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La riforma dei contratti è la priorità

La riforma dei contratti è la priorità

Vincenzo Visco – Il Sole 24 Ore

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro si è concentrato sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, argomento che tutti gli esperti considerano di scarso rilievo pratico, ma che ha una valenza altamente simbolica e quindi risulta politicamente molto rilevante. Il motivo per cui l’articolo 18 è percepito come un simbolo ha a che vedere con la storia stessa del movimento operaio a partire dalla fine dell’800. Il problema di fondo è se il lavoro debba essere liberamente scambiato sul mercato o invece debba essere diversamente regolato e tutelato. La questione rievoca le battaglie sul lavoro minorile, la tutela delle lavoratrici e della maternità, l’orario di lavoro, l’ambiente di lavoro, i diritti di rappresentanza, ecc… In sostanza l’articolo 18 evoca il principio secondo cui i datori di lavoro non possono fare quello che vogliono o ritengono più opportuno nei confronti dei loro dipendenti. Il venir meno di certe tutele o di certi principi rievoca tempi in cui l’equilibrio necessario tra lavoratori e datori di lavoro era profondamente squilibrato e il rischio che si possa tornare indietro.

Del resto anche oggi in Paesi non certo poco importanti la tutela del lavoro appare squilibrata, carente, precaria e talvolta assente. È comprensibile quindi l’attenzione con cui si guarda a questo problema. Queste sono le questioni che, più o meno consapevolmente, sono dietro le polemiche attuali che hanno ovviamente una valenza ideologica e politica in quanto riguardano i poteri effettivi o immaginati della parti in causa. Naturalmente le questioni relative ai licenziamenti discriminatori o disciplinari o comunque privi di una giusta causa possono essere (e sono in pratica) risolti diversamente nei vari Paesi, e non è detto che il reintegro sia necessariamente preferibile al risarcimento, né che l’intervento del giudice sia da preferire a una soluzione arbitrale. Tuttavia è evidente che qualsiasi soluzione si volesse adottare, sarebbe opportuno che fosse condivisa e non imposta, e al tempo stesso che non è utile né ragionevole rifiutarsi di discutere delle soluzioni alternative possibili, se cambiare può portare a miglioramenti.

Ma le questioni rilevanti del nostro mercato del lavoro sembrano altre: l’articolo 18 ha, come si è detto, una importanza concreta marginale, anche se sul piano politico la sua aggressione può apparire utile. Il problema di fondo risiede invece nella sistematica perdita di competitività del Paese dopo l’ingresso della moneta unica che avvenne, è bene ricordarlo, in un contesto in cui in tutti i Paesi partecipanti l’inflazione era sotto il 2%, il disavanzo sotto il 3% del PIL, e la bilancia dei pagamenti era in equilibrio, il tasso di cambio lira/euro inoltre – checchè se ne dica – fu a noi favorevole. Subito dopo tuttavia, dall’inizio degli anni 2000, inizia un processo di divaricazione tra la dinamica della produttività (stagnante) e quella dei salari nominali (crescente). La divergenza riflette due fattori fondamentali: l’andamento dell’inflazione, superiore alla media europea, e la carente capacità di innovazione del sistema.

In poco più di 10 anni abbiamo così perso 30-40 punti di competitività rispetto alla Germania che ha affrontato l’ingresso dell’euro con una incisiva riforma del mercato del lavoro e della contrattazione promossa dal governo, ma condivisa da imprese e sindacati. In Italia il meccanismo contrattuale è rimasto invece lo stesso, furono inoltre assicurati in più occasioni rinnovi dei contratti del pubblico impiego che si sarebbero dovuti evitare e che hanno svolto la funzione di pivot rispetto al resto del mercato del lavoro; inoltre anche negli altri settori protetti dalla concorrenza si manifestavano fenomeni analoghi, e alla fine anche i contratti dell’industria erano spinti verso una crescita non giustificata dalla produttività. Il risultato è stato una perdita di esportazioni, di reddito e di occupazione, una carenza di investimenti, un peggioramento delle condizioni di bilancio, nonostante l’aumento della tassazione. L’esplosione della crisi finanziaria e la pretesa dei Paesi creditori di imporre ai soli Paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento hanno fatto il resto. È dal sistema di contrattazione che occorre quindi iniziare, esso va reso flessibile sia a livello privato che pubblico, sia a livello aziendale che territoriale, con l’obiettivo di far crescere contemporaneamente sia la produttività (investimenti pubblici e privati) che i salari.

Oggi ciò non avviene, anzi avviene il contrario. Per esempio, se si esamina l’ultimo contratto dei metalmeccanici si vede che esso prevede per il 2014, anno di recessione e di deflazione, un incremento salariale superiore al 2% che poteva apparire modesto e moderato quando il contratto fu firmato nel dicembre 2012, ma che risulta oggettivamente stravagante ex post nella situazione attuale in cui non tutte le imprese, anzi probabilmente molto poche, sarebbero in grado di onorare gli impegni senza conseguenze negative. Gli interventi sul mercato del lavoro dovrebbero quindi farsi carico e trovare soluzioni per questi problemi che sono quelli rilevanti. E non si dica che l’Italia è diversa dalla Germania a causa della presenza prevalente di piccole imprese, in quanto la necessaria elasticità salariale e di organizzazione del lavoro potrebbe essere assicurata anche da apposite contrattazioni in sede locale e territoriale, tenendo conto della localizzazione delle imprese, e di altri specifici fattori di costo. I cambiamenti necessari sono quindi molti e profondi. Si tratta di avere coraggio e consapevolezza da parte sindacale e imprenditoriale ed equilibrio e capacità di leadership da parte del governo. Ma nella situazione attuale non mi sembra esistano altre alternative.

Le regole valgono per tutti (Berlino compresa)

Le regole valgono per tutti (Berlino compresa)

Fabrizio Galimberti – Il Sole 24 Ore

«L’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi», scrisse Jean Monnet nel 1976. È vero; anche noi, nel nostro piccolo, ci decidiamo a fare qualcosa solo quando siamo tirati per i capelli. Ma la crisi attuale è forse la più seria da quando l’Europa volle farsi Comunità europea, e la “soluzione apportata” ancora non si vede. Nell’ottobre del 1939 Winston Churchill disse: «Non posso prevedere quel che farà la Russia. È un rebus, avvolto nel mistero, dentro un enigma; ma forse c’è una chiave. Quella chiave è l’interesse nazionale della Russia». La chiave oggi della complicata situazione europea è l’interesse nazionale della Germania. Un “interesse nazionale” che è più culturale che finanziario. «Per noi tedeschi, quel che è allo stesso tempo il nostro difetto nazionale e la nostra più grande qualità, è la mancanza di tatto, altrimenti detta difetto di immaginazione; siamo incapaci di metterci al posto degli altri, li feriamo gratuitamente, ci facciamo odiare, ma questo ci permette di agire con inflessibilità e senza cedimenti»: così parla il tenente Bruno von Falk, nel capolavoro di Irène Némirovsky, “Suite Française”.

Certo, sarebbe bello se un afflato di politica alta portasse l’Eurozona fuori dalle secche. Anche la Germania in passato ne è stata capace, ma c’è voluta la sanguinosa sconfitta nella Seconda guerra per aprire le porte a una costruzione europea; così come c’è voluta la caduta del muro di Berlino e l’eccitante epopea della riunificazione tedesca per arrivare alla grande tappa di Maastricht e della moneta unica. Oggi ci vorrebbe un altro capitolo di quella “immaginazione al potere” che i sessantottini reclamavano. Ma manca la tragedia e manca l’epopea. Esperimenti di laboratorio hanno descritto il cosiddetto “effetto rana nella pentola”: se si mette una rana in un pentolone con l’acqua calda, questa balza fuori; ma se la si mette nell’acqua fredda e poi la si scalda lentamente, la rana muore bollita. Le cose nell’Eurozona stanno peggiorando al rallentatore, ed è inutile sperare che spunti un Adenauer o un Kohl. Bisogna lavorare entro i recinti dell’esistente. Ma l’esistente è adatto alle temperie del 2014? La risposta è no, per una questione di tempi e di culture. I tempi: le prescrizioni di vent’anni fa non sono più adatte a una crisi che ancora non riesce a uscire dal più profondo sconvolgimento dell’economia mondiale dagli anni Trenta. Le culture: come osserva Roberto Artoni in “La cultura economica e la crisi”, si è prestata «esclusiva attenzione all’indebitamento della Pa, ignorando le dinamiche molto più preoccupanti…in altri settori dell’economia.

Questo atteggiamento ha natura profondamente ideologica: in un sistema liberista l’unico possibile fattore di…disordine può venire dall’azione dell’operatore pubblico». Anche se “l’esistente” non è adeguato, purtroppo non ci sono alternative (a parte gli scriteriati suggerimenti di uscire dall’euro) ad agire all’interno delle regole. Ma è possibile, queste regole, lavorarle al fianco. Di regole la Ue se ne è date molte, e non riguardano solo la finanza pubblica: ha anche stabilito indicatori e obiettivi di carattere sociale (rischio di povertà, diseguaglianza dei redditi, disoccupazione di lunga durata…). Anche se, come ci ricorda Enrico Giovannini (in “Scegliere il futuro”), i Paesi teutonici si affrettarono a precisare che questi indicatori non dovevano essere usati per spingere i Paesi a fare o non fare.

Va bene, limitiamoci alle regole che riguardano l’economia. Anche sulla finanza pubblica l’Italia può, come sta già facendo, guadagnare spazi di libertà, essenzialmente sfruttando quelle “circostanze eccezionali” che giustificano un rinvio del pareggio; così come, su un terreno più tecnico, è bene che si sia cominciato a mettere in discussione i metodi attraverso i quali si calcola il saldo strutturale di bilancio (basterebbe cambiare ragionevolmente alcuni parametri per concludere che avremmo già raggiunto l’obiettivo del pareggio). Ma tutto questo – mendicare le “circostanze eccezionali” o contestare le equazioni – ancora non basta. Fa parte di una strategia difensiva, quella di uno scolaro che si discolpa di fronte alla maestra. C’è bisogno di passare – sempre dentro le regole – a una strategia offensiva, mettendo sotto accusa la maestra. Fortunatamente fra le regole del “Six Pack” c’è anche la Mip (“Macroeconomic Imbalance procedure”) che cifra, fra le altre, anche le forchette entro cui si devono collocare alcuni indicatori. Fra questi c’è il saldo corrente con l’estero, che deve essere compreso fra il -4% del Pil e il +6%, pena un invito alla correzione.

Il problema è che già da sette anni la Germania viola questa regola, e, nell’ultimo “Alert Mechanism Report” (un monitoraggio previsto dalla Mip) c’è, al primo posto delle raccomandazioni, un invito alla Germania a stimolare la domanda interna, evitando così quella che vorremmo battezzare una “procedura per avanzo eccessivo”. La responsabilità dei Paesi creditori nel risanamento degli squilibri ha una lunga e onorata storia: data da Bretton Woods, quando Keynes (che anche in quel caso aveva ragione) cercò di stabilire regole che ponessero a carico anche dei Paesi creditori la correzione degli sbilanci. Anche nella storia dello Sme venne a galla la questione della ripartizione degli interventi fra Paesi in deficit e in avanzo. Ma oggi una giusta condivisione delle misure di risanamento è essenziale per preservare l’unità dell’Eurozona. E farebbe bene anche ai tedeschi, che avrebbero solo da guadagnare da un aumento della quantità di beni e servizi consumati all’interno del Paese. Insomma, la prossima volta che il ministro delle Finanze tedesco invita tutti al rispetto delle regole, si dovrebbe rispondergli che fra i “tutti” c’è anche lui.

Capitali di nuovo in fuga dall’Italia, oltreconfine 67 miliardi in due mesi

Capitali di nuovo in fuga dall’Italia, oltreconfine 67 miliardi in due mesi

Federico Fubini – La Repubblica

Un deflusso del genere dall’Italia non si era visto da prima che Mario Draghi, nel luglio del 2012, pronunciasse le sue parole più celebri: “Faremo qualunque cosa per preservare l’euro”. Quel giorno il presidente della Bce arrestò e poi invertì la corrente della fuga di capitali da Paesi più in crisi. Ora, per la prima volta da quei giorni, la direzione di marcia si è ribaltata: via dall’Italia, verso l’estero.

Questa non è una replica del film di due o tre anni fa, in cui un’intera porzione d’Europea fu colpita dalla sfiducia. Stavolta, sugli ultimi due mesi, la fuoriuscita di denaro riguarda solo l’Italia. Nelle altre economie della cosiddetta “periferia”, Grecia, Spagna e Portogallo inclusi, la bilancia delle partite finanziarie procede come nell’ultimo anno o due. In agosto dall’Italia invece sono usciti capitali per 30,3 miliardi di euro, mentre la corsa verso l’estero in settembre ha addirittura accelerato con un saldo negativo di 37 miliardi. Era dal periodo drammatico fra la primavera 2011 e la primavera del 2012 che non si assisteva a un’emorragia così sostenuta. La tendenza è fotografata dal sistema europeo delle banche centrali, l’Eurosistema che dà vita alla Bce, attraverso i saldi di Target 2. Quest’ultimo è il meccanismo di pagamenti anche fra privati in Europa, che l’Eurosistema segue perché sono le stesse banche centrali a regolare i pagamenti attraverso i confini con un meccanismo di crediti e debiti.

È questo il termometro che ha segnalato la grande corsa verso l’uscita dall’Italia negli ultimi due mesi. Poiché gli scambi di import e export procedono di solito a ritmo costante, è sicuro che la fuoriuscita di capitali sia data da una decisione degli investitori finanziari: risparmiatori, fondi, banche. Sulla base dei dati pubblici è più difficile spiegare quali categorie di titoli italiani siano smobilizzate per portare denaro fuori. Per ora la fuga non sembra riguardare i titoli di Stato, ma dal 4 settembre scorso il Ftse-Mib, principale listino della borsa di Milano, ha perso il 9,5%: è una fuga di circa 40 miliardi di euro. Parte di questo denaro sembra essere stato parcheggiato in Germania: la posizione creditoria della Bundesbank nell’Eurosistema negli stessi mesi si è infatti impennata per circa la metà dei volumi finanziari persi dall’Italia. Il resto sembra essere finito fuori dall’area euro, contribuendo alla svalutazione della moneta unica.

Anche nel 2011 andò così: la fuga di capitali dall’Italia investì prima il mercato azionario, quindi quello dei titoli di Stato dopo qualche mese di deflussi dall’azionario. Non è detto che stavolta debba ripetersi il copione della crisi finanziaria, partendo dalla debolezza di borsa per poi si allargarsi ai titoli di Stato e facendo impennare lo spread con i bund tedeschi. Ma Frank Westermann dell’università di Osnabrueck ha notato lo smottamento di agosto e settembre e si è chiesto perché riguardi solo l’economia più grande dell’Europa del Sud. La prima spiegazione è la più ovvia: l’Italia è il solo Paese della periferia che resta in recessione, senza risultati visibili dalle riforme. Inoltre, poco meno di tre anni fa le banche italiane hanno preso in prestito oltre duecento miliardi di liquidità dalla Bce per il tramite della Banca d’Italia, fornendo in garanzia dei titoli del Tesoro. Tra poco queste operazioni saranno definitivamente chiuse e i Btp o i Ctz potrebbero essere svincolati. Westermann però offre anche una spiegazione politica: Draghi nel 2012 promise interventi illimitati della Bce solo in difesa di quei Paesi che avessero accettato la troika, cioè un programma di politiche controllate e monitorate dal resto d’Europa. L’Italia è il solo Paese del Sud a non averlo sottoscritto, e ha un sistema politico che rifiuta la troika. È un tema del quale i politici nel Paese e nel resto d’Europa non parlano mai. I dati sulle fughe di capitale, ogni tanto, invece sì.

Gli economisti pentiti (o quasi) adesso fanno autocoscienza

Gli economisti pentiti (o quasi) adesso fanno autocoscienza

Federico Rampini – La Repubblica

«La professione dell’economista non si è coperta di gloria in questi ultimi sei anni, è il minimo che si possa dire». Comincia così “l’autocoscienza dell’economista” a firma di Paul Krugman. Il premio Nobel dell’economia include se stesso nel bilancio negativo: «Quasi nessun economista aveva previsto la crisi del 2008, e quelli che lo fecero avevano anche previsto troppe crisi che non erano mai accadute». L’allusione in parte è a se stesso (Krugman era già pessimista molti anni prima del 2008) in parte ad altre Cassandre celebri come Nouriel Roubini e Robert Shiller. Anche i migliori, dunque, sbagliarono. O perché attribuirono una crisi imminente a cause errate: i macrosquilibri delle bilance dei pagamenti fra Usa, Cina e Germania, per esempio. Oppure perché avevano profetizzato il disastro con troppo anticipo (1999 nel caso di Shiller). La categoria dei pessimisti avverava la battuta secondo cui «gli economisti hanno previsto dieci delle ultime quattro recessioni». Molto peggio gli altri, comunque. E cioè la maggioranza: i cantori del libero mercato come meccanismo perfetto, capace di correggere i propri squilibri, di generare prosperità sempre ed ovunque. Quelli, tra l’altro, avevano il più delle volte le leve del potere in mano: vedi Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve “addormentato al volante” mentre Wall Street gonfiava la bolla speculativa dei mutui sub-prime. Ideologia e conflitto d’interesse si sorreggevano a vicenda: la “mano invisibile” consentiva a Wall Street di respingere limiti e restrizioni. Ma la storia continua, ora l’epicentro del disastro intellettuale è l’eurozona…

In America l’autoflagellazione degli economisti è diventato un nuovo genere letterario. Quella frase autocritica di Krugman, è l’incipit di una sua recensione uscita sul supplemento libri del New York Times. Il libro è Seven Bad Ideas (sette cattive idee) di Jeff Madrick. L’ultimo di una lunga serie. Tra i migliori in questo filone ci sono Zombie Economics dell’australiano John Quiggin (sottotitolo: “Le idee fantasma da cui liberarsi” edito dall’Università Bocconi); il monumentale saggio di Philip Mirowski Never Let a Serious Crisis Go toWaste( non lasciare che vada sprecata una grave crisi); un altro australiano, Steve Keen, con Debunking Economics. L’elenco è molto più lungo, a conferma di due aspet- ti importanti. Primo: almeno una parte della categoria degli economisti sente di avere tradito la propria missione, la propria funzione sociale, il proprio dovere verso il pubblico. Secondo: c’è un’altra parte più numerosa, però, che non sente alcun bisogno di associarsi all’autocoscienza e di fare autocritica. Purtroppo nella seconda categoria ci sono molti esperti vicini al potere, tecnocrati che hanno un’influenza enorme sulle decisioni dei governi. Questo è un dato che Krugman sottolinea nella sua recensione al libro di Madrick, e che accomuna tutte le altre opere che ho appena citato: la formidabile capacità di sopravvivenza delle idee sbagliate. Nelle sette idee che Madrick prende di mira, almeno tre sono strettamente legate fra loro: il dogma della “mano invisibile” (il mercato capace di auto-regolarsi); l’avversione all’intervento statale nell’economia; e la certezza che la globalizzazione sia sempre benefica.

C’è però un aspetto che Krugman non tratta nella sua recensione, e riguarda il clima intellettuale in Europa. I tre dogmi mercatisti di cui sopra hanno avuto meno influenza nel Vecchio Continente. Gli Stati Uniti vivono sotto l’egemonia neoliberista dai tempi di Ronald Reagan in poi; ma in Europa la versione pura e dura del mercatismo ha sfondato solo in Gran Bretagna. La Germania, sia che fosse governata dai socialdemocratici o dai democristiani, ha sempre preferito una versione ben temperata del liberismo, la cosiddetta economia sociale di mercato o “modello renano”. Lo Stato, anche nella vocazione di Welfare, ha sempre avuto in Europa continentale un ruolo maggiore che in America, almeno da Reagan in poi. E tuttavia il pensiero economico americano ha dovuto accettare di recente qualche salutare shock pragmatico. Krugman ricorda per esempio che la Chicago Business School (cresciuta all’ombra dell’autorità di Milton Friedman, il padre dei neoliberisti, Nobel anche lui) in un sondaggio fra economisti ha trovato che il 92% riconoscono l’efficacia dell’Amministrazione Obama nel contrastare la recessione con investimenti pubblici. La prova dei fatti, almeno in questo caso, ha potuto scalfire i dogmi. Non tutti, per carità. Le pagine dei commenti del Wall Street Journal rimangono in appalto alla fazione più radicale dei neoliberisti; i quali da cinque anni gridano “al lupo al lupo”, denunciando i disastri imminenti provocati dal deficit pubblico Usa (che invece si sta riducendo) e il ritorno dell’iperinflazione dietro l’angolo (di cui non c’è traccia). Milioni di risparmiatori americani hanno pagato di tasca propria per gli errori di questi esperti: il caso del fondo Pimco è esemplare, il più grosso gestore di bond ha creduto al mito dell’inflazione fabbricata dalla politica monetaria della Federal Reserve, e ha fatto scommesse disastrose sull’andamento dei mercati.

Da nessun’altra parte però il disastro della scienza economica sta producendo danni sociali così gravi come in Europa. Un altro grande economista americano, Benjamin Friedman (autore de Il valore etico della crescita, Università Bocconi), sulla New York Review of Books si occupa della “patologia del debito europeo”. Evidenzia la lettura “religiosa” del debito come vizio o peccato da espiare, che ispira Angela Merkel. Ricorda ai tedeschi afflitti da amnesia che loro furono i beneficiari del più colossale perdono di debiti della storia, dopo la seconda guerra mondiale. Traccia dei parallelismi inquietanti fra l’attuale depressione europea e quella degli anni Trenta, ivi comprese le conseguenze politiche come l’ascesa della xenofobia. La Merkel ormai appare dogmatica perfino agli esperti del Fondo monetario internazionale, che da tempo la esortano a rilanciare la domanda interna nel suo paese usando la leva degli investimenti in infrastrutture. Ma l’autocoscienza dell’economista, che in America è iniziata almeno nelle frange più illuminate, non ha ancora scalfito le certezze granitiche che governano l’Europa: dove gli accademici “krugmaniani” (i Piketty e i Fitoussi) sono amati dall’opinione pubblica ma contano poco, e di certo non influenzano i tecnocrati di Berlino, Francoforte e Bruxelles.

Le strane parole di Draghi fanno presagire un commissariamento

Le strane parole di Draghi fanno presagire un commissariamento

Sergio Soave – Italia Oggi

C’è qualcosa di poco chiaro nelle più recenti esternazioni di Mario Draghi, nelle quali prevede che i governi che non riescono a creare lavoro saranno costretti a dimettersi. L’elemento di ambiguità sta nel fatto che un potere che agisce dall’alto rispetto ai governi europei, soprattutto ovviamente quelli dell’area euro, sembra appellarsi a una sorta di pressione dal basso, che provenga da cittadini ed elettori. Se letto con malizia, sembra una sorta di predisposizione di un «commissariamento democratico», cioè di un intervento dall’alto sulla situazione politica e non solo economica dei paesi europei (ma Draghi è italiano e si sente tale) basata su una sorta di appello proveniente dal basso. Fu così, peraltro, che i Savoia giustificarono la loro occupazione dei territori italiani in base a presunte richieste popolari poi confermate dai plebisciti celebrati con le truppe piemontesi in casa. È un caso felice di commissariamento democratico, ma certamente non un esempio di rispetto della sovranità degli stati preunitari.

Anche senza ricorrere a paragoni ovviamente forzati, si potrebbe determinare una situazione di crisi finanziaria nuovamente aggressiva, alla quale il governo nazionale non è in grado di reagire e che richiede quindi un cambio nella direzione politica. Draghi ha recentemente ricordato, forse non a caso, come una analoga situazione condusse alla sostituzione dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi con un esecutivo tecnocratico volto a realizzare le raccomandazioni europee, a cominciare da quelle dello stesso Draghi. Ora la situazione sembra diversa perché non c’è, a causa del disfacimento delle formazioni politiche esterne al Partito democratico, una possibilità reale di ribaltare il governo con una pressione dal basso, cioè in parlamento o nel voto popolare. A meno che, appunto, non intervenga una formidabile destabilizzazione «dall’alto», che Draghi sarebbe il più titolato a esprimere e forse anche a impersonare, nel caso in cui nelle cancellerie europee si ritenesse che spetta a lui assumere direttamente la responsabilità di «raddrizzare» le cose in Italia, magari dal Quirinale con poteri di fatto straordinari. Si dirà, con ragione, che allo stato degli atti questa è pura fantapolitica, che dedurre tutte queste conseguenze dalle parole di Draghi è un triplo salto mortale dal punto di vista della consecutio logica. È così senza dubbio, ma resta un certo stridore della funzione tecnica e istituzionale del presidente della Banca centrale europea e le considerazioni sulle reazioni elettorali ai comportamenti dei governi che non risultino abbastanza ligi alle direttive, anche se queste sono sostanzialmente condivisibili.

Strade e tasse a senso unico

Strade e tasse a senso unico

Raffalello Lupi – Il Tempo

Strade e tasse: due territori fuori controllo. Quando il limite di velocità è cinquanta, tutti vanno a settanta-ottanta, e qualcuno strombazza per superarli, a centotrenta, non arriva mai una macchina della stradale o dei vigili. Che evidentemente trovano più comodo passare col taccuino e multare le auto in divieto di sosta, dove tutti hanno sempre parcheggiato e sempre parcheggeranno senza dare fastidio a nessuno, anche perché altri posti non se ne trovano. La stessa mancanza di controllo del territorio c’è per le tasse, dove l’ufficio controlli di Civitavecchia si trova a Trastevere, e gli operatori economici indipendenti al consumo finale, che magari evadono qualcosa, sono magari rosi dal dubbio di poter nascondere molto di più, migliorando il loro tenore di vita; è una frustrazione analoga al tarlo dell’automobilista in coda, che vede altri sfrecciare sulla corsia di emergenza, o sulla preferenziale completamente inutile, dove passa un autobus ogni mezz’ora.

Le strade e le tasse sembrano insomma distanti, ma sono invece legate dalla mancanza di adeguato controllo amministrativo del territorio. Così come i vigili urbani non riescono a distinguere la guida pericolosa dall’innocuo divieto di sosta, gli uffici tributari non riescono a distinguere, nella vastissima platea degli operatori economici, chi è povero davvero da chi si finge tale. Automobilisti e contribuenti vengono così torchiati a casaccio, per comportamenti diffusi, senza raggiungere, in entrambi i settori, i comportamenti che la pubblica opinione avverte come veramente insidiosi. La responsabilità è dell’esasperata legificazione, figlia degenere di una malintesa «cultura delle regole», che ha danneggiato la cultura dei valori e del buonsenso , irrigidendo la società e trasformando sempre più la macchina pubblica in una asettica burocrazia, desiderosa solo di prendersi meno rischi possibili.

Per finta

Per finta

Davide Giacalone – Libero

Proteste immaginarie contro riforme immaginifiche. La piazza si agita per il sobbollire della voglia di protestare, mentre il legislatore s’arruffa per compensare la genericità nello svogliatamente proporre. Il risultato finale è il crescere della chiacchiera e lo scemare della sostanza. Gli studenti s’intestano il “no” alla riforma della scuola, ma di quale riforma parlano? Gli stessi giovani manifestano contro il cosiddetto Jobs Act, in realtà sfilando contro le suggestioni sventolate, mancanti di provvedimenti effettivi. Anzi, ed è singolare, protestano contro quello che non c’è, ma non contro quello che è già passato, ovvero il decreto Poletti che consente di assumere per tre anni senza contrarre alcun obbligo nei confronti del lavoratore. Conta l’immagine, insomma, non la realtà.

A me piacerebbe che la riforma della legislazione sul lavoro avesse la stessa ruvida chiarezza e univocità di quel decreto, nel qual caso non avrei difficoltà nello spiegare il perché le proteste sono sbagliate. Sarebbe bello poter dire a quei ragazzi: siete in errore e non capite che la difesa dell’esistente è quel che vi condanna alla marginalizzazione. Accendete i fumogeni, sventolate le bandiere palestinesi, impugnate il megafono in un giorno da ricordare, ma, se v’avanza tempo, pensate: il vostro interesse sta in direzione opposta. Dovreste chiedere di fare di più e di farlo più in fretta.

Della retorica della velocità, invece, s’è impadronito il governo. Peccato che la pratichi propiziando la lentezza. Peccato che si sollecitino sentimenti forti per poi dar luogo a risultati mosci. Prendete ad esempio la legge delega sul lavoro, sulla quale è stata e sarà ancora posta la fiducia, per fare alla svelta: il risultato consisterà in una brusca frenata per incostituzionalità. Con il testo passato al Senato non si va lontano, perché la delega è così generica da lasciare lo spazio, domani, ai ricorsi contro i decreti legislativi. Ricorsi innanzi ai quali la Corte costituzionale dovrà constatare l’estrema debolezza dell’indirizzo, quindi la potenziale illegittimità dell’attuazione. E non basta, perché il compromesso politico sul celeberrimo articolo 18 è a sua volta incostituzionale, perché distinguendo fra vecchi e nuovi assunti introduce una discriminazione inconciliabile con la Costituzione. Ci si dovrebbe, semmai, arrivare da un’altra parte: varando il contratto a tutele crescenti e considerando transitoriamente acquisito il tempo dei contratti in essere. Ma nella delega non c’è.

Il ministro del lavoro, al Senato, ha detto che si tende a esagerare, da una parte e dall’altra, circa gli effetti della riforma. Da una parte e dall’altra. Nel bene promesso e nel male temuto. Temo abbia ragione. Ma se ha ragione, vuol dire che l’effetto reale sarà un brodino. Per giunta non è soppressa la cassa integrazione, il che toglie risorse ai nuovi ammortizzatori sociali, che con 1,5 miliardi non ammortizzano un bel niente. Dicono i governativi: intanto cominciamo. Lasciamo perdere che partirono promettendo un approccio assai diverso, ma cominciare con così poco, mettendo nel conto uno stop costituzionale, equivale a dire: facciamo finta. E di tutto abbiamo bisogno, tranne che di far finta.

Deutschland uber alles

Deutschland uber alles

Davide Giacalone – Libero

Qualcuno crede che la Germania sia divenuta vittima della propria politica del rigore, imposta agli altri europei. Continua a crescere (mentre noi continuiamo a cadere), ma meno di quel che era previsto. Per forza, dicono i credenti nel boomerang, avendo impoverito gli europei che compravano i prodotti tedeschi ora ne pagano e conseguenze. Non è così, o, meglio, questo è solo un aspetto della realtà. La Germania governata da Angela Merkel persegue una politica di potenza continentale. Sovverte il disegno stesso dell’Unione europea e la logica politica che presiedé alla nascita della moneta unica, suscitando il netto dissenso dei governanti tedeschi che a quel disegno contribuirono. Suoi complici sono la debolezza e la confusione mentale delle classi dirigenti di altri paesi europei. Non solo non serve a nulla, ma è masochisticamente controproducente esaltare lo sfondamento dei parametri, mentre, all’opposto, si dovrebbe riportare i tedeschi al loro rispetto formale e sostanziale. Se non si vuole che quella logica tedesca diventi padrona d’Europa (sfasciandola per l’ennesima volta) si deve usare l’Ue per batterla.

Si vive troppo spiaccicati sul presente, perdendo visione generale e prospettiva storica. La geografia e la storia sono forze che muovono il mondo anche se i governanti le ignorano. L’euro è nato per contrastare il risorgere della tentazione egemonica tedesca. Per bilanciare la riunificazione, in cambio della quale dovettero abbandonare il marco. Ignoranti e smemorati sappiano che nel preparare quel passaggio l’Italia ebbe un ruolo fondamentale, perché fu la nostra scelta di schierare gli euromissili a trarre i tedeschi fuori da un dramma, avviando la fine della guerra fredda e, quindi, mettendo in marcia il processo che avrebbe portato alla riunificazione (ottime e informatissime le pagine di Sergio Berlinguer, nel suo “Ho visto uccidere la Prima Repubblica”). La frittata s’è girata perché molti capirono l’importanza di far partire l’euro, ma non che per restarci si doveva cambiare. Adeguarsi al nuovo, cavalcare e non subire la globalizzazione. Lì i tedeschi, che capirono e anticiparono i tempi, hanno preso un vantaggio. Poi, nella tempesta del 2010-2012, lo trasformarono in uno strumento di dominio.

Perché Merkel non fa crescere il suo mercato interno, perché ha così a lungo resistito alla crescita dei salari? In fondo gli elettori tedeschi sono come quelli del resto del mondo: votano volentieri chi gli farcisce la busta paga. In fondo nei centri Tafel si distribuiscono pasti a tedeschi,a famiglie, che non hanno i soldi per mangiare a sufficienza. Non lo ha fatto perché accumulava un vantaggio sugli altri europei. E’ stata una scelta coerente con la politica di potenza, non un errore tecnico. I francesi sfondano il deficit? Che lo facciano pure: da Berlino giungerà un richiamo, ma si fregano le mani. Gli italiani non riescono a cambiar nulla, polemizzando giorno e notte sul niente? Che si divertano: a Berlino faranno mostra di umore torvo, ma se la ridono. Nelle diverse lingue d’Europa si attende il parere della Merkel, la quale gira e va a dire: continuate così, bravi. Perché in questo momento, e da tempo, i tedeschi si finanziano a tasso negativo. È come se i mercati dessero soldi ai tedeschi in cambio della loro cortesia nell’accettarli in prestito. E lo fanno perché vedono una potenza reale, che i soldi non li distribuisce agli elettori. Se questa divaricazione continua, se da una parte c’è credito a tasso negativo e dall’altra deficit e spese pubbliche fuori controllo, in nome di una plebea rivolta contro i parametri, l’effetto sarà che la Germania potrà comprare quel che di succulento c’è in Francia e in Italia. E chi venderà sarà felice di far cassa, prima di giungere allo scasso.

La Banca centrale europea è la sola istituzione dell’Unione che resiste a questa logica. Sicché è da dementi che francesi e italiani si dilettino a indebolire la Bce, con la loro cattiva condotta. Due cose, oggi, si dovrebbero chiedere. Una alla Merkel: per favorire la riunificazione e varare l’euro il governo tedesco mandò a stendere la Bundesbank, che era contraria, faccia altrettanto, in fretta, e neutralizzi la sua Corte costituzionale, che è suo affare interno, perché noi siamo europei, non tedeschi. La seconda alla Commissione europea: giuste le procedure d’infrazione per chi sfonda i parametri, sicché parta la procedura verso la Germania, che non rispetta da anni quello sul surplus commerciale. Se queste armi le si lascia solo alla Merkel (che ha torti, ma anche ragioni), ce le troveremo puntate alla tempia, o altrove.

Ogni anno di durata dei contenziosi in materia di lavoro costa in media 4,8 punti di disoccupazione

Ogni anno di durata dei contenziosi in materia di lavoro costa in media 4,8 punti di disoccupazione

NOTA

La lentezza dei contenziosi in materia di lavoro costa in media 4,8 punti percentuali di disoccupazione per ogni anno di durata. Il dato risulta da una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” che approfondisce le interessanti indicazioni emerse in materia di disoccupazione e lunghezza dei processi sul lavoro dallo “Staff Report for the 2014 Article IV Consultation / Italy”, pubblicato in settembre dal Fondo Monetario Internazionale e nel quale si sostiene che un dimezzamento dei tempi dei processi per lavoro in Italia porterebbe a un aumento della probabilità di impiego di circa l’8 per cento. Secondo l’FMI, infatti, il nostro sistema giudiziario è infatti ancora molto lento in confronto alla media europea, e necessiterebbe di misure più opportune rispetto al mero incremento dei costi del giudizio introdotto di recente quali la promozione e l’uso dei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, una razionalizzazione del tipo di cause che trovano accesso al terzo grado di giudizio, l’introduzione di indicatori di performance per tutti i tribunali nonché la condivisione di best practice regionali.
La lunghezza delle cause fino al secondo grado di giudizio (a livello nazionale la media è di 2 anni e 2 mesi) è stimata da “ImpresaLavoro” sulla base dei dati pubblicati dal Ministero della Giustizia e secondo le formule indicate dallo stesso dicastero. Il calcolo dell’indicatore di lunghezza media complessiva è aggiustato sulla base dei suggerimenti provenienti dalla letteratura scientifica, che considerano anche l’effettiva percentuale di cause che si interrompono dopo il primo grado. In particolare, si sono considerate le rilevazioni ufficiali riferite ai 26 distretti giudiziari negli anni 2009-2012: numero di nuovi procedimenti, numero di procedimenti conclusi e numero di procedimenti ancora pendenti. I dati sono stati successivamente incrociati con quelli relativi alla disoccupazione su base territoriale rilevata dall’Istat per l’anno 2013.
L’analisi di “ImpresaLavoro” mostra come ogni anno di lunghezza dei processi di lavoro costi in media ben 4,8 punti di disoccupazione. Il divario tra distretti più e meno virtuosi è ampio a tal punto che si va dai 9 mesi di Torino (con un tasso di disoccupazione dell’11,4%) ai 4 anni e 3 mesi di Messina (con il 21,9% di disoccupazione). A Trento, dove la disoccupazione è più bassa (6,6%) il tempo medio delle cause per lavoro è di 11 mesi, mentre a Napoli (che ha il 25,8% di disoccupazione) è di quasi 3 anni. È importante infine sottolineare che, secondo le ricerche di “ImpresaLavoro”, a incidere in modo così negativo sulla disoccupazione non sarebbe in modo generico la lunghezza dei processi civili nella loro interezza ma bensì, come del resto è comprensibile, in modo specifico proprio quella dei processi per i contenziosi in materia di lavoro.

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Rassegna Stampa:
Metronews
Lavorare costa

Lavorare costa

Ernesto Felli e Giovanni Tria – Il Foglio

Luca Ricolfi ha esposto con un articolo sulla Stampa (8 ottobre) una proposta per determinare un immediato aumento dell’occupazione senza costi per il bilancio dello stato. La proposta si basa sull’idea, fino a questo punto non nuova, che una riduzione sensibile del costo del lavoro, via detassazione fiscale o contributiva, avrebbe un impatto rilevante sulla propensione ad assumere. La parte nuova della proposta sta nel fatto che essa si basa su una ricerca quantitativa sulla reazione positiva delle imprese a un eventuale ribasso del costo del lavoro di nuovi assunti e sulle implicazioni di questa reazione sulla possibilità di finanziare, senza costi per il bilancio dello stato, la detassazione necessaria a provocare le nuove assunzioni.

La proposta, denominata job-Italia, si basa sul fatto che, in base alla ricerca menzionata., un’azienda disposta ad assumere per ipotesi 10 lavoratori addizionali a legislazione vigente ne assumerebbe il doppio qualora la busta paga, cioè la retribuzione netta percepita dal lavoratore, fosse non il 50 per cento del costo aziendale ma l’80 per cento. Secondo la proposta, questo 20 per cento aggiuntivo, rispetto al salario netto in busta paga, sarebbe destinato a pagare l’Irpef del lavoratore e parte dei contributi sociali. Lo stato dovrebbe coprire la parte restante dei contributi sociali affinché il lavoratore non abbia una minore copertura contributiva. I calcoli di Ricolfi sono che l’occupazione aggiuntiva produrrebbe un gettito addizionale di entrate che coprirebbe ampiamente il costo derivante dal minore gettito contributivo. Questo tipo di contratto si dovrebbe applicare, secondo la proposta, solo ai nuovi assunti che risultino addizionali rispetto al numero già occupato nell’impresa, per un periodo massimo di quattro anni e per salari netti tra i 10 e i 20 mila euro. Richiamiamo questo studio,sia perché interessante in sé, sia perché indica un metodo di lavoro. Ovviamente, se uno vuole, si possono avanzare tante possibili obiezioni, come quasi su ogni proposta. Se la reazione positiva delle imprese non fosse cosi ampia un costo vi sarebbe perché la detassazione contributiva opererebbe su assunzioni che si sarebbero in ogni caso verificate.

Forse è da approfondire cosa accadrebbe dopo i quattro anni. Ma è anche vero che qualcosa si deve fare. anche tenendo conto dei vincoli in cui si opera. La vera questione e uscire dai calcoli statici ragionieristici. Nel caso in questione si potrebbe determinare un deficit temporaneo o forse no, ma l’analisi si deve basare su una dinamica attesa. D’altra parte le previsioni ordinarie di bilancio e di crescita cui siamo abituati si rivelano ex post talmente divergenti dagli eventi che non ci sembra che non si possa affrontare il rischio insito in ogni previsione. Se fondata, quando si tratta di varare qualche provvedimento sensato. Ma vi è un aspetto della sua proposta che lo stesso Ricolfi non sottolinea abbastanza e che è importante per rispondere alla domanda sul cosa succede dopo i quattro anni, problema insito in ogni provvedimento temporaneo.

Aprire un’impresa o ampliarla è rischioso, ancora di più lo è con aspettative negative sull’economia. La proposta di Ricolfi è interessante, secondo noi, proprio perché entra nella categoria di provvedimenti tesi a ridurre il rischio e non a sostenere con aiuti l’impresa, Ciò giustifica il provvedimento limitato ai nuovi assunti per distinguerlo da quelli tesi a ridurre in generale il costo del lavoro. In fondo, più aumenta il numero di assunzioni più aumenta progressivamente il rischio per l’impresa che la decisione non si riveli fruttuosa in termini di risultati attesi. Quindi la tendenza è di attestarsi sul livello più basso possibile di occupazione. In questa categoria di provvedimenti, d’altra parte, entra anche l’abolizione dell’articolo 18, la cui ratio è, appunto, ridurre il rischio d’impresa, non ridurre il costo del lavoro o minacciare i diritti sul lavoro.

Il limite della proposta di Ricolfi
È intorno al concetto dinamico di rischio che si deve operare. Negli anni Ottanta, quando ci fu il grande dibattito negli Stati Uniti sul “productivity slowdown”, fu avanzata la proposta di ridurre le tasse sui profitti delle imprese che avessero aumentato la produttività. L’idea era che non si dovesse aiutare l’impresa decotta o in difficoltà a sopravvivere ma spingere le imprese a innovare e ad avere successo. Ma poiché solo ex post si può vedere chi è riuscito ad aumentare la produttività, la soluzione proposta era quella di non abbassare ex ante il rischio d’impresa ma di aumentare ex post il premio al rischio. La proposta di Ricolfi sul lavoro addizionale anche se agisce ex ante rappresenta già il premio a un’azione compiuta, quella di assumere nuovi lavoratori, ma perché non studiare un premio al rischio con una detassazione successiva, sui profitti, collegata al successo dell’impresa, cioè con il passaggio dal contratto job-Italia al contratto ordinario reso possibile, evidentemente, dall’aumento di produttività ottenuto nel frattempo?