collocamento

Per i servizi di collocamento si spende poco e male

Per i servizi di collocamento si spende poco e male

Massimo Blasoni – Il Tempo

In Italia si spende poco per il collocamento, ma soprattutto si spende male. Le risorse destinate ai centri per l’impiego sono infatti lo 0,03% del nostro Pil. Numeri che ci fanno impallidire davanti a una media Ue dieci volte superiore (0,3%) e che rendono ancor meglio l’idea se tradotti in valori assoluti. L’investimento italiano in collocamento è infatti di circa 500 milioni di euro mentre quello spagnolo è di circa un miliardo, quello francese di 5.047 milioni, quello tedesco addirittura di 8.872 milioni. Con un impegno così modesto, i risultati ottenuti non possono che essere sconfortanti: solo il 3% della nostra forza lavoro occupata è intermediata dai centri per l’impiego, contro il 9,4% della media Ue, il 10,5% della Germania e il 13,2% della Svezia.

Quanto ai servizi privati di collocamento che affiancano la rete pubblica, riescono a impiegare solo lo 0,6% della forza lavoro nel Paese. La somma di due debolezze non può fare una forza e infatti, scorrendo l’ultimo rapporto Isfol sul tema, si scopre che l’80% dei disoccupati mostra più fiducia nelle cosiddette “reti informali” (raccomandazioni o segnalazioni di parenti e amici) e che il 70% preferisce di gran lunga rivolgersi direttamente alle imprese.

Non è solo una questione di “tracciabilità dei percorsi” (in un sistema formale posso monitorarti e meglio adattare le politiche pubbliche) ma di efficienza: gli uffici del personale delle nostre aziende sono sommersi da curricula che molto spesso non vengono letti e, per converso, hanno una notevole difficoltà a soddisfare le proprie specifiche richieste di personale. Risultato? Il difficile matching tra domanda e offerta fa sì che soggetti capaci finiscano occupati in ruoli in cui non possono esprimere al meglio le proprie potenzialità e le aziende si accontentano di profili inferiori per qualità a quelli di cui avrebbero bisogno per crescere.

Accade così che il nostro mercato del lavoro – la cui efficienza per la Banca mondiale è ultima in Europa e al 126esimo posto (su 140) a livello internazionale – finisca stritolato tra opposte contraddizioni: eccessivamente burocratico dal punto di vista normativo, troppo costoso dal lato economico, completamente disorganizzato e spontaneistico dal punto di vista del collocamento. L’esatto contrario di quel che servirebbe.

10.20 Il Tempo

Collocamento, il sistema deve reggersi senza intervento pubblico

Collocamento, il sistema deve reggersi senza intervento pubblico

Antonio Bonardo – Libero

Ora che il Pd ha fatto la scelta di campo netta in tema di protezione dei lavoratori nel mercato del lavoro, passando dal regime novecentesco della job property a quello europeo moderno della flexsecurity, si pone il problema di come realizzarlo in concreto. Perciò dobbiamo aver ben chiaro l’obiettivo. A nostro avviso occorre creare un sistema privato di ricollocazione, che stia in piedi senza intervento operativo né sostegno economico pubblico. Proviamo ad elencarne gli ingredienti principali.

a) Si rafforzi l’albo nazionale delle società autorizzate al servizio di ricollocazione, introducendo criteri di accesso consistenti, riferendosi a quanto fece l’allora ministro Tiziano Treu quando aprì il mercato italiano alle agenzie di lavoro interinale.
b) Il servizio di ricollocazione della persona licenziata sia pagato dall’impresa che licenzia, facendolo rientrare nel severance cost che l’impresa deve sostenere in caso di interruzione del rapporto di lavoro con il dipendente. Questo insieme all’indennità di licenziamento da corrispondere al lavoratore, che in Spagna è stata fissata in una mensilità lorda di stipendio per ogni anno di anzianità aziendale.
c) Con la fine del regime della mobilità e delle varie casse integrazioni prolungate nel tempo e il passaggio definitivo al sistema dell’Aspi, il sussidio universale, viene meno il problema della «condizionalità»›, la revoca dell’ammortizzatore in caso di rifiuto dell’offerta congrua: l’ammortizzatore attivo dura poco tempo ed è economicamente contenuto, rendendo i comportamenti opportunistici poco convenienti.
d) L’eventuale Aspi residua non corrisposta al lavoratore che si ricolloca anzitempo venga suddivisa al 50% tra il lavoratore stesso e l’azienda che lo ha licenziato. In tal modo il lavoratore ha tutto l’interesse a ritrovare un nuovo lavoro (subordinato o autonomo) il prima possibile. L’azienda sarà motivata a scegliere sul mercato le società di ricollocazione più performanti, in grado di aiutare le persone a ricollocarsi più rapidamente, potendosi finanziare il costo del servizio di ricollocazione con questo bonus.

Sarà importante che anche i fondi di formazione interprofessionali supportino la creazione di questo sistema di politiche attive, finanziando una quota parte del costo sostenuto dalle aziende per i servizi di outplacement, oltre a percorsi formativi di riqualificazione anche per persone espulse dal mercato del lavoro (purché legati a percorsi reali di reinserimento lavorativo, sotto l’egida della società di ricollocazione). In questa visione di strutturazione del servizio di supporto alla ricollocazione, imperniato sul settore privato, il ruolo del pubblico si dovrà concentrare nel realizzare il sistema di aiuto per l’enorme massa di disoccupati e inoccupati (giovani, donne, over 45, etc.) che si sono prodotti in questi anni di crisi. Fortunatamente non partiamo da zero, perché in Lombardia è stato sperimentato con successo un modello di eccellenza: la Dote unica lavoro, con la sua logica pay for result. Basterebbe un sano «copia e incolla» da parte delle altre Regioni e avremmo anche in Italia servizi per il lavoro di standard europeo!