Editoriali

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

di Massimo Blasoni*

Il rapporto tra Stato e cittadino non è sempre equilibrato, vale anche per gli imprenditori. Provate – ve lo sconsiglio – a non pagare le tasse. Sono, giustamente, guai seri. Quando però è lo Stato a dover saldare i propri fornitori, la musica cambia perché la Pubblica amministrazione paga quando vuole. Per le imprese il costo di questi ritardi supera i 4 miliardi all’anno. Vediamo perché.

Il Centro Intrum Justitia stima i tempi medi di pagamento dei fornitori delle Pubblica amministrazione in tutta Europa. Quest’anno ci troviamo tristemente ultimi in classifica e con una performance addirittura peggiore rispetto al 2017: ben 104 giorni di attesa, 9 in più dell’anno scorso. Facciamo peggio di Grecia e Portogallo, dove sono necessari 73 e 86 giorni per saldare il debito commerciale dello Stato, e sembriamo delle lumache rispetto a Germania (33 giorni) e Regno Unito (26 giorni).

Il dato non è puramente statistico ma purtroppo segnala l’ennesimo gravame sulle imprese italiane. Essere pagati in ritardo costringe ad anticipare per più tempo i propri crediti in banca. È ovvio: se per fornire la Pubblica amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere. Ogni anno questo costo. I dati da considerare sono sostanzialmente due: 7,32% cioè il costo medio dell’accesso al credito, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via. E 57 miliardi, ovverosia lo stock complessivo dei debiti della Pubblica amministrazione quantificato da Bankitalia per l’anno 2017. L’incrocio dei due dati consente di stimare in oltre 4 miliardi all’anno il costo che le nostre imprese sono così costrette a sostenere.

Per i suoi ritardi l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Dal 2013, in seguito al recepimento nel nostro ordinamento della direttiva comunitaria contro i ritardi di pagamento, i tempi non potrebbero superare di norma i 30 giorni. Va poi considerato che dover anticipare in banca per lungo tempo i crediti verso la Pubblica amministrazione riduce per le nostre aziende la capacità di ottenere affidamenti, rendendo così più complesso innovare e investire.

Competere con le imprese straniere è già difficile per motivi che vanno dal costo dell’energia alla burocrazia, alla lentezza della giustizia civile. Aggiungere a questo elenco il ritardo dei pagamenti delle Pubblica amministrazione certamente non aiuta. Vorremmo finalmente essere esentati dal pagamento di una sorta di tassa in più, grazie alla quale lo Stato si finanzia a spese degli imprenditori.

* imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

di Massimo Blasoni

L’apporto dei lavoratori immigrati regolari al bilancio dell’Inps è incontestabile. Così non è invece per le tesi del Presidente Boeri, che auspica la loro crescita per far fronte allo sbilancio previdenziale (come noto, ogni anno occorre attingere alla fiscalità generale per ripianare le perdite). Sono tre gli elementi che a mio avviso rischiano di essere sottovalutati. Primo: il lavoro degli immigrai è utile ma deve concorrere a un aumento degli occupati e non sottrarre posti agli italiani. Questo fenomeno purtroppo esiste, nell’ultimo decennio si è registrata una crescita degli occupati stranieri che ha sfiorato il milione e una contemporanea diminuzione di 846mila lavoratori italiani. Secondo: quando si fanno i calcoli sull’importante apporto dei contributi previdenziali versati dagli immigrati non si può non considerare anche il debito implicito che si va formando. Si tratta di lavoratori a cui le pensioni dovranno essere in futuro pagate. Un’obbligazione che lo Statosi assume sia per le pensioni da lavoro sia per quelle assistenziali, che non sono correlate ai contributi corrisposti. A oggi sono finora 49.852 gli stranieri titolari di pensioni sociali che non hanno effettuato alcun versamento. Un numero destinato ad aumentare sulla base dei meccanismi di ricongiungimento familiare. Terzo: appare inoltre rilevante il numero di stranieri che svolgono professioni certo utili come colf e badanti, ma che prevedono bassi versamenti contributivi. Esiste così il rischio che un domani l’ammontare di queste pensioni risulterà superiore ai versamenti effettuati. Si tratta di temi che toccano tutti i lavoratori, connazionali e non,ma che obiettivamente ridimensionano il ruolo salvifico dell’immigrazione. Aggiungo che se i lavoratori stranieri in parte sostituiscono quelli italiani, questi non lavorando avranno bisogno di sostegno pubblico: un’indiretta promozione del reddito di cittadinanza. Il rischio insomma è un cortocircuito assai poco virtuoso.

La previdenza integrativa salverà le pensioni

La previdenza integrativa salverà le pensioni

di Massimo Blasoni

Il superamento della Riforma Fornero è stato forse l’unico punto in comune tra i programmi elettorali della Lega e del Movimento 5 Stelle. Si tratta di un obiettivo non facile ma necessario: la stessa Ocse ci ricorda infatti che – tenuto conto del coefficiente di trasformazione legato all’aspettativa di vita media – un giovane italiano che inizi oggi a lavorare potrà andare in pensione solo dopo i 71 anni e a condizione che in tutto il suo percorso professionale non si siano registrati vuoti contributivi. La difficile sostenibilità del nostro sistema previdenziale è dovuta al basso tasso di occupazione: la percentuale di lavoratori sul totale degli italiani tra i 15 e i 64 anni è infatti di appena il 58%, dieci punti sotto la media europea e addirittura venti rispetto al dato tedesco. Anche a non voler considerare la spesa assistenziale, tra contributi versati e pensioni erogate dobbiamo così far fronte ogni anno a uno sbilancio di oltre 21 miliardi. L’incidenza della spesa pensionistica sul nostro Prodotto Interno Lordo è nel frattempo salita al 16,5% (la più alta in Europa, dopo quella della Grecia) mentre Germania e il Regno Unito non vanno oltre l’11%.

I motivi dell’elevata spesa pensionistica sono noti. Si è elargito troppo allegramente in passato quando, con il metodo retributivo, l’assegno percepito non era proporzionale all’ammontare dei contributi versati. Di qui un debito implicito – quello che lo Stato deve per le future pensioni – ben più gravoso del già pesante debito pubblico. Resta da capire quali possono essere le soluzioni, dal momento che la Consulta non ha ammesso l’ipotesi di un ricalcolo retroattivo, sulla base del metodo contributivo, degli assegni più alti.

In questo contesto non restano che due ambiti in cui poter agire. Il primo e più rilevante è quello della crescita: solo incentivando l’occupazione (e dunque l’ammontare dei versamenti contributivi) si può ridurre il disavanzo annuale del nostro sistema e attenuare le rigidità imposte dalla Riforma Fornero. Per ottenere questo risultato sono però necessarie liberalizzazioni, privatizzazioni e una forte riduzione del perimetro di attività dello Stato. L’altro ambito è invece quello dell’incremento della previdenza integrativa gestita direttamente dai cittadini: deve infatti maturare la consapevolezza che non è frutto di un ordine necessario che i denari delle nostre pensioni vengano totalmente e obbligatoriamente gestiti (male) dallo Stato. A ben vedere, dunque, le soluzioni non sono due ma soltanto una: quella liberale. Si tratta di applicarla.

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

di Massimo Blasoni – Italia Oggi

Ridurre le tasse è ormai il mantra del programma elettorale di ogni partito. Un obiettivo ovviamente lodevole, quantunque non sempre siano esplicitamente evidenziate le coperture per la sua attuazione. Di più, se la ripresa del Paese non può che essere conseguenza dello sviluppo delle nostre aziende va condiviso l’obiettivo di agire innanzitutto sulle imprese. Negli Stati Uniti ad esempio Trump ha ridotto dal 35% al 21% la corporate tax e meglio ancora si è fatto nel Regno Unito dove da aprile 2017 si è abbassata l’imposta sul reddito d’impresa al 19%. Occorre però chiedersi se l’obiettivo di ridurre imposte e gabelle sulle imprese si possa conseguire anche indirettamente e promuovendo ancor più crescita e investimenti. Diciamolo semplicemente, ridurre l’Ires incrementando gli utili d’impresa non ha come conseguenza necessaria che quelle risorse vengano poi reinvestite in azienda o con altri acquisti. Non è improbabile che nel clima attuale, ancora di incertezza, la destinazione di parte rilevante di quegli importi potrebbe essere il risparmio. Quest’ultimo è virtuoso ma di certo non genera sviluppo. Secondo Banca d’Italia ci sono mille miliardi parcheggiati sui conti correnti degli italiani. Forse sarebbe meglio incrementare i super ammortamenti per gli investimenti fatti in azienda, allargando lo spettro di quelli attualmente ammessi.
La misura, parte del programma Industria 4.0, sta ottenendo importanti risultati ma potrebbe essere resa molto più vantaggiosa. Se si aumentano gli ammortamenti si riduce l’imposizione fiscale ma questo beneficio si ottiene solo a patto di investire con conseguenti sviluppo e innovazione. Un’ultima considerazione. L’edilizia in Italia è il comparto che più ha sofferto la crisi economica con una contrazione del 32% della produzione dal 2010 ad oggi. Consentire il super ammortamento anche degli investimenti in questo settore -quindi sull’acquisto di immobili- rappresenterebbe un eccezionale volano. Meno tasse sì, ma anche più investimenti.

La serenità dei negozi dipende dalle vendite e non dalle chiusure festive

La serenità dei negozi dipende dalle vendite e non dalle chiusure festive

di Massimo Blasoni – Libero

La liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, introdotta da uno dei decreti Bersani del 1998, è un elemento di modernità che va difeso e ulteriormente ampliato. Ce lo impone il buon senso, vista la perdurante crisi nel settore della vendita al dettaglio che ha registrato in ogni città il sensibile aumento del numero dei negozi sfitti e delle serrande abbassate. Luigi Di Maio ha invece recentemente proposto di dimezzare per legge i giorni festivi nei quali questi possono restare aperti. Vorrebbe in tal modo consentire il riposo alle famiglie dei loro proprietari e dipendenti («Negozi chiusi durante le feste, famiglie più felici»), senza rendersi conto che la loro serenità dipende innanzitutto dal reddito che riescono a portare a casa. Il leader 5 Stelle si fa purtroppo interprete di un Paese bloccato, ricurvo sul proprio ombelico, con un’economia in declino mentre il resto del mondo ha da tempo ripreso a correre. E pensare che per la Costituzione siamo una Repubblica fondata sul lavoro! Lasciamo al libero mercato stabilire l’opportunità o meno di alzare la serranda, senza perniciosi dirigismi. D’altronde chi percepisce uno stipendio pubblico e garantito non comprende appieno le esigenze di chi conduce un’impresa privata, esposta per definizione al rischio di chiusura. Di Maio tralascia poi di considerare che durante le feste lavorano abitualmente quasi cinque milioni di lavoratori dipendenti e autonomi: vorrebbe lasciar riposare anche tutti quanti sono impiegati ad esempio nei settori del trasporto, della ristorazione, dell’informazione, dell’entertainment, della sicurezza e dell’assistenza sanitaria?

Che peraltro l’Italia non sia un Paese a misura di consumatori lo certifica la Commissione europea nel suo “Quadro di valutazione dei mercati al consumo”. Il responso che ci consegna è desolante: «Rispetto alla media comunitaria le performance di tutti i componenti dell’indice di fiducia sono negativi». Se poi scorriamo la classifica europea che questa ha stilato seguendo l’indice Mpi (uno speciale indicatore di fiducia del consumatore, loro aspettative, la varietà e la possibilità di scelta) scopriamo che l’Italia si colloca al quintultimo posto per percezione di efficienza dei mercati di consumo. A questo si aggiunga che Istat certifica come lo scorso ottobre le vendite al dettaglio siano diminuite del 2,1% in valore e del 2,9% in volume rispetto allo stesso mese del 2016.

Ecco perché, per risollevare il commercio e reggere la concorrenza h24 dei giganti del web (Amazon in primis), una componente essenziale di una strategia vincente deve essere quella di favorire al massimo l’ingresso dei consumatori nei negozi, proprio quando hanno più tempo libero a disposizione. Apriamoci al mercato ed evitiamo di continuare a farci la festa. Non ce lo possiamo permettere.

Per stare in piedi l’Inps dovrà vendere gli immobili

Per stare in piedi l’Inps dovrà vendere gli immobili

di Massimo Blasoni – La Verità

Ogni anno le casse pubbliche devono ripianare in deficit e ricorrendo alle tasse la differenza di circa 88 miliardi tra i contributi versati dai lavoratori e gli assegni previdenziali effettivamente erogati, inclusa la spesa assistenziale. A sostenerlo non sono dei profeti di sventura mossi da animosità politica ma il “Rapporto sull’invecchiamento” pubblicato recentemente dalla Commissione europea e debitamente sottoscritto dal nostro Ministero dell’Economia. Non si riesce quindi a comprendere sulla base di quale ragionamento lo stesso ministro Padoan e diversi altri esponenti di governo abbiano voluto a più riprese rassicurarci sostenendo che «il sistema è in equilibrio». Non lo è affatto, e rischia semmai di divenire in breve tempo letteralmente insostenibile per le tasche degli italiani.

A salvarci dal baratro non servirà nemmeno la rigorosa applicazione del severo lascito dal governo Monti: quel meccanismo di innalzamento progressivo dell’età pensionabile, legato all’aspettativa di vita media della popolazione, che alla lunga rischia di produrre effetti perversi. Per essere sostenibile finanziariamente, la riforma Fornero si fondava infatti su due presupposti che purtroppo non si sono finora verificati: una crescita costante del nostro Pil di almeno l’1,5% all’anno e un significativo aumento del tasso di occupazione (cioè del numero degli italiani concretamente al lavoro) che da molti anni ristagna attorno a un misero 58%, dieci punti sotto la media europea.

A tutto questo si aggiunga una gestione certo non brillante dell’INPS, con i suoi bilanci in profondo rosso anche perché appesantiti da oltre 100 miliardi di contributi non riscossi (una situazione paragonabile ai non performing loans che hanno messo in crisi le nostre banche). Forse sarebbe possibile la dismissione di almeno una parte degli immobili di proprietà dell’ente, valutati più di 3 miliardi e acquistati in anni in cui le scelte erano fondamentalmente politiche. Le alienazioni non si fanno però sia a causa dell’asfittico mercato immobiliare sia perché molti di quei 25mila immobili sono stati locati a fitti sin troppo vantaggiosi.

A pagare il conto salatissimo di questa situazione saranno i soggetti meno tutelati dalla politica e dai sindacati: quei giovani che già adesso devono accollarsi il prezzo del sistema retributivo applicato in passato in maniera troppo generosa. Tra lavori discontinui (e quindi versamenti contributivi intermittenti) e ritardato ingresso nel mondo del lavoro i neoassunti finiranno per dover lavorare ben oltre i 70 anni.

Una considerazione conclusiva: non è frutto di un ordine necessario che debba essere lo Stato a gestire i nostri contributi obbligatori. Sarebbe forse preferibile che ci fosse data la possibilità di decidere liberamente dove investirli, optando tra soggetti pubblici e privati in concorrenza tra loro. Passare da un sistema a ripartizione a uno a capitalizzazione rappresenta un passaggio complesso ma a ben vedere non impossibile.

Che Paese è quello che strangola l’impresa

Che Paese è quello che strangola l’impresa

di Massimo Blasoni – Panorama

La Banca Mondiale ogni anno pubblica il report Doing Business che mette a confronto le principali economie del globo. Si va dal costo dell’energia elettrica alle tasse, dal lavoro alla burocrazia. Al di là del profluvio di numeri darci una letta è significativo. Emerge che è veramente complesso fare impresa in Italia dovendo competere con Paesi obiettivamente più efficienti. Facciamo un po’ di esempi. Un imprenditore italiano, che per insediare la propria impresa debba costruire un edificio, attende mediamente 227 giorni la concessione edilizia. Il suo competitor tedesco otterrà il permesso di costruire in 126 giorni, quello inglese dopo 86. In altre parole, mentre il nostro imprenditore starà ancora affannandosi con le lungaggini della burocrazia, i suoi competitor nelle nuove sedi avranno invece già iniziato a produrre rispettivamente da tre e quattro mesi. Se si trattasse solamente di permessi e autorizzazioni il problema sarebbe circoscritto, purtroppo però c’è molto altro. L’energia in Italia è più cara esattamente del 27 per cento rispetto alla media europea. Solo il 7,6 per cento delle imprese nazionali vende online, anche per l’arretratezza del nostro sistema digitale.

Guai poi a essere fornitori dello Stato. In Italia i debiti della Pubblica amministrazione, che tutti i governi si sono ripromessi di ridurre, vengono saldati mediamente dopo 95 giorni. In Francia gli stessi debiti vengono pagati dopo 57 giorni e in Germania dopo 23. La maggiore attesa, è ovvio, obbliga le imprese ad anticipare il dovuto presso gli istituti di credito con un ulteriore aggravio di costi per gli interessi passivi. Dobbiamo tra l’altro sperare che il nostro imprenditore non si trovi a dover adire le vie legali per recuperare un credito. Si troverebbe in balia di uno dei peggiori sistemi giudiziari d’Europa. Un processo civile dura in media sette anni. Le tasse, è notorio, in Italia sono molto alte ma va anche ricordato che il numero di adempimenti necessario a pagarle è quasi il doppio che in Germania e Regno Unito: 14 contro nove e otto rispettivamente. Tutto questo rappresenta un aggravio in costi e tempo perso. Malgrado questo scenario non incoraggiante le imprese italiane esportano. Pur in un Paese con infrastrutture fisiche e soprattutto digitali inadeguate, nei primi sei mesi del 2017 il fatturato delle esportazioni è aumentato dell’8 per cento rispetto all’anno precedente, più di quello tedesco che è cresciuto del 6 per cento.

Diciamolo con chiarezza, sarà ben difficile che in futuro molti dei nostri figli trovino lavoro nella Pubblica amministrazione, che probabilmente piuttosto vedrà calare il numero dei propri addetti. La crescita dell’occupazione è connessa allo stato di salute e capacità di sviluppo delle nostre imprese. Vien da chiedersi allora perché non si faccia di più per facilitarle almeno sul fronte della sburocratizzazione. Ci sono Paesi dove le regole vengono modificate sulla base delle nuove necessità del mercato: anche così si spiega come in California si siano sviluppati i colossi del mondo digitale. Troppo spesso invece nel nostro Paese le norme esistenti imbrigliano e soffocano la spinta a innovare, preservando un sistema spesso contorto, anacronistico e non in grado di interpretare il futuro. Ne sanno qualcosa gli oltre 50 mila giovani che lo scorso anno hanno lasciato il nostro Paese.

Italia, fanalino di coda nel digitale

Italia, fanalino di coda nel digitale

di Massimo Blasoni – Italia Oggi

Per quale motivo in Italia il numero delle transazioni commerciali online resta ancora così basso? Certamente gli Italiani non sono molto “digitali”: se guardiamo all’indice DESI (Digital Economy and Society Index) stilato dalla Commissione Europea risultiamo infatti 25esimi su 28 Paesi: peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria e Romania. Soltanto il 7,6% delle imprese italiane vende online i propri beni e servizi. Una performance che è pari a circa un terzo della media europea (17,8%) e che ci colloca all’ultimo posto in questa particolare classifica. In termini di valori degli scambi, in Italia le transazioni commerciali online costituiscono così appena l’8,8% del totale. Peggio di noi in Europa fanno solo Romania, Lettonia, Grecia, Cipro e Bulgaria. Anche in questo caso risultiamo nettamente sotto la media europea (16,4%) e molto distanti dalle grandi economie: Regno Unito (19%), Francia (16,7%) e Germania (14,4%).

Il gap che ci separa dai maggiori competitor europei è attribuibile innanzitutto all’assenza di investimenti sul piano infrastrutturale ma origina pure da due ritardi: quello culturale del consumatore medio italiano (favorito dal fatto che il nostro è un Paese sempre più vecchio, con metà della popolazione over 45) e quello formativo delle nuove generazioni.

Il tema va affrontato con decisione, si approssimano grandi sfide che non possiamo evitare. Uno studio del World Economic Forum sostiene che entro cinque anni 5 milioni di persone rischiano di essere sostituite da automazione e automi e per il centro studi di Ubs nei prossimi vent’anni la tecnologia soppianterà metà delle attuali professioni. Un altro studio, questa volta del Labour Department degli Stati Uniti, prevede che il 65% dei bambini che oggi vanno alle elementari faranno in età adulta un lavoro che oggi nemmeno esiste. Molti non svolgeranno più in ufficio il proprio lavoro: non solo perché esiste Skype, ma soprattutto perché la connettività superveloce garantisce già una sorta di ubiquità. Quest’ultima in Italia resta però di 8,73 Mbps e ci colloca al penultimo posto in Europa, peggio della Grecia e subito prima della Croazia.

Occorre un cambio di passo a livello nazionale a monte della filiera digitale, in grado di superare con significativi investimenti pubblici le nostre attuali arretratezze. Altrimenti, privati di strumenti adeguati, le nostre aziende e i nostri giovani saranno condannati a perdere in partenza la partita della competizione globale.

Zero tasse sulle start up per rilanciare l’occupazione

Zero tasse sulle start up per rilanciare l’occupazione

di Massimo Blasoni – La Verità

C’è poco per le imprese e il rilancio dell’economia nella legge di Stabilità che verrà portata in Parlamento. Certo non si può pretendere molto da una manovra sostanzialmente assorbita dalla sterilizzazione dell’aumento dell’Iva. Tuttavia sono state proposte soltanto una nuova decontribuzione sulle assunzioni dei giovani a tempo indeterminato (aperte soltanto per il primo anno agli under 35) e il mantenimento degli iper ammortamenti per alcuni investimenti aziendali. Misure condivisibili ma non sufficienti, se solo pensiamo che lo scorso anno sono espatriati ben 124.076 italiani (+15,4% rispetto al 2015), di cui quasi la metà sono giovani, e soprattutto se consideriamo che restiamo l’unico grande Paese europeo con un Pil reale inferiore a quello del 2007, ultimo anno pre-crisi.

Poiché vi è poco spazio per nuova spesa pubblica vanno create le condizioni per nuovi investimenti privati. Occorre sburocratizzare per favorire le imprese esistenti ma necessitiamo anche, e forse soprattutto, di nuove imprese: un’occasione per i giovani per creare occupazione e dispiegare la propria creatività senza dover cercare un approdo fuori dai confini nazionali.

Per favorire la costituzione di start-up esistono decine di programmi di contributi pubblici che Stato e regioni hanno fin qui attivato senza ottenere grandi risultati. Si tratta spesso di misure tortuose (rese impervie da innumerevoli domande, bolli e regolamenti) che rimangono in parte inutilizzate o che paradossalmente impiegano la maggior parte delle risorse nelle strutture pubbliche preposte alle istruttorie dei singoli progetti. Passano anni prima che i richiedenti ricevano finanziamenti o garanzie al credito: nel frattempo l’azienda è autonomamente decollata oppure è già morta.

Un’idea liberale per creare nuove imprese? Ridare vita al decreto Tremonti n. 357 del 1994, che stabiliva la completa detassazione delle nuove imprese costituite da under 32. Toglieva Ires e Irap, eliminava le imposte comunali per l’esercizio di imprese e sugli immobili; toglieva anche la tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche e soprattutto (e per ogni tributo) i connessi adempimenti. Quel beneficio valeva per un triennio e sino alla rilevante soglia di un miliardo annuo di lire, cioè un milione di euro attuale o giù di lì. Se riproposta, questa misura potrebbe favorire la nascita di un rilevante numero di imprese e connessi posti di lavoro. Funzionerebbe? All’epoca funzionò e personalmente fu decisiva affinché nel 1996 decidessi anch’io di avviare un’attività con ex compagno di classe: oggi è una Spa che occupa quasi 2.500 persone e opera in tutta Italia.

L’occupazione risale, ma ancora non basta

L’occupazione risale, ma ancora non basta

di Massimo Blasoni – Panorama

Il lavoro resta il primo problema del nostro Paese. È vero che oggi i dati sull’occupazione, se pur altalenanti, ci vedono finalmente ritornare ai livelli del 2007, cioè l’ultimo anno pre-crisi. Basta però scorrere i dati Eurostat sulla crescita dell’occupazione in Germania per avere l’esatta misura della gravità della situazione italiana. Nello stesso periodo gli occupati tedeschi sono cresciuti di 2 milioni e 800 mila: non avete letto male. Una crescita imperiosa che fa impallidire la nostra modesta ripresa. Il tasso di occupazione tedesco raggiunge il 74,7%, un livello per noi lontanissimo.

Troppo facile e impietoso paragonarci coi primi della classe? Una rilevante crescita si è avuta anche nel Regno Unito, dove ci sono oggi un milione e 800 mila lavoratori in più, e incrementi consistenti si riscontrano anche in Polonia e Ungheria. Peraltro, se distinguiamo per classi d’età, ci accorgiamo che in Italia si registrano ancora oggi forti variazioni negative relativamente al numero degli occupati più giovani mentre si ha un incremento principalmente tra gli over 50.

La spiegazione più plausibile di questo fenomeno è il progressivo aumento dell’età di pensionamento. Insomma, più che un maggior numero di persone con un lavoro si avrebbero lavoratori che vanno più tardi in pensione. Il nostro tasso di occupazione, cioè il numero di persone che effettivamente lavorano non supera il 58%: uno dei più bassi in Europa, dieci punti sotto la media. È un dato che ci accomuna alla Grecia e alla Croazia e che sottolinea il fatto che i Paesi con i fondamentali economici meno solidi sono anche contraddistinti da una minore partecipazione al mercato del lavoro. Pare che il governo intenda reagire a questa situazione con una politica di riduzione del cuneo fiscale per i più giovani, significativa nel primo triennio, più bassa ma protratta nel tempo nel periodo successivo. È uno sforzo lodevole ma non risolutivo, come in fin dei conti hanno dimostrato i frutti modesti della decontribuzione sulle nuove assunzioni del 2015.

Gli obiettivi da perseguire piuttosto si possono trarre dal report annuale sull’efficienza del mercato del lavoro del World Economic Forum che ci classifica 119esimi su 138 Paesi considerati. I motivi del basso rating italiano? Lo scarso legame tra salari e produttività, gli ostacoli nel premiare il merito, la complessità delle relazioni sindacali, la lentezza del contenzioso. Occorre migliorare su questi aspetti se vogliamo che le imprese ricomincino ad assumere: mediamente una causa di lavoro nel nostro Paese dura un anno e due mesi, in Europa la metà.

Un’ultima considerazione, il mercato del lavoro è in grande mutamento anche per l’innovazione tecnologica e l’automazione che tenderà a ridurre il numero di occupati in molti settori. Secondo uno studio della società McKinsey  basato su 820 mestieri, il 49% delle professioni è automatizzabile con tecnologie già sviluppate che devono solo diffondersi. Il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa per numero di laureati, tra quelli che spendono meno per formazione permanente dei lavoratori e tra i meno pronti all’evoluzione digitale. Un’evoluzione a cui occorre attrezzarsi in fretta visto che – indebitati come siamo – i nuovi posti di lavoro non si potranno creare per decreto né si potrà scaricare la disoccupazione sul sistema  pensionistico.