Lavoriamo per le tasse 158 giorni all’anno

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Filippo Caleri – Il Tempo

Benvenuti nella nuova schiavitù. Quella del lavoro, che invece di tramutarsi in contanti e ricchezze per le famiglie di coloro che la mattina alzano la serranda o si siedono alla scrivania, fa sì che i frutti del sudore vadano in buona parte al socio occulto di ogni cittadino della Repubblica. E cioè allo Stato italiano. Che si mette nel cassetto tutti i guadagni maturati nei primi 158 giorni dell’anno. Moneta sonante che, arrivata nelle casse statali, non si trasforma però in servizi di livello adeguato per un Paese civilizzato. Oltre al danno anche la beffa, dunque.

I conti della schiavitù fittizia introdotta subdolamente nel nostro Paese li ha fatti la Cgia di Mestre e confermano che «nel 2013 i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 7 giugno, vale a dire 9 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area dell’euro e ben 13 se, invece, il confronto viene realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Ue». L’Italia si conferma così una Repubblica basata sul lavoro. E sulle tasse.In sintesi lo scorso anno per pagare le tasse e le imposte allo Stato gli italiani hanno dedicato 158 giorni di lavoro. Un record storico già uguagliato però nel 2012.

Nell’area euro solo i francesi, con 174 giorni, i belgi, con 172 e i finlandesi, con 161, hanno sopportato uno sforzo fiscale superiore al nostro. Ma forse a giudicare dalle classifiche di vivibilità i soldi lì garantiscono livelli di servizi molti più elevati dei nostri. Il destino di pagatori di tasse per metà annio è comunque comune a tutti gli europei. Magra consolazione. «La media dell’area dell’euro si è stabilizzata infatti a 149 giorni, mentre quella relativa ai 28 Paesi dell’Ue è stata di 145 giorni» spiega l’associazione degli artigiani di Mestre. Tra i nostri più diretti concorrenti solo la Francia presenta un dato peggiore del nostro (174 giorni), mentre in Germania il cosiddetto «tax freedom day» scatta dopo 144 giorni, in Olanda dopo 136 giorni e in Spagna dopo 123 giorni.

Come si sono ottenuti questi risultati? L’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame il Pil nazionale dei singoli Paesi registrato nel 2013 con la nuova metodologia di calcolo adottata dall’Eurostat (Sec 2010) e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, ha considerato il gettito di contributi, imposte e tasse che i contribuenti europei hanno versato al proprio Paese e lo ha diviso per il Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione ha consentito di calcolare il giorno di liberazione fiscale di ciascuna nazione presente in Europa. «A esclusione del Belgio – osserva il segretario Bortolussi – tutti i paesi federali presentano una pressione fiscale molto inferiore alla nostra, con una macchina statale più snella ed efficiente e un livello dei servizi offerti di alta qualità. Pertanto, è necessario riprendere in mano il federalismo fiscale, definire ed applicare i costi standard per abbassare gli sprechi e gli sperperi e, nel contempo, ridurre le tasse di pari importo».

L’ufficio studi della Cgia che è guidata da Giuseppe Bortolussi ha ricostruito, grazie alla nuova metodologia Sec 2010, la serie storica del giorno di liberazione fiscale in Italia dal 1995 al 2013. Ebbene, se dalla metà degli anni ’90 (147 giorni) fino al 2005 (143 giorni) i giorni di lavoro necessari per onorare il fisco hanno sub’to una progressiva riduzione, successivamente sono aumentati sino a toccare il record storico nel 2012 (158 giorni), poi bissato anche nel 2013.