Quello che la Bce non dice

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Francesco Daveri – Corriere della Sera

Con la riunione di dicembre del comitato esecutivo della Banca centrale europea si è chiusa un’epoca: quella delle garanzie verbali del suo presidente sulla tenuta dell’eurozona. Negli ultimi due anni, solo con parole di rassicurazione, la Bce di Mario Draghi aveva ridato fiducia alla moneta unica e, nello stesso momento, garantito tempo all’eurozona. Ai politici serviva un periodo per avviare l’attuazione delle riforme promesse e alle banche per adeguare le loro procedure interne alla supervisione di Francoforte.

Quella delle garanzie verbali incondizionate di Francoforte è stata una stagione di grande successo che ha riportato il capitale in Europa dopo la crisi del 2011. Ieri però, dopo le consuete frasi di Draghi che annunciava con parole scarne ma significative il passaggio alla fase due della sua strategia (l’intenzione di attuare rapidamente il piano di acquisto di titoli compresi quelli di Stato), sui mercati è partita un’ondata di vendite che ha spinto le Borse in territorio negativo.

A pesare sui mercati c’è l’economia. Le parole non bastano più se accompagnate da dati che mostrano l’anemia dell’eurozona, incapace di andare oltre l’uno per cento di crescita nel 2014-15, malgrado la recessione del biennio precedente C’è l’inflazione che pesa anch’essa essendo in viaggio verso lo zero e ormai lontana dall’obiettivo del 2% che la Bce dovrebbe realizzare per mandato. L’azzeramento dell’inflazione è spiegata per più dell’80% dalla rapida discesa dei prezzi delle materie prime, il che potrebbe non durare. Ma con prezzi in calo i debitori pubblici e privati rischiano di veder salire il costo reale del loro debito e l’Europa di dire addio a nuovi investimenti e quindi alla crescita.

Con sviluppo e inflazione vicini allo zero oggi e in prospettiva, si riducono i margini per altri rinvii. Draghi non dispone di un mandato politico forte come quello della Federal Reserve americana. E si trova di fronte economie fiaccate da anni di crisi e quindi meno ricettive agli stimoli. Ma, in presenza di passi troppo timidi della politica europea (per la quale la montagna «sperata» dei 300 miliardi di investimenti si è tradotta per il momento nella «certezza» del topolino di 21 miliardi garantiti del piano Juncker) la richiesta di fare di più non può che rimbalzare al presidente della Bce. E il fare di più per un banchiere centrale si misura con un solo numero: la dimensione del bilancio della banca che presiede, cioè il volume di titoli e altre attività che può acquistare sui mercati in cambio di liquidità. Volume che crescerà e tanto.

Dopo la fine dell’epoca delle parole, nei primi mesi del 2015 arriverà dunque il test più importante per la Bce. Mercati e cittadini europei cominceranno a misurare l’efficacia delle politiche di supporto al credito messe in cantiere dallo scorso giugno e in via di attuazione oggi e in futuro. Misureranno se la Bce sarà davvero in grado di acquistare tanti titoli da aumentare il suo bilancio di mille miliardi, su fino ai livelli della fine del 2012. Ma da oggi quella di Draghi non è più solo una promessa o un’aspettativa, è un’intenzione di attuazione. C’è da stare certi però che senza quello che Draghi chiede da tempo ai governi in termini di riforme e sostegno alla ripresa , difficilmente le mosse della Bce potranno essere sufficienti a favorire la crescita.