Fingere di tagliare aumentando le spese

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Mario Baldassarri – Panorama

Firmando la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def), Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno onestamente detto quattro verità. La prima verità è che il maggiore Pil stimato dall’Istat, che aveva indotto qualche buontempone a parlare di «maggiori margini di manovra», ha un peso del tutto irrilevante. Affiancato alla revisione al ribasso, sia della crescita che dell’inflazione, l’effetto Istat si esaurisce subito e dal 2016 in poi l’andamento del Pil è «inferiore» a quello previsto prima della rivalutazione.

La seconda è forse una verità contabile, che però pone domande e attende spiegazioni. Rispetto al Def di aprile, nella Nota di aggiornamento di settembre i dati del 2013 della spesa e delle entrate pubbliche sono stati cambiati in misura rilevante. Ad aprile il consuntivo per lo scorso anno riportava una spesa pubblica totale pari a 799 miliardi di euro balzata a 827 a settembre, con un aumento di 28 miliardi. Il totale delle entrate era pari a 752 miliardi balzato a 782, con un aumento di 30 miliardi. Senza la rivalutazione Istat del Pil la spesa sarebbe volata oltre il 52 per cento e le entrate avrebbero sfiorato il 50 per cento. I 28 miliardi di maggiori spese sono dovuti per 17 miliardi a spesa corrente al netto degli interessi, per 4 miliardi a minori spese per interessi e per 15 miliardi a maggiore spesa in conto capitale. I 17 miliardi in più di spesa corrente al netto degli interessi risultano per 15 miliardi alla voce «altre spese correnti» (?) che, per lo stesso anno 2013, passa da 61 a 76 miliardi di euro.I 15 miliardi in più delle spese in conto capitale sono dovuti per 11 miliardi a investimenti fissi lordi (nel 2013 abbiamo fatto più investimenti di quelli che risultavano a consuntivo ad aprile!) e 4 miliardi a contributi in conto capitale (abbiamo cioè erogato più fondi perduti?). I 30 miliardi in più di entrate risultano provenire per 18 miliardi da quelle tributarie (più 4 dalle dirette e più 14 dalle indirette) e per 12 miliardi da «altre entrate» (ma cosa sono le altre entrate?). In sintesi, abbiamo scoperto a settembre che, nel 2013, abbiamo avuto più Pil, più spesa pubblica e più tasse! Certo, ci potranno essere ragioni «tecnico-contabili», ma che queste spostino i numeri in modo così rilevante merita certamente «spiegazioni e approfondimenti».

La terza verità conferma la mistificatoria metodologia che si applica in Italia da oltre trent’anni quando si parla di tagli alle spese. Infatti, come si dimostra in tutti i Def, quando si parla di tagli alle spese ci si riferisce ai dati «tendenziali previsti» per gli anni futuri e scritti sulla carta. Non si fa cioè riferimento alla spesa storica e vera di quest’anno che è effettivamente «entrata» nell’economia. Pertanto, se quest’anno ho speso 100 euro, i tagli non sono riferiti a questi 100 euro, bensì alla previsione di spesa per il prossimo anno che magari è «stimata» (come? da chi?) pari a 130 euro. Allora se si propone un taglio di 20 euro rispetto a quei teorici 130, si sta riducendo l’aumento di spesa «previsto» di 30 euro, ma di fatto si aumenta la spesa da 100 a 110 euro!

La controprova di questo è data dagli stessi numeri della Nota di aggiornamento. Infatti, nel 2018 rispetto al 2013, la spesa totale «aumenta» di 69 miliardi (se ci si riferisce al dato del Def di aprile), e 41 miliardi (se ci si riferisce al dato di settembre), con dentro una spesa corrente al netto degli interessi che aumenta di 63 o 46 miliardi nei due casi. Quest’ultima differenza è tutta dovuta ai 15 miliardi di maggiori «altre spese correnti» scoperte per il 2013 tra aprile e settembre. Queste «altre spese correnti» rappresentano un calderone ignoto e intonso che cresce nei prossimi anni fino a poco meno di 80 miliardi all’anno. Cosa c’e dentro? Per contro, le entrate totali «aumentano» di 102 miliardi sempre in riferimento ai dati di aprile e di 72 miliardi rispetto a quelli di settembre. In sintesi, da qui al 2018, avremo più tasse, più spesa corrente, minori investimenti, nonostante la minore spesa di interessi sul debito.

Per questo è facile spiegare la quarta verità. In queste condizioni, è corretta e onesta la stima degli effetti della politica economica che vengono indicati in una tabella della Nota di aggiornamento (tav. II. 4 a pagina 18). Stima, però, talmente prudente e oggettiva da rappresentare quasi una dichiarazione di impotenza. Nella suddetta tabella si indica che:
– il bonus degli 80 euro (stimato a 7 miliardi invece dei precedenti 10) aumenterà il Pil dello 0,1 per cento all’anno fino al 2017 e zero nel 2018;
– la riduzione fiscale per le imprese determinerà un aumento di Pil dello 0,1 nel 2015 e nel 2016 e zero negli anni successivi;
– il resto della legge di stabilità ridurrà il Pil dello 0,1 per cento l’anno prossimo e avrà effetto zero sugli anni successivi;
– le quattro riforme «strutturali» (giustizia, pubblica amministrazione, competitività, Jobs act) avranno effetto zero nel 2015, attiveranno un aumento di Pil dello 0,2 nel 2016 e dello 0,4 dal 2017 in poi;
– nella stessa tabella, viene reiterata la famigerata clausola di salvaguardia, di tremontiana invenzione. Ma che cos’è? Semplice, ci si impegna, se i conti non tornano, a far scattare automaticamente una riduzione delle detrazioni e deduzioni fiscali. Si chiama «tax expenditure», ma i comuni mortali capiscono che, se le detrazioni si riducono, si pagheranno più tasse. Ebbene, questa clausola di salvaguardia, già incorporata nelle stime, riduce il Pil del 2016 dello 0,2 per cento, quello del 2017 dello 0,3 e quello del 2018 dello 0,2. Ecco allora che gli effetti della politica economica vengono indicati in una maggiore crescita del Pil dello 0,1 per cento nel 2015 e dello 0,2 negli anni successivi. Come direbbero gli anglofoni di casa nostra… peanuts, cioè bruscolini!

Questi sono i dati «ufficiali» scritti nero su bianco dal governo dieci giorni fa. Poi ci sono i numeri sparati come fuochi artificiali nelle conferenze stampa: una legge di stabilità di 30 miliardi, tagli di spesa per 16 miliardi, tagli di tasse per 18 miliardi ecc.. Ma questi numeri sono riferiti alle previsioni future o ai dati storici del 2013? Sono tutti in un anno o sono la somma dei prossimi tre o quattro anni? Solo con il testo finale della legge di bilancio sarà possibile avere una risposta. Nel frattempo… incrociamo le dita!