Tempo buttato

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Davide Giacalone – Libero

La lezione greca è chiara: sono stati buttati quattro anni. Il problema non è il contagio, ma l’infezione mai curata, solo lenita con farmaci sintomatici. La Banca centrale europea ha comprato tempo. I governi europei lo hanno sprecato. Quattro anni dopo siamo a chiederci: cosa succederà alle elezioni greche? Come all’inizio di questa storia. E come all’inizio la risposta legittima è una sola: i greci votano come pare a loro, se la cosa ha riflessi negativi fuori dai loro confini è perché i guasti strutturali dell’euro sono rimasti quelli che erano.

Tre cose le sappiamo, fin dall’inizio: a. se un debito nazionale non è sostenibile (come nel caso greco) o esagerato (come nel nostro), la moneta unica non fa da scudo contro il rialzo dei tassi d’interesse, perché proprio per metterne alla prova la tenuta i mercati li spingeranno verso l’alto, rendendo la situazione ulteriormente insostenibile; b. avendo accettato di avere dentro una stessa moneta dei debiti diversi, venduti a tassi diversi, non è pensabile che le democrazie resistano a una svalutazione forzosa e drammatica non della moneta, ma del tenore di vita interno a un Paese, per quanto tale svalutazione possa essere fondata e legittimata dalla pregressa dissolutezza; c. la soluzione, del resto, non può consistere nel trasferire ricchezza verso il Paese a rischio bancarotta, salvo portargliela via quale costo del debito stesso. Alla Grecia sono già stati dati 240 miliardi di euro, ma se solo si fa finta che quei soldi non dovranno essere restituiti, il che richiede l’applicazione immediata di politiche restrittive che aggravano la recessione, si ottiene il risultato che altri popoli d’Europa, altri elettorati, si domanderanno perché non ricevere il medesimo trattamento. O perché regalare soldi ai dissoluti. Se, all’opposto, si fa valere il principio della restituzione e del controllo sulle politiche del debitore, allora quel Paese perde immediatamente sovranità. Cedendola ad ambiti che non hanno nulla di democratico.

Questo è il vicolo cieco che vedemmo quattro anni fa. Conservatosi immutato. È evidente che le politiche proposte dalla sinistra antieuropea, in Grecia, sono bubbole populistiche, così come lo sono le parole d’ordine della destra di eguale conio, altrove per le lande europee. Ma gli elettori che alternative vedono? Per offrirle, e perché la politica torni alla razionalità, occorre che i due processi procedano di concerto: da una parte si cede (tutti) sovranità, dall’altra i debiti (di tutti) si federalizzano, almeno in parte. Se d’imboccare questa strada non si ha la forza, o la voglia, continueremo a buttare via il tempo, senza che la diga della Bce possa funzionare in eterno.

Dal primo di gennaio (non dal 13, data esistente solo nel dibattito italiano) la presidenza dell’Unione europea sarà affidata alla Lettonia. Lo stesso giorno la Lituania farà il suo ingresso nell’euro, festeggiando l’evento come una conquista e vedendo l’integrazione come un successo e una garanzia. Lettonia e Lituania! Basterà riflettere sul significato di quel giorno per rendersi conto che l’Europa degli ideali viaggia su un binario diverso da quello in cui procedono problemi e conflitti. Se i due binari non dovessero incontrarsi mai, l’Europa resterà un animale incompiuto. Se dovessero incrociarsi potrebbe esserci una pericolosa collisione. Questo è il problema da affrontare. Fin qui s’è solo rinviato. E mai come in questo caso è vero che il tempo è denaro.