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Imprese, mercato e concorrenza istituzionale

Imprese, mercato e concorrenza istituzionale

Carlo Lottieri

In più occasioni viene richiamata l’attenzione su un fatto: e cioè che sono i Paesi di più piccole dimensioni e anche quelli a struttura federale a offrire le condizioni migliori per la creatività imprenditoriale e per il successo delle società. Dove abbiamo piccoli principati o minuscoli cantoni è anche facile trovare bassa tassazione, limitata regolazione, una burocrazia più semplice e meglio funzionante. Entro quel quadro istituzionale la vita delle aziende è assai semplice: nell’interesse di tutti.
Una delle ragioni fondamentali sta nel fatto che le piccole giurisdizioni non possono essere protezionistiche e le imprese di quei territori, quindi, nei fatti si trovano a operare entro un mercato di vaste dimensioni. Il protezionismo è un errore sempre, ma si tratta comunque di una strategia che più facilmente può venire adottata da un Paese di 60 milioni di abitanti invece che da uno di poche centinaia di migliaia, dato che quest’ultimo è largamente dipendente da produttori “esterni”.
Oltre a questo c’è un altro fattore: spesso sottovalutato. Si sa che le imprese crescono entro il mercato e grazie alla competizione: un’impresa cerca sempre di migliorare perché sa che la propria clientela può in ogni momento lasciarla se i propri beni o servizi non sono all’altezza. Senza questa concorrenza non vi sarebbe sviluppo dei prodotti e non vi sarebbe alcuna qualità.
Questo è vero anche per i governi, che quando si prendono cura di territori minuscoli sono sotto la pressione competitiva delle giurisdizioni vicine. Se un cantone svizzero alza le imposte e offre cattivi servizi, per un’azienda basta spostarsi di pochi chilometri per trovare – entro il medesimo universo linguistico e culturale – tasse inferiori e regole più adeguate. Una pluralità di centri di governo responsabilizzati, chiamati a gestire le risorse che ottengono dai loro cittadini, crea una situazione assai simile a quella del mercato e produce – analogamente – tanti benefici.
Se si considera che la Svizzera è più piccola della Lombardia ed è divisa in 26 tra cantoni e semi-cantoni, è facile comprendere come a Basilea non possano troppo alzare le tasse e infittire la regolamentazione perché questo provocherebbe con ogni probabilità uno spostamento di imprese nel vicino cantone di Zurigo. La strategia detta di exit è facilmente praticabile quando il quadro istituzionale è frammentato e questo rappresenta un freno molto serio di fronte alle pretese dei governi di farsi tirannici.
Se l’accrescimento della concorrenza istituzionale è il principale pregio dei Paesi di limitate dimensioni, ve ne sono però anche altri. In un Paese come il Lussemburgo, che ha meno di 500 mila abitanti, operare massicce e durature redistribuzioni è assai difficile, poiché nel faccia-a-faccia di tale piccolo universo sociale per chi è chiamato a sopportare i costi è assai facile scoprire le carte e denunciare l’ingiustizia.
È esattamente per questa ragione che secondo Gordon Tullock entro un ordine federale è possibile ridurre la ricerca di rendite (rent-seeking) condotta da quanti traggono vantaggio dalla complessità di un sistema di tassazione e trasferimenti del tutto opaco. La concorrenza istituzionale rende difficile per ogni giurisdizione mantenere un sistema fiscale troppo complesso: per giunta, la semplicità del percorso compiuto dal denaro dei contribuenti ostacola il lavoro dei gruppi di pressione. Spingendo verso il basso la tassazione, il federalismo competitivo toglie risorse all’azione dei lobbisti. Sprechi e sinecure sono caratteristici dei sistemi politici accentrati di medie o grandi dimensioni, dove tutto diviene assai meno trasparente e riconoscibile.
Una cosa è cruciale: ogni istituzione deve vivere di risorse ottenute dai propri cittadini e, quindi, va il più possibile limitata ogni forma di perequazione. Diversamente abbiamo un falso federalismo, che induce i centri di spesa locali a fare e disfare, con l’obiettivo di comprare il consenso, e senza pagare dazio. Al contrario, ogni soldo che un sindaco o un presidente di Regione spendono deve venire dalle tasche dei loro cittadini. È l’unico per innescare una gestione della cosa pubblica meno disastrosa di quella che abbiamo dinanzi agli occhi.
Il petrolio sperimenta il libero mercato

Il petrolio sperimenta il libero mercato

Leonardo Maugeri – Affari & Finanza

Il 2015 si apre con un mercato del petrolio profondamente diverso da come lo abbiamo conosciuto per oltre 150 anni, affidato alle leggi della domanda e dell’offerta e non a ripetuti tentativi di controllo e addomesticamento. I tentativi cominciarono con la nascita stessa dell’industria petrolifera, nella seconda metà dell’Ottocento. Ci provò per primo John D. Rockefeller con la sua Standard Oil, convinto che il futuro del greggio non potesse essere abbandonato al libero gioco delle forze economiche. L’osservazione di quanto avveniva ai suoi tempi sembrava dargli ragione. I boom delle scoperte petrolifere provocavano eccessi di produzione, che a loro volta facevano crollare i prezzi, gli investimenti e alimentavano catene di fallimenti. Pochi anni e il petrolio veniva a mancare, i prezzi tornavano alle stelle, e il film ripartiva dall’inizio, con lo stesso finale. Il successo di Rockefeller nel controllare le repentine montagne russe del petrolio fu tale che la Standard Oil divenne oggetto della prima grande sentenza antitrust della storia, che portò allo smembramento della società in oltre trenta entità da cui presero vita compagnie come Exxon, Mobil, Chevron. Ma la maledizione che aveva spinto Rockefeller a perseguire il controllo monopolistico del mercato continuò a dominarlo.

A più riprese, per tutto il XX secolo, grandi scoperte inattese di giacimenti fecero crollare i prezzi, riproponendo la trama già sperimentata da Rockefeller. A partire dagli anni Trenta, spettò in successione alle autorità del Texas (per quasi quarant’anni il più grande produttore mondiale), poi alle Sette Sorelle e infine all’Opec il compito di imporre meccanismi di controllo a un mercato per sua natura volatile. Ma il tentativo di renderlo più prevedibile e stabile, in modo da poter affrontare immensi investimenti a lungo termine senza il rischio di rimanere con un pugno di mosche in mano, ebbe fortune alterne. Le fasi storiche di prezzi alti alimentarono sempre una feroce competizione, aprendo la strada a innovazioni tecnologiche e rendendo possibili scoperte di nuovi giacimenti. La combinazione di questi elementi provocò nuove ondate di offerta che nessuno pensava possibili, distruggendo i prezzi, com’è successo negli ultimi sei mesi del 2014. Ed è qui che si è innestato il cambiamento.

Convinta che l’Opec non sia più in grado di esercitare alcun controllo sul sistema petrolifero mondiale, l’Arabia Saudita ha voltato le spalle all’organizzazione dei grandi esportatori di petrolio che contribuì a fondare. Invece di cercare un accordo per tagliare la produzione e sostenere i prezzi, Riad ha deciso di lasciare tutti al proprio destino, lanciando l’industria petrolifera in un esperimento di libero mercato senza restrizioni. In realtà, qualche restrizione i sauditi l’hanno in mente. Segretamente, per oltre un anno hanno stimato gli effetti sui conti del Regno di prezzi del greggio a 60 e a 45 dollari: nel primo caso, si sono convinti di poter sostenere la propria spesa corrente per almeno quattro anni senza intaccare le ricche riserve di valuta accumulate (900 miliardi di dollari); nel secondo hanno calcolato di dover attingere alle riserve a un ritmo di circa 10 miliardi di dollari al mese, un sacrificio sostenibile per almeno un anno, secondo i circoli che contano di Riad. Alcuni nel paese ritengono disastrosa una simile prospettiva, ma non osano dirlo perché essa è stata tracciata e condivisa con Re Abdullah dai due uomini di cui il sovrano saudita si fida di più: il ministro del petrolio e quello delle finanze. Solo il futuro saprà dirci chi ha ragione.

Perché i sauditi hanno scelto questa strada? La loro logica sembra stringente. Lasciando il mercato privo di controlli i prezzi non possono che scendere a causa della troppa produzione. Tuttavia, parte della produzione è troppo costosa per sopravvivere a prezzi bassi, e quindi dovrebbe scomparire. I sauditi sono certi che non ci vorrà molto, e che a pagare il fio della loro strategia saranno in primis gli Stati Uniti, il Canada, e altri paesi che negli ultimi anni avevano visto lievitare le loro produzioni grazie agli alti prezzi del petrolio.

Questo modo di ragionare e gli obiettivi che delinea presentano molti punti deboli. Fino a pochi mesi fa Riad pensava che già a 75 dollari a barile buona parte della produzione americana sarebbe stata cancellata insieme a quella del Canada. In generale, i sauditi ritenevano che tutte le produzioni di greggio non convenzionale nel mondo sarebbero entrate in crisi. Così non è stato a causa di continui miglioramenti di tecnologia e abbattimento di costi che hanno reso quelle produzioni meno care. Nonostante la caduta dei prezzi del greggio americano sotto i 45 dollari a barile, nelle prime settimane di gennaio la produzione statunitense è cresciuta. Gli investimenti già fatti per sviluppare capacità produttiva stanno rilasciando risultati fatali, che arrivano sul mercato mentre la domanda rimane asfittica. Né è detto che bastino bassi prezzi del petrolio a far rimbalzare i consumi mondiali. Le legislazioni ambientali e di efficienza energetica riducono l’elasticità della domanda ai prezzi, e in molti Paesi i giovani aspirano a modelli di consumo che non prevedono più l’auto come oggetto del desiderio.

Dove tutto questo porterà è ancora incerto. Ma è difficile che i sauditi rinuncino al loro obiettivo almeno per il 2015, sperando che nel corso dell’anno i produttori a più alto costo inizino a crollare come birilli. Con loro, però, potrebbero crollare i conti di molte società petrolifere e la stabilità di paesi critici per l’ordine internazionale, a partire da alcuni percorsi da brivido del fondamento islamico. Benvenuti nel nuovo mondo temerario del mercato libero del petrolio.