Una finanza locale in cortocircuito

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Salvatore Padula – Il Sole 24 Ore

Il tormentone della Tasi si avvicina all’ennesima (ma non ultima) scadenza confermando e, anzi, rendendo ancor più evidenti i timori sull’effettivo peso del nuovo tributo sui servizi indivisibili dei Comuni. Le delibere, almeno quelle già approvate in oltre 4mila città (per le scelte sulla Tasi c’è tempo ancora fino a mercoledì), dimostrano senza ombra di dubbio che i sindaci continuano a considerare l’imposizione immobiliare come la via più semplice, anche se affatto indolore per i cittadini-proprietari, per far quadrare bilanci che da anni scontano pesanti tagli ai trasferimenti statali, regole più rigide sul Patto di stabilità interno, nuovi vincoli dettati dalla spending review.

Se è vero, come ricorda spesso Piero Fassino, presidente dell’Anci, che i Comuni tra il 2008 e il 2013 hanno avuto una riduzione di risorse pari a 17 miliardi, tra minori trasferimenti e «contributi al Patto di stabilità interno», allora non è difficile cogliere il senso delle scelte con cui molte città si sono misurate o si stanno misurando. A ciò va aggiunto che la spesa dei municipi – pur con un andamento più virtuoso rispetto a quello di altre amministrazioni – non ha davvero invertito la direzione di marcia: secondo i dati del Siope (uscite per cassa), nel 2013 le spese correnti hanno toccato i 55 miliardi, contro i 48 del 2008, mentre le spese in conto capitale sono scese l’anno scorso a 13 miliardi dai 20 del 2008. Le spese correnti tra il 2008 e il 2013 sono quindi cresciute del 14,5% rispetto a un’inflazione nel periodo dell’11 per cento. Certo, non va scordato che le uscite dei Comuni scontano nel 2013 l’effetto positivo dei piani per i pagamenti dei debiti alle imprese, ma non tutto il differenziale è (purtroppo) finito in quella direzione.

La combinazione di questi fattori spiega – ma non giustifica – il perché di un ricorso così spregiudicato all’utilizzo della leva tributaria. L’anno scorso i sindaci hanno incassato solo per Imu e addizionale Irpef quasi 20 miliardi (rispettivamente, 15,7 e 3,9), ai quali vanno aggiunti i 4,5 ottenuti dallo Stato come “rimborso” per l’Imu non pagata sulla prima casa. Nel 2008 si era ben distanti: 12,6 miliardi tra Ici e addizionale Irpef, più 3,3 di rimborsi Ici prima casa.

Viste le cifre in gioco, l’equazione è presto scritta: meno finanziamenti dallo Stato, spesa difficilmente contenibile, uguale pressione fiscale ai livelli massimi. Anzi, vien da pensare che quest’ultima finisca per diventare la “variabile dipendente”, determinata meccanicamente dall’andamento delle altre due voci. Ed è questa la spirale viziosa che va spezzata. Il rischio che a una riduzione dei trasferimenti e a maggiori vincoli sul Patto di stabilità i Comuni facessero fronte non con politiche di contenimento della spesa ma agendo sull’aumento delle tasse non era così imprevedibile (e anzi era stato ampiamente previsto).

La verità è che è giunto il momento di guardare avanti e uscire dalla vecchia disputa su chi pesa di più tra Imu e Tasi. C’è un sistema di prelievo sugli immobili da ripensare, cogliendo l’occasione della riforma del Catasto, che è importante ma che da sola non rimetterà tutto a posto ed eliminerà solo in parte le storture del prelievo attuale. Allo stesso modo, occorre immaginare meccanismi in grado di correggere la logica per cui lo Stato taglia e riduce, ma scarica sugli enti la responsabilità di trovare nuove risorse, cosa che i sindaci fanno puntualmente agendo sulle tasse. Serve, cioè, un progetto organico di finanza locale, non estemporaneo, capace di definire con chiarezza i rapporti tra centro e periferia. Ma capace anche di incidere realmente sulla spending review, di agire sugli sprechi e di restituire efficienza agli enti locali.