L’aumento dei disoccupati fa saltare il bluff dell’illusionista Renzi

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Davide Giacalone – Libero

Il problema non è che cresce la disoccupazione, ma che diminuisce l’occupazione. Già patologicamente bassa. Non è un gioco di parole, semmai un invito a piantarla di giocare con i numeri. Nessuno dovrebbe, oggi, rimproverare al governo i dati sulla disoccupazione, se non fosse che il governo, ieri, sparava numeri propagandistici. Ed è semplicemente demenziale continuare a misurarsi solo con se stessi: da noi la disoccupazione cresce, mentre diminuisce sia nell’Eurozona che nella Ue (28 paesi). Si cerchi di essere seri, quando si parla di cose serie. Invece se n’è vista poca, negli ultimi giorni, di serietà. Nell’eurozona la disoccupazione si attesta all’11,3%, scendendo dello 0,1 in un mese (febbraio rispetto a gennaio) e dello 0,5 in un anno (2015 rispetto al 2014). Nella Ue le cose vanno meglio: 9,8 i disoccupati, ­0,1 in un mese e ­0,7 in un anno. In Italia i disoccupati sono il 12,7 a febbraio, in crescita dello 0,1 in un mese, +2,1 nei 12 mesi. Matteo Renzi ama parlare dei nuovi contratti in termini assoluti, invitando a considerarli vite ritrovate. Bella suggestione, ma qui abbiamo 67mila disoccupati in più. Vite complicate.

Attenzione, però, perché il tasso di disoccupazione è certamente un problema, ma la sua crescita non necessariamente un male: se più persone nutrono fiducia e più numerosi cercano lavoro, quel tasso sale. Ma qui il segno è controverso, perché gli inattivi, quanti un lavoro non ce l’hanno e non lo cercano, sono il 36% a febbraio: +0,1 rispetto a gennaio, ­1,4 su base annua. Luci ed ombre. Per una lunga stagione, fra il 2003 e il 2012, il tasso di disoccupazione italiano è stato inferiore alla media europea. Siccome ci sforziamo di ragionare e proporre, senza tifare e imbrogliare, scrivevamo che era drogato dalla cassa integrazione. Se avessimo contabilizzato fra i disoccupati quelli che pur non lavoravano per nulla, non saremmo più stati sotto la media europea. I governanti di allora (centrodestra) si arrabbiavano. Ora, però, siamo da un pezzo sopra la media. E la distanza si allarga. Unica consolazione è il calo della cassa integrazione. Consolazione misera se si giunge al dato decisivo.

Quel che conta è la partecipazione al lavoro. Ciò che classifica un Paese (ove non si viva di rendite petrolifere) è la percentuale di popolazione attiva effettivamente impegnata nella produzione. E qui son dolori seri, perché siamo solo al 55,7%. Che non è solo nettamente sotto la media europea e ancor più sotto quella dei concorrenti (Germania in testa), ma è anche in diminuzione (­0,2 in un mese, 44mila persone in meno al lavoro). La partecipazione maschile al lavoro si attesta al 64,7%, bassa, ma non con un distacco drammatico rispetto agli altri. Mentre quella femminile è al 46,8. Roba da fondamentalisti islamici. Ma il nostro non è un problema religioso, bensì ideologico e patologico: donne e giovani (42,6% di disoccupati, in crescita, mentre i giovani occupati scendono del 3,8 in un mese e dello 0,6 in un anno) fuori dal lavoro. Ovvio che con così scarsa partecipazione al lavoro l’Italia segni tassi di crescita inferiori a quelli che, altrimenti, la manovra espansiva della Bce consentirebbe. Il che aggrava i nostri problemi e aumenta lo svantaggio competitivo. Biascicare frasette sul ritrovato segno positivo è, dunque, patetico. Questa è la foto, se la piantiamo di prenderci in giro. Ed è un’immagine che somiglia molto a quella della Germania di 15 anni fa. Prima delle riforme. Loro le hanno fatte, noi no. Discusso, tanto. Fatto, poco.

Il ministro del Lavoro, Poletti, ha detto che il governo si sforzerà di prorogare gli incentivi per le nuove assunzioni. Strada sbagliata, perché qui abbiamo uno spaventoso svantaggio strutturale, non un inciampo congiunturale. Spostando risorse si sposta improduttività, gravando sulla fiscalità. A noi serve chiamare masse di inattivi e disoccupati al lavoro, specie donne e giovani. E un risultato di quel tipo non lo si ottiene con gli incentivi, ma con le defiscalizzazioni e deregolamentazioni. Germania docet. La cosa curiosa è che il governo dice di averlo già fatto, con il Jobs Act (che ancora deve cominciare a funzionare, Landini su questo, ha ragione). Ma poi non ci crede, puntando sugli incentivi. La realtà è che quanto c’è di buono, in quella legge, è, al momento, solo propaganda. Mentre quel che manca è realtà, a cominciare dai soldi per modificare gli ammortizzatori sociali. Peccato che le chiacchiere non producano ricchezza, altrimenti vivremmo da nababbi.