Editoriali

Lasciateci liberi di scegliere un Inps “privato”

Lasciateci liberi di scegliere un Inps “privato”

di Massimo Blasoni – Panorama

Il deficit di gestione ormai strutturale dell’Inps è l’emblema dell’insostenibilità del nostro impianto previdenziale. Nel 2016 il patrimonio netto dell’Istituto è andato per la prima volta in negativo: sei anni fa misurava oltre 40 miliardi. Lo scorso esercizio ci sono state perdite per 7,65 miliardi, in linea con quelle che si registrano ormai da anni. Il disavanzo, regolarmente ripianato dallo Stato, è frutto del disallineamento tra contributi versati – con il criterio della ripartizione, dai lavoratori di oggi – e pensioni pagate. A questo si aggiunge la notevole massa dei crediti che l’Inps non riesce ad incassare e che è costretto ciclicamente a svalutare: un po’ come avviene per i crediti deteriorati delle banche. Si tratta di cifre ingentissime che rappresentano un’ulteriore pesante ipoteca sul bilancio della previdenza nazionale.

È noto che il sistema retributivo applicato in passato fu troppo generoso ma la situazione attuale è anche frutto di una gestione non certo assennata del patrimonio immobiliare. Per dare un’idea, l’Inps possiede 25mila immobili valutati più di tre miliardi da cui però non trae alcun provento, anzi un rilevante deficit annuale. E purtroppo non è finita qui. La sostenibilità del sistema previdenziale richiede sia una crescita del Pil di almeno un punto e mezzo percentuale annuo, sia un indice di occupazione – cioè di partecipazione al mercato del lavoro – nettamente più alto di quello attuale. Risultati per il momento non conseguiti né sul piano della crescita, che in Italia resta modesta, né relativamente all’incremento dell’occupazione: solo il 57% degli italiani lavora, contro una media europea dieci punti più alta. Tra l’altro nel nostro Paese non ha grande spazio la previdenza complementare: fra coloro che versano contributi il tasso di adesione non supera il 25% del totale degli occupati. D’altro canto con netti in busta paga fortemente gravati dall’altissimo cuneo fiscale e previdenziale non è semplice per le famiglie ritagliare risorse per assegni aggiuntivi.

Le incertezze per il futuro gravano fondamentalmente sui giovani. Lavori discontinui, vuoti contributivi e una previdenza in genere penalizzante rispetto al passato rischiano di condurre ad assegni pensionistici miseri e a un lavoro che si dovrà protrarre sino ad un’età assai avanzata. Il fatto è che ancora oggi alcuni vanno in pensione a poco più di 50 anni mentre l’aspettativa per chi inizia a lavorare va ben oltre i 70 anni. Una soglia che potrebbe spostarsi ancora più in là, posto che ogni tre anni i coefficienti di trasformazione adeguano l’età di pensionamento alla costante crescita della vita media. Una considerazione conclusiva: non è frutto di un ordine necessario che debba essere lo Stato a gestire i nostri contributi obbligatori. Sarebbe forse preferibile che ci fosse data la possibilità di decidere liberamente dove investirli, optando tra soggetti pubblici e privati in concorrenza. Un passaggio complesso ma a ben vedere non impossibile.

Brexit, Londra e un paio di confronti fra Italia e Gran Bretagna

Brexit, Londra e un paio di confronti fra Italia e Gran Bretagna

di Massimo Blasoni – Formiche

Non è possibile sapere con esattezza in quale stato verserà l’economia britannica una volta che la Brexit avrà dispiegato nel tempo tutti i suoi effetti. A nove mesi dal referendum popolare che ha sancito la vittoria del Leave e mentre ormai il Governo May sta ultimando gli ultimi passaggi propedeutici all’uscita dall’Unione europea, si può però affermare che non si sono avverate le catastrofiche previsioni formulate dalla Bank of England e da numerosi analisti. I loro allarmismi, che già a suo tempo non avevano convinto gli elettori britannici, non sembrano nemmeno aver suscitato quei sentimenti di paura e incertezza che, come sappiamo, molto spesso condizionano in maniera rilevante i trend economici.

In questo contesto sembra utile attuare un confronto tra le performance più recenti del Regno Unito e quelle dell’Italia, se non altro per renderci conto di quanto la nostra situazione sia decisamente più critica. Nel quarto trimestre del 2016 il Pil del Regno Unito è cresciuto del 2%, il nostro appena dell’1,1%. La nostra crescita annua è stata dell’1% mentre in Gran Bretagna ha registrato un +2% (la più consistente tra tutti i Paesi del G7). Oltremanica la disoccupazione rimane inferiore al 4,8% mentre da noi è all’11,9% (con quella giovanile addirittura al 37,9%).

E se in questo match Italia–Inghilterra recuperiamo quanto a vendite al dettaglio – posto che negli ultimi tre mesi abbiamo registrato incrementi superiori a quelli britannici – rischiamo una penosa debacle quanto a tassazione sull’impresa. Va riconosciuto ai governi inglesi di aver perseguito una rilevante politica di sostegno alle loro imprese. La tassazione nel Regno Unito è stata progressivamente ridotta sino a giungere al 20%. Un peso decisamente inferiore a quello italiano. Se il confronto avviene poi sul total tax rate, cioè tenendo conto anche del peso dei contributi previdenziali, la forbice si allarga: 30,9% nel regno di Sua Maestà contro il nostro 62%.

Resta infine un dato oltremodo significativo: a leggere i giornali sembrerebbe che banche di investimento e multinazionali siano sul punto di traslocare dalla City, eppure dall’inizio dell’anno la Borsa di Londra ha registrato un +3,01%, quella di Milano invece un ben più modesto +1,57%. È la prova che nonostante l’imminente Brexit i mercati continuano a ritenere affidabile l’impegno del governo May per la tenuta di un ambiente favorevole agli investimenti e alla localizzazione delle multinazionali. Possiamo dire lo stesso del governo Gentiloni?

I dati Istat delle famiglie non tengono conto del nero

I dati Istat delle famiglie non tengono conto del nero

di Massimo Blasoni – La Verità

La crisi economica, che dopo un decennio può dirsi ormai sistemica, ha sicuramente accentuato il divario tra le classi più abbienti e quanti invece hanno visto sensibilmente ridursi il proprio patrimonio. Occorre però distinguere bene le situazioni. Nelle scorse settimane ha ad esempio fatto molto rumore, guadagnandosi le prime pagine dei giornali, la notizia che nel nostro Paese un milione e 85mila famiglie risultano prive di reddito e che oltre la metà di queste (587mila) vivono nel Mezzogiorno. Molti osservatori ne hanno tratto la conclusione che la situazione in Italia  sia a tal punto peggiorata da ridurre alla povertà una quota rilevante di nostri connazionali. In realtà i dati diffusi da Istat registrano un milione di famiglie senza lavoro, il che non significa che non abbiano comunque un reddito: una famiglia infatti può essere composta da pensionati, disporre di rendite proprie oppure di redditi da lavoro in nero.

Quest’ultima categoria non è per nulla residuale, anzi. Basti considerare che nella sua ultima rilevazione (ottobre 2016) lo stesso Istituto nazionale di Statistica attesta che nel 2014 il valore aggiunto generato in Italia dalla sola economia sommersa ammontava a 194,4 miliardi di euro mentre quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 17 miliardi di euro. Il valore aggiunto generato da questa “economia non osservata” nel 2014 derivava per il 46,9% (47,9% nel 2013) dalla componente relativa alla sottodichiarazione da parte degli operatori economici. La restante parte era invece attribuibile per il 36,5% all’impiego di lavoro irregolare (34,7% nel 2013), per l’8,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance, ecc.) e per l’8% alle attività illegali. Detta in soldoni, il mondo degli evasori e dei lavoratori in nero due anni fa ha prodotto un giro d’affari pari al 12,0% del Pil), tra sotto-dichiarazioni (99 miliardi) e lavoro irregolare (77 miliardi).

A questo si aggiunga un altro dato significativo: è stato sufficiente cambiare il sistema per la quantificazione dell’Isee – passando dall’autodichiarazione alla verifica oggettiva (con incrocio dei dati all’anagafe tributaria) – per assistere nel 2015 a un vero “miracolo” economico: gli italiani che per ottenere sconti fiscali dichiaravano di essere nullatenenti sono infatti diminuiti dal 70% al 14% (nel Mezzogiorno da quasi il 90% al 20%).

Tutto questo per ricordare che se la crisi economica è grave e perdura da molti anni, altrettanto grave e longeva è la propensione di molti a comportamenti non trasparenti. Un motivo in più per diffidare della politica dei bonus governativi elargiti a pioggia (magari a persone che non ne hanno reale bisogno) e che comunque non ha finora assicurato un’ effettiva ripresa dei consumi. Occorre piuttosto rilanciare gli investimenti pubblici in infrastrutture e stimolare, detassandoli, quelli privati. La convinzione è che l’unica strada percorribile per combattere le povertà (reali) sia quella di creare nuova occupazione.

Perché con il ddl Concorrenza le bollette di energia elettrica saranno ancora più care

Perché con il ddl Concorrenza le bollette di energia elettrica saranno ancora più care

di Vittorio Pezzuto – Affaritaliani.it

Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma, per un paradosso tutto italiano, le bollette non sono calate. Negli ultimi cinque anni le famiglie italiane hanno infatti visto crescere del 24,22% i costi (tasse incluse) per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici: si è passati da 0,1943 euro per kWh del 2010 a 0,2413 euro per kWh del 2016.

Stimando per il 2016 un consumo medio annuo per famiglia di 2.579 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene un costo a carico di ogni famiglia per la sola bolletta elettrica di 622 euro su base annua. A livello europeo solo in Danimarca, Belgio e Germania l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se la stessa famiglia, infatti, si trovasse a vivere in Francia risparmierebbe 187,75 euro su base annua; 119,15 euro se vivesse nel Regno Unito e 58,80 euro se vivesse in Spagna. In Germania, invece, il conto sarebbe più elevato: +143,39 euro.

Al momento nel nostro sistema vige un doppio regime: quello di maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e quello del mercato libero (per chi nel frattempo si è rivolto ad altri fornitori). Sarebbe logico attendersi che quest’ultimo assicuri prezzi più vantaggiosi ai clienti. Accade invece il contrario e per rendersene conto è sufficiente leggere il Rapporto 42/2015 dell’Autorità per l’Energia, il Gas e il Sistema idrico, laddove (a pag. 5) afferma che «vi sono evidenze che in media i clienti domestici che si approviggionano sul libero mercato pagano un prezzo di fornitura maggiore di quello che pagherebbero nell’ambito del servizio di maggior tutela. Nel 2013 i prezzi medi rilevati nel mercato libero – con riferimento alla sola quota relativa ai costi di approvvigionamento, vendita e margine di commercializzazione – risultano superiori a quelli del servizio di maggior tutela di un intervallo compreso tra il 15% e il 20%.»

Una situazione anomala che si vorrebbe adesso superare con l’approvazione del ddl Concorrenza, più volte rinviata e la cui discussione verrà calendarizzata al Senato nelle prossime settimane. Nella parte dedicata alla liberalizzazione del mercato elettrico, è stato infatti inserito il termine del 1 luglio 2018 per la fine del regime della maggior tutela e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Tutto bene? No. Purtroppo in commissione Industria al Senato il 10 febbraio 2016 è stato approvato, di notte e per iniziativa della maggioranza, un emendamento all’art. 29 che mette in serio pericolo la centralità del consumatore. Prevede infatti che l’Autorità per l’energia elettrica adotti disposizioni per assicurare il servizio di salvaguardia ai clienti finali domestici e alle imprese connesse in bassa tensione (con meno di cinquanta dipendenti e un fatturato annuo non superiore a 10 milioni di euro) senza fornitore di energia elettrica o che non abbiano scelto il proprio fornitore, «attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero».

In soldoni significa che con il nuovo regime i cittadini non potranno confermare il contratto col proprio fornitore (a quest’ultimo sarà probabilmente vietato l’invio di una comunicazione del tipo: «Caro cliente, se vuoi puoi restare con noi e a queste condizioni»). Niente da fare, dovranno obbligatoriamente rivolgersi al mercato libero, scegliendo tra le varie offerte telefoniche o consultabili sulla Rete per poi sottoscrivere il nuovo contratto. Se non lo faranno entro il 1 luglio 2018, la loro utenza verrà assegnata a un altro fornitore attraverso un meccanismo, quello dell’asta sul prezzo, le cui modalità al momento non sono state ancora definite. In teoria dovrebbe essere bandita dal Ministero dello Sviluppo sulla base di regole definite dall’Autorità per l’Energia oppure da Acquirente Unico spa, il soggetto istituzionale controllato dal Ministero dell’Economia che ha il compito di approvvigionarsi di energia elettrica per i clienti che sono in regime di maggior tutela. È però ipotizzabile che ad aggiudicarsi i singoli lotti (di dimensioni medie, al massimo qualche milione di utenze, al fine di permettere la partecipazione sul territorio di operatori diversi dall’Enel) sarà il fornitore che di volta in volta offrirà il prezzo più basso. Il problema è che poi quest’ultimo dovrà probabilmente ribaltare al consumatore un prezzo finale superiore a quello attualmente praticato in regime di maggior tutela, e questo proprio per ottemperare alla regola dell’incentivazione al passaggio al mercato libero. Un meccanismo astruso. In realtà quanti clienti (soprattutto anziani) – magari perché distratti o poco informati o non collegati a Internet – a quel punto si daranno da fare per sganciarsi subito dal nuovo fornitore e reperire un’offerta migliore, a prezzi più vantaggiosi? Una piccola minoranza.

Occorre rimediare finché c’è tempo. La misura inserita nel ddl Concorrenza che sarà discusso in Parlamento non esiste in nessun altro Paese europeo, è assai poco liberale e per nulla in linea con i principi della libera concorrenza. La strada da intraprendere è semplice e va nella direzione opposta: abolire il meccanismo dell’asta, informare il consumatore della possibilità di scelta del fornitore e, nel caso rimanga silente, prevedere la formula del silenzio assenso, cioè la conferma del fornitore in essere (lasciando ovviamente la possibilità di modificare in ogni momento la propria scelta). Solo in questo modo si potranno finalmente creare le condizioni di mercato per una sana e libera concorrenza tra operatori e quindi un conseguente abbattimento del costo delle bollette.

Ecco come salvare l’Italia

Ecco come salvare l’Italia

di Massimo Blasoni – Libero

«È maggiore il nostro Pil o quello russo? Molti propenderebbero per Mosca. Non è così, il nostro è superiore, a leggere i dati dell’FMI, e pur sempre siamo gli ottavi al mondo. Questo per dire che siamo abituati alla nostra sottorappresentazione, con ovvi effetti negativi. Dunque prima cosa crederci» dice Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Secondo: dobbiamo investire in innovazione e digitalizzazione. Siamo 25esimi su 28 in Europa, dietro di noi solo Grecia, Bulgaria e Romania. Il mondo, velocissimo, sta cambiando: si stima che nei prossimi vent’anni metà delle attuali professioni saranno sostituite dall’automazione. Perderemo milioni di posti di lavoro ma ne nasceranno altri, nuovi, tecnologici. Un’opportunità per un Paese con scarse materie prime. Occorre però investire e aprirsi alle novità. Terzo: è difficile fare impresa in Italia. Siamo tra i peggiori quanto a tempi per i permessi di costruzione e il nostro mercato del lavoro si occupa troppo di forme e garanzie e poco di occupabilità. Serve un cambiamento radicale. Quarto: occorre ridurre il debito e dunque la spesa pubblica che non è solo eccessiva ma soprattutto è mal distribuita. Continuiamo a diminuire gli investimenti e avremmo invece bisogno di nuove infrastrutture fisiche e digitali, mentre cresce inarrestabilmente la spesa corrente. Quinto: è necessario ridurre le tasse, ovvio. Non potendo abbattere genericamente il carico fiscale bisogna, in modo mirato, tradurre la detassazione in uno sprone agli investimenti. Ad esempio rafforzando i super ammortamenti per l’acquisto di beni aziendali o reintroducendo misure come il decreto Tremonti del 1994 che consentiva alle startup giovani per tre anni di non pagare tasse azzerando pure tutti gli adempimenti burocratici. Funzionò? Con me sì, oggi la mia azienda occupa 2.300 persone».

La politica che frena le privatizzazioni

La politica che frena le privatizzazioni

di Massimo Blasoni

Completare il piano di privatizzazioni? In Italia resta una chimera. Di perdita effettiva del controllo pubblico di Poste, Enav o Ferrovie dello Stato ci si limita a parlare senza far seguire fatti concreti. Addirittura non manca qualche nostalgico della stagione d’oro delle partecipazioni statali. Le prime privatizzazioni italiane firmate Amato e Draghi datano 1992. All’epoca lo Stato controllava quasi interamente il sistema bancario e interamente quello ferroviario e aereo, le autostrade, il gas, l’elettricità e l’acqua, la telefonia, larga parte dell’industria siderurgica e altro ancora. Quel piano di privatizzazioni fu dettato dall’urgenza dei conti pubblici. Nacque così la stagione delle grandi dismissioni bancarie e assicurative, dal Credito Italiano alla Banca Commerciale Italiana. Poi fu la volta di Ciampi e di Telecom Italia. Nel 1999 il governo D’Alema privatizzò le autostrade e porzioni di Enel, conservandone però il controllo. Resta ancora molto da fare, soprattutto occorre convincersi che tra i compiti dello Stato non deve esservi la gestione delle imprese.

Di recente, per un paio d’anni, si è parlato di quotare e dismettere fino al 40% del capitale di Ferrovie dello Stato, ancora interamente in mano al Ministero dell’Economia. Adesso l’obiettivo sembra limitarsi a portarne in Borsa soltanto la divisione a lunga percorrenza (Frecce e Intercity), rendendo flottanti solo quote di minoranza. La controllata Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce i binari, dovrebbe invece restare saldamente in mano pubblica. Si tratta di un’operazione dai tempi ancora indefiniti e che comunque dovrebbe portare nelle casse dello Stato solo un miliardo dei 3-4 inizialmente previsti. Non va dimenticato che FSI vive di interventi pubblici, riceve circa 12 miliardi all’anno tra sussidi alla rete ferroviaria, ai servizi, agli investimenti e al fondo pensioni. Per quanto riguarda invece Poste, lo Stato al momento ne controlla il 64,7% tramite Ministero delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Nell’ottobre 2015 una prima tranche di privatizzazione ne ha collocato sul mercato il 35,3%, ottenendo un ricavo di 3,1 miliardi. La collocazione della tranche successiva (29,7%) continua ad essere rinviata, dovrebbe valere tra i 2 e i 3 miliardi. E che dire della dismissione o chiusura delle ottomila società partecipate di Comuni e Regioni? Tutto langue nei Ministeri.

Resta da rispondere al quesito: perché completare le privatizzazioni? Citerò due ragioni. La gestione politica di una società pubblica spesso non ha come obiettivo l’efficienza e su di essa pesano costi impropri volti a creare consenso e a mantenere clientele, con svantaggi e disavanzi a carico dei consumatori/contribuenti. La seconda ragione è che le privatizzazioni consentono allo Stato di introitare il denaro derivante dalle cessioni senza che per questo motivo venga a cessare il servizio a vantaggio dei cittadini. Si tratta di risorse di cui avremmo grande bisogno ad esempio per ampliare e innovare la rete di infrastrutture viarie e digitali del nostro Paese. Risorse utilissime, che ovviamente occorre spendere bene. Esattamente quello che non si è fatto con i proventi delle privatizzazioni del passato, finiti perlopiù ad alimentare il fiume inesauribile della spesa corrente.

Per le start up meglio meno tasse che la pioggia di fondi pubblici

Per le start up meglio meno tasse che la pioggia di fondi pubblici

di Massimo Blasoni

Lo scorso anno gli under 35 hanno aperto quasi 120mila nuove imprese e al tempo stesso il saldo tra aperture e chiusure è risultato ampiamente positivo: +63.646. Questi dati, forniti da UnionCamere, appaiono significativi e fanno da contrappeso all’elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile. Sostenere questo processo è importante, occorre però individuare la maniera più efficace per farlo.

Finora Stato e singole regioni hanno dato vita a una miriade di iniziative. Si va dalle erogazioni di Invitalia ai progetti di Garanzia Giovani, da Intraprendo in Lombardia a Lazio Innova, da Start&Growth in Liguria a Startup in progress in Molise e giù giù a seguire un elenco infinito. Si tratta spesso di misure tortuose (rese impervie da innumerevoli domande, bolli e regolamenti) che rimangono in parte inutilizzate o che paradossalmente impiegano la maggior parte delle risorse nelle strutture burocratiche preposte alle istruttorie dei singoli progetti. Soprattutto passano anni prima che i richiedenti ricevano finanziamenti o garanzie al credito. In un’economia veloce come quella globale tutto questo ha poco senso: nel frattempo l’azienda è autonomamente decollata oppure è già morta.

Dispensare contributi pubblici non sembra poi la soluzione migliore: alimenta l’idea dell’impresa assistita e risente della gestione politica delle provvidenze. Una proposta? Ridare vita al Decreto Tremonti n. 357 del 1994, che stabiliva la completa detassazione delle nuove imprese costituite da under 32. Toglieva Ires e Irap, eliminava le imposte comunali per l’esercizio di imprese e sugli immobili; toglieva anche la tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche e soprattutto (e per ogni tributo) i connessi adempimenti. Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare in un Paese in cui un imprenditore lavora in media due mesi all’anno per assolvere alle procedure burocratiche.

Quel beneficio valeva per un triennio e sino alla rilevante soglia di un miliardo annuo di lire, cioè un milione di euro attuale o giù di lì.Se riproposta, questa misura potrebbe mettere in moto un rilevante numero di imprese e connessi posti di lavoro. Si dirà che esiste già il regime forfettario per le Partite Iva previsto dalla Legge di Stabilità. Vero, ma porre a 30/50mila euro il limite di fatturato per godere dell’esenzione fiscale vanifica nel concreto la norma. Un’altra obiezione è che questa disposizione aprirebbe la strada a qualche furbetto e ridurrebbe il gettito tributario. È fin troppo facile rispondere che i benefici legati al probabile avvio di tante start up sane prevalgono di gran lunga su queste contestazioni.

Funzionerebbe? A guardare le statistiche allora funzionò. Con certezza posso dire una cosa: incentivato da quella misura, nel 1996 diedi avvio a una società insieme a un ex compagno di classe. Oggi è una Spa che occupa quasi 2500 persone e opera in tutta Italia.

L’Italia delle privatizzazioni mai completate

L’Italia delle privatizzazioni mai completate

di Massimo Blasoni

Completare il piano di privatizzazioni? In Italia resta una chimera. Di perdita effettiva del controllo pubblico di Poste, Enav o Ferrovie dello Stato ci si limita a parlare senza far seguire fatti concreti. Addirittura non manca qualche nostalgico della stagione d’oro delle partecipazioni statali. Le prime privatizzazioni italiane firmate Amato e Draghi datano 1992. All’epoca lo Stato controllava quasi interamente il sistema bancario e interamente quello ferroviario e aereo, le autostrade, il gas, l’elettricità e l’acqua, la telefonia, larga parte dell’industria siderurgica e altro ancora. Quel piano di privatizzazioni fu dettato dall’urgenza dei conti pubblici. Nacque così la stagione delle grandi dismissioni bancarie e assicurative, dal Credito Italiano alla Banca Commerciale Italiana. Poi fu la volta di Ciampi e di Telecom Italia. Nel 1999 il governo D’Alema privatizzò le autostrade e porzioni di Enel, conservandone però il controllo. Resta ancora molto da fare, soprattutto occorre convincersi che tra i compiti dello Stato non deve esservi la gestione delle imprese.

Di recente, per un paio d’anni, si è parlato di quotare e dismettere fino al 40% del capitale di Ferrovie dello Stato, ancora interamente in mano al Ministero dell’Economia. Adesso l’obiettivo sembra limitarsi a portarne in Borsa soltanto la divisione a lunga percorrenza (Frecce e Intercity), rendendo flottanti solo quote di minoranza. La controllata Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce i binari, dovrebbe invece restare saldamente in mano pubblica. Si tratta di un’operazione dai tempi ancora indefiniti e che comunque dovrebbe portare nelle casse dello Stato solo un miliardo dei 3-4 inizialmente previsti. Non va dimenticato che FSI vive di interventi pubblici, riceve circa 12 miliardi all’anno tra sussidi alla rete ferroviaria, ai servizi, agli investimenti e al fondo pensioni. Per quanto riguarda invece Poste, lo Stato al momento ne controlla il 64,7% tramite Ministero delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Nell’ottobre 2015 una prima tranche di privatizzazione ne ha collocato sul mercato il 35,3%, ottenendo un ricavo di 3,1 miliardi. La collocazione della tranche successiva (29,7%) continua ad essere rinviata, dovrebbe valere tra i 2 e i 3 miliardi. E che dire della dismissione o chiusura delle ottomila società partecipate di Comuni e Regioni? Tutto langue nei Ministeri.

Resta da rispondere al quesito: perché completare le privatizzazioni? Citerò due ragioni. La gestione politica di una società pubblica spesso non ha come obiettivo l’efficienza e su di essa pesano costi impropri volti a creare consenso e a mantenere clientele, con svantaggi e disavanzi a carico dei consumatori/contribuenti. La seconda ragione è che le privatizzazioni consentono allo Stato di introitare il denaro derivante dalle cessioni senza che per questo motivo venga a cessare il servizio a vantaggio dei cittadini. Si tratta di risorse di cui avremmo grande bisogno ad esempio per ampliare e innovare la rete di infrastrutture viarie e digitali del nostro Paese. Risorse utilissime, che ovviamente occorre spendere bene. Esattamente quello che non si è fatto con i proventi delle privatizzazioni del passato, finiti perlopiù ad alimentare il fiume inesauribile della spesa corrente.

Per gli imprenditori il tempo è denaro ma la giustizia lo ignora

Per gli imprenditori il tempo è denaro ma la giustizia lo ignora

di Massimo Blasoni – Libero

Non c’è impresa privata senza il coraggio di rischiare. Il mercato genera selezione, obbliga a competere. Non è così nella pubblica amministrazione, giustizia compresa, i cui operatori vengono stipendiati a fine mese indipendentemente dai risultati ottenuti. Per chi vuole investire e fare impresa, il fattore tempo è invece un elemento decisivo per determinare la riuscita o il fallimento della propria attività. I mesi, molto spesso gli anni, trascorsi nell’attesa di definire cause e contenziosi giudiziari costituiscono costi rilevantissimi che vanno quantificati in posti di lavoro persi e minore ricchezza.

Il cattivo funzionamento della nostra giustizia civile e amministrativa è un danno per tutti: spaventa gli investitori (stranieri e non), deprime gli sforzi degli imprenditori onesti e condanna il Paese al declino economico. Lo dimostrano i più recenti dati elaborati dal Cepej-Stat del Consiglio d’Europa. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, nel 2014 in Italia rimanevano in attesa di giudizio oltre 2 milioni e 758 mila processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750 mila scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado e, anche se appare in leggero calo rispetto agli anni precedenti, significa che a fine anno rimanevano pendenti, in termini relativi, 45 processi ogni mille abitanti in Italia contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i soli 9 della Germania. Una situazione che tiene alla larga i capitali internazionali.

Non deve quindi sorprendere che la media degli ultimi tre anni evidenzi investimenti netti annui provenienti dall’estero per un magro 0,72 per cento del nostro Pil. Secondo un recente studio pubblicato dalla Commissione Europea, la riduzione delle cause pendenti per numero di abitanti determina l’incremento degli investimenti esteri:per il nostro Paese, portarle al livello della media europea potrebbe di per sé generare afflussi extra per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil (in sostanza tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui: il doppio dell’attuale). L’inefficienza giudiziaria italiana determina insomma un doppio, gravissimo danno: non solo nega coi suoi ritardi una vera certezza del diritto ma agisce anche come poderoso freno allo sviluppo della nostra economia.

La nostra crescita è prigioniera della burocrazia

La nostra crescita è prigioniera della burocrazia

di Massimo Blasoni – Il Giornale

Non è un caso che nel luogo al mondo dove vi è più innovazione, la California, quando un’azienda vuole introdurre un nuovo prodotto o un nuovo servizio non si usano le vecchie regole: se ne scrivono di nuove. E queste regole vengono scritte insieme, dall’azienda e dall’autorità pubblica. In Italia non è così: il nostro è un sistema costruito sulla gestione dell’esistente.

La regola prevale sull’innovazione e spesso ne blocca lo sviluppo. Legge elettorale e riforme costituzionali rappresentano temi rilevanti per il Paese ma – non lo si ripete mai abbastanza – i problemi fondamentali restano quelli del lavoro e dell’economia. Questioni tutt’altro che risolte, come purtroppo certificano gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile che è tornata a crescere sino a un preoccupante 39,4%. Posto che non vi è la possibilità di far ripartire l’occupazione incrementando la spesa pubblica (molti lo vorrebbero ma con questo debito è impensabile), non resta che convincersi che l’unica strada per far ripartire crescita e lavoro è sostenere lo sviluppo delle nostre imprese. E qui il tema si complica perché parte dei partiti e degli imprenditori hanno sempre interpretato questo sostegno come l’elargizione di contributi. Una policy che ha dimostrato di non funzionare. Servono piuttosto opportunità per lo sviluppo che però troppo spesso vengono negate agli imprenditori da una burocrazia asfissiante e dall’inadeguatezza delle infrastrutture. Secondo i dati del report Doing Business una concessione edilizia in Italia richiede 227 giorni e servono a un medio imprenditore 240 ore solo per pagare le tasse: quasi due mesi sottratti alla produzione. Ben diversa la situazione in Francia o Inghilterra, dove per gli stessi adempimenti si deve invece dedicare la metà del tempo.

Quanto alle infrastrutture, si pensi non solo a quelle fisiche (strade, aeroporti, ferrovie…) ma soprattutto a quelle digitali. Siamo tra gli ultimi in Europa per velocità e diffusione della banda ultra larga e in fondo alla classifica per rapidità del download. Non si tratta solo di statistiche. Purtroppo, in un’economia dominata dalla velocità, procedere più lentamente ha un prezzo rilevante. Così proliferano tre fenomeni: aziende che chiudono, altre che se ne vanno e altre ancora che vengono acquistate da gruppi stranieri. La lista delle imprese italiane cedute all’estero è lunghissima. In un’economia globale il fenomeno non è di per sé negativo. Colpisce però lo sbilanciamento e la minor penetrazione dei nostri imprenditori all’estero. Siamo troppo piccoli: la Borsa di Milano non solo è anni luce distante da quella di Wall Street, ma con i suoi 522 miliardi di capitalizzazione è un terzo di quella di Francoforte e Parigi. Tra l’altro, banche e Fondi di investimento che potrebbero accompagnare lo sviluppo hanno da noi dimensioni molto più contenute. Ovviamente vi sono molte responsabilità degli imprenditori. Tuttavia in Italia – e questa è una colpa dello Stato – vige un modello tortuoso, formalista, burocratico, fatto di bolli e autorizzazioni con una produzione legislativa eccessiva o superata dall’evoluzione dei rapporti sociali che limita fortemente la crescita e qualche volta la sussistenza stessa delle aziende. E non dimentichiamo la debolezza del nostro governo.

Certo, siamo in Europa ma la competizione tra Stati resta evidente e la capacità francese o tedesca di difendere le proprie esportazioni mette ancora più in luce la nostra fragilità. Il cahiers de doléances sarebbe ancora molto lungo. Basti ricordare l’incredibile lentezza della giustizia civile e la complessità delle cause di lavoro: due veri deterrenti agli investimenti. Oppure il nodo irrisolto delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Il punto è chiedersi perché vi sia una scarsa propensione del mondo politico ad affrontare questi temi. Le risposte sono molte ma certo tra esse vi sta anche la scarsa presenza di imprenditori e partite Iva nelle istituzioni. Eppure non investire in innovazione e continuare a nutrire le mille inefficienze della PA rappresenta un danno enorme per tutti i cittadini. Occorre porre i temi liberali di nuovo al primo punto dell’agenda politica. I nostri irrisolti problemi sono ancora lì a suggerircelo.

Tra le molte note dolenti chiudo con una positiva. Il numero di giovani imprenditori è in forte crescita; per desiderio di intraprendenza e realizzazione prima ancora che per motivi economici. Sono 120mila le nuove imprese aperte da under 35 nel 2015: più della metà sono sopravvissute. Pagano tasse e creano occupazione. Per farne crescere il numero non ci vorrebbe poi molto. C’è necessità di opportunità più che di aiuti, quelle che gli ultimi governi non hanno saputo offrire.