Ma le leggi restano insabbiate nella palude della burocrazia

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Antonio Angeli – Il Tempo

Hai voglia a dire riforme… le leggi ci sono, ma mancano i decreti attuativi, succede così nell’Italia della crisi: i provvedimenti vengano pure varati da Camera e Senato (che sta sempre là), ma se i ministeri non producono l’adeguato supporto normativo… le riforme restano al palo. Il problema non è certo recente, anzi, è di natura «archeologica»: ieri in una affollata conferenza stampa il coordinatore della Struttura di missione per il dissesto idrogeologico, Erasmo D’Angelis, ha annunciato di aver trovato un «tesoretto» destinato al risanamento del territorio, quattro miliardi di euro «persi» da anni, in alcuni casi da decenni, nei labirinti della burocrazia italiana.

Per far arrivare in porto tutti i provvedimenti dei governi della «grande crisi»: Monti, Letta e Renzi, sono necessari, in base agli ultimi dati, circa 700 decreti attuativi, come confermato in tempi recenti dallo stesso governo Renzi. Le Province, ad esempio, che per tutti sono morte e sepolte, hanno invece proseguito a stare là. La legge Delrio le avrebbe cancellate, ma senza i relativi decreti attuativi è come se nulla fosse accaduto. Il problema è semplice (e ampiamente dibattuto): il Parlamento, nella pratica, indica delle «linee guida», ma chi poi porta «nelle case di tutti» le riforme è la struttura ministeriale, cioè la burocrazia. Anzi, le burocrazie che, in Italia, sono proverbialmente in ritardo. In alcuni casi anche di anni.

Nel complesso, in base agli ultimi dati diffusi, ci sono ancora 258 provvedimenti amministrativi da adottare per rendere completamente operative le leggi varate dal governo Monti; 273, invece, per quelle del governo di Enrico Letta. A queste si aggiungono le norme necessarie alle riforme del governo Renzi che, nel frattempo, ne sta producendo altre, per un totale complessivo di 700 decreti attuativi mancanti all’appello. Con una curiosità: per attuare la riforma della della pubblica amministrazione del ministro Marianna Madia sono necessari almeno 77 decreti attuativi. E i decreti attuativi provengono, necessariamente, dalla stessa pubblica amministrazione che deve, in qualche modo, mettere in atto la sua stessa riforma. Il governo Renzi ha certificato, nel suo «Monitoraggio sullo stato di attuazione del programma di governo», aggiornato al 7 agosto scorso, che il 62% dei provvedimenti legislativi varati dall’attuale esecutivo ha bisogno di ulteriori decreti per essere effettivamente messo in pratica. E questo perché meno della metà delle disposizioni (in tutto il 38%) si applica da sola: cifre alla mano su 40 provvedimenti solo 15 sono «autoapplicativi». In vista del traguardo della nuova legge di Stabilità, poi, mancano ancora all’appello provvedimenti attuativi della legge di bilancio del governo Letta. E per 25 di quei provvedimenti è bello che scaduto il termine entro il quale andavano adottati. Il «Decreto del fare» (quello di Letta, correva l’anno 2013) è rimasto insabbiato per circa la metà dei necessari decreti attuativi: su 79 ne sono stati adottati 40. Ne mancano ancora 39 per 12 dei quali sono anche in questo caso scaduti i termini temporali. Un «pasticcio burocratico», che ha radici profonde.

Proprio ieri è stata presentata a Palazzo Chigi la campagna istituzionale «Se l’Italia si Cura, l’Italia è più Sicura» con annesso il nuovo sito web italiasicura.governo.it, tutto legato all’attività delle Strutture di missione della Presidenza del Consiglio contro il dissesto idrogeologico. All’incontro c’erano Graziano Delrio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Erasmo D’Angelis, coordinatore della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche. «Finalmente voltiamo pagina – ha spiegato D’Angelis – e lo dobbiamo innanzitutto alle oltre 4.000 vittime di frane e alluvioni negli ultimi 50 anni. Stiamo mettendo fine a ritardi imbarazzanti ed abbiamo recuperato e stiamo riprogrammando la spesa di circa 4 miliardi, 2,3 contro dissesto e 1,6 per disinquinare fiumi e mare, grazie al decreto “Sblocca Italia”. Entro la fine del 2014 apriranno altri 650 cantieri per opere di sicurezza per 800 milioni di euro. Sono soldi che, insieme al ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, al capo della Protezione Civile Franco Gabrielli e ai presidenti delle Regioni, stiamo finalmente trasformando in interventi in tutta Italia». Tutti fondi «insabbiati» da anni in paludi burocratiche. Intanto «abbiamo iniziato a spendere queste risorse che abbiamo trovato», ha detto D’Angelis.

Ma a parecchi tutto questo non va giù: «Il decreto legge Sblocca Italia dà il via libera ai saldi di fine stagione per il territorio e le risorse del nostro Paese – è la denuncia che arriva dal Wwf – Deroghe alla normativa ordinaria di tutela del paesaggio e dell’ambiente, mani sul territorio e sul demanio dei privati e dei concessionari autostradali, depotenziamento delle procedure di valutazione ambientale, tutto sotto la regia del governo centrale che emargina regioni, enti locali e cittadini grazie all’estensione della strategicità a intere categorie di interventi senza alcuna idea sulle priorità». E anche dal Fai, il Fondo Ambiente Italiano, e dal suo presidente, il noto archeologo Andrea Carandini, arrivano dure critiche.