Imprese, stangata di fine anno: arriva una tassa ogni due giorni

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

Gian Maria De Francesco – Il Giornale

In 61 giorni lo Stato si farà un’abbuffata di tasse e balzelli da 91 miliardi di euro a spese di famiglie e imprese. È quanto ha rilevato la Cgia di Mestre. A novembre e dicembre i contribuenti saranno impegnati in un vero e proprio tour de force per assolvere a una serie di obblighi fiscali che prosciugheranno le casse del sistema-Italia. Giusto per fare qualche esempio, si tratta del versamento delle ritenute Irpef dei dipendenti, delle ritenute per i lavoratori autonomi e dell’Iva. A queste si aggiungeranno gli acconti Irpef, Ires e Irap, il versamento dell’ultima rata dell’Imu e della Tasi per un totale di 25 scadenze fiscali che, escludendo sabati e domeniche, significano una tassa da pagare ogni due giorni.

«Una pioggia di scadenze che potrebbe mettere in seria difficoltà moltissime piccole imprese a causa della cronica mancanza di liquidità», osserva il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ricordando che «la fine dell’anno è un periodo molto delicato per le aziende perché, oltre all’impegno con il fisco, devono corrispondere anche le tredicesime ai dipendenti». Visto il perdurare della crisi, «questo impegno economico costituirà un vero e proprio stress test», aggiunge. L’unico politico a raccogliere l’appello di Bortolussi è stato Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc. L’eccesso di tasse «rischia di mettere definitivamente in ginocchio il Paese», ha commentato formulando «l’auspicio è che il governo intervenga a stretto giro per alleggerire il carico fiscale, apportando anche dei miglioramenti alla bozza della legge di Stabilità». La priorità, ha concluso, è «salvare le nostre Pmi o la crescita resterà un miraggio».

La confederazione degli artigiani mestrini si è poi peritata nel determinare il numero complessivo delle gabelle e, tra queste, nell’individuare le più astruse. Il risultato è parzialmente sorprendente. «Tra addizionali, bolli, canoni, cedolare, concessioni, contributi, diritti, imposte, maggiorazioni, ritenute, sovraimposte, tasse e tributi, gli italiani ne pagano un centinaio», annota l’Ufficio studi della Cgia. Nella piccola galleria degli orrori fiscali, invece, si possono annoverare: l’addizionale regionale all’accisa sul gas naturale (una tassa sulla tassa) e l’imposta provinciale di trascrizione (una particolarità italiana che consiste nel versare un tributo alle Province per l’acquisto di un’auto nuova). Nell’elenco si trovano anche astrusità come l’imposta sulle riserve matematiche, cioè la tassazione dei fondi che le compagnie di assicurazione devono accantonare per garantire le polizze. Nell’epoca del commercio globale, poi, esistono ancora i dazi doganali che si chiamano «sovraimposta di confine» e si applicano al gas, agli spiriti, ai fiammiferi, ai sacchetti di plastica non biodegradabili, alla birra e agli oli minerali.

Quando, invece, si passa ad analizzare il gettito il catalogo si riduce di molto. Le prime dieci imposte (Irpef, Iva, Ires, Irap, imposta sugli oli minerali, Imu, imposta sui tabacchi, addizionale Irpef regionale, ritenute sugli interessi e altri redditi da capitale e imposta sul lotto) hanno garantito l’anno scorso oltre l’83 per cento del gettito tributario per complessivi 405,6 miliardi su un totale di 485,3. Secondo la Cgia, nel 2014 tra imposte e tributi lo Stato e le autonomie locali incasseranno 487,5 miliardi, con un lieve incremento rispetto al 2013. Ma se si computano anche i contributi sociali, di poco superiori ai 216 miliardi, quest’anno il gettito fiscale complessivo sfiorerà i 704 miliardi di euro. Una cifra da capogiro che mette in evidenza come il costo della macchina statale non sia più sostenibile se, per finanziarlo, gli italiani vengono tosati come pecore.