (428,80 milioni, 6,34%).

I PRINCIPALI PAESI DI DESTINAZIONE, ANNO 2020

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca d’Italia

Privatizzare subito – Editoriale di Carlo Lottieri

Privatizzare subito – Editoriale di Carlo Lottieri

di Carlo Lottieri

Da più di vent’anni in Italia è ripetutamente richiamata l’esigenza di operare programmi di privatizzazione, che sottraggano allo Stato il controllo di ampi settori economici e li affidino a soggetti privati. Molte dismissioni hanno pure avuto luogo, anche se tanto resta da fare, ma non sempre è chiaro il vero motivo che deve portare lo Stato a mollare la presa su tante aziende. Questa mancanza di chiarezza nelle idee è premessa a privatizzazioni che, in troppi casi, si rivelano deludenti. Ora potrebbe aprirsi una nuova stagione, simile a quella dei governi dei primi anni Novanta, ma le conseguenze di eventuali cessioni saranno molto diverse sulla base delle ragioni che inducono a privatizzare.
Fino ad ora, infatti, troppe volte la ragione che ha indotto questo o quell’amministratore a privatizzare è stata la semplice esigenza di reperire risorse. Il tal comune mette in vendita alcune farmacie solo allo scopo di avere soldi da destinare alla costruzione di impianti sportivi o biblioteche. A ben guardare, questa non è una privatizzazione, ma una semplice riallocazione delle risorse a disposizione: come quando si cede un immobile per averne un altro. Perfino se il senso primario della privatizzazione fosse quello di reperire capitali da destinare alla copertura del debito (cosa di cui c’è sicuramente bisogno), perfino in quel caso se ci si limitasse a ciò ancora una volta si mancherebbe il bersaglio.
È anche opinabile la tesi di chi sostiene che si deve privatizzare per rendere più efficiente il sistema nel suo complesso. È vero che le imprese private sono mediamente molto più dinamiche, innovative e capaci di soddisfare il pubblico di quanto non siano quelle in mano allo Stato. Ma anche l’argomento dell’efficienza è inadeguato o, meglio, incompleto. Se da un lato privatizzando è possibile ridurre il debito pubblico e favorire lo sviluppo di un’economia più efficiente, dall’altro va ricordato che l’obiettivo fondamentale delle privatizzazioni deve essere quello di allargare gli spazi di libertà. In questo senso ogni privatizzazione è un’amputazione del potere detenuto dall’apparato politico e burocratico. Ed è esattamente per tale motivo che ogni dismissione va accompagnata da una liberalizzazione del settore interessato.
In questo senso sarebbe certamente riformatore quel governo che mettesse sul mercato fino all’ultima azione di Trenitalia e che destinasse gli introiti a ridurre la montagna del debito di Stato. Sarebbe poi facile, in un arco di tempo ragionevole, constatare come la nuova azienda ferroviaria si orienti presto a mutare il proprio stile ed assumere comportamenti più orientati a tagliare i costi inutili, migliorare l’offerta, soddisfare la clientela. Ma i veri risultati arriverebbero solo grazie a un’apertura di mercato che possa vedere più aziende operare in concorrenza tra loro. Il significato più liberale delle privatizzazioni sta dunque nel ridimensionamento del potere pubblico ed è anche per questa ragione che ogni dismissione non è veramente tale se il settore non è aperto alla concorrenza di mercato.
La scelta di trasferire beni e imprese dalle mani di politici e burocrati a quelle di proprietari e imprenditori produce benefici di vario tipo: e certo può aiutare a ridimensionare il debito e migliorare l’efficienza. Ma gli effetti maggiori si hanno quando il cambio di titolarità (dallo Stato ai privati) serve a creare spazi di libertà e a superare situazioni di monopolio legale e privilegio.
Gli effetti economici delle privatizzazioni sono evidenti, ma il punto cruciale è un altro. Nel suo significato più autentico le dismissioni puntano a ricostruire un ordine di diritto e quindi di libertà, anche nella persuasione che solo entro istituzioni legittime e al servizio della società un’economia può crescere in maniera durevole.
Crisi: per le imprese italiane la bolletta energetica è di gran lunga la più cara d’Europa

Crisi: per le imprese italiane la bolletta energetica è di gran lunga la più cara d’Europa

NOTA

Le nostre imprese sono costrette a pagare una bolletta energetica salatissima, di gran lunga la più cara nelle grandi economie europee. Un’analisi del Centro studi ImpresaLavoro rivela quanto sia impietoso il raffronto del costo italiano (tasse incluse) per l’elettricità con quello sostenuto dai nostri principali competitor: +14% rispetto alla Germania, +30% rispetto al Regno Unito, +49% rispetto alla Spagna e addirittura +91% rispetto alla Francia. Non solo. Risultiamo nettamente perdenti anche nei confronti degli altri Stati confinanti, che da tempo attraggono imprese e capitali italiani grazie a una tassazione e a un costo del lavoro decisamente inferiori a quelli del cosiddetto Belpaese: +46% rispetto all’Austria, +89% rispetto alla Croazia e +105% rispetto alla Slovenia.
L’analisi di ImpresaLavoro è stata condotta elaborando i dati Eurostat relativi al secondo semestre 2014 e considerando il prezzo praticato a una media industria italiana, con un fabbisogno energetico annuo tra i 500 e i 200 MWh (megawattora).
Il prezzo finale sostenuto dalle nostre imprese è composto dal costo netto dell’energia e dal totale di imposte e accise che lo Stato applica loro. Se considerata prima delle tasse la nostra energia risulta la quarta più cara in Europa, costando come quella portoghese e leggermente meno di quella britannica, irlandese e spagnola: 0,1052 centesimi di euro per Kwh (chilowattora). Il discorso però cambia se vengono incluse le imposte, che da noi hanno incidono in maniera rilevantissima (pesano fino al 48% se si considerano anche le imposte sul valore aggiunto e il 25% se non si considera l’Iva e altre imposte che le aziende possono recuperare) e che fanno quindi diventare la nostra energia in assoluto la più cara d’Europa: 0,1735 centesimi di euro per Kwh (chilowattora).

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Rassegna Stampa
LaRepubblica.it
La crisi è davvero alle nostre spalle? – Editoriale di Massimo Blasoni

La crisi è davvero alle nostre spalle? – Editoriale di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni – Metro

Poche cose come i dati sulla disoccupazione scatenano dibattiti così accesi tra gli opinionisti: c’è chi annuncia “la fine della crisi” e “l’inizio della ripresa” e chi, invece, professa pessimismo spiegando che sono “dati congiunturali”. I numeri, però, difficilmente mentono e da quelli è opportuno partire. Va chiarito innanzitutto che i dati diramati l’altro ieri dall’Istat sono certamente positivi. Dopo 14 trimestri si inverte il mood negativo e questo è un segnale che fa ben sperare soprattutto alla luce dei 159mila occupati in più rispetto al mese precedente e di un numero di persone al lavoro che ritorna ai livelli, certamente non esaltanti, di fine 2012. Pur tuttavia rimangono sullo sfondo diversi elementi di criticità che andranno affrontati con molta serietà.

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Gli italiani hanno un asso nella manica. Aumentare la percentuale di laureati e giocarsi il futuro sulla forza intellettuale

Gli italiani hanno un asso nella manica. Aumentare la percentuale di laureati e giocarsi il futuro sulla forza intellettuale

Giuseppe Pennisi – Avvenire

Se si leggono con cura le 280 pagine del Rapporto Istat si nota un nesso poco trattato in documenti analoghi e nel dibattito di politica economica: il link tra mercato del lavoro, proprietà intellettuale ed istruzione. In primo luogo, in materia di indicatori salienti del mercato del lavoro e proprietà intellettuale, l’Italia appare in posizione asimmetrica rispetto al resto d’Europa. Il tasso di occupazione cresce (+0,2% nel 2014) ma meno della media europea e si assesta al 55,7% di coloro in età da lavoro (per raggiungere la media europea dovremmo avere tre milioni e mezzo di occupati in più). Siamo tre punti percentuali in meno di quanto rilevato nel 2008. Pure asimmetrica la contrazione degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale che caratterizza l’Italia (-1,5% tra il 2008 ed il 2014); nello stesso periodo, gli investimenti in ricerca e sviluppo (una determinante degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale) sono aumentati dell’11,8% nella media europea. Un dato importante soprattutto per la scuola di pensiero secondo cui fantasia ed ingegnosità ci tireranno comunque fuori dalla crisi. Senza investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, l’occupazione resta al palo (sotto questo profilo i due indicatori sono simmetrici tra di loro, ma divergenti dal resto d’Europa).

Invece, il nesso tra occupazione ed istruzione, dopo una fase di incertezza (in parte da collegarsi con l’introduzione ed il rodaggio della nuova struttura – 3 + 2 – dell’istruzione di terzo livello), torna ad essere simmetrico sia con il resto d’Europa sia con l’Italia del passato. I lavoratori in possesso di laurea trovano un’occupazione più presto e sono pagati di più (le donne il 28,9% in più, gli uomini il 67,9% in più) di coloro con un diploma di scuola secondaria superiore. Ci sono naturalmente differenze su base territoriale e professionale. In breve, ciò vuol dire che studiare rende, e rende bene. Se dal generale si va al caso particolare dei dottorati di ricerca (di norma, la categoria maggiormente connessa agli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale), il Rapporto ci dice che a quattro anni dal conseguimento del dottorato, il 91,5% dei ‘dottori’ del 2010 e il 98% dei ‘dottori’ del 2008 sono occupati – oltre il 97% nelle aree disciplinari di ingegneria e informatica, ma anche l’88,7% e l’87,6 nelle discipline letterarie. Questi dati, da un lato, forniscono indirizzo su dove deve andare l’istruzione ma, da un altro, confermano che l’Italia ha almeno un ingrediente per migliorare la propria posizione in investimenti in proprietà intellettuale per uscire dalla crisi. Gli altri due – la liquidità ed i risultati operativi delle imprese – dipendono dalla Banca centrale europea e dalle capacità degli imprenditori.

La mazzata dell’Istat alle politica  economica di Renzi

La mazzata dell’Istat alle politica economica di Renzi

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

Per una mera coincidenza, la mattina del 20 maggio è stato presentato il Rapporto annuale 2015 sull’economia italiana dell’Istat e il pomeriggio il Centro di ricerche e studi Luigi Einaudi, l’Istituto affari internazionali e Ubi Banca hanno organizzato un convegno per presentare il Rapporto Einaudi sull’economia italiana e globale, che ha come titolo “Un disperato bisogno di crescita”. Due documenti molto differenti: il primo è una radiografia statistica dell’economia, e della società italiana, nel 2014 con qualche previsione per i prossimi 24 mesi effettuate con il modello econometrico dell’Istat, in sigla MeMo-It, mentre il secondo intende forgiare un consenso su politiche di crescita a medio e lungo termine per l’intera economia europea, non solamente per l’Italia. Tuttavia, il “bisogno di crescita” è elemento centrale di ambedue. E delle numerose discussioni in atto in queste settimane.

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