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Diminuiscono le nascite a causa della Pandemia. I nati da genitori stranieri sono di più al Nord

Diminuiscono le nascite a causa della Pandemia. I nati da genitori stranieri sono di più al Nord

A livello nazionale, il totale delle nascite durante il 2020 è di 404.892, in diminuzione rispetto all’anno precedente (417.614). Il Nord-ovest detiene il maggior numero di nascite in comparazione con il resto d’Italia (26,15% del totale). A seguire il Sud (24,44%), il Nord-est (19,56%), il Centro (18,54%) e le Isole (11,31%).
La regione che registra la percentuale più elevata rispetto al totale delle nascite è la Lombardia (17,1%), seguita dalla Campania (11,13%), dalla Sicilia (9,27%) e dal Veneto (8,07%). Tuttavia, si evince che le regioni con il numero più basso di nuovi nati sono la Valle d’Aosta (0,19%), il Molise (0,42%), la Basilicata (0,87%), l’Umbria (1,30%) e il Friuli-Venezia Giulia (1,84%).
Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati Istat.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

Picchi bassi a causa della pandemia

La media annua della diminuzione delle nascite dal 2009 al 2019 è di -2,8%. A seguito del picco dei contagi di marzo 2020, vi è stata una ripercussione anche sulle nascite con una discesa evidente tra novembre e dicembre 2020 (-9,5%). Il picco più basso risulta essere a gennaio 2021 (-13,6%). Dai dati si evince una ripresa a marzo e aprile 2021 (4,5% e 1% rispettivamente), per poi tornare in negativo nei mesi successivi.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

Divario fra madri italiane e straniere

In Italia il numero di figli medio per donna è inferiore per le italiane rispetto alle straniere (1,17 e 1,89 rispettivamente). La regione in cui le italiane e le straniere hanno più figli è il Trentino-Alto Adige (1,45 e 2,27). Sotto la media nazionale, le italiane con il numero minore di figli si trovano in Sardegna (0,94), in Molise (1,01), in Toscana e Umbria (1,07). Al contrario, le straniere hanno meno figli in Lazio e Sardegna (1,56), Toscana (1,69) e Calabria (1,70).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

La classifica italiana rispetto al divario dei nati da genitori italiani e stranieri mostra una differenza maggiore al Nord (ovest 0,86 ed est 0,85), rispetto alla media nazionale tra le italiane e straniere (0,72). Il gap minore si nota al Centro Italia con 0,54.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

«Il decremento delle nascite durante la pandemia» – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – «è la riprova che l’incertezza sul futuro pesa enormemente sulla scelta di avere dei figli. Tra qualche mese sapremo se anche la guerra in Ucraina avrà contratto ulteriormente il numero dei nuovi nati».

Posti letto RSA: Ci sono ancora posti letto in Italia, si trovano principalmente al Nord

Posti letto RSA: Ci sono ancora posti letto in Italia, si trovano principalmente al Nord

I posti letto in Europa

La popolazione anziana è in netto aumento in comparazione con l’andamento demografico europeo, provocando una crescente domanda di assistenza sociosanitaria. Infatti, secondo le proiezioni demografiche future svolte da Eurostat, sarà considerevole non solo l’incremento della popolazione anziana ma anche di quella molto anziana, arrivando a toccare il 14.6% della popolazione totale europea. Di conseguenza, viene stimata una crescita dei posti letto entro i prossimi vent’anni da uno studio ISIMM nei seguenti Paesi: in Austria (+43%), in Svizzera (+75%), in Belgio (+33%), in Italia (+33%), in Spagna (+14%), in Francia (+5%), e in Germania (+29%). Inoltre, secondo gli ultimi dati completi del OECD (Health online database) 2019, si evince che l’Italia, rispetto ai principali Paesi Europei, risulta quart’ultima nella classifica con 18,8 posti letto ogni 1000 abitanti over 65 anni, in confronto con la media dei Paesi OCSE che si aggira intorno ai 39,3 posti letto.
I Paesi dove si nota una maggiore quantità di posti letto ogni 1000 residenti over 65 sono il Lussemburgo con 80,8 posti, l’Olanda con 72,1, il Belgio con 68,1, la Svizzera con 63,6, la Germania con 54,2 posti a pari merito con la Finlandia. Infine, dopo l’Italia seguono la Lettonia con 13,4 posti, la Polonia con 11,3 ed infine la Grecia con 1,8 posti ogni 1000 anziani.


Elaborazione ImpresaLavoro su dati OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), 2019

I posti letto in Italia.

La popolazione anziana è in netto aumento in comparazione con l’andamento demografico europeo, provocando una crescente domanda di assistenza sociosanitaria. L’Italia, oltre a trovarsi in fondo alla classifica Ocse con 18,8 posti letto nelle RSA ogni 1.000 residenti over 65, registra un’alta percentuale di popolazione anziana (più del 20%). Un rapporto dell’Health of Glance del 2019 prevede che una persona su 8 avrà in media 80 anni entro il 2050, determinando una crescita sempre maggiore della domanda socio-assistenziale. Secondo i dati del Ministero della Salute, i residenti in RSA durante il 2019 erano 329.142, pari al 2,4% in rapporto alla popolazione residente over 65.

Secondo gli ultimi dati Istat, i posti letto operativi nelle RSA sono al momento 125.340 nel Nord Ovest, 94.341 nel Nord Est, 45.125 nel Centro, 28.371 nel Sud e 19.480 nelle Isole. La scarsità di posti letto si evince principalmente al Sud. Il rapporto dei posti letto operativi sugli abitanti over 65 rileva una percentuale più alta al Nord Est (3,40%), seguito da Nord Ovest (3,24%), Centro (1,58%), Isole (1,33%) e Sud (0,84%). 

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat, 2018

In particolare, analizzando i dati di ogni regione italiana si nota come il Trentino-Alto Adige disponga della percentuale più elevata di posti letto operativi su over 65 (4,40%), seguito da Piemonte (3,89%), Friuli-Venezia Giulia (3,75%) e Valle d’Aosta (3,58%). In fondo a questa classifica si trovano invece Puglia (1,07%), Calabria (1,04%), Campania (0,56%) e Basilicata (0,49%).  

Presentazione del libro: “La politica italiana per l’innovazione”

Presentazione del libro: “La politica italiana per l’innovazione”

Martedì 17 gennaio alle ore 17:30 nella sede della Fondazione Einaudi in Largo dei Fiorentini, 1 a Roma Salvatore Zecchini presenterà il suo libro “La Politica Italiana per l’Innovazione: criticità e confronti”. Discuteranno con l’autore, Giuseppe Pennisi e Antonio Marzano.

Il volume, edito dal Centro Studi ImpresaLavoro, parte dalla valutazione per cui  malgrado i numerosi sostegni introdotti, negli ultimi anni, dai Governi italiani per accrescere ricerca ed innovazione, il nostro Paese non è riuscito a ridurre il divario che lo separa dalle economie più innovative dell’Unione Europea. Al tempo stesso, l’attività di innovazione, particolarmente tra le piccole e medie imprese, non è riuscita a svolgere quella funzione di motore dello sviluppo economico che si auspicava sia negli anni della recessione economica, sia negli anni pre-crisi. Nasce da queste considerazioni lo spunto che ha spinto Salvatore Zecchini – già Direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, Executive Director del Fondo Monetario Internazionale e Vice Segretario Generale dell’Ocse – a esaminare l’insieme degli interventi messi in atto dai Governi italiani, confrontandoli, da un lato con la realtà del fare innovazione in Italia, e dall’altro lato con le politiche e strategie disegnate ed attuate dai Paesi di maggior successo nella ricerca ed innovazione.

 

 

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La fine del diritto pesante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale

La fine del diritto pesante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale

LA FINE DEL DIRITTO PESANTE DEL LAVORO NELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Roma, 16 novembre 2016 – Sala Danilo Longhi di Unioncamere, Piazza Sallustio 21

Mercoledì 16 novembre 2016, si terrà all’Unioncamere a Roma un seminario organizzato dall’Associazione Amici di Marco Biagi intitolato “La fine del diritto pesante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale“. Il seminario ha lo scopo di approfondire l’analisi dei cambiamenti indotti dalle tecnologie digitali nella economia e nella società e, in conseguenza, le ipotesi di riforma del quadro regolatorio inerente il lavoro pubblico e privato. La quarta rivoluzione industriale ha infatti in sé le potenzialità tanto per una polarizzazione dei redditi e delle competenze su pochi privilegiati quanto per un maggiore grado di inclusione delle persone nel mercato del lavoro. Nel corso del seminario saranno presi in esame i due disegni di legge firmati dai senatori Maurizio Sacconi, Serenella Fucksia, medico del lavoro, e Hans Berger, imprenditore altoatesino, dedicati a produrre un Testo Unico denominato Statuto dei Lavori e una disciplina semplice e sostanziale in materia di salute e sicurezza nel lavoro.

Programma

Ore 9: registrazione partecipanti.

Ore 9,30: relazioni introduttive di Simone Bressan (direttore Centro Studi ImpresaLavoro), Mariano Corso (professore ordinario “organizzazione e risorse umane”, Politecnico di Milano e direttore Osservatorio smartworking), Michele Tiraboschi (professore ordinario diritto del lavoro, Università di Modena, direttore scientifico Centro Studi Adapt), Roberto Pessi (professore ordinario diritto del lavoro, prorettore LUISS) e Francesco Violante (professore ordinario di medicina del lavoro, Università di Bologna, Presidente Società Italiana di Medicina del Lavoro e di Igiene Industriale). Giuseppe Bertagna (direttore Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Università di Bergamo) invierà un contributo scritto.

Ore 11,00: interventi dei partecipanti. Interventi programmati di Luca De Compadri (Consigliere Nazionale Ordine dei Consulenti del Lavoro) e Stefano Franchi (Direttore Generale Federmeccanica).

Ore 12,30: conclusioni di Maurizio Sacconi.

Coordina i lavori Emmanuele Massagli (Presidente del Centro Studi Adapt).

Le registrazioni possono essere comunicate a questo indirizzo e-mail: mauriziosacconi1@gmail.com

Presentazione “La Buona Spesa” al Circolo degli Esteri

Presentazione “La Buona Spesa” al Circolo degli Esteri

In collaborazione con: Circolo degli Esteri e Fullbright Association

Mercoledì 12 ottobre 2016 – ore 19

Lungotevere dell’Acqua Acetosa, 42 – Roma

Presentazione del libro

LA BUONA SPESA: DALLE OPERE PUBBLICHE ALLA SPENDING REVIEW. GUIDA OPERATIVA
di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo

Introduce e modera

l’Ambasciatore Alberto Schepisi

Interverranno:

Professore Antonio Marzano
Già Ministro delle Attività Produttive, Presidente del CNEL

Professoressa Maria Teresa Salvemini Ristuccia
Università di Roma – La Sapienza

Professore Giuseppe Di Taranto
Università LUISS

Massimo Blasoni
Imprenditore, Presidente del Centro Studi Impresa Lavoro

 

Presentazione La Buona Spesa a Tor Vergata

Presentazione La Buona Spesa a Tor Vergata

Presentazione del volume “La Buona Spesa – Dalle opere pubbliche alla spending review. Guida operativa” di G. Pennisi e S. Maiolo

29 settembre 2016 – ore 16:00

Biblioteca “Vilfredo Pareto”
Università di Roma “Tor Vergata” – Macroarea di Economia

Introduce
Simone Bressan (Direttore Centro Studi ImpresaLavoro)

Intervengono
Sergio Cherubini (Università di Roma “Tor Vergata”)
Pierluigi Coppola (Università di Roma “Tor Vergata”, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti)
Mario Sebastiani (Università “Tor Vergata”, Società Italiana di Politica dei Trasporti e della Logistica)
Giovanni Trovato (Università di Roma “Tor Vergata”)
Salvatore Zecchini (Comitato Ocse Piccole e Medie Imprese)

Concludono
Giuseppe Pennisi (CNEL e ImpresaLavoro)
Stefano Maiolo (Nucleo di Valutazione degli Investimenti Pubblici della Regione Lazio)

Presentazione Manifesto Anti-Tasse a Udine

Presentazione Manifesto Anti-Tasse a Udine

invito udine
Le tasse tra incubo e realtà: nasce il manifesto antitasse “E io pago”, realizzato dal Centro studi ImpresaLavoro. L’istituto, fondato a Udine da Massimo Blasoni, dopo aver elaborato l’Indice Europeo della Libertà Fiscale, ha voluto mettere nero su bianco, attraverso 15 illustri contributi, la questione tasse.
Il lavoro, introdotto dalla prefazione di Alessandro Sallusti, Direttore de Il Giornale, è stata realizzata con il contributo di imprenditori come Massimo Blasoni, Santo Versace e Florindo Rubbettino, alti dirigenti di importanti istituzioni come Giovanni Tria e Giorgio De Rita; intellettuali liberali come Carlo Lottieri e Raimondo Cubeddu; economisti come Giuseppe Pennisi e Salvatore Zecchini; giornalisti nazionali come Nicola Porro e Davide Giacalone; un rappresentante della proprietà immobiliare, tartassata per eccellenza in questi anni, come Giorgio Spaziani Testa, fino a Paolo Villaggio alias Fantozzi rag. Ugo che offre il suo parere sulle tasse con una “comica verità”. A loro si è aggiunta la creatività del vignettista Vincino che ha realizzato sette disegni esclusivi.
Il libro sarà presentato nel corso di un convegno martedì 7 luglio alle 19 a Palazzo Kechler. Interverranno Simone Bressan, Direttore del Centro studi ImpresaLavoro, Massimo Blasoni, Presidente del Centro studi ImpresaLavoro, Salvatore Zecchini, economista e Presidente del Gruppo di Lavoro dell’OCSE su PMI e Imprenditoria e Giorgio De Rita, Direttore generale del Censis.
Una nuova riforma pensionistica è inevitabile

Una nuova riforma pensionistica è inevitabile

Salvatore Zecchini – Seminario “Previdenza, agire per tempo”

Dopo 6 grandi riforme dal 1992 al 2011 il problema del riequilibrio del sistema previdenziale italiano, più a torto che a ragione, sembrava aver perduto agli occhi dei governanti e dell’opinione pubblica gran parte di virulenza ed attenzione. Fino a qualche giorno fa, se se ne parlava, era per la questione degli “esodati”, per i quali si cerca di trovare un avvicinamento alla pensione che costi poco alle casse dello Stato. Improvvisamente, dal 30 aprile la situazione è cambiata con la dichiarazione di incostituzionalità del congelamento dell’adeguamento all’inflazione dei trattamenti medi ed alti. Il Governo, dopo aver dichiarato col DEF e successivamente che non era intenzionato a intervenire, ora è costretto a reperire circa 17 miliardi (1% PIL al lordo della tassazione di ritorno) per coprire il nuovo buco di bilancio. Non si tratta soltanto di corrispondere quanto non versato, ma di evitare che negli anni avvenire la curva di proiezione della spesa pensionistica in rapporto al PIL si innalzi, compromettendo gli sforzi fatti per abbassarla nell’ultimo decennio. Visto che un nuovo aumento del peso del fisco è insostenibile, è quindi probabile che sarà necessaria una nuova riforma di sistema con tagli di spesa.
Perché i conti della previdenza non erano più visti come un problema tale da richiedere nuove, tempestive riforme? A parte le considerazioni di opportunità elettorale, la risposta sta negli esercizi di simulazione della spesa pensionistica fino al 2060 effettuati dalla Ragioneria Generale e confermati nel DEF 2015. Ne risulta che in rapporto al PIL la spesa, dopo aver raggiunto l’apice del 15,9% nel 2014, dovrebbe scendere al 15,8% quest’anno e continuare a flettere fino al 15,4% del 2019. Queste previsioni di sostenibilità del sistema non sembravano del tutto irrealistiche, pur scontando alcune ipotesi su cui è ragionevole nutrire dubbi. In particolare, una crescita reale di medio periodo del 1,5% annuo, un tasso d’occupazione di circa 10 punti percentuali più elevato che nel 2010, e un tasso d’incremento della produttività dell’1,5% annuo.
Sempre prima della sentenza della Consulta, la RGS riteneva che il rapporto Spesa pensionistica/PIL avrebbe continuato a scendere fino al 15% a circa il 2030 a causa dell’innalzamento dell’età minima di accesso alla pensione e dell’applicazione parziale del metodo contributivo, per poi risalire fino al 15,5% nel 2044 per effetto dell’aumento del rapporto pensionati/occupati, e successivamente ridiscendere fino al 13,7% nel 2060 a seguito dell’estesa applicazione del sistema contributivo e della riduzione del rapporto pensionati/occupati. Questi risultati ovviamente sono attesi se le regole del sistema rimangono stabili nel tempo, ma è evidente che il sistema non è stabile, perché è sotto il costante assedio di una massa di lavoratori che vedono come scopo principale della loro vita lavorativa quello di andare in pensione a spese di quanti restano a lavorare. Un chiaro esempio di parassitismo sociale!
Ma questo non è il solo motivo per preoccuparsi degli effetti del sistema attuale, perché ve ne sono altri ben più pressanti:
  1. L’impatto negativo del sistema pensionistico attuale sulla capacità di crescita dell’economia;
  2. le iniquità intragenerazionali ed intergenerazionali;
  3. il disincentivo implicito nel sistema nei confronti della previdenza complementare e l’alimentare distorsioni nella società verso un modello tendente all’inattività.
Ciascuno di questi punti richiede un breve commento per concludere con l’indicazione di qualche orientamento a cui dovrebbe ispirarsi il governante saggio.
Una spesa pensionistica nell’ordine del 15,5% del PIL può apparire sostenibile, ma è superiore di circa 3,5 punti alla media dell’eurozona, e lo è ancor più se il confronto è fatto con le economie più dinamiche dell’area OCSE. L’incidenza sul PIL risulta di circa 1 punto percentuale superiore a quella della Francia, di oltre 4 punti alla Germania e di 9 punti al UK. Questa forte incidenza si riflette in un prelievo per contributi sulle remunerazioni che dovrebbero andare ai lavoratori pari al 33%, mentre la media OCSE è del 19,6%. Questa imposizione inoltre grava per 23,8 punti percentuali sul datore di lavoro, appesantendo il costo del lavoro e scoraggiando la domanda di lavoro, con conseguenze negative sul tasso di disoccupazione e sulla propensione ad investire nel Paese.
Appare altresì sproporzionato che questa spesa assorba attualmente il 34% della spesa pubblica primaria, percentuale che dovrebbe salire al 35,6% nel 2019.
Nondimeno non è solo la sproporzione, ma le iniquità del sistema che lo dovrebbero rendere poco accettabile ai lavoratori delle ultime generazioni. Mentre costoro si vedono sottrarre il 33% del loro reddito per sostenere i pensionati, il loro titolo alla pensione rappresentato dal tasso di sostituzione netto è destinato a scendere, ad esempio per un lavoratore dipendente, dall’83,2% nel 2010 al 77,3% nel 2020 e al 71,4 nel 2040. Queste percentuali peraltro nascondono la pochezza degli importi risultanti in valore assoluto, dato che esse si applicano a retribuzioni che tendono a crescere poco, che si collocano su livelli inferiori mediamente a quelli dei maggiori paesi UE, e che non si riferiscono a carriere di lavoro spezzettate. Le attese sono peggiori per chi lavora ad intermittenza, in quanto non può sperare di ricevere una pensione consistente nella vecchiaia, a meno che accetti di lavorare più a lungo o abbia goduto di retribuzioni medio-alte.
L’iniquità intergenerazionale del sistema pensionistico attuale si può cogliere anche sotto un altro profilo. Secondo le stime dell’OCSE, in media la ricchezza pensionistica netta data dal cumulo delle pensioni riferite all’arco di vita al netto delle imposte sulle pensioni stesse supera il salario medio annuale lordo di 9,5 volte per gli uomini e di 10,8 volte per le donne (contro 8,1 e 9,3 volte rispettivamente nella media OCSE). Questa ricchezza viene coperta dai contributi versati annualmente da chi resta al lavoro, oltre che dalle imposte.
L’iniquità non è soltanto intergenerazionale ma anche intragenerazionale. Tra i pensionati attuali sussiste infatti un’ampia differenziazione quanto al rapporto tra l’ammontare dei contributi versati durante la vita lavorativa e il totale dei redditi da pensione durante la vita residua. Per una fascia abbastanza ampia, l’ammontare del trattamenti supera ampiamente il montante contributivo, sempre che si applichi interamente il sistema contributivo in vigore per il calcolo delle pensioni. Ne sono esempi i trattamenti accordati ai rappresentanti politici, ai ferrovieri e ad alcune categorie con fondi speciali. Questo squilibrio, contrariamente a un’opinione diffusa, non è impossibile da misurare, considerato che i dati sono disponibili dagli anni 90, mentre per i due decenni precedenti si conoscono le aliquote contributive e si possono ricostruire le retribuzioni a cui andavano applicate.
Il disincentivo al risparmio previdenziale complementare è un altro degli effetti deplorevoli del sistema. Per quanti possono contare su uno stabile lavoro remunerato mediamente, dato l’alto tasso di sostituzione, l’incentivo a risparmiare per crearsi una previdenza complementare si riduce significativamente. Solo con l’abbassamento del tasso di sostituzione e con il lavoro precario, o le retribuzioni relativamente basse l’incentivo aumenta, ma questi sono casi in cui le possibilità di risparmio sono ridotte. Non deve quindi sorprendere che solo 6,2 milioni di lavoratori su 22,2 milioni aderiscono alla previdenza complementare. Questa è anche penalizzata dal Quantitative Easing della BCE, che ha polverizzato i rendimenti obbligazionari, e dall’incremento della tassazione sui rendimenti.
Su questo sfondo è evidente che il Governo non ha scelta migliore che intervenire con l’ennesima riforma al fine di smorzare la dinamica della spesa pensionistica in rapporto al PIL e al totale della spesa pubblica, ridurre le iniquità e favorire la previdenza complementare. La motivazione principale è che per stimolare la crescita occorre anche ridurre la tassazione e potenziare le risorse per gli investimenti. In quest’azione il vincolo da tenere presente è la ricerca di una maggiore equità sia intergenerazionale che intragenerazionale.
Traducendo questi principi in poche parole, significa ridurre al tempo stesso i trattamenti a tutti i pensionati, facendo alcune distinzioni, e i prelievi contributivi per lasciare più risorse per investimenti, salari e future generazioni.
Nella riduzione dei trattamenti, non appare equo tendere a perequare tagliando genericamente tutte le pensioni medie ed alte. La pensione, infatti, rappresenta, anche per la Consulta, reddito differito del lavoratore, ovvero risparmio forzoso accumulato per fini previdenziali a copertura di consumi differiti al tempo in cui il lavoratore rimane inattivo per motivi di età o altra valida inabilità. Manovre di redistribuzione fatte con le risorse pensionistiche e non con le imposte sono la negazione del principio di previdenza. Si ritiene, invece, che il Governo debba usare come metro dei tagli la differenza esistente tra il montante dei contributi versati dal soggetto e quello delle pensioni che gli vengono corrisposte nell’intero arco della vita residua. È proprio su coloro che godono maggiormente di questa eccedenza che dovrebbero incidere i tagli che sono necessari per finanziare una nuova azione di stimolo alla crescita del Paese.