Editoriali

Istruzione: nel 2020 più donne che uomini tra i laureati in Italia. Ancora importanti divari Nord-Sud.

Istruzione: nel 2020 più donne che uomini tra i laureati in Italia. Ancora importanti divari Nord-Sud.

Differenze regionali di istruzione

In Italia nel 2020 la media nazionale dei laureati in possesso di un titolo di studio terziario di I e II livello è di 14,5%, a differenza del 2019 in cui la cui percentuale era del 13,9%. La classifica a livello regionale mostra una maggiore quantità di laureati in Lazio (18,5%). Al secondo posto si trova l’Abruzzo (15,9%), continuando con l’Umbria (15,7%), il Molise (15,6%), Emilia-Romagna (15,5%) e Marche (15,4%). La percentuale più bassa di laureati si registra nella provincia di Bolzano (12,1%), seguita dalla Sardegna (12,4%), Sicilia e Puglia (12,5%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati Istat.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

Divario regionale e di genere

Nel 2020 in tutte le regioni italiane risultano aver conseguito il titolo di laurea più le donne rispetto agli uomini. Il Lazio, la regione con più laureati in Italia, possiede anche la percentuale più alta di laureate donne (19,6%), seguita da Abruzzo (17,8%), Umbria (17,7%), Molise (17,6%), Emilia-Romagna e Marche (17,1%). Per gli uomini le percentuali più elevate di laureati si trovano in Lazio (17,2%), in Lombardia (14,1%), Liguria (14%), Abruzzo (13,9%) e Emilia-Romagna (13,8%). In fondo alla classifica, le regioni con una percentuale inferiore di laureate donne sono la Sicilia e la Puglia (13,5%), al contrario degli uomini laureati che risultano meno in Sardegna (10,3%) e nella Provincia Autonoma di Bolzano (10,5%).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

Divario Nord-Sud

Nel 2020 la percentuale più elevata di laureati si trova nell’Italia Centrale (17,2%), nettamente superiore alla media italiana (14,9%). Tuttavia, risulta ancora evidente la differenza tra il Nord e Sud del Paese, in quanto l’Italia Meridionale e Insulare (rispettivamente 13,7% e 12,8%) restano al di sotto della media nazionale.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat

Rimane un divario tra Nord e Sud anche per quanto riguarda l’analfabetismo: l’Italia Meridionale e Insulare (1% e 0,89%) hanno una percentuale più alta rispetto al Nord-ovest/est (0,36% e 0,32%), Centro (0,34%) e alla media nazionale (0,56%).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Istat
Centro Studi Impresa e Lavoro: “nel 2020 il 44% degli italiani ha acquistato online”

Centro Studi Impresa e Lavoro: “nel 2020 il 44% degli italiani ha acquistato online”

In Italia nel 2020 il 44% dei cittadini ha effettuato acquisti online di almeno un bene o servizio, a differenza del 2018 la cui percentuale di acquisti online era del 36%. Il nostro Paese si colloca così al quint’ultimo posto di questa particolare classifica europea, appena al di sotto del Portogallo (35%) e al di sopra di Romania (38%), Serbia (38%), Macedonia del Nord (34%) e Bulgaria (31%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro dell’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere di età compresa tra i 25 e i 34 anni (il 62% ha acquistato beni o servizi online) e i giovanissimi di età compresa tra i 16 e i 24 anni (59%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono stati soltanto il 31% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni (in aumento rispetto al 22% del 2018), il 15% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni (+10% rispetto al 2018) e solamente il 3% degli over75 (+2%).

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi del 2020, si osserva come resti bassissima la frequenza degli acquisti, quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo il 9% ne ha effettuati da 3 a 5.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

I beni più acquistati online dagli italiani sono stati vestiti e articoli sportivi (23%), film e musica (15%), viaggi e alloggi per vacanza (11%), attrezzatura elettronica (11%), articoli casalinghi (10%), cibo e generi alimentari (10%), libri e riviste (9%), biglietti per eventi (4%), servizi di telecomunicazioni (3%). Curiosamente, solo il 2% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di software per computer. Secondo una rielaborazione del Centro studi ImpresaLavoro, il 67% degli italiani ha acquistato online da siti esteri, principalmente tramite Amazon per il 94%, su eBay per il 52% e su Zalando per il 44%.

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Eurostat

Negli ultimi tre mesi del 2020 nelle regioni italiane si è riscontrata una maggiore propensione al Nord d’Italia per l’utilizzo dell’e-commerce. Lombardia e Trentino-Alto Adige al primo posto con 44.4%, seguiti da Valle d’Aosta (43.5%), Veneto (43.2%), Emilia-Romagna (42.7%), Friuli-Venezia Giulia (41.5%), e Piemonte (40.6%). In fondo alla classifica si trova la Puglia con 31.4%, seguita dalla Sicilia (27.4%), Campania (26.1%), e Calabria (24%).

Stranieri in Italia: 78,8 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2020.

Stranieri in Italia: 78,8 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2020.

Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione

Dal 2008 al 2020 (ultimo dato disponibile) le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno toccato la cifra 78,8 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro, presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni, realizzata su elaborazione dei più recenti dati Banca d’Italia.  Le rimesse hanno avuto una crescita dal 2008 al 2011 toccando i 7.394,37 milioni di euro, per poi contrarsi fino ai 5.070,54 milioni di euro nel 2016. Da allora si è registrata una ripresa annuale costante del fenomeno, che nel 2020 ha toccato quota 6.766,6 milioni di euro. Le stime eseguite dalla Banca d’Italia, riportate nell’ultimo report disponibile, indicano che le rimesse avvengono tramite alcuni principali intermediari ufficiali (money transfer, poste e banche) ai quali vanno aggiunti i flussi in uscita attraverso i “canali informali” (tra il 10 e il 30% del totale). Con il passare degli anni l’incidenza dei canali informali sul totale appare comunque in sensibile diminuzione.

ANDAMENTO RIMESSE DEGLI STRANIERI VERSO I PAESI D’ORIGINE

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca D’Italia

Analizzando i dati dell’ultimo anno disponibile (2020), il Centro studi Impresa Lavoro ha osservato come i lavoratori stranieri che hanno effettuato la maggior parte delle rimesse siano quelli residenti in Lombardia (1 miliardo e 536,90 milioni, pari al 22,71% del totale), in Lazio (953,42 milioni, 14,09%), in Emilia-Romagna (706,63 milioni, 10,44%), in Veneto (587,21 milioni, 8,68%), in Toscana (521,46 milioni, 7,71%), in Campania (476,44 milioni, 7,04%) e in Piemonte (439,93 milioni, 6,50%).

LE REGIONI DI PROVENIENZA, ANNO 2020

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca d’Italia

Relativamente alle rimesse effettuate durante il 2020, i lavoratori stranieri che hanno inviato ai Paesi di origine il maggior quantitativo di denaro risultano essere stati i bengalesi (707,35 milioni, pari al 10,45% del totale), i romeni (604,47 milioni, 8,93%), i filippini (448,68 milioni, 6,63%), i pakistani (435,47 milioni, 6,44%) e i marocchini (428,80 milioni, 6,34%).

I PRINCIPALI PAESI DI DESTINAZIONE, ANNO 2020

Elaborazione ImpresaLavoro su dati Banca d’Italia

Sul fisco servono le ricette del ’94. Ma i giallorossi faranno il contrario

Sul fisco servono le ricette del ’94. Ma i giallorossi faranno il contrario

Massimo Blasoni è il presidente del Centro studi di ispirazione liberale ImpresaLavoro, ma soprattutto un imprenditore di prima generazione. Con il Gruppo Sereni Orizzonti, uno dei principali operatori sul mercato, costruisce e gestisce residenze sanitarie per anziani in Italia, Germania e Spagna.

In Italia c’è poca o troppa politica?

«È un’opinione personale, sia chiaro, ma le vicende politiche degli ultimi mesi fanno pensare a una soap opera. Colpi di scena, esibizioni estive, repentini cambiamenti di fronte: gli ingredienti ci sono tutti. Le pagine politiche rischiano di assomigliare a quelle del gossip. Poco male se le scelte dei partiti non ricadessero pesantemente sulla vita di tutti noi. Oggi a valori reali gli italiani sono più poveri di quanto non lo fossero nel 2007 e il reddito pro capite tedesco è ormai una volta e mezzo il nostro. Bassa crescita e debito sono un cocktail devastante».

Riuscirà a modificare la situazione attuale il nuovo governo giallo-rosso?

«Temo proprio di no, anzi il rischio è che lo statalismo e il giacobinismo dei 5 Stelle si saldino con la parte del Pd che è ancora ancorata alla centralità della Pa ed è latamente antagonista dell’impresa. Non credo che si privatizzerà Alitalia o si porteranno a termine processi incompiuti come quello di Poste Italiane e Ferrovie. Non credo nemmeno che muterà l’atteggiamento sostanzialmente contrario alle grandi opere dei 5 Stelle. Un errore marchiano in un Paese che ha invece bisogno di rafforzare il sistema di infrastrutture fisiche e digitali. Vagheggiare come risolutivo l’intervento pubblico è quanto di più sbagliato si possa fare. La soluzione non è incrementare il ruolo dello Stato in economia ma piuttosto il contrario. Bisogna agevolare la nascita di nuove imprese non promettendo contributi pubblici ma attirando gli investimenti con meno burocrazia, meno tasse e più formazione dei lavoratori. Occorre trasferire ai giovani il messaggio che è possibile realizzare le proprie idee e creare un’azienda. Andrebbero riproposte misure come quella parte del decreto Tremonti del 1994 che per un triennio stabiliva la completa detassazione delle nuove imprese avviate da under 32. Toglieva Ires, Irap e imposte comunali per l’esercizio di imprese e per ogni tributo i connessi gravosi adempimenti burocratici».

«Statisticamente sì, per certo nel mio caso. Ho avviato la mia azienda sulla base di questa misura che semplificava lo start up e oggi ho più di 3000 dipendenti».

Altre cose da fare?

«Comprendere che non è frutto di un ordine necessario che lo Stato gestisca molta parte della nostra vita. Se penso al sistema pensionistico, ad esempio, è oggettivamente insostenibile e rischia di minare la stabilità dei conti pubblici tanto che ogni anno occorre utilizzare risorse della fiscalità generale per pareggiare i conti in rosso dell’Inps. Perché non ipotizzare un passaggio graduale dal sistema pubblico a ripartizione a uno privato a capitalizzazione? Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente, e male, i denari delle nostre pensioni?».

Proposte azzardate?

«Forse, ma il Paese rischia di essere travolto dall’immobilismo di chi dice di volerlo cambiare».

In Italia cambiano continuamente i governi ma la corsa verso lo sfascio non rallenta mai

In Italia cambiano continuamente i governi ma la corsa verso lo sfascio non rallenta mai

di Massimo Blasoni*

La politica nazionale conta?

Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 fino a ieri, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: prima dell attuale formula giallo-rossa che sostiene il governo Conte II, siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra e quindi al governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al Nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei consigli di amministrazione competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che, tradotto in termini più comprensibili, significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni 80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un idea della politica fortemente drammatizzata. C è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Lo Stato avaro costa 3,7 miliardi alle Pmi

Lo Stato avaro costa 3,7 miliardi alle Pmi

di Massimo Blasoni*

Con i tempi di pagamento lumaca imprese costrette a finanziarsi in banca e a pagare interessi.

3,7 miliardi di euro. Tanto è costato lo scorso anno alle imprese italiane anticipare il credito necessario a pagare dipendenti e materie prime per fornire beni e servizi alla Pubblica amministrazione in attesa di essere saldate.

Questa stima è stata effettuata mettendo in relazione i dati di Bankitalia sullo stock complessivo dei debiti con il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per finanziare i ritardi di pagamento della Pubblica amministrazione, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via.

È ovvio: se per fornire la Pubblica Amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere soprattutto per le piccole e medie imprese.

I ritardi finiscono per rappresentare una vera e propria tassa occulta che rende ancora più ardua la competizione con le aziende di Paesi come la Francia e la Germania che hanno tempi di pagamento della Pa, e dunque costi finanziari, che sono mediamente la metà dei nostri.

Secondo il recente European Payment Report 2019 di Intrum Justitia, quanto a tempi di pagamento siamo terz’ultimi in Europa, seguiti solamente da Portogallo e Grecia.

I ritardi non contribuiscono affatto a migliorare il rapporto di fiducia tra Stato e impresa.

Insomma, le tasse vengono richieste ai cittadini e incassate con scadenze precise ma lo Stato invece paga quando vuole, in sostanza finanziandosi parzialmente a spese del sistema produttivo.

Lo stock di debiti della Pa verso le imprese italiane è stimato da Bankitalia in 53 miliardi per il 2018. Una cifra ingentissima che rappresenta un rilevante freno per il nostro sistema produttivo.

Il calo rispetto all’anno precedente è di appena quattro miliardi di euro.

Liquidare con operazioni spot i debiti pregressi non riduce infatti lo stock complessivo poiché i debiti commerciali si rigenerano costantemente, essendo beni e servizi forniti di continuo.

Le imprese italiane sopportano tasse rilevanti, una burocrazia oppressiva e una giustizia civile assai lenta. Sarebbe auspicabile che fossero almeno esentate da questa sorta di tassa occulta.

* Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

La vera emergenza del Paese è il calo della produttività

di Massimo Blasoni

Il calo della produttività è forse il primo problema del Paese. Se negli anni 70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l OCSE solo la Grecia ha fatto peggio. I motivi sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace a un elevatissimo cuneo fiscale che dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare numero e qualità delle prestazioni rese nel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani all’estero. Non aiutano nemmeno – in un mondo sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta. Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese a investire in innovazione. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pa: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e digitali. Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. La mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività.

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

di Massimo Blasoni

L’argomento è spinoso e si presta a più interpretazioni, tuttavia i dati Istat e quelli pubblicati da Eurostat lo scorso marzo ci consegnano un dato emblematico: negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri in Italia sono cresciuti di 765mila unità e hanno in parte «sostituito» quelli italiani, scesi nel frattempo di 640mila unità. Il tasso di occupazione nel nostro Paese, cioè la percentuale delle persone al lavoro sul totale degli adulti, è uno dei più bassi in Europa. Lavora il 57,7% degli italiani, un dato di quasi venti punti percentuali inferiore a quello tedesco e britannico. Se però consideriamo i soli stranieri presenti nel nostro Paese la percentuale sale sfiorando il 60%. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono mediamente occupati in maggior numero rispetto ai cittadini nazionali. Certo, dobbiamo apprezzare che i posti di lavoro in Italia stiano, se pur lentamente, crescendo. Occorre però chiedersi se sia opportuno questo effetto di sostituzione, visto l’elevato livello di disoccupazione soprattutto giovanile e le difficoltà di reimpiego per gli ultracinquantenni che perdono un posto di lavoro: per molti trovare un’occupazione è un miraggio. Insomma, è ancora vero che gli stranieri vengono per fare i lavori rifiutati dagli italiani oppure contribuiscono ad accrescere la disoccupazione? Un dubbio amletico. Peraltro, dato che le statistiche si riferiscono al periodo 2008–2018, non si può nemmeno dire che la minor occupazione nazionale dipenda dal reddito di cittadinanza. Una misura, quest’ultima, che potrebbe favorire una minor propensione ad accettare lavori a bassa retribuzione ma i cui effetti eventualmente troveremo nei report del prossimo anno.

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

di Massimo Blasoni

Non solo la spesa pensionistica tricolore è tra le più alte d’Europa, ma il sistema pubblico è pure inefficiente Il sistema a capitalizzazione andrebbe integrato rispetto allo schema attuale per lasciare più libertà a tutti • Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d’Europa): è soprattutto poco efficiente. L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia 0 invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.

Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent’anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l’Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.

Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l’apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L’Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell’aspettativa di vita media.

Secondo il bilancio consuntivo dell’Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all’anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell’Inps a 7 miliardi medi l’anno.

L’insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell’Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale : in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensioni- stico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l’allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni) . Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.

Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

I navigator rischiano di perdere la rotta

I navigator rischiano di perdere la rotta

di Massimo Blasoni*

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

*Imprenditore e presidente del Centrostudi ImpresaLavoro