Editoriali

Ci vuole uno shock fiscale per riportare l’Italia sulla carreggiata europea

Ci vuole uno shock fiscale per riportare l’Italia sulla carreggiata europea

di Massimo Blasoni – Libero

Almeno in economia, non è affatto detto che chi s’accontenta gode. D’altronde i recenti toni trionfalistici a commento della nostra “ripresina” economica mal si accordano con i freddi dati Ocse. Per il quindicesimo anno consecutivo il Pil italiano è infatti cresciuto a un ritmo inferiore rispetto alla media europea. Dall’introduzione della moneta unica ad oggi, questa differenza di ritmo di crescita (o di decrescita) è oscillata tra il minimo del 2010 (-0,4%) al massimo del 2012 (-2,3%).

Comparando invece l’andamento del Pil italiano con quello tedesco, è interessante notare come, negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’euro, l’Italia sia cresciuta a un ritmo più sostenuto della Germania. Dopo una serie di riforme strutturali coraggiose (ed efficaci) messe in campo dal governo di Berlino, però, la tendenza si è bruscamente invertita. E dal 2006 ad oggi l’andamento del Pil tedesco è stato nettamente superiore a quello del nostro Paese, con la sola eccezione del 2009 (Italia -5,5%; Germania -5,6%). Negli ultimi dieci anni, mentre l’Italia ha perso in media 4 punti decimali di Pil all’anno, la Germania così ha fatto registrare un più che dignitoso +1,4%.

Ma c’è soprattutto un dato che dovrebbe preoccuparci: fatto 100 il Pil reale delle economie occidentali più avanzate nell’ultimo trimestre del 2007, solo noi continuiamo ancor oggi a restare al di sotto dei livelli precedenti alla grande crisi. Francia e Germania sono “emerse” già nel primo trimestre del 2011, nel penultimo trimestre di quello stesso anno è arrivato il turno degli Stati Uniti mentre il Regno Unito ha dovuto aspettare fino al secondo trimestre del 2013. Nel primo trimestre di quest’anno anche il Pil reale della Spagna ha ormai raggiunto il livello pre-crisi. Manca all’appello dunque solo l’Italia (ancora ferma al 94%) e con l’attuale ritmo di crescita la strada per tornare ai nostri livelli pre-crisi appare ancora in salita e incerta. Ma quanto sarà lunga? Continuando con una crescita annua del Pil tra l’1,3% e l’1,5% – e quindi con numeri analoghi a quelli delle previsioni per il 2017 – l’economia italiana tornerebbe ai livelli pre-crisi soltanto tra il 2021 e il 2022. Peccato che la realtà s’incarichi spesso di smentire l’ottimismo dei nostri governi e soprattutto che per quella data sarà trascorso già un decennio da quando tutti i nostri principali competitor saranno usciti dalle secche della crisi. Inutile nasconderci dietro un dito: a forza di crescite annue intorno all’1 virgola qualcosa il vagone italiano rischia di sganciarsi definitivamente dal treno della ripresa europea. Per questo s’impone con urgenza l’adozione di misure coraggiose, di un vero e proprio shock fiscale che alleggerisca finalmente le nostre imprese dall’oppressione tributaria (e burocratica). Accontentarsi non è più possibile.

La lezione di Atac per l’economia

La lezione di Atac per l’economia

di Massimo Blasoni – Il Tempo

Annunciando obtorto collo la strada inevitabile e dolorosa del concordato preventivo, il sindaco Virginia Raggi ha precisato che «Atac deve rimanere pubblica. Atac deve rimanere di tutti noi romani». Non voglio entrare nelle pieghe di una situazione aziendale drammatica e complessa, che comporterà a breve pesanti ricadute anche sulla stabilità finanziaria di Roma Capitale. Quel che mi colpisce è però il ricorrere, anche quando si è pencolanti sul precipizio della bancarotta, al mantra del “pubblico a tutti i costi” che accomuna un movimento di presunta rottura col passato con gran parte della tradizionale classe politica.

Se l’azienda pubblica di trasporto più grande, indebitata e sfasciata d’Italia è arrivata ormai al capolinea è perché in questi anni i suoi amministratori e i loro referenti politici si sentivano comunque al riparo da ogni responsabilità: a pagare il loro fallimento sarebbero stati solo i contribuenti. Nessuno ha così voluto accettare la sfida – europea e ragionevole – di un servizio pubblico gestito efficacemente in forma liberalizzata, con diversi operatori privati in concorrenza tra loro e costretti a osservare i rigidi paletti della qualità del servizio imposti da una piccola ma determinata struttura di governance pubblica. Si è preferito invece continuare a demonizzare i privati, additati dall’assessore di turno come assetati di profitto (parola ingiuriosa nel Paese del debito pubblico). Un alibi che serve ai partiti per garantirsi il profitto di una preziosa riserva elettorale e di potere economico.

La gestione pubblica di alcuni servizi nasce all’inizio del secolo scorso. Le aziende municipalizzate si occupavano di strade, illuminazione, trasporti, acquedotti, farmacie e anche forni per il pane. Colmavano un vuoto lasciato dallo Stato centrale ed erano una risposta di tipo sociale alle esigenze insoddisfatte delle masse inurbate impiegate nell’industria. Negli ultimi decenni, per una sorta di beffardo contrappasso, il proliferare delle municipalizzate e delle società miste costruite dagli enti pubblici (Carlo Cottarelli a suo tempo ne ha censite ben 8mila, spesso con più amministratori che dipendenti) è divenuto invece il simbolo di una politica incapace di garantire servizi efficienti a basso costo di gestione. Guidate da personale di nomina partitica (più fedele che capace), sono un cancro economico che consuma gli spazi dell’imprenditoria privata. Si tratta di organismi di diritto privato ma con ferreo controllo politico, che operando con i soldi dei contribuenti non hanno quasi mai avuto a cuore gli obiettivi di un’impresa: contenimento dei costi, efficienza e profitto. La loro nascita ha semmai consentito la duplicazione degli uffici (e quindi la moltiplicazione della burocrazia) nonché utili escamotage: assunzioni quasi sempre senza concorsi pubblici e cospicui finanziamenti pubblici senza dover rispettare i vincoli di spesa imposti dal Patto di stabilità. La crisi irreversibile di Atac serva almeno come salutare lezione liberale per il futuro: i servizi pubblici, per essere di qualità, non devono necessariamente essere gestiti dal pubblico. In un’azienda non si può spendere più di quanto si ricava. La pacchia è finita.

L’Italia cresce meno di tutti, sul lavoro dati sconfortanti

L’Italia cresce meno di tutti, sul lavoro dati sconfortanti

di Massimo Blasoni – La Verità

I dati sulla nostra crescita nel 2017 paiono incoraggianti e anche le rilevazioni Istat sull’ultimo trimestre lo confermano. Il nostro +1,4% stimato su base annuale in fin dei conti non è poi così lontano dal dato tedesco e da quello francese. C’è ripresa, se pur timida, anche dell’occupazione e sono finalmente ripartiti gli investimenti privati. Sarebbe però sbagliato indulgere in facili ottimismi, soprattutto se compariamo questi dati con quelli del 2007, l’ultimo anno pre-crisi. Scopriamo infatti che l’accoppiata franco-tedesca ha da tempo un Pil reale ben superiore a quello di un decennio fa. Non è così per noi che, ahimè, stiamo ancora al di sotto di quella soglia. Anche la Spagna quest’anno ha superato i valori pre-crisi e ora restiamo i soli in Europa assieme a Grecia e Portogallo a segnare il passo. C’è poco da sorridere dunque.

Se consideriamo poi il Prodotto ai valori nominali, cioè comprensivi di inflazione, il quadro peggiora. Da noi quest’anno l’inflazione è all’1,2% contro una media europea che sfiora il 2% e questa modesta evoluzione dei prezzi rende ancora più pesante il rapporto debito/Pil. I dati sul lavoro sono forse più interessanti. È vero che aumenta l’occupazione nel Paese ma, comparati a 10 anni fa, i 66mila occupati italiani in più impallidiscono di fronte alla crescita tedesca che conta un incremento di 2 milioni e 800 mila occupati. Tra loro molti mini-job ma complessivamente un maggior numero di lavoratori che ha fatto crescere il tasso di occupazione tedesco al 74,7%, un risultato rilevantissimo. Il dato è rilevato da Eurostat che segnala nel periodo un forte incremento dell’occupazione anche nel Regno Unito e in Francia. Per noi il quadro si fa ancora più fosco se consideriamo che le imprese preferiscono ricorrere in una proporzione 80-20 alla somministrazione o ai contratti a termine piuttosto che instaurare un contratto a tutele crescenti: l’indeterminato insomma. E, inoltre, che la dinamica dei salari è pressoché stabile. Resta ancora molto da fare dunque per migliorare l’efficienza del nostro mercato del lavoro e della nostra economia. La ricetta liberale resta invariata: ridurre il perimetro dello Stato e l’enorme tassazione.

Quelle Regioni unite dalla spesa

Quelle Regioni unite dalla spesa

di Massimo Blasoni – Panorama

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma resta un fatto che vi sono vistose differenze nella spesa pubblica pro capite sostenuta nelle varie regioni italiane. La spesa è in via generale alta e certamente va ridotta, se vogliamo creare le premesse per una ripresa dell’economia nazionale che non sia timida come quella attuale. Tuttavia, valutando la media degli ultimi tre anni disponibili, si scorge quasi un abisso tra gli 8.647 euro annui pro capite spesi in Lombardia e i 15mila spesi in Valle d’Aosta o i 13mila spesi nel Lazio. I valori sono tratti dal rapporto annuale della Ragioneria Generale dello Stato che analizza la dimensione e l’andamento della spesa consolidata nelle regioni italiane.

Il dato considera ogni importo sostenuto nelle singole regioni da qualsivoglia organismo pubblico, tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi: tutto insomma. Nella classifica dei più spendaccioni, dopo i già citati Valle d’Aosta e Lazio, seguono Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Sardegna. Tra le più parche, a far compagnia alla Lombardia ci sono il Veneto ma anche regioni del sud come Campania e Puglia che non superano i 10mila euro annui a persona. Verrebbe da dire che è meglio nascere in Trentino Alto Adige che nelle Marche, visto che le risorse pro capite disponibili sono del 50% superiori.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, insomma si spende sia al nord che al sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerare la qualità della spesa.

Prendiamo ad esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese anche se il costo pro capite è di poco superiore; per l’Istat di soli 130 euro annuali a cittadino: un’inezia. È solo un esempio che riafferma però un concetto ineludibile. Si tratta di spendere di meno ma anche e soprattutto di spendere meglio. Dal trasporto pubblico ai servizi postali troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Anche i costi della politica non sono uguali per tutti. Agli oltre 42 euro pro capite per il funzionamento degli organi istituzionali della Sardegna o ai quasi 32 euro della Sicilia fanno da contraltare Piemonte ed Emilia Romagna che si attestano attorno ai 5 euro annui. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali.

Insomma, ci sono regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo. Al di là di tutti i propositi di razionalizzazione della spesa degli ultimi governi ben poco si è ottenuto: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

Invece di invocare quelli stranieri Boeri restituisca i contributi nostri

Invece di invocare quelli stranieri Boeri restituisca i contributi nostri

di Massimo Blasoni – La Verità

L’affermazione che a salvare i conti dell’Inps (il cui disavanzo economico è salito nel 2016 a 11,2 miliardi) con i loro versamenti contributivi siano gli stranieri e non gli italiani è fuorviante, tanto quanto lo sarebbe sostenere la tesi contraria. Se non ci fossero gli stranieri avremmo al loro posto più italiani al lavoro e un più basso tasso di disoccupazione? Nessuno può dirlo né è possibile affermare con certezza che spesso si tratta di lavori che gli italiani “choosy” non farebbero.

Il tema centrale piuttosto​ è quello dei contributi silenti, che colpisce in egual misura lavoratori italiani e non. Si tratta infatti di versamenti che non sono sufficienti a maturare alcun trattamento previdenziale se versati per un periodo inferiore ai 20 anni di lavoro e che l’Istituto si guarda bene dal restituire ai loro legittimi proprietari. Il presidente dell’Inps sostiene la necessità di “un’operazione verità nel Paese dell’ipocrisia”? Si decida allora a un gesto che tutti i suoi predecessori si sono sempre rifiutati di fare, anche a fronte di reiterate interrogazioni parlamentari: rendere noto l’ammontare esatto dei contributi silenti che il suo Istituto ha incassato negli ultimi anni da lavoratori italiani e stranieri. Emergerebbe così un paradosso intollerabile: quello per cui ad alcuni capita di versare “a vuoto” i contributi senza maturare alcun diritto alla pensione mentre moltissimi altri incassano ogni mese un assegno previdenziale largamente superiore ai contributi versati nel corso della propria attività lavorativa (un frutto avvelenato lasciatoci in eredità da chi ha applicato in maniera generosa e irresponsabile il sistema retributivo).

E per restare al tema dell'”operazione verità” cara a Boeri, perché non ricordare ad esempio la gestione non certo assennata del patrimonio immobiliare dell’Inps? Si tratta di qualcosa come 25mila immobili valutati più di tre miliardi che non però producono alcun provento ma anzi un rilevante deficit annuale.

Più in generale, va osservato come la sostenibilità del nostro sistema previdenziale (garantita ogni anno attingendo alla fiscalità generale) richieda sia una crescita del Pil di almeno un punto e mezzo percentuale annuo, sia un indice di occupazione – cioè di partecipazione al mercato del lavoro – nettamente più alto di quello attuale. Risultati per il momento non conseguiti né sul piano della crescita né relativamente all’incremento dell’occupazione: lavora solo il 57% degli italiani, contro una media europea dieci punti più alta. A questo si aggiunga lo spazio esiguo ricavato nel nostro Paese dalla previdenza complementare: fra coloro che versano contributi il tasso di adesione non supera il 25% del totale degli occupati. Un dato che non sorprende, visto che i netti in busta paga (gravati dall’altissimo cuneo fiscale e previdenziale) consentono solo a poche famiglie di ritagliare risorse per assegni aggiuntivi.

Gravano pertanto sui giovani le maggiori incertezze per il futuro. Lavori discontinui, vuoti contributivi e una previdenza in genere penalizzante rispetto al passato rischiano di condurre ad assegni pensionistici miseri e a un lavoro che si dovrà protrarre ben oltre i 70 anni, anche a causa dei coefficienti di trasformazione che adeguano l’età di pensionamento alla costante crescita della vita media. Ecco perché il dibattito andrebbe indirizzato semmai in un’altra direzione: non è affatto necessario che sia lo Stato a gestire i nostri contributi obbligatori. Sarebbe preferibile che ci fosse data la possibilità di decidere liberamente dove investirli, optando tra soggetti pubblici e privati in concorrenza tra loro. Un passaggio complesso ma a ben vedere non impossibile, se non vogliamo che i giovani un domani siano costretti a sentirsi stranieri in Patria.

 

Povera Italia, Paese senza mercato per Costituzione

Povera Italia, Paese senza mercato per Costituzione

di Massimo Blasoni – Il Giornale 

“Servizio pubblico” e “concorrenza”: due parole su cui molto si è detto nel nostro Paese. La prima viene declinata come un mantra ogniqualvolta la politica mette mano a settori cruciali: ad esempio trasporti, rifiuti, approvvigionamento idrico e informazione. Peccato che la loro gestione pubblica, utilissima ad assicurare riserve di voti clientelari, spesso risulti ben poco efficiente. Il fatto che alcuni servizi siano di interesse collettivo e vadano tutelati non significa che la loro concreta gestione debba essere per forza pubblica. L’unico risultato che conta è la soddisfazione del cliente del cittadino e non è frutto di un ordine necessario che lo stato debba gestire in prima persona acqua, istruzione o sanità; soprattutto se lo fa con risultati modesti quanto a qualità e costi. Meno Municipalizzate, consigli di amministrazione e partecipate talora inventate ad uso e consumo dei loro amministratori? È possibile: si, privatizzando i servizi e sottoponendo gli attori a rigorosi controlli. Se non lo si fa è solo perché non conviene a pochi e noti, ma così insistendo a pagarne il conto siamo noi tutti.

La seconda parola che non si riesce a inverare nella realtà italiana, “concorrenza”, a molti suona ancora come una bestemmia. Lo dimostra l’estenuante iter parlamentare del ddl che dovrebbe spezzare i lacci più robusti che imbrigliano molte attività economiche. Anche questa volta la montagna di emendamenti partorirà un innocuo topolino, incapace di rosicchiare incrostazioni corporative e rendite di posizione. Passano i decenni ma il riflesso del legislatore resta lo stesso, purtroppo. Lo dimostra l’ennesimo stop deciso dal Parlamento alla multinazionale Flixbus. Un’azienda innovativa che in pochi mesi ha creato in Italia centinaia di posti di lavoro e che si contende il mercato del trasporto su gomma offrendo un servizio di qualità e competitivo. Ha successo, i consumatori la premiano, vive di concorrenza. Andava quindi punita.

I governi non fabbricano soldi (al massimo si indebitano): a creare ricchezza sono le imprese private, che andrebbero lasciate libere di crescere e investire. Invece di assecondare chi rischia in proprio con norme chiare e ben mirate, la politica considera un suo diritto entrare a gamba tesa nell’attività di un’azienda e molto spesso decide sostituirsi ad essa. D’altronde lo stesso articolo 41 della Costituzione (“L’iniziativa economica privata è libera”) recita al terzo comma che: “La legge determina i programmi e i controlli (…) perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Un principio ideologico che, negando la molla del profitto, giustifica un esiziale eccesso di regole e burocrazia.

La finta tassa salutista che fa male al mercato

La finta tassa salutista che fa male al mercato

di Massimo Blasoni – Il Giornale

Il fumo fa male ma ancor più male – all’economia e quindi a noi tutti – fanno i governi che ciclicamente (anche in occasione dell’ultima manovra) ricorrono all’ennesimo aumento delle accise del tabacco nel tentativo di raddrizzare i nostri conti pubblici. Si tratta di una misura ormai quasi pavloviana, che nasconde l’assenza di una vera strategia politica sul fronte del contenimento della spesa pubblica (a quando una vera spending review?) e che tradisce diverse ipocrisie.

La prima è quella di varare un inasprimento della tassazione indiretta per poter poi meglio raccontare che la manovra è stata all’insegna del mancato aumento delle tasse: peccato che il fatto che vengano prelevate in maniera “occulta” non riduce per nulla il loro impatto nelle tasche dei contribuenti. Non solo. Si è deciso di operare un aumento disomogeneo delle accise a seconda del tipo di sigarette e tabacchi posti in vendita (colpendo soprattutto la fascia di mercato più bassa, perché più diffusa): una scelta che produce la distorsione di un mercato già in crisi e la cui filiera (produzione agricola, aziende di prima trasformazione, manifattura, distribuzione e dettaglio), soprattutto per effetto del taglio dei contributi comunitari, ha in questi anni perso un numero rilevante di addetti.

Sulla politica in materia di tabacco registro poi una contraddizione, questa sì insanabile: lo Stato da un lato ha assoluto bisogno dei tabagisti per incassare ogni anno anno una quota rilevante di gettito (9,4 miliardi di euro solo nel 2016), dall’altro sostiene di aumentare le accise con l’obiettivo “salutista” di costringere a smettere di fumare il maggior numero di persone, in ossequio ai reiterati inviti in tal senso formulati dall’Oms. Un approccio “etico”, volto a colpire con le tasse un comportamento ritenuto sbagliato e che un liberale come me non può non criticare. Soprattutto perché alla prova dei fatti si è rivelato l’ennesimo pretesto per tartassare i cittadini. Se infatti la nostra salute sta così a cuore a questo Stato paternalista, perché poi si è subito attivato per frenare la diffusione del nuovo mercato delle sigarette elettroniche? Sono uno strumento tecnologico efficace per ridurre il danno nonché per aiutare a smettere di fumare e l’anno scorso l’autorevole Royal College of Physicians ha stabilito essere meno dannose almeno del 95% rispetto alle sigarette tradizionali.

Sta di fatto che al boom della moda dello “svapo”, esplosa tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, si è subito reagito – primi tra tutti i Paesi europei – con una tassazione scriteriata che andava a colpire sia le ricariche dei liquidi sia tutti quanti gli accessori (carica batterie, resistenze, addirittura i laccetti per portarle al collo…) e che infatti è stata poi bocciata dalla Corte costituzionale. Ciononostante su questo prodotto resta in vigore una tassa specifica a un tasso punitivo di 0,38 euro per millilitro (pari a 5 euro su un prodotto messo in vendita a 9-10 euro), che va a colpire anche le ricariche prive di nicotina e sulla quale pende tuttora un nuovo pronunciamento della Consulta… Tutto, insomma, pur di nuocere alla salute di un nuovo settore di mercato.

Per semplificare le detrazioni un manuale di 324 pagine

Per semplificare le detrazioni un manuale di 324 pagine

di Massimo Blasoni – Libero

A volte un singolo dato, in ragione della sua enormità, riesce a farci comprendere un fenomeno più di tante analisi. È il caso di una recente circolare dell’Agenzia delle Entrate (la n.7/E del 4 aprile 2017) che s’incarica di elencare e spiegare il meccanismo delle detrazioni d’imposta ai fini della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relative al 2016. Ebbene, questa guida è lunga ben 324 pagine! Un coacervo di norme, una giungla di prescrizioni, una via Crucis che rimanda a precedenti circolari che davvero sgomenta e che spinge almeno a due riflessioni.

Primo: piuttosto che sulle detrazioni d’imposta, pannicelli caldi per le tasche del contribuente, perché non ci si decide piuttosto a un drastico taglio delle tasse, magari ricorrendo allo strumento della flat tax? L’attuale regime di tassazione deprime i consumi e soprattutto impedisce agli imprenditori di investire e quindi di assumere: chi gestisce un’azienda resta impigliato in migliaia di leggi che molto spesso sono di difficile interpretazione, tanto che nemmeno gli interpelli danno garanzie. Ne consegue che il nostro livello di crescita rimane ancora inferiore a quello pre-crisi del 2008 (un record tra le grandi economie europee che nessuno ci invidia): con l’attuale ritmo dei “più zero virgola qualcosa” all’anno riusciremo a tornarci solo nel 2026.

Secondo: i dirigenti dello Stato che hanno redatto quella circolare e che più in generale si occupano di semplificazione legislativa fanno parte dello stesso apparato burocratico che a sua volta ha scritto le leggi che si vogliono sfoltire e rendere più chiare. Il risultato è ovviamente quello di confondere ancora di più i cittadini con l’aggiunta di nuovi testi normativi spesso di oscura interpretazione. Alzi la mano, ad esempio, chi è ancora in grado di compilare da solo la dichiarazione dei redditi! Questa chilometrica guida alle detrazioni d’imposta si è poi resa necessaria nell’ambito della cosiddetta “riforma” della dichiarazione precompilata dei redditi, subito ribattezzata “precomplicata”. Così com’è stato congegnato, il nuovo sistema riafferma tra l’altro il rapporto leonino tra Stato e contribuente: l’amministrazione fiscale non risponde infatti degli eventuali errori nell’imputazione dei dati mentre il contribuente che la vuole integrare si espone al rischio di pagare una multa per ogni errore commesso (anche se in buona fede).

In attesa che sia editata una guida alla guida, presumibilmente di 648 pagine, ci auguriamo che siano chiusi tutti gli uffici destinati alla semplificazione. O, in alternativa, la distribuzione presso gli stessi di un vocabolario, di modo che non sfugga agli addetti il significato del verbo “semplificare”.

Le tasse, malattia italiana: curiamola e ci salveremo

Le tasse, malattia italiana: curiamola e ci salveremo

di Massimo Blasoni – Il Giornale

La flat tax ipotizzata da Trump per le imprese al 15% contro l’attuale 35%, analogamente alla proposta della May che vorrebbe ridurre la tassazione su quelle inglesi dal 20% al 15%, non rappresenta una misura a favore degli imprenditori ma di tutti i cittadini di quei Paesi. Questo per intuibili motivi: occupazione, crescita e, in fin dei conti, in prospettiva anche incremento delle entrate. Si tratta di provvedimenti certamente non facili da attuare, ma realizzabili. In Italia servirebbero misure analoghe, che non si adottano, più che per l’alto debito pubblico, sulla base di un preconcetto purtroppo diffuso. L’impresa non è vista come la fonte principale di sviluppo economico ma come una sorta di «mucca da mungere»,come recita l’aforisma di Churchill. Eppure anche alla sinistra più conservatrice dovrebbe apparire chiaro che un’imposizione fiscale così alta come quella italiana scoraggia gli investitori esteri e rende assai difficile per i nostri imprenditori competere nel mercato globale: le aziende americane hanno investito 62 miliardi in Spagna contro i 28 nel nostro Paese.

Tassare troppo, peraltro, va anche a svantaggio dell’erario. La legge di Laffer è chiara: se esageri deprimi l’economia e ottieni minor gettito. Il prelievo eccessivo non è un problema delle sole imprese, siamo tutti tartassati. Il tema è ineludibile e non si tratta di spostare l’imposizione dalle imposte dirette alle indirette o piuttosto dal lavoro ai consumi o al patrimonio. È necessario ridurle e basta. Secondo un recente report dell’Ocse negli anni ’60 le tasse che gli italiani pagavano rappresentavano il 24% del Pil, una soglia assolutamente accettabile in un Paese allora in grande crescita. Oggi ci siamo attestati attorno al 43%. Questo significa che le spese dello Stato sono enormemente cresciute in questo periodo. Peggio: nemmeno l’incremento del prelievo fiscale è bastato a farvi fronte visto che anche il debito pubblico è aumentato in modo consistente.

Non nascondiamoci dietro a un dito, l’incremento delle tasse non è una peculiarità solo italiana, ma se confrontiamo i dati Eurostat 2000-2015 rileviamo che mentre in Italia la pressione fiscale cresceva di 3,3 punti, in Germania scendeva e in Spagna e in Olanda è rimasta sostanzialmente inalterata. Di più, se approfondiamo il raffronto con gli anni ’60 scopriamo amaramente che la pressione fiscale negli Stati Uniti è passata dal 23,5% al 26,4% odierno e in Regno Unito dal 29,3% al 32,5%, mentre nel nostro Paese è quasi raddoppiata.

Torniamo alle imprese: l’insieme totale di tasse, imposte e contributi versati dalle aziende italiane è addirittura il 62% dei profitti, una percentuale enorme e un vero deterrente ad investire ed assumere. Per ridurre l’elevata disoccupazione, soprattutto giovanile, dovremmo invece scommettere sulle nostre aziende e promuoverle, nell’interesse di tutti. E non si dica che l’Ires è stata ridotta perché questo timido aggiustamento è di gran lunga surclassato dalla quantità enorme di imposizione che direttamente o indirettamente continua a crescere. Dalle tasse sul lusso, che hanno ridotto in ginocchio la nautica, alle accise, allo split payment, al ritardato pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese. Lo Stato paga quando vuole e il grande ritardo determina per i fornitori costi impropri che rappresentano una vera e propria tassa. Attualmente gli importi dovuti alle imprese sono ancora pari a 61 miliardi e vengono pagati mediamente dopo oltre 130 giorni.

Anticipare questi denari presso gli istituti di credito, per far fronte ai costi delle forniture, rappresenta un onere di 5 miliardi l’anno, una vera enormità che contribuisce a renderci meno competitivi rispetto alle altre imprese europee. Abbassare l’imposizione fiscale però è possibile solamente se si riducono il perimetro di attività dello Stato e gli enormi sprechi che si annidano ancora in parte della spesa pubblica. È possibile? Noi crediamo di sì. Un esempio: secondo uno studio di Confcommercio dello scorso anno se la spesa pubblica pro capite delle nostre regioni fosse pari a quella della Lombardia, risparmieremmo 74 miliardi di euro. Si dirà che la Lombardia è troppo grande e virtuosa. Forse, ma non è inarrivabile.

Il lavoro domenicale è sinonimo di progresso anche per i dipendenti

Il lavoro domenicale è sinonimo di progresso anche per i dipendenti

di Massimo Blasoni – Libero

Non dobbiamo avere paura del futuro, men che mai possiamo illuderci di poterlo bloccare per decreto legge. Guardiamoci intorno: il mondo produttivo si sta lasciando alle spalle la concezione novecentesca del lavoro, adattandosi alle mutate esigenze con lo smart working e il job on demand. Alcuni politici e sindacalisti – nonché una porzione significativa di utenti del web (ricordate gli insulti scagliati mesi or sono su Facebook contro una foto di Gianni Morandi che faceva la spesa di domenica?) – preferiscono invece protestare contro l’apertura dei negozi nei giorni festivi, così indicendo l’ennesimo “sciopero contro la pioggia”. Vagheggiano il ritorno a una società dei consumi che si fermi nei giorni “comandati”, costringendo tutti i lavoratori a un meritato riposo? Eppure anche a loro la domenica capita di salire su un treno o un aereo o un altro mezzo di trasporto pubblico, di visitare un museo o assistere a uno spettacolo, di mangiare al ristorante e andare al cinema, di entrare in farmacia e di ricevere cure in ospedale o in un Pronto soccorso, soprattutto di fare acquisti di beni e servizi tramite Internet. Pensano forse che i lavoratori impiegati in queste attività dovrebbero anch’essi trascorrere le feste a casa con le proprie famiglie?

Costoro invocano una concezione dello Stato che ci dica quando lavorare o fare la spesa, ignorando come il mercato si muova sempre in direzione della domanda. Per le famiglie poter fare compere nei giorni festivi è un’opportunità preziosa, non un diritto in meno (qualcuno rimpiange gli anni in cui tutte le saracinesche restavano abbassate a Ferragosto?). D’altra parte le liberalizzazioni hanno sempre prodotto e distribuito ricchezza. Quella dei giorni e degli orari di vendita, decisa in Italia nel 2012, ha comportato un aumento delle assunzioni di dipendenti, che non subiscono alcuno sfruttamento (la direttiva europea sull’orario di lavoro garantisce loro il diritto a un giorno settimanale di riposo) se non altro perché il lavoro domenicale e festivo è pagato in media il 30% in più rispetto al salario abituale. A coloro che infine temono la progressiva sparizione dei negozi sotto casa, ricordo i dati più recenti diffusi da Federdistributori (fonte Istat e AC Nielsen): dal 2012 al 2015 gli esercizi tradizionali hanno visto scendere la loro quota di mercato dal 29 al 27,4% a fronte di una crescita della quota della distribuzione moderna (ipermercati, supermercati e Outlet) dal 58,2 al al 59,9%. Variazioni poco consistenti, che non rendono credibile l’allarme antimodernista e statalista di chi sembra dispiacersi per una sia pur timida ripresa dei consumi.