Diseguaglianza economica: una critica

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di Paolo Ermano

Di getto, appena letto l’articolo di Bressan e Mancia, mi sono chiesto come mai un soggetto descritto come il “Re filosofo della Silicon Valley” parlasse di diseguaglianza in un modo così naïf. Maliziosamente ho pensato che per uno come Graham sostenere che la diseguaglianza è un bene equivale a rigettare ogni progetto di politiche di redistribuzione, una presa di posizione contro ogni disegno di aumento delle tasse per chi, come lui, non può certo definirsi povero. Peraltro l’appellativo di “Re” non fa ben sperare sulle sue buone intenzioni iniziali rispetto al tema.

Tuttavia, volendo dar credito alla visione di Graham, e leggendo per intero il contributo presente sul suo sito, si scopre come questo guru, dietro il discorso sulla diseguaglianza, cela una visione semplificata delle relazioni economiche: chi ha meritato di guadagnare soldi perché ha prodotto, inventato, creato beni o servizi di successo è giusto che sia più ricco di chi non ha realizzato nulla.

Questa tesi però non dice nulla sulla diseguaglianza: non ne indaga le ragioni intrinseche; non indaga i motivi per cui possa essere accettabile un certo livello di diseguaglianza; non discute o problematizza gli effetti della diseguaglianza sulla società; infine lascia poco margine nel comprendere le cause del successo di una persona, quanto dipendano dal merito e quanto dalle circostanze.

Per quanto riguarda le ragioni intrinseche, è il caso di ricordare che la diseguaglianza economica (una delle diverse forme di diseguaglianza presenti nelle nostre società) è un concetto che tocca sia la dimensione quantitativa che la dimensione temporale: Graham discute della prima dimensione, confondendo peraltro le dinamiche macro e microeconomiche, dimenticando la dimensione temporale. Infatti, nel parlare della diseguaglianza confonde la dimensione macro con la dimensione micro. Alla prima che permette di comprendere e discutere come alcuni accumulino risorse a scapito di altri grazie, ad esempio, alla presenza di rendite di monopolio, elusione fiscale, o pressioni corporative, Graham vi contrappone la visione microeconomica che si limita a dire che chi produce di più di altri diventa più ricco. Ma se è vero che secondo una visione microeconomico si può giungere a quella che Graham chiama pie fallacy, cioé il fatto che la torta da spartire cresce con la crescita economica, quindi il mio consumo può essere indipendente dal tuo, è da un punto di vista macroeconomica la tesi di Graham non porta in alcun modo a comprendere l’altra faccia del problema: il meccanismo di trickle down ovvero le modalità attraverso cui l’aumento della dimensione della torta porta un beneficio all’intera comunità. Perché se la torta aumenta ma è sempre uno e uno solo a prendersi la parte in più, siamo punto e a capo.

E per comprendere come dalla visione micro si passi alla visione macro serve il tempo, ovvero la dinamica. Un bravo artigiano ha successo, guadagna molto e quindi assume uno o più disoccupati, riducendo così attraverso meccanismi di mercato la diseguaglianza, e partecipa a programmi più o meno sofisticati di redistribuzione delle risorse attraverso gli obblighi fiscali. Dimenticare questa dinamica, fatta di Stato e mercato, non permette a Graham di sostenere adeguatamente la pie fallacy.

Poi c’è la questione di quanta diseguaglianza sia accettabile. Al di là dei problemi filosofici brillantemente discussi nel secolo scorso da J. Rawls prima e da A. Sen poi, oramai la letteratura scientifica sui problemi conseguenti ad un eccesso di diseguaglianza è ampia e consolidata: dai problemi di rigidità sociale, alle patologie sociali e sanitarie, al basso tasso di crescita economica, sono molti gli effetti e i meccanismi attraverso cui la diseguaglianza impatta negativamente su una comunità. Semplificando, possiamo dire che un livello basso di diseguaglianza offre gli stimoli per eccellere; un livello eccessivo di diseguaglianza, invece, può sigillare la società perché chi è ricco non vorrà creare le condizioni per mettere in discussione la sua ricchezza, il suo status. E nell’America che si appresta al voto, i probabili candidati saranno un miliardario figlio di un miliardario e la moglie dell’ex-presidente degli USA: non proprio un’immagine di mobilità sociale dopo quella strepitosa icona che è Obama.

Ho già accennato, senza approfondirli, all’esistenza di diversi motivi per cui un’eccessiva diseguaglianza è dannosa. Ripeto, la letteratura è già ricca: la si può prendere sul serio o ignorarla come fa Graham. Ma sulla falsariga delle argomentazioni di Graham c’è un altro molto più sottile che già Stuart Mill metteva in luce: un eccesso di diseguaglianza limita la libertà delle persone poiché non permette a chi vuole investire il proprio tempo e il proprio talento in attività poco remunerate di dedicarvisi. Partiamo dall’esempio offerto da Graham quando parla di Zuckerberg: ricorda il “Re filosofo della Silicon Valley” che il fondatore di Facebook pensava sarebbe finito a lavorare presso la Microsoft. Zuckerberg, figlio di un dentista e di una psichiatra, iscritto a Harvard, se fosse finito a lavorare alla Microsoft, stipendio medio a Seattle $110.000, forse non sarebbe stato così famoso, ma certamente non avrebbe patito la fame: seguiva un percorso di programmatore informatico negli anni 2000, competenze che da almeno un paio di decadi erano al centro del mercato del lavoro. La scelta di formarsi e specializzarsi in un settore in ascesa ha dato a Zuckerberg più opportunità di avere successo. Se si fosse innamorato di archeologia maliana o di fauna marina del Mediterraneo, per esempio, forse avrebbe avuto le sue difficoltà a trovare lavoro. Stuart Mill, allo stesso modo, rivendicava l’importanza di avere una società che nel difendere la libertà dell’individuo ne difendesse anche le sue inclinazioni, qualunque esse fossero nel rispetto degli altri. La concentrazione della ricchezza in poche soggetti operanti in specifici settori limita l’apertura verso un insieme più ampio di possibilità che potrebbero rivelarsi altrettanto importanti rispetto all’invenzione di un social-network. Infatti, se è necessario competere continuamente per il successo economico, è molto più utile concentrarsi nei settori più remunerativi, quelli che da anni forniscono la lista dei più ricchi: fra tutti, finanza e informatica. Ma siamo sicuri che questo sia il modo migliore per far crescere una società ricca e libera?

Infine c’è un altro punto da discutere: restando all’esempio di Graham, il benessere di Zuckerberg era già scritto nella sua origine, nella scuola che frequentava. Il successo, forse, è stato casuale. Certamente il giovane informatico aveva le competenze per creare Facebook, ma sarebbe bastato poco per non trovarsi nel posto giusto al momento giusto: ora staremo a parlare di un’altra persona, non di Zuckerberg. Ma certamente, e questo è un punto essenziale, Zuckerberg non sarebbe finito povero.

Si stima che il luogo di nascita spieghi il 60% della variabilità dei redditi a livello globale. Se al luogo di nascita inseriamo una variabile che definisca lo status dei genitori, quella percentuale sale all’80%. Dov’è il merito, nel restante 20%? Neanche lì, per certi versi: infatti, se nell’analisi dei redditi inseriamo genere, età e colore della pelle, infatti, riduciamo ancora l’incidenza del merito. Parafrasando un famoso proverbio: chi ben nasce è ben oltre la metà dell’opera. Ad esempio, nell’America della retorica del self-made-man se sei bianco, maschio e figlio di benestanti è più facile impegnarsi e ottenere risultati rispetto ad una femmina, nera e vieni dai sobborghi di una metropoli. Facciamoci caso: la maggior parte delle storie di successo delle Silicon Valley è fatta di bianchi, maschi, provenienti da famiglie benestanti. È questa la diseguaglianza motore del mondo che celebra il bianco, maschio e benestante Graham?