Deficit democratico ed Europa: perché va bene così

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Carlo Lottieri

Da più parti si ripete che uno dei problemi più urgenti da affrontare consisterebbe nel risolvere il cosiddetto “deficit democratico” che affligge l’Unione europea.
La tesi è la seguente. In Europa abbiamo istituzioni importanti e anche molto influenti sulla nostra vita (basti pensare che una larga parte delle normative nazionali sono in sostanza applicazioni di direttive comunitarie), ma in larga misura esso provengono da istituzioni che non sono state selezionate direttamente dai cittadini. Alcuni degli organismi europei sono addirittura apparati burocratici, ma anche quando si tratta di entità politiche – come nel caso della Commissione, che è una specie di “esecutivo” dell’Europa – la loro legittimazione è indiretta. Sono i governi nazionali, espressione del gioco democratico interno, a selezionare chi andrà a ricoprire il ruolo di commissario per conto di questo o quel Paese.
L’argomento usato da chi contesta il deficit democratico ha una sua fondatezza. I sistemi politici del nostro tempo fondano la loro legittimità (reale o presunta che sia) sul voto, e in questo caso è strano che l’unico organismo europeo eletto direttamente dagli europei, il Parlamento, continui a giocare un ruolo marginale. Bisogna però avere il coraggio di dire che va bene così e che superare questo deficit non può che peggiorare la situazione.
Quando si immaginano organismi politici selezionati dalla popolazione europea, grazie al voto dei circa 600 milioni che compongono l’Ue attuale, si dimentica che l’Europa, quale società, esiste solo in termini molto limitati. Non vi è alcun dubbio che esistono tratti che accomunano quanti vivono nel Vecchio Continente, ma è pur vero che le diverse storie e lingue pesano moltissimo. È difficile immaginare una vita politica che veda quali membri attivi – gli al fianco degli altri – i danesi e i portoghesi, gli irlandesi e i romeni, gli italiani e i finlandesi. Una cosa è chiara: nel mondo che conosciamo non esistono dibattiti condivisi che vedano confrontarsi le diverse popolazioni europee e per questo motivo non esiste, né può esistere, un’opinione pubblica europea.
In assenza di dibattito condivisi e di un’opinione, c’è da chiedersi come si possa avere un sistema politico unificato in grado di eleggere direttamente propri organismi.
Oltre a ciò, bisogna iniziare a riflettere sulla natura dell’Europa. E come spiega molto bene Jean Baechler ne Le origini del capitalismo (un volume degli anni Settanta che IBL Libri si appresta a ripubblicare) il tratto probabilmente più caratteristico dell’Europa è stato, storicamente, l’assenza di unità. L’Europa ha generato il capitalismo perché si è trovata a disporre, specie nella fase conclusiva del Medioevo, di un gran numero di giurisdizioni indipendenti e in concorrenza tra loro. Il potere politico era debole e questo ha favorito lo sviluppo di un’economia libera e forte.
La pretesa di colmare il deficit democratico è sensata entro gli schemi della politica otto-novecentesca, che vuole una diretta legittimazione popolare di ogni istituzione. Anche quando l’Italia ottenne il Veneto dalla Francia, nel 1866, il governo si sentì in dovere di far mettere ai voti un’annessione che, in realtà, era già stata stabilita. Furono plebisciti fasulli, come tanti storici hanno rilevato, ma quel che conta è che il Regno d’Italia avvertì l’esigenza di legittimare con il voto popolare quella modifica dei confini.
“Democratizzare” compiutamente l’Europa, però, ci porterebbe in una situazione poco favorevole alle libertà individuali e assai difficile da gestire. Se il Parlamento di Bruxelles e Strasburgo diventasse un Parlamento vero, in grado anche di esprimere autonomamente un governo, la complicata convivenza delle diverse realtà nazionali all’interno della Ue si farebbe ancor più problematica.
Probabilmente la situazione attuale non è accettabile ed è fonte di varie perplessità constatare come larga parte della nostra vita sia nelle mani di commissari europei venuti un po’ da chissà dove. Ma la soluzione non sta certo nella costruzione di un artificiale Stato europeo sempre più lontano e incomprensibile.