Slide

Carburanti: diesel italiano il più caro in Europa, benzina al quarto posto

Carburanti: diesel italiano il più caro in Europa, benzina al quarto posto

Il diesel acquistato in Italia è in assoluto il più caro in Europa mentre il prezzo della nostra benzina è il quarto più alto di quelli acquistabili nei Paesi dell’UE. A renderlo noto è una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro, realizzata su dati MEF e Commissione Europea.

Con 1,599 euro al litro, il costo del nostro carburante è dell’11,1% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 4,5% in più rispetto alla Francia, l’11,4% in più rispetto alla Germania e addirittura il 26,3% in più rispetto all’Austria. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Paesi Bassi, Grecia e Danimarca con un costo al litro rispettivamente di 1,681, 1,629 e 1,620 euro.

Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta il 63,5% del prezzo finale contro il 60,2% della media europea, il 61,8% della Francia, il 61,6% della Germania e il 52,9% della Spagna.

Il diesel acquistato in Italia risulta essere invece il più caro in assoluto tra i Paesi dell’UE. Il costo al litro è infatti pari a 1,487 euro, superando di molto la media europea (pari a 1,329 euro), la Germania (1,242 euro) e la Spagna (1,213 euro).

Anche in questo caso l’incidenza delle tasse sul prezzo finale è molto alta: il 59,6% del prezzo finale è costituito da tasse, contro una media europea pari al 54,9%. Peggio di noi fa solo il Regno Unito, con un valore pari al 60,5%.

Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Paghiamo con la benzina le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici; dal Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l’aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: dal terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980) o alle alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse ma su cui comunque continuiamo a versare allo stato importanti risorse ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina alla nostra auto.

Il gettito totale per accise nel nostro Paese nel suo complesso è aumentato di 5,2 miliardi negli ultimi dieci anni. Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello stato 20,3 miliardi nel 2008. Gli aumenti successivi hanno fatto crescere questa cifra del 25,6% in dieci anni portando il gettito del 2018 a 25,5 miliardi di euro, una cifra sostanzialmente stabile negli ultimi anni (25,4 miliardi nel 2016, 25,7 miliardi nel 2017).

“Questi numeri preoccupano soprattutto perché non sono state ancora individuate le risorse per disinnescare le clausole di salvaguardia” osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. “In assenza di coperture alternative, esse scatterebbero dal primo gennaio 2020 facendo aumentare l’Iva (dal 22% al 25,2% quella ordinaria e dal 10% al 13% quella agevolata) e le accise sui carburanti per un valore pari a 400 milioni di euro l’anno. Al momento il 63,5% del prezzo finale della benzina è costituito da tasse e non dimentichiamo che l’Iva si applica anche sulle accise”.

Bolletta energetica: negli ultimi otto anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,8%. Il 36,1% del prezzo finale è costituito da tasse e imposte.

Bolletta energetica: negli ultimi otto anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,8%. Il 36,1% del prezzo finale è costituito da tasse e imposte.

Dal 2010 al 2018 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,8% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici: è questo il risultato di una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro, che ha analizzato l’andamento dei prezzi medi dell’energia elettrica per uso domestico fornita in questo periodo di tempo alle famiglie in tutta Europa.

Dalla rielaborazione dei dati Eurostat emerge che rispetto a otto anni fa tra i 28 Paesi oggetto del monitoraggio solo in 6 nazioni il prezzo dell’energia domestica è diminuito: Lussemburgo (-3,2%), Paesi Bassi (-4,0%), Slovacchia (-4,1%), Lituania (-7,5%), Malta (-21,5%) e Ungheria (-31,6%). In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è cresciuta con aumenti anche consistenti: +45,1% in Lettonia, +44,2% in Belgio, +40,1% in Estonia e +39,7% in Portogallo. Tra le grandi economie cresce l’onere per le famiglie anche in Regno Unito (+38,0%), in Spagna (+35,8%), in Francia (+34,7%), in Germania (+24,4%) e, come detto, Italia (+8,8%).

Nel nostro Paese, quindi, il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2114 euro per kWh nel 2018. Stimando nel 2018 un consumo medio annuo per famiglia di 3.000 kWh si ottiene un costo a carico di ogni famiglia per la sola bolletta elettrica di 634 euro su base annua. A livello europeo solo in Danimarca, Germania, Belgio, Irlanda, Spagna e Portogallo l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se la stessa famiglia, infatti, si trovasse a vivere in Francia risparmierebbe 102 euro su base annua, 122 se vivesse nei Paesi Bassi, 146 euro se vivesse in Slovenia, 239 euro se vivesse in Croazia. In Germania, invece, il conto sarebbe più elevato: +264 euro.

Si tratta di costi comprensivi di tasse e accise che nel nostro Paese rappresentano il 36,1% del prezzo finale. L’incidenza delle imposte è più elevata che da noi soltanto in Danimarca (66%), Portogallo (55,2%), Germania (54%), Slovacchia (40,9%) e Austria (37,2%). Il fisco pesa meno nella bolletta delle famiglie in altre economie continentali: Francia (35,1%), Regno Unito (29,7%) e Spagna (21,4%).

A meno di ulteriori rinvii, dal 1° luglio dell’anno prossimo sono previsti il passaggio obbligatorio al mercato libero e la fine del regime della maggior tutela per quanti avranno mantenuto il proprio storico fornitore di energia. «Si tratta in realtà di una spada di Damocle» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero infatti confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela».

 

Stranieri in Italia: 66,4 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2018. Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione.

Stranieri in Italia: 66,4 miliardi di euro di rimesse dal 2008 al 2018. Bangladesh, Romania e Filippine i principali Paesi di destinazione.

Dal 2008 al 2018 (ultimo dato disponibile) le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno raggiunto la cifra considerevole di 66,410 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro su elaborazione dei recenti dati Banca d’Italia.

Dalla ripartizione per anno emerge che le rimesse sono cresciute nel periodo 2008-2011 passando da 6.376,9 al pacco massimo di 7.394,4 milioni di euro per poi contrarsi fino a toccare i valori minimi di 5.073,6 milioni di euro nel 2016 e di 5.081,1 milioni di euro nel 2017. Nell’ultimo anno però si è verificata una consistente ripresa delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: si è arrivati infatti a 6.201 milioni di euro (+22% sull’anno precedente). Stime prudenziali contenute in alcuni paper pubblicati dalla Banca d’Italia sembrano suggerire che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”.

Limitatamente a quest’ultimo anno, l’analisi del Centro studi presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni osserva inoltre come i lavoratori stranieri che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro siano stati quelli residenti in Lombardia (1 miliardo e 460,1 milioni, pari al 23,5% del totale), nel Lazio (953,1 milioni, 15,4% del totale), in Emilia Romagna (571,7 milioni, 9,2% del totale), in Veneto (530,4 milioni, 8,6% del totale), in Toscana (515,8 milioni, 8,3% del totale) e in Campania (418 milioni, 6,7% del totale).

Quanto alle diverse nazionalità, nella classifica stilata da ImpresaLavoro risulta che nel 2018 i lavoratori stranieri in Italia che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro sono i bengalesi (730,7 milioni), i romeni (718,2 milioni), i filippini (451,1 milioni), i pakistani (408,7 milioni) e senegalesi (389,4 milioni). A seguire si collocano quelli provenienti dall’India (342,7 milioni), dal Marocco (330,6 milioni), dallo Sri Lanka (308,7 milioni), dal Perù (228,5 milioni), dalla Georgia (207,3 milioni) e dall’Ucraina (172,8 milioni). La Cina, che fino a pochi anni fa era uno dei tre principali Paesi di destinazione, è invece scivolata nel 2018 al 38esimo posto con un valore pari a soli 21,4 milioni di euro.

In Italia nel 2018 solo il 36% dei cittadini ha effettuato acquisti online, contro l’84% della Danimarca e l’83% del Regno Unito.

In Italia nel 2018 solo il 36% dei cittadini ha effettuato acquisti online, contro l’84% della Danimarca e l’83% del Regno Unito.

Negli ultimi 12 mesi solo il 36% dei cittadini italiani ha effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio. Il nostro Paese si colloca così al quint’ultimo posto di questa particolare classifica europea, al pari della Grecia e appena sopra la Croazia (35%), Cipro (32%), la Bulgaria (21%) e la Romania (20%). Ai vertici della graduatoria 2018 si collocano invece i consumatori di Danimarca (84%), Regno Unito (83%), Paesi Bassi (80%), Svezia (78%) e Germania (77%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere i giovanissimi tra i 16 e i 24 anni (il 51% ha acquistato beni o servizi online nell’ultimo anno) e quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (52%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono soltanto il 22% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni, il 10% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni e solamente il 2% degli over75.

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi, si osserva poi come resti bassissima la frequenza degli acquisti (quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo l’8% ne ha effettuati da 3 a 5) e comunque per importi che non superano quasi mai la soglia dei 500 euro.

Nell’ultimo anno i beni più acquistati online dagli italiani sono stati vestiti e articoli sportivi (16%), articoli casalinghi (13%), viaggi e alloggi per vacanze (10%), libri e abbonamenti a riviste (9%), attrezzatura elettronica (8%), biglietti per eventi (7%), software per il pc (4%), film e musica (4%), servizi di telecomunicazione (banda larga, abbonamenti a canali televisivi, ricarica di carte telefoniche prepagate…) (4%), cibo e generi alimentari (4%). Curiosamente, solo il 2% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di hardware per computer.

«Questi dati fotografano un ritardo evidente dell’Italia nell’e-commerce, conseguenza anche del ritardo delle nostre infrastrutture informatiche» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Secondo l’indice DESI della Commissione Europea –che misura lo stato di avanzamento dei Paesi membri dell’UE nell’ambito della digitalizzazione dell’economia, del sistema pubblico e della società- l’Italia è 25esima su 28 Paesi. La banda larga non è ancora capillarmente diffusa ma a pesare sul basso punteggio italiano sono soprattutto le scarse competenze digitali. Infine, i limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si aggiungono come fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo».

Reddito disponibile reale degli italiani: -8,7% dall’inizio della crisi, peggio di noi solo Cipro e Grecia.

Reddito disponibile reale degli italiani: -8,7% dall’inizio della crisi, peggio di noi solo Cipro e Grecia.

Gli italiani dal 2008 al 2017 hanno perso l’8,7% del proprio reddito disponibile reale (o potere d’acquisto), fanno peggio dell’Italia solamente Cipro (-15,4%) e la Grecia (-30,8%). Questo il principale risultato emerso da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro su dati Eurostat.

Il potere d’acquisto, così come definito da Eurostat, rappresenta la quantità di beni e servizi che una persona può acquistare con un determinato reddito in un dato momento, neutralizzando gli effetti dell’inflazione. Solamente in altri sei Paesi dell’Unione Europea su 28 i redditi reali sono tuttora inferiori a quelli del 2008. Si tratta di Portogallo (-0,8%), Irlanda (-1,1%), Belgio (-2,1%), Austria (-3,9%), Croazia (-4,4%) e Spagna (-5,8%). In tutti gli altri Stati europei, invece, sono stati recuperati e addirittura oltrepassati i livelli pre-crisi. Il potere d’acquisto in Regno Unito e Francia, ad esempio, è salito nello stesso periodo di tempo rispettivamente del 2,7% e del 3,4% e in Germania dell’8,5%. Nei Paesi dell’Est Europa, come Bulgaria e Romania, la crescita è stata ancor più significativa e ha superato il 28%. Non si può inoltre trascurare la velocità di questo recupero: i redditi reali degli inglesi e dei francesi sono tornati ai livelli precedenti la crisi nel 2014, mentre quelli dei tedeschi già nel lontano 2010.

In valori assoluti, secondo i dati Istat, le famiglie italiane dall’inizio della crisi ad oggi hanno perso nel complesso 70 miliardi di euro del proprio reddito disponibile. Conseguentemente si sono ridotti consumi e risparmi. I consumi totali sono ancora di 15 miliardi inferiori a quelli del 2008 e la propensione al risparmio – ossia il rapporto tra il risparmio delle famiglie e il loro reddito disponibile- si è ridotta di un terzo nel periodo, passando dall’11,6% al 7,7%.

«Le cause di una performance così negativa da parte dell’Italia sono molteplici. La carenza di investimenti pubblici e l’oppressione fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese agli ultimi posti anche di questa classifica preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni. Con questo ritmo di crescita medio, gli italiani recupereranno il potere d’acquisto che avevano prima della crisi economica solamente nel lontano 2026».

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri hanno “sostituito” quelli italiani. È questo il principale risultato di una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su dati Istat ed Eurostat.

In Italia l’occupazione è in ripresa (+124.601 occupati rispetto al 2008). Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, quindi tra italiani e stranieri (UE ed extra UE), emerge però un effetto “sostituzione”: gli occupati stranieri dal 2008 al 2018 sono infatti aumentati da 1.690.090 a 2.455.003 (+764.913 unità, +45,3%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.400.258 a 20.759.946 (-640.312 unità, -3,0%). L’occupazione straniera negli anni della crisi ha quindi “sostituito” quella italiana, consentendo al numero totale di occupati di crescere nuovamente al di sopra dei livelli del 2008. Un ulteriore apporto di cittadini stranieri potrebbe quindi anche rendere più complessa la situazione occupazionale dei cittadini nazionali.

Considerando tra tutti i cittadini stranieri solamente quelli extra UE emerge una questione altrettanto significativa: l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. Secondo i più recenti dati Eurostat (anno 2017), il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media dell’Unione a 28 membri (68,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,4%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%).

Guardando invece solamente alla percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola verso l’alto, dal penultimo al quattordicesimo posto: il nostro 59,1% risulta infatti largamente superiore alla media dell’Unione a 28 membri (54,6%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri tre Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta della Repubblica Ceca (-0,8 punti percentuali), della Slovacchia (-0,9) e di Malta (-2,7). Un dato che stride con la media dell’Unione a 28 membri (+13,5 punti percentuali). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Spagna (+5,7), Irlanda (+6,5), Regno Unito (+13,3), Francia (+20,6), Germania (+25,0) e Paesi Bassi (+26,7).

«Ciò che veramente stupisce è che il recupero del livello occupazionale precedente la crisi sia imputabile solamente ai lavoratori stranieri, mentre gli occupati italiani sono ancora inferiori al livello di dieci anni fa» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Ed è anche sorprendente riscontrare che il tasso di occupazione dei residenti extra Ue sia superiore a quello dei nostri connazionali. Queste anomalie, almeno in parte, dipendono dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Partecipate: quasi la metà non fattura più di 500mila euro e di queste 1.198 sono in perdita

Partecipate: quasi la metà non fattura più di 500mila euro e di queste 1.198 sono in perdita

Degli attuali 5.776 Enti a partecipazione pubblica, quasi un terzo (1.798) hanno un numero di dipendenti inferiori ai membri del proprio Cda mentre più di due terzi (4.052) operano con meno di 20 dipendenti. Di quest’ultimi all’incirca un quinto (1.104) è inoltre a totale partecipazione pubblica. Per quanto infine riguarda il loro fatturato, 2.272 Enti hanno un valore della produzione inferiore a 500mila euro e di questi ben 1.198 risultano in perdita. Questa fotografia degli organismi partecipati degli Enti territoriali emerge da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati della Corte dei Conti.

L’analisi riguarda gli ultimi bilanci civilistici disponibili (anno 2016) e i dati numerici degli organismi sono messi in relazione alla tipologia di partecipazione, alla presenza di risultati di esercizio negativi e al numero complessivo del personale dipendente al fine di valutare le ricadute occupazionali di eventuali provvedimenti di dismissione. Dal censimento effettuato sugli Enti territoriali, nel complesso le partecipazioni che dovrebbero venire meno costituiscono circa il 23% del totale.

Quanto alla collocazione geografica dei 5.776 organismi partecipati è stato seguito il criterio della sede legale, per ovviare al problema di organismi partecipati da una pluralità di Enti insistenti su diversi ambiti territoriali. La Corte dei Conti evidenzia una significativa prevalenza di organismi partecipati dagli Enti appartenenti all’area Nord Ovest (il 29,55% del totale esaminato), seguiti da quelli collocati nel Nord Est (il 28,96%), a fronte di una presenza inferiore al Centro (20,64%) e soprattutto al Sud e nelle Isole (rispettivamente 14,46% e 6,27%). Per quanto riguarda le singole Regioni, la maggior parte delle partecipate si concentra in Lombardia (16,7% del totale), Emilia Romagna (9,6%), Toscana (9,5%) e Veneto (9%).

Con riferimento alla gestione finanziaria degli organismi oggetto dell’indagine, i debiti degli organismi partecipati ammontano nel complesso a 104,41 miliardi di euro (il 74% dei quali contratti dalle partecipate nel Nord Italia). In testa a questa particolare classifica troviamo gli enti con sede in Lombardia (26,52 miliardi), Friuli-Venezia Giulia (12,71 miliardi), Lazio (11,28 miliardi), Emilia-Romagna (8,89 miliardi), Veneto (7,28 miliardi), Piemonte (7,10 miliardi), Toscana (5,39 miliardi) e Trentino Alto Adige (5,16 miliardi).

«Le migliaia di aziende partecipate da Comuni, Province e Regioni molto spesso non sono indispensabili e producono debiti rilevanti, sottraendo quote di mercato alle aziende private che operano nel loro stesso settore» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I dati della Corte dei Conti parlano chiaro: queste realtà servono soltanto a chi vi lavora e andrebbero semplicemente dismesse. Un obiettivo che peraltro era espressamente previsto dalla Riforma Madia ma che purtroppo ancora oggi è rimasto lettera morta».

Italia prima tra i Paesi OCSE per quota di spesa pubblica destinata alle pensioni. In percentuale al Pil spende più di noi solamente la Grecia.

Italia prima tra i Paesi OCSE per quota di spesa pubblica destinata alle pensioni. In percentuale al Pil spende più di noi solamente la Grecia.

L’Italia è prima tra i Paesi OCSE per quanto riguarda la quota di spesa pubblica destinata alle pensioni sul totale della spesa. Il nostro Paese, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa particolare classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media OCSE (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l’Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l’Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%).
In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell’anno 2000 spendevano quasi dieci punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata alle pensioni è cresciuta di 2,3 punti percentuali.
Questi i principali risultati di una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata sugli ultimi dati OCSE disponibili.

La spesa pubblica per pensioni in percentuale al Pil è invece pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media OCSE (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria spendono per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, nello specifico tra il 14% e il 13,4%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono l’Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%).
Per quanto riguarda l’andamento tra gli anni 2000 e 2015 (o ultimo dato disponibile), nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali. Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione dall’Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti percentuali), Germania (-0,7 punti percentuali) e Polonia (-0,2 punti percentuali).

Quali sono le previsioni future sull’andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario) nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività. Il rapporto del MEF prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil decresca raggiungendo il 15,5% nel 2019, conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dell’applicazione, pro rata, del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l’anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all’applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un’inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante.

«Le assunzioni sulle quali si basano le previsioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione (che dovrebbe aumentare di ben dieci punti percentuali entro il 2070) e a una sostanziale decrescita del tasso di disoccupazione (che dovrebbe dimezzarsi nello stesso periodo di tempo). Inoltre, produttività del lavoro e Pil pro capite reale dovrebbero crescere di 1,75 punti percentuali all’anno, aumenti ben lontani dai valori osservati in Italia negli ultimi decenni. Tutto ciò fa pensare quindi che la quota di spesa destinata alle pensioni in rapporto al Pil non si ridurrà facilmente nel tempo e che il progressivo invecchiamento della popolazione metterà sotto pressione i conti pubblici ancora per molti anni.»

Spesa pubblica consolidata pro capite nelle regioni: la media italiana è di 9.318 euro a cittadino. Record in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

Spesa pubblica consolidata pro capite nelle regioni: la media italiana è di 9.318 euro a cittadino. Record in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

Ogni anno la Ragioneria Generale dello Stato realizza un interessante rapporto (“La Spesa Statale Regionalizzata”) in cui analizza la dimensione e l’andamento della spesa pubblica nelle singole regioni italiane. Un intero capitolo è dedicato alla cosiddetta Spesa Consolidata, nella quale vengono incluse oltre alle spese del bilancio statale, quelle realizzate nei territori di riferimento dagli enti locali, da fondi alimentati con risorse nazionali e comunitarie, da enti e organismi pubblici.

In questo valore vengono per esempio conteggiate le spese relative al pagamento delle pensioni e degli ammortizzatori sociali nonché gli oneri relativi alla sicurezza o al controllo dei confini. Il perimetro considerato non coincide pertanto con le competenze delle singole amministrazioni regionali ma punta a ricomprendere la spesa pubblica effettuata in una determinata regione indipendentemente dal soggetto che gestisce quelle risorse.

Nella costruzione del dato consolidato sono stati eliminati i pagamenti intercorsi tra i vari soggetti: potrebbero residuare talune duplicazioni di modesta entità, relative a flussi non evidenziati nelle fonti utilizzate. La Ragioneria Generale dello Stato ritiene che tale circostanza non alteri in modo significativo i risultati della ricerca, in termini di distribuzione tra le regioni. Rimangono esclusi dal perimetro analizzato gli oneri relativi al pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Trattandosi di valori di cassa, la collocazione nella graduatoria di una regione in ciascun anno potrebbe dipendere in alcuni casi dal profilo di cassa di talune erogazioni di importo più rilevante, le cui annualità potrebbero essersi concentrate in un dato esercizio.

Il Centro studi ImpresaLavoro ha preso in considerazione gli ultimi dati disponibili contenuti nel Rapporto annuale 2018, ossia quelli relativi all’anno 2016, scoprendo così che la regione con la spesa pubblica pro capite più elevata è la Valle d’Aosta, con 15.448 euro all’anno. Seguono Trentino Alto Adige (13.431 euro), Lazio (12.259 euro) e Friuli Venezia Giulia (11.737 euro). In coda ci sono invece Campania (8.198 euro), Veneto (8.203 euro), Puglia (8.257 euro) e Lombardia (8.364 euro) euro. Il valore medio italiano è pari a 9.318 euro a cittadino.

La valutazione cambia se rapportiamo la spesa pubblica al PIL prodotto da ciascuna regione. In questo caso al vertice della classifica risultano il Molise (56,19%), la Calabria (55,32%) e la Sardegna (54,67%) mentre in coda troviamo le regioni più ricche del Nord: la Lombardia, dove la spesa pubblica pesa per il 22,72%, il Veneto (25,85%) e l’Emilia Romagna (25,99%).

«L’evoluzione della spesa fa davvero riflettere» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra le regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio».

Spesa pubblica per investimenti: dal 2009 al 2017 tagli in Italia del 37,1%, in media una riduzione di 2,5 miliardi l’anno

Spesa pubblica per investimenti: dal 2009 al 2017 tagli in Italia del 37,1%, in media una riduzione di 2,5 miliardi l’anno

Rispetto al 2009, l’Italia ha tagliato del 37,1% la spesa pubblica per investimenti, passando dai 54,1 miliardi del 2009 ai 34 miliardi del 2017, con una riduzione di circa 20,1 miliardi di euro. Si tratta del valore più basso fatto registrare dal 2004 ad oggi. Negli ultimi otto anni la spesa pubblica per investimenti in Italia è quindi calata in media di 2,5 miliardi ogni anno. Riduzioni più significative in termini assoluti si sono verificate solamente in Spagna (-32,1 miliardi). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Per quanto riguarda invece la spesa pubblica per investimenti in rapporto al Pil, si confermano le differenze tra i Paesi “virtuosi” e quelli più periferici dell’Eurozona. Tra i Paesi che hanno tagliato di più la spesa pubblica per investimenti su Pil, compare l’Italia con una riduzione dal 3,4% al 2% del Pil (-1,4 punti percentuali nel periodo). Cali importanti si sono verificati anche in Spagna (-3,1 punti percentuali), Grecia (-2,4 punti percentuali) e Portogallo (-2,3 punti percentuali). Il calo invece è stato più contenuto in Germania (-0,2 punti), Austria (-0,3 punti), Regno Unito (-0,7 punti) e Francia (-0,9 punti). La riduzione media complessiva degli investimenti pubblici nei vari Paesi europei dal 2009 al 2017 è stata di un punto percentuale.

«L’Italia investe troppo poco in infrastrutture fisiche e digitali. Il Paese avrebbe invece bisogno di rendere più rapidi ed efficienti i trasporti e gli scambi. Nel 2009 lo Stato investiva più di 54 miliardi in opere pubbliche, oggi sono scesi a 34, un dato molto preoccupante» sostiene l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Nemmeno l’ultima Legge di bilancio rilancia gli investimenti pubblici e, anzi, riducendo nel complesso gli stanziamenti per il sistema produttivo non sostiene nemmeno quelli privati».