Partita bancaria

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Davide Giacalone – Libero

È dalla trincea delle banche che s’ode, finalmente, qualche colpo sensato contro la piega negativa presa dall’Europa economica. Nulla a che vedere con la geremiade sui parametri o con la biascicata litania sulla flessibilità, che sono cose per politici orecchianti. Anzi, all’opposto, Mario Draghi ribadisce quel che è oramai assodato: i trattati si rispettano tutti e senza deroga alcuna, i conti devono tornare, il rigore nel redigerli non ha alternative. Punto. Non è quello il fronte su cui combattere, se non per perdere. E mentre il conformismo editoriale si agita e concentra su quel che non è né utile né possibile, è significativo registrare la convergenza fra il presidente della Banca centrale europea e il presidente dell’Associazione bancaria italiana su un punto che è determinante. Se la cosa non fosse divenuta quasi un insulto (il che, a sua volta, è vilipendio della ragione), verrebbe da dire: finalmente due voci politiche, senza piagnistei contabili.

Draghi non ha chiesto maggiori poteri per la Bce, ma maggiori poteri per i governi. Fate attenzione, è decisivo: non si esce dalla crisi solo usando la cassetta degli attrezzi finanziari, si devono coordinare le politiche relative alle riforme del mercato interno europeo, denominate “strutturali”. Detto in modo diverso: non serve cedere altra sovranità monetaria, perché quella è oramai andata tutta, serve cedere sovranità politica, a favore di qualche cosa che somigli a un governo europeo. Ed è la cosa più insidiosa fin qui sostenuta, per la centralità imperiale germanica. Non si devono invitare i tedeschi a curarsi di più gli affari loro, come erroneamente è stato recentemente fatto da Matteo Renzi, ma a mettere maggiormente in comune gli affari di tutti. Il che, naturalmente, esclude che qualcuno pensi di fare il furbo (che poi è uno stupido) sui propri conti nazionali.

Arriva di rincalzo Antonio Patuelli, ieri all’assemblea dell’Abi, ricordando una frase di Helmut Kohl, cancelliere tedesco: «L’unione politica è la contropartita indispensabile per l’unione economica e monetaria (…). È fallace si possa sostenere l’unione economica e monetaria senza unione politica». Bingo: ai tedeschi si deve imporre quel che i tedeschi dissero. Pacta sunt servanda, lo diciamo anche noi, mica solo loro. Il continuo richiamo di Patuelli alla necessità di regole e condizioni comuni, per il mercato bancario europeo, è il tasto su cui qui battiamo e ribattiamo. Ed è la musica che ci rende forti, mentre la giaculatoria della flessibilità ci rende deboli.

Tali regole non sono affatto comuni, oggi, è si traducono in svantaggi. “Sussistono penalizzazioni delle attività bancarie in Italia – ha detto Patuelli – rispetto alle concorrenti nella Ue: dal trattamento delle svalutazioni e perdite sui crediti a quello del costo del lavoro ai fini Irap, dagli interessi passivi nella tassazione societaria Ires e Irap, all’Iva di gruppo, dall’ampio ruolo di sostituto d’imposta a vari calmieri dei prezzi, fino alle addizionali sorprendenti e talvolta anche tardive”. Il tutto in capo a un sistema bancario, quello italiano, che al contrario di quello tedesco, francese o inglese (e di altri), non ha avuto salvataggi di banche a spese del contribuente, semmai l’opposto: il crescere della pressione fiscale.

Certo le difficoltà ci sono, pure grosse. In Italia, oltre una impresa su quattro è divenuta “deteriorata”. Le sofferenze lorde, nel periodo 2008-2014, passate da 43 a 166 miliardi di euro. Il complesso dei crediti deteriorati ha superato i 290 miliardi di euro (da 86,5 miliardi di fine 2008). Il deterioramento dei crediti è stato fronteggiato con giganteschi accantonamenti e con quasi cinquanta miliardi di aumenti di capitale, tutti privati e senza alcun intervento pubblico (capitolo a parte, e non concluso, quello del modo increscioso con cui s’è fatta la doverosa rivalutazione del capitare della Banca d’Italia). Gli altri sono lesti, e a ragione, nel far pesare i nostri ritardi e le nostre mancanze, che ci sono, ma noi siamo tardi e balbettanti nel far valere i nostri punti di forza, che ci sono pure quelli.

Anziché continuare a ripetere che l’Europa deve essere dei cittadini e non delle banche, concetto da cui si spreme lo stesso sangue che può essere donato da una rapa, sarà bene tendere l’orecchio verso quel tipo d’impresa, le banche, appunto, che senza una reale integrazione di mercato vedono prevalere gli egoismi e le miopie nazionali, che dell’Europa sono l’esatto opposto. Subendone un danno. Se proprio non si può resistere alla retorica, mettiamola così: ci vuole l’Europa dei correntisti, che siamo noi tutti cittadini, ove di mestiere non si faccia lo spacciatore e per vocazione l’evasore fiscale.