Editoriali

Mps, Province, debito. Che cosa succede in Italia?

Mps, Province, debito. Che cosa succede in Italia?

di Massimo Blasoni

Il pendolo del sentiment nazionale è in costante movimento. Se fino a qualche tempo fa riforme e spending review sembravano – almeno a parole – obiettivi imperativi, oggi rischiamo che a prevalere sia il verso contrario. Pensiamo alla crisi economica. Abbiamo provato a uscirne facendo sacrifici ma non ci siamo riusciti e allora esorcizziamo il peso del debito e del deficit tornando a parlare di Stato. Dal mantenimento delle Province alla pubblicizzazione di Monte dei Paschi passando per il desiderio di un ritorno al proporzionale: sembra che da più parti dilaghi il rimpianto del bel tempo andato, quando i problemi si risolvevano con un accordo a tavolino, non importa a quale costo.

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Ci sono i soldi per Mps ma non per pagare chi lavora per lo Stato

Ci sono i soldi per Mps ma non per pagare chi lavora per lo Stato

di Massimo Blasoni – Libero

Margaret Thatcher amava ripetere che «non esistono i soldi pubblici, esistono quelli dei contribuenti». Difficile sostenere che i nostri governanti abbiano in materia le stesse idee. I 20 miliardi di fondi pubblici che il governo Gentiloni ha appena destinato al salvataggio di Monte Paschi di Siena e di altre banche dissestate (molto spesso da vertici nominati in ragione della loro affiliazione partitica) dimostrano piuttosto il contrario, andando indiscriminatamente a pesare sulle tasche di tutti i contribuenti e ampliando la voragine del nostro debito pubblico. Intendiamoci, questa misura si è resa necessaria come extrema ratio per salvare il nostro sistema creditizio ed evitare il rischio di un effetto domino esiziale per l’intera economia italiana. Pesa però il grave ritardo di una scelta che sarebbe stata molto meno onerosa se decisa anche solo un anno fa, quando Matteo Renzi andava in tv a sostenere che Mps «è una banca risanata e investirci è un affare».

Ma soprattutto questa vicenda dimostra come per Palazzo Chigi non tutte le imprese private siano uguali. Nonostante le reiterate promesse, lo Stato ha infatti continuato ad accumulare uno stock di circa 61 miliardi di euro di debiti commerciali nei confronti delle aziende dalle quali ha a suo tempo acquistato beni e servizi. Se un cittadino non paga le tasse entro il termine dovuto e’ duramente sanzionato, lo stato invece paga i suoi debiti quando vuole e resta impunito. Il suo ritardo nei pagamenti non ha confronti con alcun altro Paese europeo. Queste imprese meriterebbero almeno la stessa attenzione riservata a Monte Paschi e alle altre banche in crisi, se non altro perché molto spesso vengono gestite con maggiore capacità e accortezza. I ritardi nei pagamenti determinano un onere finanziario enorme per le nostre aziende: scontare in banca le fatture non saldate è costato loro nel 2016 oltre 5 miliardi. È anche questa una delle ragioni alla base dell’impressionante ritmo dei fallimenti nel nostro Paese: ogni giorno lavorativo chiudono infatti per insolvenza ben 57 imprese. Alla fine di quest’anno ne saranno fallite ben 14.348 e il 2016 verrà ricordato come l’anno in cui si taglierà il traguardo delle 100mila imprese chiuse a partire dal 2009. Un dato che non ha paragoni con le altre grandi economie monitorate dall’Ocse e che evidenzia come il nostro governo, nei confronti delle aziende private, usi due pesi e due misure.

Non è un paese per giovani

Non è un paese per giovani

di Massimo Blasoni – Panorama

L’Italia rischia di essere un Paese con poche speranze, soprattutto per i giovani. Per quelli che hanno votato no al referendum al Sud perché ritenevano inadeguato il governo: oltre il 70% nelle Isole e giù di lì in Campania e Calabria. Anche per quelli che pensano che sia indispensabile emigrare all’estero per fare carriera, oppure più semplicemente per trovare lavoro. In effetti non sono pochi i giovani italiani che sono emigrati, oltre 60mila quest’anno. Ci dicono i dati ISTAT che le mete preferite sono il Regno Unito e la Germania. Se ne vanno in Paesi che, in effetti, hanno più crescita e meno burocrazia e dove è più facile fare ricerca. La metà di essi sono laureati e più del 5% tra coloro che hanno conseguito un titolo magistrale se ne va entro un anno dalla conclusione degli studi.

Colpisce una ricerca dell’Osservatorio di Demos-Coop. Il 63% dei nostri figli è convinto del fatto che difficilmente riuscirà a raggiungere – non certo a superare – la posizione sociale dei genitori. Il timore che non esistano opportunità e possibilità adeguate fa crescere l’esercito dei Neet. Sono coloro che né studiano né lavorano e il loro elevato numero ci colloca, in questa speciale classifica, all’ultima posizione in Europa. Un triste primato. I giovani sanno che le scelte fatte in passato con politiche previdenziali e lavori ipergarantiti si traducono oggi, per loro, in situazioni di incertezza. Temono di non avere oggi un lavoro e tantomeno, domani, un dignitoso trattamento pensionistico. D’altronde il nostro tasso di occupazione è al 57,2%, venti punti percentuali inferiore a quello tedesco. Così si allarga il solco tra generazioni.

Scontiamo anche un difetto di formazione. Siamo tra gli ultimi in ambito OCSE per risorse investite nell’Università in rapporto al Pil e meno della metà dei ragazzi italiani ha competenze digitali, contro una media europea del 59%. La maggior parte di loro vive a casa: due su tre, il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi. Ovviamente un po’ di mammismo c’è, tuttavia non è prevalente. Tra giovani choosy – cioè schizzinosi – come disse la Fornero nel 2012 e i ragazzi che avrebbero la voglia e le potenzialità per fare di gran lunga prevalgono i secondi. Un esempio? Il numero dei giovani imprenditori è in forte crescita; per spirito d’indipendenza e desiderio di realizzazione e non solo per motivi economici. Nel 2015 gli under 35 hanno aperto 120mila nuove imprese, mentre le chiusure sono state 53mila: un forte saldo positivo. Le young start up in Italia sono il 10% circa delle oltre 6 milioni totali, in media più che nel resto d’Europa. Dunque ci sono anche molti giovani che hanno voglia di mettersi in gioco, sia questo per necessità o per inseguire i propri sogni. Per ingrossarne il numero basterebbe che l’assenza di riforme e l’eccesso di burocrazia del nostro Paese non rappresentassero per loro il primo freno. C’è necessità di opportunità più che di aiuti, quello che gli ultimi governi non hanno saputo dare.

Perché la digitalizzazione può far impennare la produttività

Perché la digitalizzazione può far impennare la produttività

di Massimo Blasoni – Formiche.net

Se malauguratamente ci tocca un ricovero in una città che non è la nostra scopriamo che gli ospedali non dialogano informaticamente tra loro, nemmeno in una stessa regione. Eppure cartelle cliniche condivise potrebbero salvarci la vita. Difficilmente in Italia potremo prenotare in via telematica i nostri esami o riceverne a casa l’esito.

Il basso livello di digitalizzazione non riguarda solo la sanità e nemmeno solamente la Pubblica Amministrazione. L’Aci ad oggi tiene aggiornato il Pubblico Registro Automobilistico che contiene informazioni sulle nostre vetture mentre allo stesso compito attende il ministero dei Trasporti attraverso la Motorizzazione. I due archivi gestiscono informazioni analoghe senza comunicare e con un’evidente sovrapposizione. Solo il 10 per cento delle imprese italiane vende anche online i propri prodotti e siamo tra gli ultimi per quanto riguarda l’informatizzazione aziendale.

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Siano i contribuenti a valutare e sanzionare i dirigenti pubblici

Siano i contribuenti a valutare e sanzionare i dirigenti pubblici

di Massimo Blasoni – Libero

In materia fiscale lo Stato ha peccato di presunzione. Dal 1993 ha presunto infatti di conoscere il reddito dei lavoratori autonomi grazie al confronto delle loro dichiarazioni fiscali con i famigerati studi di settore. Il risultato di questa politica è a tutti noto: chi non rientrava in quei parametri spesso astratti di coerenza e congruità andava trattato senza alcun riguardo come un truffatore, mentre agli evasori fiscali era sufficiente dichiarare redditi formalmente in regola con le stime decise a tavolino dallo Stato.

Nel decreto fiscale in corso di approvazione, gli studi di settore vengono ora sostituiti da indici sintetici di affidabilità di ciascun contribuente. Si chiameranno indicatori di compliance e saranno in buona sostanza una pagella stilata dallo Stato, beninteso sulla base di regole e relative punizioni decise dallo Stato. Al netto dell’ennesimo anglicismo, non sembra un gran cambiamento. E se per una volta cambiassimo paradigma? Pensate a cosa succederebbe se fossero invece i contribuenti a poter stilare una valutazione dell’indice di affidabilità delle singole pubbliche amministrazioni, insomma fossero possibili sanzioni per quei dirigenti e funzionari pubblici che lavorano male, con ritardi inaccettabili, di fatto ostacolando l’attività delle imprese e dei lavoratori autonomi.

Non credo di esagerare: in fin dei conti come ricordava Margaret Thatcher «non esistono i soldi pubblici, piuttosto soldi dei contribuenti». La Pubblica amministrazione impiega in media 131 giorni prima di pagare i suoi fornitori privati (ha ancora debiti per 61,1 miliardi) e impone mediamente 227 giorni di attesa per il rilascio di una concessione edilizia. Ci sono aziende sanitarie in Calabria che saldano i propri debiti abitualmente dopo un anno. La giustizia civile richiede mediamente 590 giorni per un esito in primo grado e certo non è finita li. Non sono rari i fallimenti causati da questi ritardi.

Ribadisco: così non può funzionare. Anche perché se un cittadino non paga una qualche tassa scattano (giustamente, sia chiaro) multe severissime, mentre lo Stato paga o giudica quando vuole senza che vi sia nessuna possibilità di sanzione per i suoi ritardi. Dunque per migliorare il rapporto di fiducia fra Stato e imprese perché non affiancare agli indicatori di affidabilità fiscale anche quelli di efficienza per la PA?

Spesa pubblica e risparmi

Spesa pubblica e risparmi

di Massimo Blasoni – Metro

C’è una sola via per la contrazione drastica e strutturale della spesa pubblica che nemmeno la manovra di quest’anno affronta: occorre che lo Stato riduca il suo campo di azione e, gravati da meno tasse, siano i cittadini e le imprese a occupare quegli spazi. Non è frutto di un ordine necessario che lo Stato gestisca, in via quasi esclusiva, pensioni, scuola, sanità.

I risultati in tema di riduzione della spesa pubblica sono stati in questi anni assai lontani dagli obiettivi che si erano ripromessi i vari commissari alla spending review. Diminuire la spesa è problematico perché significa toccare situazioni di cui molti beneficiano: ridurre privilegi ma anche servizi. Essendo difficile decidere chi scontentare, i tagli di norma sono lineari oppure si tratta di spese differite all’anno successivo. Poco o nulla di strutturale, quindi. Peggio, si tende a tagliare la spesa per investimenti, quella di cui ci sarebbe bisogno in un Paese carente di infrastrutture fisiche e soprattutto digitali, tanto da essere agli ultimi posti in Europa per capacità di innovazione.

La spesa corrente al netto di interessi è passata, in valori assoluti, da 671 a 702 miliardi tra il 2012 e il 2016. Quella per investimenti nell’ultimo quinquennio è scesa di 7,8 miliardi: l’opposto di quello che è successo in Inghilterra. Che ne è stato del taglio delle partecipate? Chi ha novità sulle liberalizzazioni e privatizzazioni per lo più naufragate? Anziché discettare di buona spesa pubblica e di tagli, senza metterli in pratica, occorrerebbe un cambio di prospettiva.

Non è detto che molte delle cose di cui si occupa la pubblica amministrazione non possano essere fatte, e meglio, dai cittadini. Chi spende per se stesso spende con attenzione, diversamente da quello che accade spesso nella PA. Un esempio: il denaro che versiamo per le nostre future pensioni non è ben amministrato dallo Stato. Perché non dovremmo ricorrere al mercato? L’Inps registra passivi pesantissimi anche a causa di evidenti inefficienze e ha uno sterminato patrimonio immobiliare acquistato spesso a prezzi esosi e poi locato per importi magari risibili. Fatta la tara a tutte le indubbie complessità e alle esigenze sociali, qualcuno ha dubbi sul fatto che ognuno di noi gestirebbe meglio quel denaro se potesse farlo, almeno in parte, direttamente?

Confindustria sbaglia: non sarà questa riforma a farci ripartire

Confindustria sbaglia: non sarà questa riforma a farci ripartire

di Massimo Blasoni – Il Fatto Quotidiano

Confindustria e diverse altre organizzazioni si schierano apertamente per il Sì al referendum, sostenendo che questa riforma sarà in grado di velocizzare il processo normativo e creare le condizioni per una stabile ripresa economica. Sono un imprenditore anch’io – una realtà che occupa 2.000 persone – tuttavia non sono d’accordo e provo a spiegarne le ragioni.

Primo: le leggi non devono essere approvate velocemente ma semmai scritte bene e in maniera chiara affinché la loro applicazione non venga poi vanificata o ritardata da una pletora di ricorsi. D’altra parte il bicameralismo perfetto, che ora si vuole abolire, non ha mai impedito l’approvazione rapidissima di leggi considerate prioritarie (magari perché utili agli stessi partiti): a dettare i tempi in Parlamento è sempre e soltanto la volontà politica. Non hanno senso poi senatori dopolavoristi e non eletti direttamente.

Secondo: l’economia cresce se si consente agli imprenditori di creare ricchezza e dare lavoro. Non voglio fare il benaltrista, ma credo che sarebbe stato molto più utile modificare l’articolo 41 della Costituzione. Al primo comma recita che «L’iniziativa economica privata è libera». Un principio liberale fondamentale che purtroppo viene subito contraddetto al terzo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». È stata proprio l’osservanza a questo principio ideologico dell’indirizzo statalista che prefigura il “coordinamento” pubblico a costruire un eccesso di regole che frenano lo sviluppo delle aziende, trasformando la burocrazia in un micidiale ostacolo alla crescita economica. Già nel 2010 l’allora ministro Tremonti propose di sostituire quel comma con una frase semplice ma rivoluzionaria: «È permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge». Una formulazione che avrebbe introdotto, ad esempio, la totale autocertificazione per le Pmi e le imprese artigiane, spostando ex post il momento dei pur necessari controlli e verifiche dei requisiti richiesti per legge. Non se ne fece nulla allora, non se ne è discusso nemmeno questa volta. Ecco perché, al netto di molte altre ragioni, il 4 dicembre voterò no. Con buona pace di Confindustria.

La crescita può attendere

La crescita può attendere

di Massimo Blasoni – Panorama

Diciamolo con chiarezza, i tre anni di governo Renzi sono stati contraddistinti da previsioni di crescita puntualmente smentite – purtroppo in negativo – come le correlate previsioni su deficit e debito. È significativo che il deficit di bilancio resti sostanzialmente inalterato: era il 2,6% nel 2015, pressoché tale è rimasto quest’anno in barba a ogni impegno preso con il Fiscal Compact. Non riusciamo peraltro a uscire dalla spirale perversa di un debito pubblico che ci ripromettiamo di ridurre e che invece continua a crescere.

La crisi economica è globale ma vi sono in Italia aspetti peculiari le cui colpe vanno ascritte al nostro governo. Non si sono infatti ottenuti risultati significativi sul fronte della riduzione della spesa, peggio, si è contratta quella per investimenti mentre è cresciuta quella corrente. Eppure avremmo un gran bisogno di investimenti in infrastrutture fisiche e soprattutto digitali. Per capirci, mentre nel Regno Unito tra il 2010 e il 2015 la spesa per investimenti saliva da 58,6 a 68,1 miliardi, nel nostro Paese è scesa da 46,7 a 37,4 miliardi. Per converso la nostra spesa corrente, al netto degli interessi sul debito, è salita dai 671 miliardi del 2012 ai 701 del 2016. Nel Regno di Sua Maestà, invece, nello stesso periodo si è registrata minor spesa per più di 50 miliardi.

Non induca in errore il fatto che i trasferimenti agli enti locali – comuni e regioni – sono stati ridotti dal nostro governo, perché per contraltare si è ampliata la voragine dei conti INPS e si sono incrementate numerose altre voci di spesa. Nemmeno sul tema lavoro il governo merita la sufficienza. Il Jobs Act funziona poco e, ridotta la decontribuzione, l’occupazione a tempo indeterminato sta calando mentre resta preoccupante il dato relativo ai giovani. La disoccupazione giovanile oggi è 17 punti percentuali superiore a quella del 2007, peggio di noi fa solo la Grecia. Peraltro si investe poco sul futuro: restiamo tra gli ultimi in Europa per numero di laureati, capacità digitale e di innovazione. I vari bonus, partendo dagli 80 euro, non hanno sortito effetti visibili tanto che i consumi domestici languono e la povertà cresce. Nel 2015 le persone in condizione di povertà assoluta erano 4 milioni e 598 mila, il valore più alto registrato nell’ultimo decennio. I primi dati sull’anno in corso purtroppo sono anche peggiori. Infine le tasse: molto si può dire ma il dato oggettivo è che le entrate erariali a luglio di quest’anno erano di circa nove miliardi superiori a quelle incassate dallo Stato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Sia chiaro, questo stato di cose – non siamo gufi – non è frutto di un ordine necessario e irreversibile. Abbiamo citato la spending review inglese, potremmo ricordare la crescita spagnola. Per conseguire risultati occorre però un cambio radicale nella mentalità di governo, impresa e sindacato. Un’evoluzione che Renzi non è stato in grado di indurre, troppo preso da interventi in chiave elettorale e poco capace di intuire il tempo a venire. L’attuale legge di Bilancio ne è un esempio: pochi investimenti e troppa attenzione al consenso.

PIL, gli sbagli del Governo

PIL, gli sbagli del Governo

di Massimo Blasoni – Metro

Preoccupa davvero che il ministro dell’Economia Padoan, nel replicare alle accuse di eccessivo ottimismo mossegli da Bankitalia (e non solo), abbia definito «ambizioso ma realizzabile» l’obiettivo di una crescita dell’1% del nostro Pil. Col risultato surreale di spacciare come un successo un eventuale “+ zero virgola qualcosa” quando tutti i nostri partner europei sono ormai da molto tempo ritornati ai livelli pre-crisi (con l’eccezione della Spagna, che pur senza un governo cresce comunque a una velocità tripla della nostra). A suscitare più di un interrogativo è poi la sostanziale inaffidabilità di questo tipo di previsioni: un dato che accomuna il governo Renzi a quelli che lo hanno preceduto.

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La sicurezza del Mef e gli errori (ripetuti) del passato

La sicurezza del Mef e gli errori (ripetuti) del passato

Il Tempo – di Massimo Blasoni

Nel replicare alle critiche mossegli in particolare da Bankitalia, il ministro dell’Economia Padoan ha difeso le previsioni di crescita messe nero su bianco nella nota di aggiornamento del Def, sostenendo che «le previsioni sul Pil non sono una scommessa». Sarà pure, ma la sua difesa imbarazzata non può certo appigliarsi sui numerosi precedenti in materia.

ImpresaLavoro ha preso in esame le previsioni di crescita del Pil (riferite all’anno successivo) contenute nei principali documenti di programmazione economica dei governi che si sono succeduti dal 2002 al 2016. Quindi le ha confrontate con i numeri effettivi della variazione del Prodotto interno lordo certificati dall’Ocse e con le previsioni per l’anno in corso contenute nella nota di aggiornamento del Def. Risultato? Quattordici errori su quindici, con 12 previsioni sbagliate per eccesso e soltanto due per difetto (2006 e 2010). Eccezion fatta per il 2007, anno in cui è stata centrata la previsione, la cruda realtà dei fatti si è insomma incaricata di smentire l’ottimismo di Palazzo Chigi e dintorni, non fondato ma utilissimo a rassicurare una preoccupata opinione pubblica.

Dal 2011 ad oggi, infatti, l’esecutivo italiano, in sede di predisposizione del Documento di Economia e Finanza ha sempre sbagliato le sue previsioni, sovrastimandole per cifre che vanno dallo 0,4% di quest’anno al 4,1% del 2012. Stupisce in particolar modo il fatto che, anche durante i periodi di crisi, nessun documento di programmazione economica abbia mai previsto una crescita negativa (che purtroppo, invece, si è verificata in 5 anni su 15).

Preoccupa che Padoan definisca «ambizioso» l’obiettivo della crescita del Pil all’1% ma ancor di più che da sei anni di fila, sistematicamente, sovrastimiamo il tasso di sviluppo della nostra economia. Su queste ipotesi si basano infatti le simulazioni di sostenibilità sia del nostro debito pubblico sia del nostro sistema previdenziale nel medio-lungo periodo. Se i governi non riescono a fare previsioni accurate per l’anno successivo, come possiamo pensare che ci riescano con orizzonti temporali più ampi?