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Tsipras fa un passo indietro, l’Ue uno falso

Tsipras fa un passo indietro, l’Ue uno falso

Davide Giacalone – Libero

Non c’è stato e non ci sarà un E­Day, un giorno decisivo per potere leggere con ragionevole sicurezza il futuro europeo. Ieri è stato quello del rinvio fiducioso, non mi stupirei se fosse seguito da qualche altro di sfiduciato approssimarsi, magari propiziato da qualche dichiarazione dei falchi tedeschi e degli avvoltoi greci. Una cosa è chiara a tutti, colombe e allocchi compresi: l’alternativa al restare nella medesima voliera consiste nel farsi sparare.

Il governo greco ha messo sul piatto quel che fino a qualche ora prima aveva negato: misure fiscali permanenti per il 2% del prodotto interno lordo (era stato chiesto loro il 2.5, ma non è una gran differenza, considerato che il pil è basso e in contrazione); tre aliquote Iva (ne erano state chieste due, ma tutto sta a vedere come modulate); e, cosa più importante delle altre, automatismi nel taglio della spesa pubblica, ove l’avanzo primario fosse minore di quello concordato, quindi in crescita, anziché in diminuzione, l’indebitamento. Dicono anche che le pensioni non si toccano, ma che cesserà la possibilità, considerata nefanda dal loro stesso ministro dell’economia, di poterci andare già da ragazzi. Come un tempo avveniva anche in Italia. Il piano greco è congegnato in modo tale da consentire a quel governo di far vedere agli altri europei che è andato incontro alle loro richieste e agli ellenici che ha resistito con eroica tenacia, vincendo più del previsto. I governanti europei, dal canto loro, hanno preso tempo, ma sanno bene che i soldi prestati ai greci non li rivedranno nel corso di questa vita, quindi tanto vale accontentarsi della promessa di serietà e restituzione. Adesso vediamo se, nel giro di una settimana, qualcuno riesce a rirompere le uova nel paniere.

Se si fosse trattato solo di soldi, sarebbe stato chiaro ai greci, assai prima, che non si può chiederne in prestito per poi concedere al proprio elettorato quel che i prestatori negano al loro, e sarebbe stato chiaro agli altri che pagare per salvare la Grecia costa meno che subire le infezioni diffuse da quella ferita. Se si fosse trattato solo di geopolitica, sarebbe stato chiaro a tutti, fin dall’inizio, che è dissennato immaginare una caduta del bastione Nato al confine con la Turchia. Per non dire dei pericolosi e sciocchi ammiccamenti alla Russia.

Il mescolarsi delle due cose ha prodotto una bevanda ad alta gradazione, che ha fatto salire l’arroganza demagogica dei greci e la pretenziosità contabile dei creditori, oltre che indurito la posizione di quanti (come Spagna, Portogallo e Irlanda) dalla crisi sono usciti accettando terapie dolorose, sicché non vedono perché altri possano limitarsi a chiedere la grazia. Nel corso di questa crisi, non conclusa, più guardi Atene e più capisci e solidarizzi con Berlino, perché non esiste il diritto a dilapidare o la sovranità del vivere al di sopra dei propri mezzi e con i soldi altrui. Ma più guardi Berlino e più capisci Atene, perché dopo avere tollerato conti truccati e dopo avere affrontato la crisi in modo da salvare le proprie banche e non i greci, si pretende che la loro progenie paghi debiti lievitati a causa di una cura inefficace. E più guardi Atene e Berlino più ti accorgi che sono spariti gli altri, ridotti a figuranti, perché ciascuno desideroso di usare la tragedia in corso in modo da nascondere qualche propria magagna contabile. Il che vale, inaccettabilmente, prima di tutto per la Francia e l’Italia. Non esistono E­Day perché così come il divaricarsi degli spread era un sintomo dei difetti strutturali della moneta unica, e non giudizi morali su questo o quel Paese, il protrarsi della crisi greca è il riflesso di un deficit d’integrazione istituzionale. Particolarmente nocivo perché lascia intendere a non pochi elettori, sparsi per l’Europa, che si possa tornare alla spesa pubblica dissennata recuperando la sovranità monetaria. Il che evidenzia, al tempo stesso, pessima memoria e cattivi presagi.

Dopo quattro anni siamo dove eravamo. La sola cosa che è cambiata e ha funzionato è la Banca centrale europea. Per il resto è ancora vero quel che vedemmo allora e non è ancora fatto quel che era da farsi allora. A cominciare dalla federalizzazione di parte dei debiti. Non sarà una ulteriore settimana a cambiare le cose. Speriamo non sia usata per scassarle ulteriormente.

Crisi: ecco dove ci batte anche la Grecia

Crisi: ecco dove ci batte anche la Grecia

ANALISI

Pur strangolata dal debito pubblico e scossa da una profondissima crisi economica e sociale, la Grecia riesce comunque a battere l’Italia 16 a 0 sul fronte del mercato del lavoro e delle tasse sulle imprese. È quanto emerge da una ricerca del Centro studi “ImpresaLavoro”, che ha elaborato i dati più recenti pubblicati dal World Economic Forum e dalla Banca Mondiale.
Analizzando le classifiche del “Global Competitiviness Report 2014-2015” stilate dal World Economic Forum si scopre infatti che la Grecia occupa nel rank mondiale una posizione migliore della nostra per quanto riguarda l’efficienza generale del mercato del lavoro (è 118esima mentre l’Italia è 136esima), la collaborazione nelle relazioni tra imprese e lavoratore (108esima contro 137esima), la flessibilità nella determinazione dei salari (118esima contro 138esima), l’efficienza nelle modalità di assunzione e di licenziamento (92esima contro 141esima), il legame tra salari e produttività (121esima contro 139esima), l’effetto della tassazione sull’incentivo a lavorare (138esima contro 143esima), il merito nella scelta delle posizioni manageriali (98esima contro 122esima) e infine la capacità del sistema sia nel trattenere talenti (96esima contro 121esima) sia nell’attrarli (127esima contro 128esima).
Il recente rapporto “Doing Business 2015” curato dalla Banca Mondiale certifica invece la situazione di indubbio vantaggio che le aziende elleniche godono rispetto alle loro concorrenti italiane. Non soltanto in Grecia il Total Tax Rate sulle imprese (49,9%) è infatti decisamente inferiore al nostro (65,4%) ma sul fronte delle modalità di pagamento delle imposte la Repubblica ellenica si dimostra meno matrigna della nostra per il numero sia degli adempimenti (8 contro 15) sia delle ore impiegate in media ogni anno da ciascuna azienda (193 contro 269). Le brutte notizie non finiscono qui: la nostra Pubblica amministrazione perde il confronto con quella ellenica per quanto riguarda i tempi di pagamento dei suoi debiti: un’azienda creditrice greca deve infatti attendere appena un terzo del tempo sopportato da un’azienda creditrice italiana (49 giorni invece di 144 giorni).
Infine, l’Italia perde il confronto con la Grecia anche nel comparto cruciale dell’edilizia per quanto riguarda i giorni necessari sia per ottenere un permesso di costruzione (233 contro 124) sia per ottenere l’allacciamento dell’energia elettrica (124 contro 62). Tra l’altro a una media impresa italiana la bolletta energetica costa il 34% in più che non a una media impresa greca: 0,1735 centesimi di euro per Kwh (chilowattora) invece di 0,1298 centesimi di euro per Kwh.
«L’Italia ha certamente fondamentali economici migliori di quelli greci» osserva il presidente di “ImpresaLavoro” Massimo Blasoni. «Tuttavia occorre notare come l’analisi puntuale di due aspetti importanti dell’economia come efficienza del mercato del lavoro e tassazione sulle imprese dimostrino l’arretratezza del nostro Paese. Non è un dato banale perché i fondamentali economici sono figli delle scelte fatte in passato: liberare le nostre aziende da un fardello fiscale ormai insostenibile e produrre regole sul lavoro semplici e certe sono due passaggi non più rimandabili su cui il governo si dovrebbe impegnare maggiormente. Altrimenti il rischio è di scivolare sempre più verso la Grecia».
Resurrezione del Nazareno

Resurrezione del Nazareno

Davide Giacalone – Libero

Che il Nazareno possa risorgere sembra quasi un destino insito nel nome. Ma non c’è da farsi illusioni, perché la piazza dove ha sede il Partito democratico, e dove nacque il patto fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, il nome lo prende dal cardinale Michelangelo Tondi (1566-­1622), riminese, detto “il Nazareno” perché arcivescovo di Nazareth, che, però, non era la città dove  Cristo visse ma si trovava a Barletta, in ragione di una chiesa, Santa Maria di Nazareth, che neanche esiste più. I precedenti storici, quindi, tendono verso il raggiro. Con anche un pizzico di iettatura.

È utile, che si torni a quel patto? Dipende. Saltò per il modo in cui è stato scelto il presidente della Repubblica. Non perché Sergio Mattarella fosse un nome di rottura, ma perché Renzi lo interpretò in chiave interna al Pd. Se non si converge su un’elezione di quel tipo, come si può farlo sul resto? Ma c’è dell’altro: i frutti legislativi del Nazareno non sono buoni. Da quel patto sono nati la riforma del sistema elettorale e quella costituzionale (ancora da completarsi). Il primo è pessimo, la seconda prende l’impronta dal primo, unendovisi nel giudizio. Intanto il patto diede modo al governo Renzi di nascere, creando una positiva rottura a sinistra. È vero che da quel passo è nata la riforma del mercato del lavoro, buona anche se insufficiente, ma è anche vero che da lì discendono cose come i regali elettorali, in conto all’erario, e una non riforma della scuola che s’incarna nella promessa di 160mila assunzioni, ulteriore zavorra sulla spesa pubblica (in un Paese che ha più insegnanti per alunni della media europea). Nell’insieme: una ciofeca.

Eppure lo considerai con simpatia. E sarei propenso a ribadirla, sebbene con assai maggiore diffidenza. Scrivemmo allora: il Nazareno ha un senso se si allarga subito alle questioni economiche, perché quello è il campo in cui ci giochiamo il futuro. Non è mai successo. Continuiamo a crescere la metà dell’eurozona, accumulando ritardi che si tradurranno in pericolosi svantaggi. Le imprese che esportano fanno miracoli, ma in nulla sono diminuiti i pesi morti, mentre la pressione fiscale resta satanica e immutata la sua perversione ricattatoria e recessiva. La spesa pubblica è stata tagliata solo per quanto serviva a farla ricresce da altre parti. L’occasione offerta dalla Banca centrale europea, dal cambio e dal prezzo del petrolio è stata usata solo per raccontare panzane sulla ripresa, perdendola per il resto. Nel frattempo Renzi ha occupato tutto l’occupabile, producendo una nuova classe di boiardi che brillano per (presunta) fedeltà, ma somigliano troppo alle statue di sale: brillano come diamanti al sole, ma finiscono nei rivoli alla prima pioggia. L’incresciosa vicenda della Cassa depositi e prestiti non è la ciliegina sulla torta, ma l’asfissiante flatulenza prodotta dall’indigestione d’arroganza.

E allora: se la resurrezione saprà partire da queste cose, dai conti, dalla ricchezza che non cresce, dalla volontà di liberare le energie produttive e non dalla protervia di appropriarsene, che sia la benvenuta. Ma se si trattasse della riedizione del già visto, con inutili gargarismi costituenti, meglio essere chiari: la natura e lo spessore dei contraenti non può aspirare non dico ad agguantare risultati apprezzabili, ma neanche a dignitosamente cimentarsi con quella materia. Prima diano prova di serietà, impegnandosi al fianco dell’Italia che lavora e tira la carretta, dimostrando di non ritenerla un bue cui attaccare il trasporto dei propri bottini. Conosco la teoria nobile: occorre assicurare continuità al sistema istituzionale e fare argine alle ondate di dissennatezza qualunquista e propagandista. Vero. Ma se il patto risorto fosse come quello seppellito, non solo non infrangerebbe quei cavalloni, ma li renderebbe ancor più schiumanti. Basta guardare le infinite corbellerie dette e fatte sul tema dell’immigrazione. Non basta sostenere che chi soffia sul fuoco è un triviale irresponsabile, specie quando i presunti pompieri non sanno dove si trova il rubinetto, si fregano le scale a vicenda e a sirene spiegate si dirigono verso l’indirizzo sbagliato.

Autovelox e Italialentox

Autovelox e Italialentox

Davide Giacalone – Libero

L’Autovelox misura l’Italialentox, anzi: l’Italiamattox. Che per una multa si arrivi fino alla Corte costituzionale fa arricciare la bocca, in un sorriso. Che tocchi a quella Corte stabilire che gli apparecchi di misurazione della velocità debbano essere periodicamente controllati e calibrati fa arricciare il naso, nel sospetto che la notizia sia una bufala. Invece è vera. Che per fare cancellare una multa si debba passare per il prefetto, poi dal giudice di pace, quindi in Corte d’appello, ergo in Cassazione, per poi di qui approdare alla Consulta, fa corrugare la fronte, con ansiosa preoccupazione. In questa storia c’è il ritratto del perché questo è una Paese refrattario alle semplificazioni e perso nelle complicazioni.

Una signora, in quel di Mondovì, viene fermata da una pattuglia, che le contesta eccesso di velocità, provvedendo alla multa e al ritiro della patente. L’automobilista protesta, sostenendo di avere rispettato i limiti. Ricorre. Per faccende di questo tipo, bagatellari quanto altre mai, si sono creati giudici appositi, onde evitare che vadano a intasare il già infartuato sistema giudiziario. Che deve fare il prefetto, o, dopo di lui, il giudice di pace? Accertare che il verbale sia stato redatto in modo regolare, essendo a sua volta in regola l’apparecchio che rileva la velocità. Escluso (altrimenti la faccenda è più grave) che gli agenti della stradale abbiano motivi di personale ostilità avverso la donna al volante. Facile.

Facile un corno, perché nel Paese che non sa neanche di quante leggi dispone, tutto deve essere stabilito dalla legge. Razionalità vorrebbe che la legge autorizzasse l’uso dell’Autovelox, mentre un regolamento stabilisse come le pattuglie debbano collocarli e la loro centrale mantenerli e controllarli. A quel punto, come sopra, basta che il giudice accerti il rispetto del regolamento, o eccepisca circa le sue manchevolezze. In quel caso si cancella la multa e si corregge il regolamento. Ma qui mica siamo nel mondo razionale, viviamo in quello normomaniaco e ci vorrà il Parlamento. Siccome la legge, in questo caso il Codice della strada (articolo 45), stabilisce che alcuni apparecchi debbano essere periodicamente verificati (quelli nelle postazioni fisse, senza una pattuglia che faccia loro compagnia), mentre nulla dice sugli altri, il giudice ne deduce che gli Autovelox accompagnati non hanno mai bisogno di assistenza. Così ragionando se ne può dedurre che anche la vettura con cui si sposta la pattuglia non ha bisogno di alcuna manutenzione, se non quella periodica prevista dalla legge. Criterio applicando il quale tutte le nostre Forze dell’ordine sono destinate a spostarsi con l’autostop.

Ecco, per far valere questa banale ovvietà ci sono voluti cinque gradi di giudizio. Costo dell’operazione: alcune centinaia di volte il valore della multa. Paradossale? Questo è niente, perché ora tutti quelli che hanno ricevuto una multa per eccesso di velocità, e che non l’abbiano già pagata, non la vedranno annullare dall’ufficio competente, a sua volta consapevole che le macchinette non rispondono a quanto la Corte stabilì, ma dovranno fare a loro volta ricorso, suggerendo all’avvocato di allegarvi la sentenza costituzionale. Una straordinaria macchina capace solo di dilapidare ricchezza, pubblica e privata (facendo ricorso innanzi al pretore si rischia il raddoppio delle multa, mentre per accedere al giudice di pace, e successivi gradi, si paga il contributo unificato).

E dove lo mettiamo il gettito mancante, che ora produrrà ulteriore crisi nelle casse dei Comuni? Non avrei suggerimenti pubblicabili, ma faccio osservare che è da tempo invalsa l’abitudine di appostare le pattuglie mobili in coincidenza con cartelli indicanti limiti surreali di velocità. Su molte strade e su tutte le rampe rischi la vita, se provi a rispettarli, essendo probabile che un Tir ti pialli da tergo, procedendo al doppio dell’inchiodata impostati dal tondo impositore, sicché risulta più salutare rischiare la multa. I comuni lo sanno, quindi piazzano le macchinette esattrici poco oltre il segnale impalato e impalante. Tema succulento, nel regno del ricorso. Questa volta puntando alla Corte di Strasburgo.

La burocrazia frena la ripresa – Editoriale di Massimo Blasoni

La burocrazia frena la ripresa – Editoriale di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni – Metro

Nel 2010 in Italia si sono investiti in costruzioni 169,6 miliardi di euro. Quattro anni dopo, complice la crisi e soprattutto l’inasprimento della pressione fiscale sul comparto del mattone, gli investimenti in costruzioni si sono fermati a 138,9 miliardi con un calo in termini reali del 18%. I tempi necessari per ottenere un permesso di costruzione sono invece rimasti invariati a 233 giorni, un tempo record in Europa e che ci fa impallidire davanti ai 64 giorni della Danimarca.

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Il Governo Renzi ha fatto poco per le imprese – Il Giornale

Il Governo Renzi ha fatto poco per le imprese – Il Giornale

Massimo Blasoni – Il Giornale

Al di là del Jobs Act il governo Renzi ben poco ha fatto per sostenere il nostro sistema produttivo. Dove, si badi, per sostenere qui si intende essere messo in condizione di competere alla pari con i principali partner dell’Unione Europea. Eppure è evidente che la ripresa come l’occupazione sono legate al rilancio della capacità produttiva delle aziende. C’è da chiedersi perché il Governo comprenda così poco le ragioni dell’impresa. Da un lato è complesso attuare le riforme (liberalizzazioni, privatizzazioni, sburocratizzazione) di cui abbisognerebbe il Paese; dall’altro, ben pochi (certo non il Premier) vengono dal mondo dell’impresa. Due supposti  motivi, che però non rappresentano certo una scusante.

Ci sono Paesi che attraggono investimenti anche cercando di semplificare. Se crei una nuova impresa – questo è il ragionamento –  crei lavoro, tasse, dunque ti facilito. Da noi servono 233 giorni (fonte Doing Business) per un permesso di costruzione contro i 94 tedeschi o i 64 danesi e un imprenditore dedica alla burocrazia quasi il doppio del tempo che gli necessiterebbe nella maggior parte  degli altri paesi UE. Eppure un sistema di regole più semplice e minori tortuosità burocratiche, si tradurrebbero in sviluppo. L’indice di imprenditorialità – cioè la facilità di fare  impresa – ci colloca dietro tutti i nostri principali partner europei. Qualche volta sembra che una parte di paese lavori ed un’altra controlli producendo una montagna di carta e regole complicate.

Si è logorato anche il rapporto di fiducia tra Stato e Impresa. Le aziende anticipano, nel meccanismo dei saldi degli acconti, le imposte che dovranno l’anno successivo ma lo stato paga i propri fornitori quando vuole. La promessa del premier di saldare i debiti pregressi verso le imprese si è dimostrata vana. Nel 2014 il tempo medio di pagamento della pubblica amministrazione è stato di 144 giorni e si è completamente riformato il debito commerciale raggiungendo gli 67,1 miliardi di euro. Il livello delle nostre infrastrutture è assolutamente inadeguato, comprese quelle informatiche:  l’Italia è 47esima al mondo per velocità di connessione con una media di download di 5,2 Mega al secondo, contro i 9,9 del Regno Unito, i 12,7 della Svizzera e i 7,2 della Spagna.

E’ noto che il nostro carico fiscale ci colloca tra i Paesi più tassati del mondo, eppure la spesa pubblica che questo flusso di denaro nutre malgrado ogni sforzo continua a crescere: e purtroppo si incrementa la spesa corrente – stipendi, acquisto di beni e servizi-  mentre si riduce quella per investimenti. Tutto questo non soffermandoci sui maggiori costi che sopporta un’impresa italiana in tema di energia o di accesso al credito che ulteriormente frenano – lo dico da imprenditore –  la capacità di competere. Certo non invoglia gli investimenti un paese dove la soluzione delle dispute commerciali richiede mediamente 1185 giorni e dove inarrestabilmente legiferano Stato e Regioni, spesso in competizione tra loro. Una situazione complessa che richiederebbe interventi immediati che non ci sono stati. L’inazione non può più essere coperta da un paravento di slide. Forse anche per questo la luna di miele si è interrotta,  così come la fiducia verso il premier.

L’elefante renziano distruggerà la cristalleria dei risparmiatori

L’elefante renziano distruggerà la cristalleria dei risparmiatori

Davide Giacalone – Libero

È una rottura che avrà conseguenze, alcune delle quali non sembra siano state nemmeno considerate. Cambiando anticipatamente i vertici della Cassa depositi e prestiti, a seguito di un braccio di ferro condotto nell’opacità, di cui non si conoscono i contorni e motivato con «ragioni tecniche» che nessuno ha mai chiarito, si cambia non solo la natura di quella società per azioni, ma anche del rapporto intemo al capitalismo di Stato. I governanti, ora, non hanno solo il potere di nominare i vertici delle aziende e delle società pubbliche, ma anche quello di revocarli senza che ricorra nessuna delle ragioni previste dalla legge. Questo significa che il management di quelle aziende perde qualsiasi autonomia: o obbbedisce o viene messo alla porta. Il Caf (Craxi­Andreotti- Forlani) non ha mai avuto un simile potere: nominavano i vertici, magari suggerivano le cose da farsi, facevano pressioni, ma nel corso del mandato tutti i consiglieri d’amministrazione, presidente e amministratore delegato compresi, erano padroni di resistere e decidere di testa propria. Cosa avvenuta più volte. Quell’equilihrio è rotto. La legge è infranta.

Facciamo un esempio concretissirno e immediato: la Cdp recalcitrava a mettere i soldi nel Fondo salva aziende, perché attività estranea alla propria missione e, per certi aspetti, contraria al proprio statuto. Prima di essere destituiti, i vertici hanno deciso di «manifestare interesse». Si sono piegati a quel che il governo voleva, sono pronti a metterci un miliardo. Non è ancora la decisione di un investimento, ma ne è l’anticamera. Contemporaneamente manifestano interesse le Poste e l’Inail. Il governo s’è mosso su soggetti diversi, tutti subordinati, con vertici che hanno obbedito. A cosa serve il Fondo? A prendere partecipazioni in società che si ritengono promettenti, ma che hanno squilibri finanziari. A salvarle, insomma. In pratica rinasce non l’Iri, ma la Gepi (Gestione partecipazioni industriali). Peggio, perché l’Iri ebbe luci brillanti e ombre inquietanti, mentre la Gepi solo le seconde. Ebbene, dopo la lezione impartita ai vertici Cdp, quale autonomia avranno quelli del Fondo? Come potranno mai resistere alla pressione per salvare questa o quell’azienda? Come potranno agire con criteri di mercato, laddove il forcone dei politici è pronto a infilzarli? ln questo modo si crea un baraccone dispendioso, che userà soldi dei contribuenti per salvare sobbolliti di potenti, clienti, protestanti e appartenenti a cordate d’amici.

Altro esempio: Cdp era diffidente dall’investire nella rinazionalizzazione dell’llva. Facevano bene, perché rischia di essere un lancio senza paracadute. Ilva, infatti, al contrario di quel che si legge in giro, non era né in crisi né in perdita. C’è finita perché le inchieste giudiziarie, che imputano disastro ambientale, hanno usato il sequestro di beni e materiali per legare le mani all’azienda. Corne andrà a finire il processo lo vedrerrro qualche anno dopo che sarà cominciato, cosa non ancora avvenuta, ma già oggi sappiamo che: a. se è colpevole l’Ilva dei Riva lo era anche lo Stato; b. l’Ilva commissariata si finanzia anche con i soldi sequestrati ai Riva. Cosa succede se il processo dovesse ritenere infondate le accuse? Ipotesi che spero non si voglia escludere, se non altro per rispetto dei giudici. Cosa succede? Otre a rendere incredibile l’intera storia, si dovranno risarcire danni consistenti. Tanto più che la proprietà non era dei soli Riva e i loro soci non hanno ancora capito per quale motivo e sulla base di quale legge siano stati espropriati. Non è insensato, dunque, star lontani da una roba che se va male diventa una voragine e se va bene te la tieni senza guadagnarci. Anche su questo si sono genuilessi: sono pronti a entrare. Quel che è successo, inoltre, va assai olure la già vasta portata della sola Cdp, perché innesca altre trappole. Quando, domani, la Commissione Europea eccepirà che si tratta di un Fondo che agisce per il governo, dato che è finanziato e diretto da gente che obbedisce al governo e che, quindi, si tratta di aiuti di Stato, proibiti, cosa si farà? Si protesterà contro gli euroburocrati? Invece sarà colpa degli italoarroganti, che approntano strumenti italosconclusionati. È ragionevole che si voglia sapere cosa ha indotto i vecchi vertici a porsi proni. I termini economici della loro uscita. Che promesse sono state fatte. Cosa è stato concesso alle Fondazioni bancarie, che hanno usato la fregola governativa per porre il problema della rendita annua che traggono da Cdp e della fiscalità che subiscono. Se è vero che le azioni loro intestate possono essere trasferite al governo, mettendoci in un pasticcio infinito e costoso. Voler sapere è ragionevole. Ma la cosa più importante la sappiamo già. L’elefante è entrato in cristalleria. Inutile distrarsi con la scimmietta che porta in groppa.

Scaricare colpe sulla Ue? I profughi li abbiamo voluti noi

Scaricare colpe sulla Ue? I profughi li abbiamo voluti noi

Davide Giacalone – Libero

Di corbellerie ne sono state dette e fatte troppe. Si provi a presentarsi al Consiglio europeo del 25 giugno con proposte sensate. Sul fronte dell’immigrazione non possiamo giocarci né l’umanità, né la dignità e nemmeno la legalità. Si dovrebbe far la voce grossa quando si hanno le carte in regola, e s’è taciuto, invece si alzano i toni quando si è intellettualmente afoni.

Il problema è troppo serio per abbandonarlo ai branchi contrapposti di ipocriti buonisti e insensati cattivisti. Purtroppo le cose dette dai governanti, fin qui, non incarnano soluzioni possibili, ma manifestano il panico di chi parla al solo scopo di non mostrarsi ammutolito e disorientato. Anche il governo s’è iscritto al piagnisteo generale, sperando di potere scaricare sull’Europa le proprie colpe. È diventata una cantilena: sale il debito pubblico? L’Europa non ha politiche serie; non parte la ripresa? L’Europa conosce solo il rigore; sbarcano i disperati? L’Europa è egoista. Cantilena fessa assai.

Hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare. Il semestre europeo è stato sprecato per farsi fotografare, laddove il solo potere della presidenza di turno è quello di fissare l’ordine del giorno e convocare conferenze informali. Se ne è fatta una sull’immigrazione? No. Sono state fatte proposte percorribili? No. In compenso ci siamo autotruffati, adottando il vocabolario della confusione e chiamando “migranti” situazioni e soggetti diversi. Nel diritto si dividono in: richiedenti asilo, rifugiati che lo hanno ottenuto, immigrati economici con il permesso e clandestini. Riunirli sotto un solo vocabolo rende irrisolvibile la faccenda. Il problema non sono gli immigrati regolari, che si segnalano per integrazione e per positivo contributo alla crescita del prodotto interno lordo. Il problema è non sapere distinguere e frullarli con gli altri.

L’inizio della soluzione non consiste nello smontare il regolamento di Dublino (secondo cui i richiedenti asilo, quindi solo una parte del flusso, restano nel Paese d’approdo, fino al riconoscimento del diritto e alla loro finale destinazione), ma nel mettere il processo di distinzione, accoglienza o respingimento, in capo ad una comune amministrazione europea. Quello è l’obiettivo da raggiungersi. Non serve un manuale d’istruzioni, così come immaginato dalla Commissione Ue, serve la gestione comune. Senza la quale non ci sarà divisione di quote. O funzionerà male e per poco tempo (magari solo aspettando il ritorno del cattivo tempo e affidando alla meteorologia quel che la politica non sa fare).

Per gestire assieme è necessario che la terra su cui gli extracomunitari mettono piede non sia soggetta ad alcun diritto interno (italiano, spagnolo, greco o altro), ma risulti extraterritoriale rispetto a tutti. Non una zona nell’Ue, ma una a diretto governo Ue. L’immigrazione scatena reazioni, razionali e irrazionali, in tutto il mondo ricco, che talora ne è minacciato e più spesso se ne immagina minacciato, ma è ozioso e sciocco scambiarsi l’accusa di egoismo. Il solo effetto che si ottiene è far crescere l’antieuropeismo irragionevole, indebolendo la propria posizione nazionale. Ed è questa la più grave colpa di una classe dirigente inadeguata. Si accantonino questi argomenti, quindi, li si lasci ai bar e alle piazze, sapendo che il solo modo per combatterli è trovare soluzioni. Che sono: l’extraterritorialità e la gestione comune, con comune potere di accoglienza e respingimento.

Le altre trovate sono burlette, da disperati disperanti. Supporre di costringere le navi che salvano i naufraghi a portarli nel Paese di cui battono bandiera non è solo contrario al diritto della navigazione, ma anche al più banale buon senso (immaginate una nave canadese che fa rotta verso Suez e che, avendo salvato delle persone nel Canale di Sicilia debba portarle in Canada!). Lasciar correre furbate allocche, come quella dei permessi temporanei, per smentirle in pasticciato ritardo, è segno che oltre alla cravatta s’è persa anche l’idea di cosa sia un governo della Repubblica. Se l’obiettivo è quello di farsi dare dei buffoni, lo strumento individuato è efficace. E più si discute di tali scempiaggini, più ci si dimostra incapaci, più crescono il panico e le reazioni irrazionali. Foraggio per buonisti e cattivisti, ruminanti con due stomaci e punto cervello.

Gli studi che bocciano la strategia  di Renzi

Gli studi che bocciano la strategia di Renzi

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

È difficile comprendere perché il Governo Renzi – o, d’altronde, qualsiasi esecutivo deputato a governare l’Italia in questi anni – non ponga il nodo dell’aumento della produttività al centro delle proprie riflessioni e della propria azione. Oppure, quanto meno, come parametro essenziale per valutare le politiche istituzionali ed economiche settoriali. I documenti Istat sono chiarissimi, in particolare il Rapporto Annuale 2015 pubblicato meno di un mese fa: la produttività (comunque la si voglia definire) non cresce dal 1999 e dall’inizio della crisi nel 2007-2008 abbiamo perso un quarto del valore aggiunto nel manifatturiero, con la probabilità di non poterci ben presto più fregiare della palma di essere la seconda potenza industriale dell’Unione europea.

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Il martedì di Imu-Tasi: 12 miliardi e nell’83% delle città saldo a rischio rincaro – La Repubblica

Il martedì di Imu-Tasi: 12 miliardi e nell’83% delle città saldo a rischio rincaro – La Repubblica

Roberto Petrini – La Repubblica

Conto alla rovescia per il tax­Day sulla casa. Martedì 19,7 milioni di proprietari di prima casa e 25 milioni di proprietari di altri immobili saranno chiamati a pagare rispettivamente l’acconto Tasi e la prima rata dell’Imu. Un doppio prelievo fiscale che vale almeno 12 miliardi (9,7 di Imu e 2,3 di Tasi). La data rischia di essere un vero e proprio «martedì nero»: tra acconti e saldi Irpef, Ires e Irap e altro i contribuenti saranno chiamati a versare altri 38 miliardi.

Il costo medio della Tasi, secondo il consueto rapporto della Uil servizio politiche territoriali, sarà di 180 euro medi (90 euro da versare con l’acconto), ma se si prendono a riferimento le città capoluogo l’importo sale a 230 euro medi (115 euro per l’acconto), con punte di 403 euro. Cifre decisamente più alte per quanto riguarda l’acconto Imu sulle seconde case: il costo medio in questo caso è di 866 euro di cui 433 euro da pagare con l’accconto di giugno, con punte di 2.028 euro a Roma (1.014 euro l’acconto) e 1.828 euro a Milano (914 euro di acconto). Tra le città in cui l’acconto Tasi prima casa sarà «mini», la classifica vede in prima fila Asti (10 euro), seguita da Ascoli Piceno (23 euro) e da Crotone con 26 euro.

Le sorprese tuttavia non sono finite. Quest’anno non dovrebbe verificarsi il caos del 2014 quando si rimase nell’incertezza dell’aliquota in attesa delle delibere: si pagherà infatti con l’aliquota approvata dai Comuni per l’anno 2014.Tuttavia questo sollievo potrebbe essere solo apparente, perché i Municipi hanno tempo fino al 31 luglio per approvare i bilanci e le relative delibere Tasi- Imu: di conseguenza in sede di saldo, il 16 dicembre, potrebbe arrivare la «stangata» dell’aumento. Ad oggi infatti, secondo uno studio dell’Agefis, l’associazione dei geometri fiscalisti, solo il 16,5 per cento dei Comuni ha deliberato le nuove aliquote, il restante 83,5 per cento potrebbe riservare una sgradevole scoperta al contribuente. In pochissimi casi, a parte la virtuosa Valle d’Aosta che raggiunge un 81 per cento, nelle regioni italiane si trovano percentuali superiori al 20 per cento. Al Sud le delibere non raggiungono il 10 per cento. «Dove non c’è delibera non si possono dormire sonni tranquilli», dice Mirco Mion, presidente dell’Agefis.

La pressione fiscale sulla casa è comunque in crescita: secondo una rilevazione del Centro studi ImpresaLavoro il totale delle imposte che gravano sugli immobili sono cresciute rapidamente negli ultimi quattro anni, passando dai 38 del 2011 agli oltre 50 nel 2014. Si attende per il prossimo anno la più volte annunciata local tax: «Cambierà il nome, ma non la sostanza delle cose, bisogna rivedere le addizionali comunali Irpef, avverte Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil.