Semestre sbagliato

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

Davide Giacalone – Libero

Non è deludente il bilancio del semestre italiano di presidenza Ue, ne è stata sbagliata l’impostazione. Si è puntato tutto sul concetto di “flessibilità”, in modo da farci stare conti che non tornano, ma questo ha prodotto impotenza. Dire, come ha fatto Matteo Renzi, che l’ultimo vertice è stato vincente per i flessibilisti, dato che i contributi nel fondo per il piano Juncker non saranno contabilizzati in deficit, significa prendere in giro. O, peggio, prendersi in giro: quei soldi sono un’inezia, mentre l’occasione è stata colta per ribadire che ogni altra spesa pubblica va nei conti normali. Il che è ovvio, ma pur sempre l’opposto di quel che il governo italiano ha inutilmente cercato di sostenere.

Mentre il vertice europeo si chiudeva nell’inconcludenza, varando un piano senza fondi, mentre le previsioni economiche per il 2015 oscillano fra l’immobilità e il dinamismo dei bradipi, e mentre le agenzie di rating continuano a declassare stati, società e banche europee, i giornali hanno avvertito che i titoli del debito pubblico toccano record per i bassi tassi d’interesse e gli spread si rattrappiscono. Come è possibile che il male produca il bene? Tecnicamente: perché le iniziative della Banca centrale europea funzionano. Evviva. Ma la faccenda ha un risvolto inquietante, perché in Europa dove c’è potere non c’è politica e dove c’è politica non c’è potere. Pessimo.

Dove agiscono i governi, con alle spalle i parlamenti e alla base gli elettori, si producono rinvii e compromessi dilatori. Dove agisce la Bce si ottengono risultati positivi e immediatamente contabilizzabili. Se la politica degli europei, e il semestre italiano, si fossero posti il problema di colmare questo pericoloso divario, per tanto o poco che si fosse riusciti a fare ci si sarebbe mossi nella giusta direzione. Invece ciascuno vive l’Unione come vincolo o come pericolo, rivolgendo la propria attenzione ai conti interni e cercando di mascherarne le debolezze per non pagarne il prezzo elettorale. Da qui il macroscopico paradosso: il continente più ricco che brancola accecato.

È veramente prevalsa la flessibilità? A Palazzo Chigi tendono a dimenticare anche le cose che dicono, forse perché troppe. Sostennero che la flessibilità era dovuta in quanto già prevista dai trattati. E così è, ma, appunto, necessita di azioni e riforme conseguenti. Hanno anche detto che l’Italia avrebbe fatto valere lo svantaggio congiunturale (la recessione), per sfuggire alla morsa del fiscal compact. Agli sgoccioli del semestre resta l’appuntamento a immediatamente dopo l’inizio dell’anno, per rifare i conti e finalizzare l’esame a marzo. Detto in modo diverso: la bocciatura che poteva essere impartita a novembre s’è trasformata in un mero rinvio. Che ne produrrà altri, perché l’Italia è troppo grossa per essere commissariata. Ma i rinvii allungano l’agonia di politiche prive di visione e di governi incapaci di tagliare la spesa pubblica e la pressione fiscale, con il che la ripresa è indotta solo dalle esportazioni, la produttività resta bassa, il costo del lavoro (non il salario) alto, la sicurezza remota e il riassorbimento della disoccupazione spostata sempre di un anno più in là.

Questa non è la politica dei piccoli passi, ma l’immobilità con la politica a spasso. Questa è la ricetta per allontanare sempre di più l’urgenza dei rimedi, pagando il tempo con il progressivo indebolimento. Più la ricetta ha successo e più sarà duro il ritorno alla realtà. Ma noi ci raccontiamo come urgenti riforme che si dice di volere fare entrare in vigore fra tre anni. Noi c’interroghiamo sulla corsa al Colle, strologando di nomi e dimenticando sia la funzione che la cosa più importante: qual è la missione che si assegna al nuovo inquilino? Noi crediamo che mostrarsi presi da queste faccende, e scaricarvi tutta la pettoruta determinazione, posponga o addirittura evapori i pericoli che corre il Paese. E, del resto, quando si esprimono classi dirigenti del genere, non solo in politica, è segno che i guasti non sono superficiali. Continuo a credere che non ci sia ragione perché l’Italia debba rassegnarsi all’accartocciamento, essendoci cose serie da farsi subito, per evitarlo. Ma continuo a vedere che tale modo di pensare è considerato solo un fastidio da isolare.