Congiura italiana del silenzio sul FACTA

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Giuseppe Pennisi – Formiche

In queste settimane, uno dei temi caldi sulla stampa internazionale riguarda gli effetti del FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act), una norma americana recepita dall’Italia l’estate scorsa sugli intermediari finanziari, sulle famiglie e sugli individui. Due importanti columnist del ‘Project syndacate’, appena effettuati i loro adempimenti con il FATCA, sono andati ai più vicini consolati americani a rinunciare alla loro nazionalità americana (diventando uno tedesco e uno francese, le nazionalità dei coniugi). I consolati americani hanno aumentato da 400 a 3250 euro la fee (tassa) per rinunciare alla cittadinanza.

In Canada, dove la doppia cittadinanza è frequentissima, si è addirittura costituito un partito con il programma di forzare il Governo di uscire dall’Intergovernmental Agreement con cui è stato recepito il FATCA. Gli americani residenti nei Paesi OCSE hanno dato vita ad un’associazione perché siano gli organi dell’organizzazione a far sì che gli Stati Uniti applichino, come tutti, il principio dell’imposizione tributaria sulla base delle ‘residenza’ non della ‘cittadinanza’. Non solo: oggi se ci si rivolge a qualsiasi istituzione finanziaria italiana per acquistare quote di un fondo comune d’investimento, si deve compilare un complesso modulo per certificare che non si è, e non si è mai stati, cittadini americani, e – ove lo si sia stati – occorre esibire copia autenticata dell’atto di rinuncia quale accettato dall’Amministrazione Usa.

Infine, alcuni correntisti italiani stanno ricevendo lettere di disdetta dei loro conto correnti da banche, di cui sono stati clienti per decenni, perché ci sono ‘forti indizi’ di cittadinanza americana. Si tratta spesso di figli di italiani che, dopo un periodo di espatrio, sono rientrati in Patria, di vedovi o vedovi di americani, di persone nate quasi “per caso” negli Usa in quanto figli di diplomatici, funzionari internazionali, italiani che hanno lavorato per periodi più o meno lunghi all’estero.

Cosa è il FATCA? Non è questa la sede per entrare nei dettagli tecnico-tributari. Come scrisse mirabilmente Paul Streeten in un saggio nel lontano 1986 è il frutto della ‘legge del racket’ in base alla quale una buona idea finisce nelle mani delle persone sbagliate e ne creano un incubo burocratico per i propri fini. FATCA nasce da una buona idea: tentare di limitare il riciclaggio e far sì contemporaneamente che i milioni di cittadini americani (spesso inconsapevoli di esserlo) adempiano ai loro obblighi tributari nei confronti degli USA. Su questa buona idea, si sono inserite due componenti: la lobby dei ‘mutual funds’ americani per impedire che i cittadini americani investano in ‘fondi comuni’ esteri, od in mutual funds Usa che operano anche con titoli stranieri, e il desiderio dell’Internal Revenue Service (IRS), l’Agenzia delle Entrate americana di espandere il proprio tentacolare organico. Il tutto è stato condito di una buona dose di populismo.

In estrema sintesi, tutti gli intermediari finanziari devono consegnare all’IRS, tramite le agenzie tributarie nazionali, tutti i dati sui conti di deposito di cittadini americani, anche quelli cointestati con non americani. Un costo enorme per gli intermediari. Ancora maggiore, però, quello che pesa sugli intermediari finanziari (e sui singoli sia individui sia famiglie sia imprese) se gli americani residenti all’estero vogliono mettersi in regola tramite un percorso speciale definito nel FATCA; occorre infatti presentare, per gli ultimi sei anni, i movimenti (spesso quotidiani) di ciascun titolo all’interno di ciascun comparto di mutual fund americano o straniare al fine di determinare capitale,
dividendo o interesse. Un lavoro mostruoso.

Teoricamente, dovrebbe servire all’IRS a determinare se l’imposta sull’aumento di capitale (che negli Usa aveva, sino ad un anno fa, aliquote più alte che in numerosi Paesi OCSE) deve essere conguagliata. Per l’imposta sui redditi,i trattati sulla doppia tassazione fanno sì che unicamente in rarissimi casi ci saranno compensazioni da fare. Quindi molto lavoro per un piccolo gruppo di fiscalisti specializzati in questa materia. Un costo pesantissimo per le istituzioni finanziarie, per gli individui e per le famiglie.

Ci sono alternative migliori e più semplici (nonché meno onerose) per raggiungere i medesimi obiettivi tanto che negli Usa il Partito Repubblicano sta lavorando alla sostituzione del FATCA; con un altro strumento legislativo. Il punto di fondo è perché in Italia non c’è stato il débat publique prima di recepire l’accordo e perché oggi non se parla e non si mettono le strutture pubbliche in condizioni di aiutare individui, famiglie ed imprese? Tanto più che c’è un aspetto molto grave: una legge straniera cambia regole italiane per cittadini italiani e discrimina nei confronti di cittadini italiani come in altri tempi venne fatto nei confronti degli italiani.