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Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+764mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-640mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri hanno “sostituito” quelli italiani. È questo il principale risultato di una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su dati Istat ed Eurostat.

In Italia l’occupazione è in ripresa (+124.601 occupati rispetto al 2008). Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, quindi tra italiani e stranieri (UE ed extra UE), emerge però un effetto “sostituzione”: gli occupati stranieri dal 2008 al 2018 sono infatti aumentati da 1.690.090 a 2.455.003 (+764.913 unità, +45,3%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.400.258 a 20.759.946 (-640.312 unità, -3,0%). L’occupazione straniera negli anni della crisi ha quindi “sostituito” quella italiana, consentendo al numero totale di occupati di crescere nuovamente al di sopra dei livelli del 2008. Un ulteriore apporto di cittadini stranieri potrebbe quindi anche rendere più complessa la situazione occupazionale dei cittadini nazionali.

Considerando tra tutti i cittadini stranieri solamente quelli extra UE emerge una questione altrettanto significativa: l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. Secondo i più recenti dati Eurostat (anno 2017), il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media dell’Unione a 28 membri (68,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,4%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%).

Guardando invece solamente alla percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola verso l’alto, dal penultimo al quattordicesimo posto: il nostro 59,1% risulta infatti largamente superiore alla media dell’Unione a 28 membri (54,6%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri tre Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta della Repubblica Ceca (-0,8 punti percentuali), della Slovacchia (-0,9) e di Malta (-2,7). Un dato che stride con la media dell’Unione a 28 membri (+13,5 punti percentuali). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Spagna (+5,7), Irlanda (+6,5), Regno Unito (+13,3), Francia (+20,6), Germania (+25,0) e Paesi Bassi (+26,7).

«Ciò che veramente stupisce è che il recupero del livello occupazionale precedente la crisi sia imputabile solamente ai lavoratori stranieri, mentre gli occupati italiani sono ancora inferiori al livello di dieci anni fa» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Ed è anche sorprendente riscontrare che il tasso di occupazione dei residenti extra Ue sia superiore a quello dei nostri connazionali. Queste anomalie, almeno in parte, dipendono dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

Il paradosso sul lavoro: cresce solo per gli stranieri

di Massimo Blasoni

L’argomento è spinoso e si presta a più interpretazioni, tuttavia i dati Istat e quelli pubblicati da Eurostat lo scorso marzo ci consegnano un dato emblematico: negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri in Italia sono cresciuti di 765mila unità e hanno in parte «sostituito» quelli italiani, scesi nel frattempo di 640mila unità. Il tasso di occupazione nel nostro Paese, cioè la percentuale delle persone al lavoro sul totale degli adulti, è uno dei più bassi in Europa. Lavora il 57,7% degli italiani, un dato di quasi venti punti percentuali inferiore a quello tedesco e britannico. Se però consideriamo i soli stranieri presenti nel nostro Paese la percentuale sale sfiorando il 60%. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono mediamente occupati in maggior numero rispetto ai cittadini nazionali. Certo, dobbiamo apprezzare che i posti di lavoro in Italia stiano, se pur lentamente, crescendo. Occorre però chiedersi se sia opportuno questo effetto di sostituzione, visto l’elevato livello di disoccupazione soprattutto giovanile e le difficoltà di reimpiego per gli ultracinquantenni che perdono un posto di lavoro: per molti trovare un’occupazione è un miraggio. Insomma, è ancora vero che gli stranieri vengono per fare i lavori rifiutati dagli italiani oppure contribuiscono ad accrescere la disoccupazione? Un dubbio amletico. Peraltro, dato che le statistiche si riferiscono al periodo 2008–2018, non si può nemmeno dire che la minor occupazione nazionale dipenda dal reddito di cittadinanza. Una misura, quest’ultima, che potrebbe favorire una minor propensione ad accettare lavori a bassa retribuzione ma i cui effetti eventualmente troveremo nei report del prossimo anno.

Nelle partecipate pubbliche più poltrone che dipendenti

Nelle partecipate pubbliche più poltrone che dipendenti

di Antonio Spampinato

Una società gestita da Comuni e Regioni su tre ha più componenti del consiglio di amministrazione che lavoratori. Una su 5 è in perdita. Gli sprechi degli enti locali. Nelle partecipate pubbliche il poltronificio è sempre aperto. L’apposito ufficio dedicato a distribuire posti di lavoro ben pagati, preferibilmente da assegnare agli amici degli amici, non conosce Natale o Ferragosto. La particolarità, rispetto ai navigator pentastellati, sta nel fatto che vengono ricercati soprattutto alti profili da stipare all’interno dei consigli di amministrazione. D’altra parte, chi ha o avuto un trascorso politico, ha o avuto a che fare con un partito, sia esso di governo o di opposizione, nazionale o locale, può mai fare l’impiegato?

A leggere l’analisi del Centro studi ImpresaLavoro diffusa ieri, vengono i brividi. Degli attuali 5.776 Enti a partecipazione pubblica, quasi un terzo (1.798)ha un numero di dipendenti inferiori ai membri del proprio cda mentre più di due terzi (4.052) operano con meno di 20 dipendenti. Immaginiamo la tempesta di cervelli che al termine di esagitati consigli di amministrazione consegna strategie e piani d’azione ai quattro gatti presenti negli uffici. E magari anche una sacrosanta spending review: non più di una biro e un block notes a testa, totale quattro.

LO SPRECO Il tema dello spreco di denaro pubblico che finisce nell’idrovora delle partecipate è annoso e già Carlo Cottarelli, commissario alla spending review ai tempi del Governo Renzi, aveva provato a porvi rimedio proponendo tagli agli stipendi dei consiglieri di amministrazione, una riduzione delle poltrone e del numero degli Enti: da 8mila a mille. Qualcosa si è fatto ma la notizia più rilevante è stata la cacciata di Mani di Forbice. Un decreto di Marianna Madia, ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione sempre del governo Renzi, ha voluto recepire l’indirizzo impostato da Cottarelli. L’obiettivo era quello di rivoltare come un calzino le regole per quasi tutte le controllate dello Stato e della pubblica amministrazione, soprattutto locale, riguardo la trasparenza dei bilanci e gli obiettivi di redditività, oltre a bloccare le assunzioni e portare, anche lei, a 1.000 il numero degli Enti.

Oggi, come detto, le partecipate sono quasi seimila e, per quanto infine riguarda il loro fatturato, 2.272 Enti hanno un valore della produzione inferiore a 500mila euro. Di questi, sottolinea l’elaborazione di ImpresaLavoro su dati 2016 della Corte dei Conti, ben 1.198 risultano in perdita.

LE REGIONI Quando si tratta di raccattare poltrone, non solo l’Italia è saldamente unita, ma è proprio il ricco Settentrione a sentire l’esigenza di mantenere un rapporto stretto stretto con la pubblica amministrazione. Secondo i dati della Corte dei Conti infatti è nel Nord Ovest che si concentra il maggior numero di organismi partecipati dagli Enti (il 29,55% del totale), seguiti da quelli collocati nel Nord Est (il 28,96%). Al Centro (20,64%), al Sud e nelle isole (rispettivamente 14,46% e 6,27%), dove c’è meno ricchezza da spartire, la presenza è inferiore.

La Lombardia è la Regione dove si concentra la maggior parte delle partecipate (16,7% del totale), segue l’Emilia Romagna (9,6%), la Toscana (9,5%) e il Veneto (9%). Sepolte dai debiti, 104,4 miliardi, le partecipate meno virtuose hanno sede sempre al Nord (74%). Al primo posto si trova ancora la Lombardia(26,52 miliardi), seguono il Friuli (12,71 miliardi) e il Lazio (11,28 miliardi).

Partecipate: quasi la metà non fattura più di 500mila euro e di queste 1.198 sono in perdita

Partecipate: quasi la metà non fattura più di 500mila euro e di queste 1.198 sono in perdita

Degli attuali 5.776 Enti a partecipazione pubblica, quasi un terzo (1.798) hanno un numero di dipendenti inferiori ai membri del proprio Cda mentre più di due terzi (4.052) operano con meno di 20 dipendenti. Di quest’ultimi all’incirca un quinto (1.104) è inoltre a totale partecipazione pubblica. Per quanto infine riguarda il loro fatturato, 2.272 Enti hanno un valore della produzione inferiore a 500mila euro e di questi ben 1.198 risultano in perdita. Questa fotografia degli organismi partecipati degli Enti territoriali emerge da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati della Corte dei Conti.

L’analisi riguarda gli ultimi bilanci civilistici disponibili (anno 2016) e i dati numerici degli organismi sono messi in relazione alla tipologia di partecipazione, alla presenza di risultati di esercizio negativi e al numero complessivo del personale dipendente al fine di valutare le ricadute occupazionali di eventuali provvedimenti di dismissione. Dal censimento effettuato sugli Enti territoriali, nel complesso le partecipazioni che dovrebbero venire meno costituiscono circa il 23% del totale.

Quanto alla collocazione geografica dei 5.776 organismi partecipati è stato seguito il criterio della sede legale, per ovviare al problema di organismi partecipati da una pluralità di Enti insistenti su diversi ambiti territoriali. La Corte dei Conti evidenzia una significativa prevalenza di organismi partecipati dagli Enti appartenenti all’area Nord Ovest (il 29,55% del totale esaminato), seguiti da quelli collocati nel Nord Est (il 28,96%), a fronte di una presenza inferiore al Centro (20,64%) e soprattutto al Sud e nelle Isole (rispettivamente 14,46% e 6,27%). Per quanto riguarda le singole Regioni, la maggior parte delle partecipate si concentra in Lombardia (16,7% del totale), Emilia Romagna (9,6%), Toscana (9,5%) e Veneto (9%).

Con riferimento alla gestione finanziaria degli organismi oggetto dell’indagine, i debiti degli organismi partecipati ammontano nel complesso a 104,41 miliardi di euro (il 74% dei quali contratti dalle partecipate nel Nord Italia). In testa a questa particolare classifica troviamo gli enti con sede in Lombardia (26,52 miliardi), Friuli-Venezia Giulia (12,71 miliardi), Lazio (11,28 miliardi), Emilia-Romagna (8,89 miliardi), Veneto (7,28 miliardi), Piemonte (7,10 miliardi), Toscana (5,39 miliardi) e Trentino Alto Adige (5,16 miliardi).

«Le migliaia di aziende partecipate da Comuni, Province e Regioni molto spesso non sono indispensabili e producono debiti rilevanti, sottraendo quote di mercato alle aziende private che operano nel loro stesso settore» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I dati della Corte dei Conti parlano chiaro: queste realtà servono soltanto a chi vi lavora e andrebbero semplicemente dismesse. Un obiettivo che peraltro era espressamente previsto dalla Riforma Madia ma che purtroppo ancora oggi è rimasto lettera morta».

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

Non è un tabù passare al privato, basta farlo un gradino alla volta

di Massimo Blasoni

Non solo la spesa pensionistica tricolore è tra le più alte d’Europa, ma il sistema pubblico è pure inefficiente Il sistema a capitalizzazione andrebbe integrato rispetto allo schema attuale per lasciare più libertà a tutti • Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d’Europa): è soprattutto poco efficiente. L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia 0 invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.

Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent’anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l’Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.

Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l’apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L’Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell’aspettativa di vita media.

Secondo il bilancio consuntivo dell’Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all’anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell’Inps a 7 miliardi medi l’anno.

L’insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell’Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale : in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensioni- stico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l’allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni) . Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.

Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

Italia prima tra i Paesi OCSE per quota di spesa pubblica destinata alle pensioni. In percentuale al Pil spende più di noi solamente la Grecia.

Italia prima tra i Paesi OCSE per quota di spesa pubblica destinata alle pensioni. In percentuale al Pil spende più di noi solamente la Grecia.

L’Italia è prima tra i Paesi OCSE per quanto riguarda la quota di spesa pubblica destinata alle pensioni sul totale della spesa. Il nostro Paese, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa particolare classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media OCSE (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l’Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l’Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%).
In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell’anno 2000 spendevano quasi dieci punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata alle pensioni è cresciuta di 2,3 punti percentuali.
Questi i principali risultati di una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata sugli ultimi dati OCSE disponibili.

La spesa pubblica per pensioni in percentuale al Pil è invece pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media OCSE (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria spendono per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, nello specifico tra il 14% e il 13,4%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono l’Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%).
Per quanto riguarda l’andamento tra gli anni 2000 e 2015 (o ultimo dato disponibile), nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali. Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione dall’Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti percentuali), Germania (-0,7 punti percentuali) e Polonia (-0,2 punti percentuali).

Quali sono le previsioni future sull’andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario) nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività. Il rapporto del MEF prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil decresca raggiungendo il 15,5% nel 2019, conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dell’applicazione, pro rata, del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l’anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all’applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un’inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante.

«Le assunzioni sulle quali si basano le previsioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione (che dovrebbe aumentare di ben dieci punti percentuali entro il 2070) e a una sostanziale decrescita del tasso di disoccupazione (che dovrebbe dimezzarsi nello stesso periodo di tempo). Inoltre, produttività del lavoro e Pil pro capite reale dovrebbero crescere di 1,75 punti percentuali all’anno, aumenti ben lontani dai valori osservati in Italia negli ultimi decenni. Tutto ciò fa pensare quindi che la quota di spesa destinata alle pensioni in rapporto al Pil non si ridurrà facilmente nel tempo e che il progressivo invecchiamento della popolazione metterà sotto pressione i conti pubblici ancora per molti anni.»

Spesa pubblica consolidata pro capite nelle regioni: la media italiana è di 9.318 euro a cittadino. Record in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

Spesa pubblica consolidata pro capite nelle regioni: la media italiana è di 9.318 euro a cittadino. Record in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

Ogni anno la Ragioneria Generale dello Stato realizza un interessante rapporto (“La Spesa Statale Regionalizzata”) in cui analizza la dimensione e l’andamento della spesa pubblica nelle singole regioni italiane. Un intero capitolo è dedicato alla cosiddetta Spesa Consolidata, nella quale vengono incluse oltre alle spese del bilancio statale, quelle realizzate nei territori di riferimento dagli enti locali, da fondi alimentati con risorse nazionali e comunitarie, da enti e organismi pubblici.

In questo valore vengono per esempio conteggiate le spese relative al pagamento delle pensioni e degli ammortizzatori sociali nonché gli oneri relativi alla sicurezza o al controllo dei confini. Il perimetro considerato non coincide pertanto con le competenze delle singole amministrazioni regionali ma punta a ricomprendere la spesa pubblica effettuata in una determinata regione indipendentemente dal soggetto che gestisce quelle risorse.

Nella costruzione del dato consolidato sono stati eliminati i pagamenti intercorsi tra i vari soggetti: potrebbero residuare talune duplicazioni di modesta entità, relative a flussi non evidenziati nelle fonti utilizzate. La Ragioneria Generale dello Stato ritiene che tale circostanza non alteri in modo significativo i risultati della ricerca, in termini di distribuzione tra le regioni. Rimangono esclusi dal perimetro analizzato gli oneri relativi al pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Trattandosi di valori di cassa, la collocazione nella graduatoria di una regione in ciascun anno potrebbe dipendere in alcuni casi dal profilo di cassa di talune erogazioni di importo più rilevante, le cui annualità potrebbero essersi concentrate in un dato esercizio.

Il Centro studi ImpresaLavoro ha preso in considerazione gli ultimi dati disponibili contenuti nel Rapporto annuale 2018, ossia quelli relativi all’anno 2016, scoprendo così che la regione con la spesa pubblica pro capite più elevata è la Valle d’Aosta, con 15.448 euro all’anno. Seguono Trentino Alto Adige (13.431 euro), Lazio (12.259 euro) e Friuli Venezia Giulia (11.737 euro). In coda ci sono invece Campania (8.198 euro), Veneto (8.203 euro), Puglia (8.257 euro) e Lombardia (8.364 euro) euro. Il valore medio italiano è pari a 9.318 euro a cittadino.

La valutazione cambia se rapportiamo la spesa pubblica al PIL prodotto da ciascuna regione. In questo caso al vertice della classifica risultano il Molise (56,19%), la Calabria (55,32%) e la Sardegna (54,67%) mentre in coda troviamo le regioni più ricche del Nord: la Lombardia, dove la spesa pubblica pesa per il 22,72%, il Veneto (25,85%) e l’Emilia Romagna (25,99%).

«L’evoluzione della spesa fa davvero riflettere» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra le regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio».

Lavoro pubblico, pensioni, aiuti alle imprese e trasferimenti per sanità, scuole e servizi principali: in Meridione più del 50% della ricchezza arriva dallo Stato.

Lavoro pubblico, pensioni, aiuti alle imprese e trasferimenti per sanità, scuole e servizi principali: in Meridione più del 50% della ricchezza arriva dallo Stato.

di Sandro Iacometti

Quando c’è da mangiare a spese dello Stato in Italia non si tira indietro nessuno. Per avere un’idea di quanti quattrini pubblici ogni anno vengano distribuiti sul territorio, in attesa che il reddito di cittadinanza faccia lievitare a dismisura la torta, basta sfogliare il dettagliato rapportone sulla spesa regionalizzata che la Ragioneria generale compila periodicamente con pazienza certosina. Nell’elenco ci sono i costi della produzione dei servizi locali, ma anche i flussi monetari sotto forma di trasferimenti ad enti, operatori, associazioni, imprese e famiglie. E già così si tratta di una bella sommetta. Il totale nel 2016 (ultimo anno disponibile)ammontava a 225 miliardi. Se a questo aggiungiamo la montagna di quattrini che esce dalle casse dell’Inps, i fondi comunitari e le erogazioni di altri enti si arriva alla modica cifra di 565 miliardi. Valore che rappresenta oltre i due terzi della spesa pubblica complessiva, di circa 830 miliardi, che comprende anche gli interessi sul debito e la quota di esborsi non regionalizzata.

Alla mangiatoia, ovviamente, si cibano tutti. Senza troppi complimenti. Se mettiamo a confronto il numero di abitanti con il denaro che piove, scopriamo che la Valle D’Aosta è in testa alla classifica, con 15.448 euro pro capite. Seguono il Trentino Alto Adige (13.431) e il Lazio (12.259). All’ultimo posto, invece, spunta a sorpresa la Campania (8.198), preceduta da Veneto (8.203) e Puglia (8.257). Il valore medio italiano è di 9.318.

RICCHEZZA

Messa così, sembrerebbe che i nemici dell’autonomia regionale o coloro che si indignano per chi pensa che il Sud, per ripartire, abbia più bisogno di olio di gomito che di altri finanziamenti statali, non abbiano tutti i torti. Certo, ci sarebbe da obiettare che con quegli 8mila euro di soldi governativi per abitante la Campania offre servizi di gran lunga inferiori a quelli di cui possono usufruire i cittadini della Lombardia, per cui lo Stato spende a testa più o meno la stessa cifra (8.364 euro). Ma la sostanza resta: la spesa pubblica italiana è troppo elevata e ovunque ne approfittano.

Discorso chiuso? Non proprio. Basta cambiare prospettiva, per accorgersi che la musica è ben altra. I territori italiani non differiscono solo per la qualità dei servizi, ma anche, e soprattutto, per la quantità di ricchezza che riescono a esprimere, per quello che producono, per i redditi che entrano nelle tasche degli abitanti. È su questo terreno che si fa la differenza, che si riducono i debiti, che si crea il benessere.

Ed ecco allora la vera domanda: quanti quattrini dello Stato incassano le regioni rispetto ai soldi che circolano? La risposta ce la fornisce ImpresaLavoro, il think tank animato dall’imprenditore Massimo Blasoni, che si è preso la briga di mettere in correlazione i dati della Ragioneria con il Pil del territorio.

RESISTENZE

Utilizzando questo criterio la classifica è dominata da un blocco massiccio di regioni del Mezzogiorno, dove la spesa statale consolidata supera addirittura il 50%della ricchezza prodotta. Si va dal Molise (56%) fino alla Campania (45%), passando per Calabria (55%), Sardegna (54%), Sicilia (52%) e Puglia (47%). Per essere chiari, in queste aree per ogni 100 euro di retribuzione incassata, di fattura emessa o di utile guadagnato, 50 sono a carico della collettività, sono quattrini rastrellati attraverso le tasse. In fondo all’elenco, manco a dirlo, troviamo la Lombardia (22%), il Veneto (25%) e l’Emilia Romagna (25%). Proprio le regioni che, guarda caso, chiedono una maggiore trasparenza e autonomia nella gestione delle risorse pubbliche.

I dati della Ragioneria e le elaborazioni di ImpresaLavoro spiegano bene le resistenze dei politici del Mezzogiorno. Chi avrebbe il coraggio di spiegare ai propri cittadini che uno stipendio su due rischia di restare in tasca al suo legittimo proprietario, che lo ha finanziato a colpi di balzelli?

La Valle D’Aosta è in testa alla classifica della spesa consolidata regionalizzata, con 15.448 euro pro capite. Seguono il Trentino Alto Adige (13.431) e il Lazio (12.259). All’ultimo posto la Campania (8.198).

IN RAPPORTO AL PIL: La spesa pubblica consolidata in rapporto al Pil vede ai primi posti tutte regioni del Sud: Molise (56%) Calabria (55%), Sardegna (54%), Sicilia (52%), Puglia (47%) e Campania (45%). In fondo ci sono Lombardia (22%), Veneto

La scheda (25%) ed Emilia Romagna (25%). Una manifestazione di qualche anno fa dei Nuovi disoccupati autorganizzati ad Acerra per protestare contro la mancanza di lavoro. Alcuni di loro si erano arrampicati sulle ciminiere del termovalorizzatore minacciando di buttarsi di sotto se la Regione Campania non li avesse assunti

I navigator rischiano di perdere la rotta

I navigator rischiano di perdere la rotta

di Massimo Blasoni*

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

*Imprenditore e presidente del Centrostudi ImpresaLavoro

Spesa pubblica per investimenti: dal 2009 al 2017 tagli in Italia del 37,1%, in media una riduzione di 2,5 miliardi l’anno

Spesa pubblica per investimenti: dal 2009 al 2017 tagli in Italia del 37,1%, in media una riduzione di 2,5 miliardi l’anno

Rispetto al 2009, l’Italia ha tagliato del 37,1% la spesa pubblica per investimenti, passando dai 54,1 miliardi del 2009 ai 34 miliardi del 2017, con una riduzione di circa 20,1 miliardi di euro. Si tratta del valore più basso fatto registrare dal 2004 ad oggi. Negli ultimi otto anni la spesa pubblica per investimenti in Italia è quindi calata in media di 2,5 miliardi ogni anno. Riduzioni più significative in termini assoluti si sono verificate solamente in Spagna (-32,1 miliardi). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Per quanto riguarda invece la spesa pubblica per investimenti in rapporto al Pil, si confermano le differenze tra i Paesi “virtuosi” e quelli più periferici dell’Eurozona. Tra i Paesi che hanno tagliato di più la spesa pubblica per investimenti su Pil, compare l’Italia con una riduzione dal 3,4% al 2% del Pil (-1,4 punti percentuali nel periodo). Cali importanti si sono verificati anche in Spagna (-3,1 punti percentuali), Grecia (-2,4 punti percentuali) e Portogallo (-2,3 punti percentuali). Il calo invece è stato più contenuto in Germania (-0,2 punti), Austria (-0,3 punti), Regno Unito (-0,7 punti) e Francia (-0,9 punti). La riduzione media complessiva degli investimenti pubblici nei vari Paesi europei dal 2009 al 2017 è stata di un punto percentuale.

«L’Italia investe troppo poco in infrastrutture fisiche e digitali. Il Paese avrebbe invece bisogno di rendere più rapidi ed efficienti i trasporti e gli scambi. Nel 2009 lo Stato investiva più di 54 miliardi in opere pubbliche, oggi sono scesi a 34, un dato molto preoccupante» sostiene l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Nemmeno l’ultima Legge di bilancio rilancia gli investimenti pubblici e, anzi, riducendo nel complesso gli stanziamenti per il sistema produttivo non sostiene nemmeno quelli privati».