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L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

di Massimo Blasoni*

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 del Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica dei più spendaccioni – dopo i già citati Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia al Veneto e alla Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono Regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Pensioni: in Italia età effettiva è 62,1 anni, tra le più basse in Europa

Pensioni: in Italia età effettiva è 62,1 anni, tra le più basse in Europa

In Italia l’età effettiva di pensionamento è di 62,1 anni, al momento tra le più basse in Europa: nel nostro Paese si va in pensione 7 anni prima che in Portogallo, 5 prima che in Irlanda e un anno prima rispetto alla media europea. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su dati OCSE (“Ageing and Employment Policies – Statistics on average effective age of retirement”).

Per età “effettiva” di pensionamento s’intende l’età effettiva media di uscita dal mercato del lavoro, beneficiando anche di eventuali anticipi pensionistici/eccezioni (l’OCSE ha considerato i dati tra il 2011 e il 2016). L’età “normale” di pensionamento è invece quella prevista dalla normativa vigente nei vari Paesi europei senza anticipi di alcun tipo, quindi l’età a cui un individuo può uscire dal mercato del lavoro senza subire una riduzione dell’assegno e dopo una carriera lavorativa senza interruzioni a partire dai vent’anni d’età (l’OCSE ha effettuato questa valutazione considerando l’anno 2014).

In Italia l’età effettiva di pensionamento – che come detto è di 62,1 anni – risulta inferiore di 4,5 anni rispetto a quella normale (66,6). Un trend simile si riscontra anche per quanto riguarda le lavoratrici, che vanno in pensione a un’età effettiva di 61,3 anni contro una normale di 65,6. Lo stesso vale per Paesi come la Slovacchia (60,8 effettiva e 66,2 normale), la Polonia (62,6 effettiva e 67 normale) e il Belgio (61,3 effettiva e 65 normale).

Ordinando la classifica per età “effettiva” di pensionamento l’Italia si colloca nella seconda metà della stessa, ossia al 15° posto sul totale di 22 Paesi europei considerati. Si scopre così che da noi si va in pensione molto prima che in Portogallo (69 anni), Irlanda (66,9 anni), Svezia (65,8 anni), Regno Unito (64,6 anni), Paesi Bassi (63,5 anni) e Germania (63,3 anni).

Il risultato si ribalta se invece si prende in considerazione l’età di pensionamento “normale”, ossia quella risultante dalla legislazione vigente senza considerare anticipi pensionistici. L’Italia sale al secondo posto con 66,6 anni, superata solamente dalla Polonia con 67 anni. L’ultimo posto se lo aggiudica invece la Spagna, dove il valore è pari solamente a 59,3.

«L’Italia non è quindi al momento uno dei Paesi in cui si va in pensione più tardi e questo avviene soprattutto perché la maggior parte dei lavoratori utilizza i requisiti stabiliti per la pensione anticipata» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «In futuro il discorso sarà completamente diverso. I giovani iniziano a lavorare più tardi e in maniera spesso discontinua, così accumulando “vuoti” contributivi. Non soltanto andranno in pensione a un’età più avanzata ma soprattutto godranno di assegni previdenziali più bassi. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017 un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2016, quando aveva 20 anni, dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione».

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

*di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011 rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le banche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione. La conclusione del Quantitative Easing,con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bce: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa. Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

di Massimo Blasoni

Il Governo pare acconciarsi a un ridimensionamento dei costi dell’applicazione di “Quota 100” alle pensioni. La misura sarà solo triennale e soprattutto le modalità di applicazione ridurrebbero il primo anno di un terzo le risorse inizialmente stanziate. Soprattutto per i lavori cosiddetti usuranti, l’età di pensionamento rappresenta un tema rilevante, ma è anche vero che decenni di Governi fin troppo disponibili e di pensioni baby hanno portato la nostra spesa pensionistica in rapporto al Pil ad essere una delle più rilevanti d’Europa. C’è un fatto che potrebbe non piacerci, lo rileva uno studio di ImpresaLavoro su dati OCSE. Nel nostro Paese si va in pensione di fatto mediamente ben prima dei 67 anni disposti dal 2019 dalla Riforma Fornero. L’età effettiva di pensionamento in Italia è più bassa della media UE: 62,1 anni contro i 63,2 degli altri Paesi europei. Meno, tanto per citarne due, di quelle del Regno Unito e tedesca che rispettivamente traguardano l’agognata quiescenza a 64,6 e 63,3 anni. Da cosa deriva la differenza tra l’età effettiva di pensionamento e quella teorica? Questo avviene per svariati motivi, primo tra i quali il fatto che soprattutto in passato molti hanno iniziato a lavorare in giovane età e dunque l’uscita dal mercato del lavoro, dopo i canonici 42 anni di versamenti contributivi, avviene relativamente presto. Ci sono poi da considerare gli “sconti” per lauree, servizio militare ed altro. Niente da dire, ma è giusto ripeterlo: la maggior parte degli europei va in pensione ad un’età più avanzata della nostra e dunque, per quanto impopolare, è ragionevole porre qualche dubbio sulla misura prevista dal Governo che abbassa ulteriormente l’età di pensionamento. Non sarà così per i giovani italiani, su cui piuttosto occorrerebbe investire. Avendo iniziato a lavorare tardi ed avendo accumulato spesso “vuoti contributivi” per la flessibilità del lavoro, dovranno aspettare molto più dei loro genitori per andare in pensione. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017, un giovane che ha iniziato la lavorare nel 2016 a vent’anni dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione.

Multe: quest’anno i Comuni hanno incassato 1,34 miliardi di euro. Milano, Firenze e Bologna le città con il gettito pro capite più alto

Multe: quest’anno i Comuni hanno incassato 1,34 miliardi di euro. Milano, Firenze e Bologna le città con il gettito pro capite più alto

Negli ultimi due anni i Comuni italiani hanno incassato dalle famiglie 2,95 miliardi di euro di gettito extratributario per multe, ammende, sanzioni e oblazioni. In particolare, nel 2018 (il dato di dicembre è stato stimato sulla base dell’andamento degli incassi dell’anno) le casse dei Comuni hanno potuto contare su un introito complessivo di 1 miliardo 340 milioni di euro. Un dato in discesa rispetto a quello registrato nel 2017, pari a 1 miliardo 609 milioni di euro. Lo rivela una ricerca di ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati ISTAT e SIOPE (il Sistema informativo del Ministero delle Finanze sulle operazioni degli enti pubblici).

Il Centro studi economici presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni ha voluto anche effettuare un’analisi sulle sanzioni e ammende a carico delle famiglie residenti in un campione rappresentativo dei principali Comuni italiani.

La città che nel biennio 2017-2018 ha incassato di più in rapporto ai cittadini maggiorenni residenti è risultata essere Milano (123,67 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 142,7 milioni di euro), seguita da Firenze (109,25 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 35,5 milioni di euro), Bologna (92,30 euro a testa ogni anno, per un gettito medio annuo di circa 30,8 milioni di euro), Brescia (81,79 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 13,5 milioni di euro) e Bergamo (74,95 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 7,6 milioni di euro).

Al contrario, i Comuni che nello stesso periodo hanno incassato di meno sono stati invece Campobasso (0,19 euro a testa, per un gettito medio annuo di 8.218 euro), Aosta (2,97 euro a testa, per un gettito medio di 85.978 euro), Salerno (3,40 euro a testa, per un gettito medio di 388.821 euro) e Udine (6,55 euro a testa, per un gettito medio di 558.836 euro).

 

Servono gli investimenti, non i sussidi

Servono gli investimenti, non i sussidi

Massimo Blasoni, imprenditore nel settore della costruzione e gestione di residenze sanitarie per anziani con Sereni Orizzonti, uno dei gruppi nazionali leader di settore che occupa circa 3mila persone, cosa pensa della manovra?

«Premesso che non sempre bisogna essere remissivi in Europa – condivido infatti la posizione sui migranti di Salvini – relativamente alla manovra non solo occorre ridurre il deficit ipotizzato ma soprattutto sarebbe necessario spendere diversamente le risorse. Comprendo i motivi per i quali l’Ue giudichi negativamente misure come il reddito di cittadinanza che paiono alludere al fatto che i problemi non si risolvono con il lavoro. È sbagliato credere che una manovra in deficit migliori il rapporto debito/Pil perché il debito aumenta con certezza e lo stesso non si può dire del Pil vista la crescente propensione al risparmio degli italiani in questi mesi di incertezza».

Però esiste un problema povertà in Italia.

«Servono interventi, ma non a debito. Bisogna mettere l’accento sullo sviluppo delle imprese e sulla creazione di occupazione. Il maggior gettito sarebbe utile anche per le misure di contrasto alla povertà».

Cosa dovrebbe fare il governo secondo lei?

«Infrastrutture, sia fisiche che digitali. Nel 2009 lo Stato investiva 50 miliardi in opere pubbliche, oggi sono scesi a 30, mentre il Paese avrebbe bisogno di rendere più rapidi ed efficienti i trasporti e gli scambi. Resta poi il tema della burocrazia, vero macigno sullo sviluppo delle imprese. Secondo il report Doing Business, una concessione edilizia in Italia richiede in media 227 giorni, mentre in Germania ne bastano la metà. Avviata la progettazione nello stesso giorno, mentre mi starò ancora dibattendo tra bolli e permessi, il mio competitor tedesco starà già costruendo da mesi. Competere così non è facile, visti la diversa disponibilità e costo del denaro e il devastante peso delle tasse, tra le più alte d’Europa».

Il governo afferma di aver pensato alle imprese.

«Misure blande in confronto a reddito di cittadinanza e quota 100. Servirebbe, invece, un grande sforzo per innovare. Andiamo verso un mondo nel quale la metà delle professioni attuali potrebbe essere automatizzata e nel quale i nostri figli che oggi frequentano le elementari potrebbero svolgere un mestiere che ora neppure esiste. L’Italia investe poco in digitale e istruzione. Secondo l’indice Desi della Commissione Ue siamo tra gli ultimi in Europa».

Cosa non si dovrebbe fare?

«Non funziona l’irrigidimento del mercato del lavoro determinato dal decreto Dignità. Non si devono fermare le grandi opere come la Tav. Si dovrebbe evitare lo statalismo insito nelle ipotesi di salvataggio pubblico di Alitalia e di trasformazione di Cdp in una nuova Iri. Non funziona, infine, il reddito di cittadinanza. Mi spiace dirlo, ma tutto quello che M5s vorrebbe fare proprio non va».

Spesa pubblica: quella italiana è al 49,1% del Pil, 4,5 punti percentuali più alta della media europea. La quota maggiore va alle pensioni (16,3% del Pil)

Spesa pubblica: quella italiana è al 49,1% del Pil, 4,5 punti percentuali più alta della media europea. La quota maggiore va alle pensioni (16,3% del Pil)

La spesa pubblica italiana secondo i più recenti dati OCSE disponibili, ossia quelli relativi al 2016, è pari al 49,1% del Pil. In Europa spendono più di noi in rapporto al reddito nazionale lordo solamente la Francia (56,4%), la Finlandia (55,9%), la Danimarca (53,6%), il Belgio (53%), l’Austria (50,3%) e la Svezia (49,7%). L’Italia spende quindi quanto la Grecia ma più della Germania (43,9%), della Spagna (42,2%), del Regno Unito (41,4%) e dell’Irlanda (27,3%). Il dato italiano inoltre supera di 4,5 punti percentuali quello medio europeo (44,6%).

Esaminando la spesa pubblica in percentuale al Pil suddivisa per funzioni emerge che l’Italia destina la quota più significativa di risorse alla spesa per pensioni, in particolare il 16,3% del Pil. Il 7,9% del Pil è invece dedicato ai servizi pubblici generali quindi ad esempio all’amministrazione e al funzionamento di organi esecutivi e legislativi, il 6,9% viene speso per il capitolo sanità, il 4,7% per altra spesa sociale (escluse quindi le pensioni), il 3,9% per l’istruzione così come per gli affari economici, l’1,9% per ordine pubblico e sicurezza, e infine l’1,3% per la difesa. Meno dell’1% del Pil è destinato invece rispettivamente a voci come la protezione dell’ambiente, le abitazioni e i servizi collettivi e infine eventi ricreativi, cultura e religione. Va tenuto presente che per quanto riguarda l’Italia ogni punto percentuale di Pil corrisponde a un valore pari a circa 16 miliardi di euro.

L’analisi del Centro studi ImpresaLavoro confronta inoltre il dato italiano con quello ottenuto dalla media dei valori di cinque Paesi, ossia Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, assieme all’Italia stessa. La spesa pubblica totale su Pil italiana risulta essere più alta di 2,5 punti percentuali rispetto a quella ottenuta dalla media dei cinque Paesi presi come riferimento. Nello specifico l’Italia spende in media ben 4,8 punti percentuali in più rispetto alla media per la voce pensioni e 1,8 punti percentuali in più per i servizi pubblici generali. Spende invece meno in rapporto al Pil per le voci altre spese sociali (-3,2 punti percentuali), istruzione (-0,5 punti) e sanità (-0,2 punti). La spesa italiana in rapporto al Pil per i capitoli rimanenti non si discosta invece in modo significativo da quella dei suoi principali competitor.

Se però si prende come riferimento di volta in volta il Paese con la miglior performance in termini di spesa per ogni singola voce (ossia quello che spende meno in percentuale al Pil per ogni singolo capitolo di spesa) si ottiene che la spesa per pensioni su Pil in Italia eccede di ben 10,2 punti percentuali quella del Paese più virtuoso, in questo specifico caso quella del Regno Unito, Paese dove la spesa per pensioni è pari solamente al 6,1% del Pil contro il 16,3% dell’Italia. L’Italia destina inoltre 3,3 punti percentuali di spesa su Pil aggiuntivi ai servizi pubblici generali e 0,9 in più agli affari economici sempre rispetto al Regno Unito, che spende per queste voci rispettivamente il 4,6% e il 3% del Pil (mentre l’Italia spende il 7,9% e il 3,9%). Per quanto riguarda invece la sanità, la Spagna si rivela il Paese benchmark poiché spende per questo capitolo di spesa il 6% del Pil, ossia 0,9 punti percentuali in meno rispetto all’Italia.

«La spesa pubblica in percentuale al Pil in Italia è più alta rispetto alla media europea, ma una parte significativa della spesa è inefficiente quindi è possibile ridurla» sostiene l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Ad esempio, secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, ci sono regioni come la Lombardia e il Veneto in cui la spesa pubblica consolidata è pari rispettivamente al 24% e al 29% del Pil (all’incirca si tratta di 8.700 euro pro capite) mentre in altre regioni come la Calabria raggiunge addirittura il 66% del Pil, ossia una cifra molto vicina agli 11.000 euro a cittadino senza peraltro offrire servizi migliori. Nel nostro Paese ci sono quindi margini significativi per efficientare la spesa senza ridurre numero e qualità dei servizi offerti».

Efficienza del mercato del lavoro: Italia quart’ultima in Europa

Efficienza del mercato del lavoro: Italia quart’ultima in Europa

Il mercato del lavoro italiano è quart’ultimo per efficienza tra i 28 membri dell’Unione europea e 79esimo su 140 censiti nel mondo. Pur guadagnando nell’ultimo anno ben 37 posizioni nella graduatoria internazionale e 3 in quella europea, in termini di efficienza ed efficacia si colloca ancora dietro a quello di Paesi come Perù, Nigeria, India e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati contenuti nel “The Global Competitiveness Report 2018-2019” pubblicato dal World Economic Forum.

L’indicatore dell’efficienza è un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro mercato del lavoro attraversa, nonostante il miglioramento registrato negli ultimi anni. Inoltre, i principali indicatori analizzati ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, nelle retrovie della classifica europea.

Per quanto concerne ad esempio la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro siamo al 114esimo posto al mondo e terz’ultimi tra i Paesi dell’Europa a 28 (ai primi tre posti ci sono Paesi Bassi, Danimarca e Lussemburgo). Nella classifica europea perdiamo quindi una posizione rispetto all’anno precedente. Siamo invece al 135esimo posto al mondo e restiamo terz’ultimi in Europa per flessibilità nella determinazione dei salari, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi. E proprio in tema di retribuzioni rimaniamo anche quest’anno il peggior Paese europeo (nonché 127esimo nel mondo) per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: in Europa siamo 12esimi (ma 100esimi nel mondo) per quanto riguarda l’effetto della pressione fiscale sul lavoro (facciamo molto peggio di Paesi come la Danimarca, il Regno Unito e la Slovenia). Anche la scarsa efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: per quanto riguarda questo aspetto guadagniamo due posizioni nel mondo (siamo 125esimi) e una in Europa (adesso siamo quint’ultimi). Altri due indicatori da considerare sono l’efficienza e l’efficacia delle politiche attive per il lavoro, dove ci collochiamo addirittura all’ultimo posto in Europa (97esimi al mondo), e la partecipazione femminile al mercato del lavoro dove ci aggiudichiamo solamente il terz’ultimo posto della classifica europea (60esimi al mondo).

«Il nostro mercato del lavoro – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – contiene difetti strutturali che possono essere risolti solo con politiche di medio-lungo periodo. Occorre favorire un processo di innovazione sul versante della contrattazione e della produttività, incoraggiando contratti di prossimità e un maggior rapporto tra salari e produttività, anche e soprattutto attraverso regimi fiscali di favore nei confronti di accordi che premiano risultati ed efficienza».

Pensionare la riforma Fornero?

Pensionare la riforma Fornero?

Il Centro studi Impresa Lavoro, dopo la pubblicazione di “E io pago” nel 2015, raggiunge nuovamente le edicole italiane con “Pensionare la riforma Fornero?”, in allegato a Il Giornale a partire dal 30 ottobre.

La riforma Fornero, che i partiti al governo hanno promesso di abolire, è davvero così iniqua e antipopolare oppure assicura stabilità al nostro sistema previdenziale? Perché dobbiamo essere obbligati a versare i contributi all’INPS e non possiamo invece scegliere liberamente tra fondi privati in concorrenza tra loro? E siamo davvero sicuri che saranno gli immigrati a garantire il pagamento delle pensioni delle prossime generazioni? Ma soprattutto, non corriamo il rischio di discutere e legiferare con lo sguardo rivolto a un mercato del lavoro che non esiste più? Superando luoghi comuni e offrendo dati scientifici a supporto dei loro ragionamenti, sette esperti della materia e un attore comico ma molto serio riflettono sui diversi (e spesso contraddittori) aspetti del sistema previdenziale italiano e sul suo concretissimo impatto nella vita di ciascuno di noi.

Hanno scritto: Luca Bizzarri, Massimo Blasoni, Alberto Brambilla, Giuliano Cazzola, Giorgio De Rita, Michela C. Pellicani, Giuseppe Pennisi e Salvatore Zecchini.