Natale in casa Ilva

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Davide Giacalone – Libero

Il Natale all’Ilva sarà l’epifania dello statalismo. Il futuro agognato consiste nel resuscitare il passato. Il nuovo che avanza s’acconcia al ritorno del vecchio che disavanza. Non si tratta di pensare male, ma di leggere bene: il 24 dicembre l’Ilva sarà nazionalizzata, con un’operazione ritenuta esemplare e, pertanto, da replicarsi anche in altri casi, a tale scopo adattando la Cassa depositi e prestiti. In una stagione in cui si dovrebbe privatizzare, dismettendo patrimonio pubblico per abbattere il debito, il governo ha in animo di far divenire pubblico quel che è privato. Dodici anni dopo la liquidazione dell’Iri si torna a volere lo Stato azionista. Diciannove anni dopo lo sbaraccamento dell’Italsider e la cessione dell’Ilva ai privati s’ingrana la retromarcia e si torna al punto di partenza.

Ciò che si deve leggere bene è l’intervista rilasciata dal presidente del Consiglio all’ottimo Claudio Cerasa, per Il Foglio. Il primo passaggio illuminante è quello in cui Matteo Renzi afferma che, ripresa la proprietà pubblica dell’Ilva, il prossimo 24, questa avrà lo scopo di “salvarla, rimetterla a regime e rivenderla in un arco di tempo che va dai due ai cinque anni”. A leggerla così sembrerebbe che la proprietà privata dell’Ilva era fallita, sicché, per salvare l’occupazione, lo Stato debba sacrificarsi. Ma non è così. La verità è che lo Stato può essere l’unico acquirente dell’Ilva per la semplice ragione che l’attività dell’acciaieria è interdetta dallo Stato stesso. Lo Stato ha bloccato l’acciaieria con la sua mano giudiziaria, raccattandola poi con quella finanziaria.

Noi non ci sostituiamo ai tribunali, né per accusare né per assolvere, il fatto è che qui il tribunale non s’è ancora visto. È la procura che ha progressivamente immobilizzato l’attività produttiva, al punto che il governo dovette intervenire con un decreto legge affinché l’intera attività non si fermasse. Gli esiti processuali li vedremo quando ci sarà un processo, ma quel che oggi innesca il ritorno dello Stato nella proprietà è proprio l’incertezza del diritto a potere produrre acciaio, incertezza indotta dall’azione dello Stato. Stanti così le cose, delle due l’una: o le azioni della procura si dimostreranno infondate, sicché si sarà proceduto a un esproprio senza alcuna ragione di diritto; oppure si dimostreranno ottime, quindi necessari investimenti ulteriori per la bonifica ambientale. Nel primo caso si sarà tradito un principio costituzionale, relativo alla tutela della proprietà. Nel secondo si spenderanno soldi pubblici per porre rimedio, senza alcuna garanzia che il risultato finale, fra due o cinque anni (ma l’esperienza insegna che i tempi s’allungano in modo inquietante), sarà vendibile e si troverà un acquirente. Perché il mercato corre e la dirigenza pubblica ha già dato costosa prova della propria incapacità a comprenderlo e seguirlo.

Tanto non si tratta di una spiacevole e passeggera necessità, bensì di una scelta ritenuta saggia e ripetibile, che, più oltre nell’intervista, Renzi dice, a proposito di Cassa depositi e prestiti: “anche attraverso l’operazione Ilva, in cui Cdp indirettamente collabora, credo sia necessario pensare a come farla cambiare e come renderla adatta a risolvere altre potenziali situazioni come quella di Taranto”. Chiarissimo: Cdp deve servire a far tornare alla grande lo Stato imprenditore. E siccome ti voglio vedere a rifiutare l’intervento laddove ci saranno fallimenti reali, ovviamente comportanti licenziamenti, quello che s’appronta è il tipico carrozzone di gestioni clientelari e fallimentari.

Già è pazzesco in sé, ma è anche l’esatto opposto di quel che si dovrebbe fare. La cosa di cui l’Ilva e Taranto hanno il più urgente bisogno è sapere se c’è stata attività criminale e se la produzione può continuare nella legalità. Su questo fronte il governo ritiene utile non accorciare i tempi, ma allungarli, come dimostrano le corbellerie dette a proposito della prescrizione. Siccome così nessuno può operare, raccatta i cocci e li mette in conto alla collettività. Non contento, afferma che è solo l’inizio e per il futuro ci stiamo attrezzando. Nel frattempo si va dicendo che quei fetenti dei burocrati europei non dovrebbero permettersi di rompere le scatole sui nostri conti e sul debito crescente. Lasciateci liberi di tornare al passato, con approccio nostalgico non privo di potenziali sdrucciolamenti: l’Iri (ditelo ai giovin toschi) non fu fondato sotto il governo di Amintore Fanfani, ma di Benito Mussolini.