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Gli ultra 64enni avevano 10 anni fa il 29% della ricchezza, adesso il 48%

Gli ultra 64enni avevano 10 anni fa il 29% della ricchezza, adesso il 48%

di Vittorio Pezzuto – Italia Oggi

Citata come un fiore all’occhiello del nostro sistema finanziario nonché come simbolo della laboriosità e della capacità di risparmio degli italiani, la ricchezza delle famiglie italiane viene trattata dallo Stato come un bancomat al quale attingere spesso e volentieri. Non deve quindi sorprendere se la crescita in termini nominali del volume delle attività finanziarie detenute sotto varie forme dalle nostre famiglie, pur tornando a crescere in maniera significativa, ha però segnato nell’arco di dieci anni una flessione dell’1,7%, registrando nel 2015 un totale di 3.986 miliardi rispetto ai 4.057 miliardi accumulati a fine a 2006. Nello stesso arco di tempo solo in Grecia è stata registrata una flessione superiore (-18,4%). Il dato emerge da un’analisi del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione dei dati di Banca d’Italia, Sistema Europeo delle Banche Centrali, Ocse ed Eurostat.

Dal 2006 al 2015 le famiglie di alcuni Paesi dell’Europa dell’Est hanno invece raddoppiato i volumi della loro ricchezza mentre quelle residenti in economie più mature hanno registrato incrementi netti comunque considerevoli. Rispetto a dieci anni or sono le famiglie tedesche sono ad esempio più ricche di oltre 1.300 miliardi (+31,6%), quelle francesi di oltre 1.200 miliardi (+31,9%) e quelle britanniche di 1.900 miliardi di euro (+30%). L’incremento in termini relativi risulta molto rilevante anche in Olanda (+55,9%, pari a 800 miliardi) e in Svezia (+72,6% ovvero 500 miliardi).

Lo studio della ripartizione geografica della ricchezza delle famiglie italiane negli ultimi 10 anni evidenzia una sua maggiore concentrazione nel Nord Ovest (scesa peraltro dal 35,2% del 2006 al 34,6% del 2014) e nel Nord Est (scesa dal 31,9% al 28,0%). Rimasta sostanzialmente stabile nel Centro (dal 21% al 21,5%), questa è invece aumentata al Sud (dall’8,5% all’11,2%) e nelle Isole (dal 3,3% al 4,7%).

Se si prendono in considerazione le differenti classi anagrafiche si può invece osservare come quasi metà della ricchezza sia posseduta dai nuclei con un capofamiglia over 64 (negli ultimi dieci anni si passa dal 28,9% al 47,9%). Questa decresce peraltro con l’abbassamento dell’età del loro capofamiglia: dal 24,5% per la fascia d’età 55-64 anni all’appena il 2,6% per le famiglie guidate da un soggetto under 34 anni. Un segno inequivocabile della difficoltà delle ultime generazioni ad accumulare risparmi.

«Oltre che per una sua crescita inferiore a quella dei principali altri Paesi europei, la ricchezza delle famiglie italiane preoccupa per la sua disomogenea distribuzione sia per area geografica sia per classe d’età del capofamiglia» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «A detenerne la metà in Italia sono infatti le famiglie del Nord e quelle guidate dagli over 64. Un’ennesima conferma di come le attuali politiche del lavoro non riescano a garantire un volano per la crescita economica del Meridione, penalizzando al tempo stesso le giovani generazioni, quasi sempre messe nelle condizioni di non poter accumulare risparmi».

Italiani impoveriti, le famiglie tedesche accumulano invece 1.300 miliardi in più

Italiani impoveriti, le famiglie tedesche accumulano invece 1.300 miliardi in più

di Antonio Grizzuti – La Verità

Per molti la crisi è considerata foriera di nuove opportunità. A giudicare dai dati di un’analisi del Centro studi ImpresaLavoro sembra che ciò non valga per il nostro Paese. Lo studio dimostra che le famiglie italiane sono ancora lontane dal livello di ricchezza posseduto nel 2006, un anno prima cioè che si scatenasse la grande recessione. Il rapporto, basato sull’elaborazione di dati di Banca d’Italia, sistema europeo delle Banche Centrali, Ocse ed Eurostat, prende in esame il livello delle attività finanziarie nel decennio 2006-2015. In questo periodo la ricchezza non immobiliare delle famiglie nel nostro Paese è calata dell’1,7% (circa 68 miliardi) rispetto alla soglia di 4.000 miliardi registrata alla fine del 2006. Peggio di noi è riuscita a fare solo la Grecia, che ha fatto registrare una flessione del 18,4%. Impietoso il paragone con gli altri stati presi in considerazione: «Nello stesso periodo di tempo», si legge nello studio, «le famiglie di alcuni Paesi dell’Europa dell’Est hanno invece raddoppiato i volumi della loro ricchezza mentre quelle residenti in economie più mature hanno registrato incrementi netti comunque considerevoli».

È il caso ad esempio delle famiglie tedesche, più ricche di oltre 1.300 miliardi di euro (+31,6%), di quelle francesi, cresciute di 1.200 miliardi (+31,9%) e di quelle britanniche con +1.900 miliardi (+30%). Notevole anche il risultato dell’Olanda (+55,9%, pari a 800 miliardi) e della Svezia (+72,6%, cioè 500 miliardi in più). Di fatto tutte le economie eccetto la nostra hanno scollinato la crisi e ripreso a correre più veloci.

La ricchezza rimane concentrata ancora al settentrione (62,6% se consideriamo la sommatoria di Nord ovest e Nordest), in calo però del 4,5% rispetto al 2006. Crescono invece il Centro (21,5%, in crescita dello 0,5%), il Sud (11,2%, +2,7%) e le Isole (4,7%, +3,3%). Colpisce il dato demografico: quasi la metà della ricchezza interessa i nuclei guidati da un over 64 (si va dal 28,9% del 2006 al 47,9% del 2014). La fascia dai 35 ai 44 anni è calata del 5,3%, quella 45-54 anni del 3,5%, mentre quella che va dai 55 ai 64 anni crolla di quasi dieci punti percentuali. «Citata come un fiore all’occhiello del nostro sistema finanziario nonché come simbolo della laboriosità e della capacità di risparmio degli italiani, la ricchezza delle famiglie italiane viene trattata dallo Stato come un bancomat al quale attingere spesso e volentieri» è il commento di Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. Blasoni si è detto preoccupato inoltre della distribuzione disomogenea della ricchezza, sia a livello territoriale che anagrafico.

L’erosione della ricchezza delle famiglie italiane ovviamente non finisce in banca ma aggredisce il mattone. Secondo i numeri del Mef, nonostante lo stock di immobili di proprietà delle persone fisiche sia aumentato di oltre due milioni di unità (56,354 milioni nel 2014 contro i 54,341 del 2011), il valore patrimoniale delle abitazioni è calato del 5,25%, passando da 6.015 miliardi di euro nel 2011 a 5.699 miliardi nel 2014 (dati tratti dai report “Gli immobili in Italia 2016 e 2017”). Trecento miliardi andati in fumo nel giro di un quinquennio, pari al 15% del prodotto interno lordo. Il mercato ha dato negli ultimi due anni qualche timido cenno di ripresa, ma stiamo ancora scontando il crollo dei prezzi e la conseguente diminuzione della ricchezza abitativa. La riforma del catasto, nell’aggiornare i valori degli immobili al rialzo, aumenterà le tasse rendendo ancora più leggero il portafoglio degli italiani.

I dati sulla povertà raccontano la dura realtà di un Paese cristallizzato e capace di affidare le speranze di ricchezza futura solo alle categorie del passato. L’unica categoria per cui l’incidenza di povertà relativa è diminuita è quella degli over 65, passati dal 12,2% del 2006 al 7,9% del 2016. Malissimo i giovani dai 18 ai 34 anni – in teoria la categoria che dovrebbe far da traino alle attività produttive – dove si è passati dal 10% al 14,6% nello stesso periodo. A livello internazionale il nostro paese si colloca tra gli ultimi della classe: quasi un terzo dei cittadini sotto i cinquant’anni sono a rischio povertà. Fanno peggio di noi solo la Grecia, la Bulgaria e la Romania.

Crescono le attività finanziarie delle famiglie italiane

Crescono le attività finanziarie delle famiglie italiane

Negli ultimi 10 anni, la crescita in termini nominali del volume delle attività finanziarie detenute sotto varie forme dalle famiglie italiane è tornata a crescere in maniera significativa, segnando però nel 2015 ancora una flessione dell’l,7% rispetto alla soglia di 4mila miliardi registrata a fine 2006. Il dato emerge da un’analisi del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione dei dati di Banca d’Italia, Sistema Europeo delle Banche Centrali, Ocse ed Eurostat. Nello stesso periodo di tempo le famiglie di alcuni Paesi dell’Europa dell’Est hanno invece raddoppiato i volumi della loro ricchezza, mentre quelle residenti in economie più mature hanno registrato incrementi netti comunque considerevoli.

Lo Studio della ripartizione geografica della ricchezza delle famiglie italiane negli ultimi 10 anni evidenzia una sua maggiore concentrazione nel Nord Ovest (scesa peraltro dal 35,2% del 2006 al 34,6% del 2014) e nel Nord Est (scesa dal 31,9% al 28,0%). Rimasta sostanzialmente stabile nel Centro (dal 21% al 21,5%), questa è invece aumentata al Sud (dall’8,5% all’11,2%) e nelle Isole (dal 3,3% al 4,7%). Se si prendono in considerazione le differenti classi anagrafiche, si può invece osservare come quasi metà della ricchezza sia posseduta dai nuclei con un capofamiglia over 64 (negli ultimi dieci anni si passa dal 28,9% al 47,9%). Questa decresce peraltro con l’abbassamento dell’età del loro capofamiglia: dal 24,5% per la fascia d`età 55-64 anni all’appena il 2,6% per le famiglie guidate da un soggetto under 34 anni. Un segno inequivocabile della difficoltà delle ultime generazioni ad accumulare risparmi.

L’Italia cresce meno di tutti, sul lavoro dati sconfortanti

L’Italia cresce meno di tutti, sul lavoro dati sconfortanti

di Massimo Blasoni – La Verità

I dati sulla nostra crescita nel 2017 paiono incoraggianti e anche le rilevazioni Istat sull’ultimo trimestre lo confermano. Il nostro +1,4% stimato su base annuale in fin dei conti non è poi così lontano dal dato tedesco e da quello francese. C’è ripresa, se pur timida, anche dell’occupazione e sono finalmente ripartiti gli investimenti privati. Sarebbe però sbagliato indulgere in facili ottimismi, soprattutto se compariamo questi dati con quelli del 2007, l’ultimo anno pre-crisi. Scopriamo infatti che l’accoppiata franco-tedesca ha da tempo un Pil reale ben superiore a quello di un decennio fa. Non è così per noi che, ahimè, stiamo ancora al di sotto di quella soglia. Anche la Spagna quest’anno ha superato i valori pre-crisi e ora restiamo i soli in Europa assieme a Grecia e Portogallo a segnare il passo. C’è poco da sorridere dunque.

Se consideriamo poi il Prodotto ai valori nominali, cioè comprensivi di inflazione, il quadro peggiora. Da noi quest’anno l’inflazione è all’1,2% contro una media europea che sfiora il 2% e questa modesta evoluzione dei prezzi rende ancora più pesante il rapporto debito/Pil. I dati sul lavoro sono forse più interessanti. È vero che aumenta l’occupazione nel Paese ma, comparati a 10 anni fa, i 66mila occupati italiani in più impallidiscono di fronte alla crescita tedesca che conta un incremento di 2 milioni e 800 mila occupati. Tra loro molti mini-job ma complessivamente un maggior numero di lavoratori che ha fatto crescere il tasso di occupazione tedesco al 74,7%, un risultato rilevantissimo. Il dato è rilevato da Eurostat che segnala nel periodo un forte incremento dell’occupazione anche nel Regno Unito e in Francia. Per noi il quadro si fa ancora più fosco se consideriamo che le imprese preferiscono ricorrere in una proporzione 80-20 alla somministrazione o ai contratti a termine piuttosto che instaurare un contratto a tutele crescenti: l’indeterminato insomma. E, inoltre, che la dinamica dei salari è pressoché stabile. Resta ancora molto da fare dunque per migliorare l’efficienza del nostro mercato del lavoro e della nostra economia. La ricetta liberale resta invariata: ridurre il perimetro dello Stato e l’enorme tassazione.

Il turismo è ancora un gallina dalle uova d’oro ma esistono due Italie

Il turismo è ancora un gallina dalle uova d’oro ma esistono due Italie

di Paolo Ermano* ed Elisa Qualizza** – Panorama

Il fenomeno del turismo di massa sta investendo molte città italiane, complici gli alti tassi di crescita sia sul fronte degli arrivi (rispetto all’anno precedente, nel 2015 si è registrato un più 6,6 per cento di stranieri) sia dei pernottamenti internazionali (più 17 per cento rispetto al 2010), per un giro d’affari intorno ai 35 miliardi di euro. Anche in questo settore esistono peraltro due Italie. Infatti, si procede in ordine sparso e ogni regione viaggia per conto proprio: chi con le sue agenzie di promozione regionale, chi affidandosi più o meno al caso. I turisti affollano sempre di più le città di interesse storico e artistico, scelte da uno straniero su due, e le località di mare (uno su cinque). E il top è il Nord-Est, capace da solo di raccogliere quasi il 50 per cento delle presenze straniere: parliamo di circa 83 milioni di pernottamenti e poco meno di 10 miliardi di euro concentrati in quattro regioni, di cui quasi la metà prodotti nel solo Veneto. Le quattro regioni del Centro si dimostrano invece la macro area più redditizia, con poco meno di 50 milioni di pernottamenti e quasi 11 miliardi di giro d’affari. Infine la Lombardia, che con le presenze straniere “fattura” all’incirca 6 miliardi. Queste nove regioni insieme raccolgono il 75 per cento dell’intero mercato. A tutte le altre, invece, restano le briciole.

Dal 2010 al 2015 le spese dirette a sostegno del turismo (dalla promozione alla costruzione e ammodernamento di infrastrutture alberghiere fino ai contributi per manifestazioni culturali, religiose o artistiche) sono state complessivamente pari a 6,6 miliardi di euro. Risorse che non includono le spese sostenute per beni di cui usufruiscono tutti (turisti e residenti): infrastrutture di trasporto, tutela del paesaggio nonché manutenzione dei luoghi d’arte e di vacanza. Nel 2015 la spesa media nazionale per il turismo è stata di 2,8 euro per ogni pernottamento, in ripresa rispetto al 2014: si va da 1 euro per pernotto speso dalla Toscana, ai quasi 2 euro del Veneto, fino ai 4 della Sardegna, gli 8 del Friuli Venezia-Giulia, per chiudere con la Basilicata che ne spende più di 10. Se nel periodo 2010-2015 l’Italia ha registrato un più 5 per cento di pernottamenti, la mappa dei risultati ottenuti appare tipicamente a macchia di leopardo: in quegli stessi anni, per esempio, il Piemonte ha ridotto la spesa di promozione del 50 per cento, ottenendo un più 11 per cento di pernottamenti; la Basilicata, invece, spendendo il 7 per cento in più ha registrato un più 22 per cento; in Calabria, poi, si è speso il 25 per cento in più con risultati pari a zero; il Friuli Venezia Giulia ha contratto la spesa del 5,5 per cento segnando addirittura un meno 9 per cento di pernotti. A riprova del fatto che per attrarre turisti non basta spendere, ma occorre farlo bene.

Quello del turismo è sicuramente un settore molto redditizio che però genera anche una moltitudine di costi economico-sociali difficili, se non a volte impossibili, da quantificare: quelli legati alla pulizia della città, alla gestione e smaltimento dei rifiuti, al mantenimento dell’ordine pubblico, alla prestazione di assistentenza sanitaria, per citarne alcuni. Uno degli esempi più eclatanti è quello di Venezia, che da anni soffre in maniera rilevante gli effetti del turismo di massa e che sta pagando il costo sociale dell’abbandono progressivo dei suoi stessi cittadini residenti (nel centro storico sono passati dai 175mila nel 1951 ai 55mila nel 2016). Nel 2015 la città lagunare ha infatti registrato 4,5 milioni di arrivi e 10,2 milioni di presenze: dati che non tengono nemmeno conto degli escursionisti (all’incirca il 75-80% dei visitatori), ossia coloro che visitano la città in giornata senza pernottamento. Per ovviare al preoccupante sovraffollamento della città (che genera degrado e mette a rischio l’integrità fisica dei luoghi) è stato più volte proposto di contingentare il numero di turisti, ad esempio con l’istituzione di un ticket a pagamento per prenotare l’ingresso in Piazza San Marco che limiti l’affluenza a circa 65mile presenze giornaliere.

Uno studio del Venice Project Center intitolato Impacts of Tourism. Analyzing the Impacts of Tourism on the City of Venice ha provato ad analizzare ricavi e costi, sia economici che sociali, del turismo in laguna. Parte dalla premessa che il settore turistico porta un ammontare considerevole di ricavi (hotel, ristoranti, mezzi di trasporto, biglietti dei musei) dei quali si stima che 397,4 milioni di euro rimangano alla città sotto forma di tasse raccolte. Tra i costi contabilizzati vanno invece considerati tanto la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti che ha un impatto annuo pari a 44,8 milioni di euro (questo è l’extra costo determinato dai soli turisti, a Venezia infatti si produce il doppio dei rifiuti a persona rispetto alla media della regione Veneto) quanto il costo dell’inquinamento, per un totale di 20,6 milioni (le emissioni di CO2 costituiscono una grave esternalità negativa, ma che al momento non determina un effettivo esborso di denaro). Inoltre, i danni creati ai canali dal moto ondoso connesso al trasporto marittimo potrebbero costare 8,9 milioni all’anno in termini di riparazioni. I costi totali – inclusi quelli ipotetici – si attestano quindi a 74,3 milioni annui. Anche non considerando gli ovvi benefici occupazionali indotti dal settore turistico, emerge quindi che i ricavi sono comunque di cinque volte superiori ai costi, rendendo così molto difficile prendere decisioni sulla limitazione dell’afflusso turistico. Qui come altrove, purtroppo, il bilanciamento fra esigenze abitative e turistiche non ha ancora trovato un suo equilibrio.

Va comunque detto che i Comuni dispongono di risorse proprie per far fronte a parte dei costi sostenuti per l’accoglienza. In particolare, la raccolta della tassa di soggiorno costituisce un buon indicatore della capacità di un territorio di spendere risorse generate dal turismo per migliorare l’attrattività del posto e, in generale, la qualità della vita dei cittadini residenti. Secondo un recente report commissionato da Federalberghi, il gettito raccolto nel 2015 dai Comuni attraverso questa imposta è stato pari a 415,6 milioni di euro: più 28 per cento rispetto all’anno precedente e più 166,4 per cento rispetto al 2012. Un dato che si spiega non solo con maggiori flussi turistici ma soprattutto con gli aumenti dell’imposta stessa e la sua applicazione in un numero crescente di Comuni. A incassarne più della metà a livello nazionale sono le grandi città d’arte come Roma (123 milioni di euro nel 2015, poco più di 100 nel 2016), Milano (61 milioni di euro nel 2015), Venezia (27,5 milioni di euro nel 2015) e Firenze (26,8 milioni di euro nel 2015). Il prelievo ammonta a una media di 1,63 euro a pernottamento ed è scaglionato in base alla categoria di alloggio.

Le risorse così raccolte dai Comuni appaiono quindi considerevoli e ulteriori introiti saranno attinti dal canale della sharing economy, a seguito della recente pubblicazione del decreto legge n. 50 del 2017 che obbliga anche le piattaforme di affitti brevi online a riscuotere l’imposta di soggiorno. Secondo le stime dell’Osservatorio nazionale Jfc ciò potrebbe portare ulteriori introiti per quasi 95 milioni di euro. Il report di Federalberghi Turismo e shadow economy ha censito ad aprile 2017 ben 214.483 alloggi disponibili in Italia su Airbnb, registrando un più 25,6 per cento rispetto al 2016. Secondo InsideAirbnb, sito indipendente che analizza i dati relativi alla piattaforma, a Venezia ci sono più di 6mila alloggi a disposizione (prezzo medio a notte: 130 euro), contro i circa 400 alberghi e le circa 3.300 strutture extralberghiere ufficiali. Colpisce che quasi il 70 per cento degli annunci siano ad opera di soggetti con più di un alloggio a disposizione (per sempio Rent It Venezia ne offre ben 81), trasformando di fatto la piattaforma in un’agenzia turistica non ufficiale che frutta in media circa 1.000 euro per alloggio al mese. Un discorso analogo si può fare per la Capitale. Sulla piattaforma sono stati censiti infatti più di 25mila alloggi per un prezzo medio a notte di poco inferiore ai 100 euro, va notato che anche qui oltre il 60 per cento degli annunci è riconducibile a soggetti con più alloggi a disposizione.

Ma come vengono impiegati concretamente gli incassi derivanti dalle tasse di soggiorno? Sempre secondo Federalberghi, il comune di Venezia nel 2014 ne ha destinato il 45 per cento al settore turistico, il 37 per cento alla tutela dei beni culturali e il restante 18 a quella dei beni ambientali. A Firenze queste percentuali sono state rispettivamente del 35,3, del 56,3 e dell’8,4. La classificazione delle spese è però spesso arbitraria e, analizzando le sottovoci, emerge come nel capoluogo toscano oltre tre quarti della quota apparentemente destinata al turismo sia in realtà costituita da «oneri di gestione del trasporto pubblico locale e dei servizi connessi». Roma, invece, impiega appena il 6 per cento degli incassi ai settori del turismo e dei beni culturali e ambientali, dedicando il restante 94 per cento a non meglio precisati impieghi generali di bilancio. Ben più virtuoso e mirato appare invece l’esempio di Milano, che nel 2014 ha destinato il 10,2 per cento del gettito della tassa di soggiorno allo sviluppo e valorizzazione del turismo mentre l’89,8 per cento è stato impiegato in attività culturali e interventi diversi sempre riconducibili al settore culturale.

*docente di Economia internazionale e ricercatore del Centro studi ImpresaLavoro

**ricercatrice Centro Studi ImpresaLavoro

IL PROBLEMA SIAMO NOI, NON I VIAGGIATORI

di Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Serve a poco continuare a dire che il turismo è il petrolio italiano se poi non ci si attrezza per un più efficace “sfruttamento” dei suoi giacimenti. Purtroppo manca ancora un approccio sistematico che offra ai grandi tour operator internazionali l’intero “pacchetto” Italia e supporti adeguatamente le singole realtà regionali. Il procedere in ordine sparso fa perdere opportunità preziose e soprattutto non aiuta a indirizzare in maniera intelligente il flusso turistico in tutta la penisola. Occorre inoltre che le città d’arte, che in alcuni casi devono sostenere costi ingenti per l’accoglienza internazionale, impieghino l’imposta di soggiorno per quello che è: una tassa di scopo i cui proventi non possono essere usati per ripianare partite di bilancio estranee alla tutela del patrimonio culturale e ambientale.

Lazio, record di spesa pubblica. Fa peggio solo la Valle d’Aosta

Lazio, record di spesa pubblica. Fa peggio solo la Valle d’Aosta

di Valerio Maccari – Il Tempo

Vola la spesa pubblica nel Lazio. Dal 2012 a oggi, infatti, in media lo Stato ha sborsato 13.684 euro per abitante della regione. È il dato più elevato tra le regioni italiane, secondo solo a quello della Valle d’Aosta dove, grazie allo statuto speciale e a un maggiore reddito medio della popolazione, la mano pubblica sborsa 15.731 euro per cittadino. La consistenza della spesa pubblica laziale è ancora più eclatante se si considerano le evidenti inefficienze dei servizi garantiti ai cittadini, dal trasporto locale alla sanità.

A elaborare la classifica della spesa pubblica pro-capite per regioni è il Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati ogni anno dalla Ragioneria Generale della Stato, conteggiando – oltre alle spese del bilancio statale – anche quelle realizzate nei vari territori di riferimento dai rispettivi enti locali, da Fondi alimentati con risorse nazionali e comunitarie, da Enti e organismi pubblici.

Nella classifica delle regioni così redatta, il Lazio è circondato da stagioni a statuto speciale: al terzo posto, infatti, c’è il Trento Alto Adige con 13.278 euro di spesa pro-capite, seguito a sua volta dal Friuli Venezia Giulia con 12.975. Le altre grandi regioni, invece, sono in coda: la Lombardia è ultima per spesa pubblica pro-capite (8.647 euro), preceduta dal Veneto (8.734 euro) e dalla Campania (9.082 euro). Se invece si passa a valutare l’incidenza della spesa pubblica rispetto al Prodotto interno lordo di ogni singola regione, la classifica si inverte: prima è la Calabria, con una spesa pubblica complessiva superiore ai due terzi del Pil; seguono la Sardegna (59,9%) e la Sicilia 56,55%).

«L’enorme differenza della quantità di spesa tra regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica: si spende tanto al nord quanto al sud. Va però considerata la sua qualità» osserva Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Prendiamo ad esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese anche se il costo pro capite è di poco superiore; per l’Istat di soli 130 euro annuali a cittadino: un’inezia. È solo un esempio che riafferma però un concetto ineludibile. Si tratta di spendere di meno ma anche e soprattutto di spendere meglio. Dal trasporto pubblico ai servizi postali troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Anche i costi della politica non sono uguali per tutti. Agli oltre 42 euro pro capite per il funzionamento degli organi istituzionali della Sardegna o ai quasi 32 euro della Sicilia fanno da contraltare Piemonte ed Emilia Romagna che si attestano attorno ai 5 euro annui».

Le Regioni che spendono di più

Le Regioni che spendono di più

di Vittorio Pezzuto – Italia Oggi

Restano tuttora vistose le differenze nella spesa pubblica pro capite sostenuta nelle singole regioni italiane. Valutando la media degli ultimi tre anni disponibili (dal 2012 al 2014) si scorge infatti quasi un abisso tra gli 8.647 euro annui pro capite spesi in Lombardia e i 15mila spesi in Valle d’Aosta o gli oltre 13mila spesi nel Lazio. Lo sottolinea il Centro studi ImpresaLavoro, che ha rielaborato i dati contenuti nel rapporto annuale in cui la Ragioneria Generale dello Stato analizza la dimensione e l’andamento della spesa consolidata nelle regioni italiane.

Occorre precisare che il perimetro considerato nella costruzione di questi dati non coincide con le competenze di queste ultime ma si allarga a  ogni importo sostenuto nelle singole regioni da qualsivoglia organismo pubblico: tiene insomma conto delle spese dello Stato (ad esempio quelle relative al pagamento delle pensioni, degli ammortizzatori sociali o gli oneri relativi alla sicurezza o al controllo dei confini), della Regione, degli altri enti locali e di ogni fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie. A restare esclusi dal calcolo sono invece gli oneri relativi al pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Osservando la classifica stilata da ImpresaLavoro, la regione con la spesa pubblica pro-capite più elevata risulta così essere la Valle d’Aosta, con 15.731 euro all’anno. Seguono il Lazio con 13.684 euro, il Trentino Alto Adige con 13.278 euro e il Friuli Venezia Giulia con 12.975 euro. In coda si collocano le regioni più grandi: la Lombardia è ultima per spesa pubblica pro-capite (8.647 euro), preceduta dal Veneto (8.734 euro) e dalla Campania (9.082 euro). La classifica cambia se si raffronta la spesa pubblica al Prodotto Interno Lordo che ogni singola regione produce. In questo caso le regioni con percentuale di spesa pubblica più elevata rispetto al Pil risultano la Calabria (66,15%), la Sardegna (59,9%) e la Sicilia (56,55%). In coda alla graduatoria troviamo invece le regioni più ricche del Nord: la Lombardia (dove la spesa pubblica pesa per meno del 25%), il Veneto (29%) e l’Emilia Romagna (30%).

«L’enorme differenza della quantità di spesa tra regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica: si spende tanto al nord quanto al sud. Va però considerata la sua qualità» osserva Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Prendiamo ad esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese anche se il costo pro capite è di poco superiore; per l’Istat di soli 130 euro annuali a cittadino: un’inezia. È solo un esempio che riafferma però un concetto ineludibile. Si tratta di spendere di meno ma anche e soprattutto di spendere meglio. Dal trasporto pubblico ai servizi postali troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Anche i costi della politica non sono uguali per tutti. Agli oltre 42 euro pro capite per il funzionamento degli organi istituzionali della Sardegna o ai quasi 32 euro della Sicilia fanno da contraltare Piemonte ed Emilia Romagna che si attestano attorno ai 5 euro annui».

Quelle Regioni unite dalla spesa

Quelle Regioni unite dalla spesa

di Massimo Blasoni – Panorama

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma resta un fatto che vi sono vistose differenze nella spesa pubblica pro capite sostenuta nelle varie regioni italiane. La spesa è in via generale alta e certamente va ridotta, se vogliamo creare le premesse per una ripresa dell’economia nazionale che non sia timida come quella attuale. Tuttavia, valutando la media degli ultimi tre anni disponibili, si scorge quasi un abisso tra gli 8.647 euro annui pro capite spesi in Lombardia e i 15mila spesi in Valle d’Aosta o i 13mila spesi nel Lazio. I valori sono tratti dal rapporto annuale della Ragioneria Generale dello Stato che analizza la dimensione e l’andamento della spesa consolidata nelle regioni italiane.

Il dato considera ogni importo sostenuto nelle singole regioni da qualsivoglia organismo pubblico, tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi: tutto insomma. Nella classifica dei più spendaccioni, dopo i già citati Valle d’Aosta e Lazio, seguono Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Sardegna. Tra le più parche, a far compagnia alla Lombardia ci sono il Veneto ma anche regioni del sud come Campania e Puglia che non superano i 10mila euro annui a persona. Verrebbe da dire che è meglio nascere in Trentino Alto Adige che nelle Marche, visto che le risorse pro capite disponibili sono del 50% superiori.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, insomma si spende sia al nord che al sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerare la qualità della spesa.

Prendiamo ad esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese anche se il costo pro capite è di poco superiore; per l’Istat di soli 130 euro annuali a cittadino: un’inezia. È solo un esempio che riafferma però un concetto ineludibile. Si tratta di spendere di meno ma anche e soprattutto di spendere meglio. Dal trasporto pubblico ai servizi postali troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Anche i costi della politica non sono uguali per tutti. Agli oltre 42 euro pro capite per il funzionamento degli organi istituzionali della Sardegna o ai quasi 32 euro della Sicilia fanno da contraltare Piemonte ed Emilia Romagna che si attestano attorno ai 5 euro annui. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali.

Insomma, ci sono regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo. Al di là di tutti i propositi di razionalizzazione della spesa degli ultimi governi ben poco si è ottenuto: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

Non salveremo il welfare (solo) con gli immigrati

Non salveremo il welfare (solo) con gli immigrati

di Gianni Zorzi, docente di Finanza dell’impresa e dei mercati e ricercatore del Centro studi ImpresaLavoro

Nel presentare alla Camera la Relazione Annuale dell’Inps, il presidente Tito Boeri ha sostenuto che chiudere le frontiere agli stranieri comporterebbe uno sbilancio dei conti del nostro welfare tale da richiedere «una manovrina ogni anno per ventidue anni», con un totale di 38 miliardi di euro di buco da coprire da qui al 2040. Il numero eclatante, frutto di una simulazione a cui l’Inps ha dedicato un’intera sezione del suo rapporto, rischia di creare però più confusione che altro nel più ampio dibattito in corso su accoglienza e integrazione degli immigrati.

In primo luogo, non va confuso il tema con quello degli sbarchi dal Mediterraneo e dei relativi costi dell’accoglienza, che secondo le ultime stime di ImpresaLavoro potrebbero avvicinarsi nel corso del 2017 alla quota dei 5 miliardi di euro, a tutto carico della fiscalità generale. Anzi, la relazione dell’Inps sottolinea in più punti i benefici ottenuti dalla regolarizzazione dei rapporti di lavoro, promossa anche con gli interventi normativi del 2002 e del 2012: il punto allora non sarebbe l’apertura o chiusura delle frontiere, ma la possibilità di incanalare concretamente il flusso di migranti sui binari della regolarità lavorativa in luogo della clandestinità e del sommerso. La stima dei 38 miliardi si fonda infatti esclusivamente sul rapporto tra i contributi che i lavoratori regolari versano all’ente negli anni di attività e le prestazioni che dallo stesso riscuotono in un secondo momento, ovvero negli anni di quiescenza, con particolare riferimento agli assegni pensionistici.

Proprio per le dinamiche previdenziali del nostro sistema, a ripartizione e orientato al contributivo, bisogna sempre tenere a mente che i versamenti dei lavoratori rivestono una duplice funzione: nel breve periodo quella di garantire, mese per mese, il pagamento degli assegni agli attuali pensionati, e nel lungo quella di costituire il montante che fungerà da base di calcolo per la pensione propria.

Se ci riferissimo al ciclo di vita intero dei contribuenti stranieri, persino il 2040 risulterebbe un orizzonte troppo ravvicinato: è la stessa Inps che ammette che al di là di quella data i numeri andrebbero aggiustati per considerare il progressivo incremento delle prestazioni, ovvero del sempre maggior numero di pensioni che verrebbero liquidate agli stranieri. A meno che non si ipotizzi che il flusso di giovani lavoratori stranieri continui a ritmo incessante e che la speranza di vita di quelli residenti risulti inferiore a quella media degli italiani su cui si calcolano le pensioni. È pur vero che la popolazione straniera residente in Italia, secondo gli ultimi dati Istat (2016), è arrivata all’8,3 per cento e dunque è cresciuta di oltre quattro volte rispetto a ciò che risultava a inizio millennio.

Tra le principali economie dell’Europa, l’Italia è quella che ha visto crescere il dato in misura maggiore, superando nel contempo la Francia (poco più del 6 per cento) e arrivando a un passo dal 10 per cento della Germania e della Spagna. Risulta ancora più evidente, dunque, che ancora per molti lustri il numero di pensionati stranieri dovrebbe essere di gran lunga inferiore a quello dei rispettivi contribuenti. Secondo i numeri ufficiali, da noi ci sono oltre due milioni di lavoratori migranti, in larga parte dipendenti (82 per cento), con un trend stabilizzatosi negli ultimi dieci anni; in costante aumento figurano invece gli autonomi (che hanno quasi raggiunto la quota di 400mila unità), mentre in lieve riduzione da tre anni, dopo un primo boom, risultano i lavoratori domestici. Prevalgono comunque in ogni categoria gli extracomunitari, per una quota di circa 1,6 milioni di lavoratori ovvero il 70 per cento del totale.

Il reddito medio pro-capite dichiarato è considerevolmente inferiore a quello degli italiani (circa un terzo in meno) ed è condizionato inizialmente anche da un numero minore di ore lavorate. Le entrate che garantiscono ogni anno alle casse dell’Erario corrispondono tuttavia a quasi 11 miliardi di contributi previdenziali e a 7 miliardi di Irpef, secondo quanto risulta nell’ultimo Rapporto sull’immigrazione della Fondazione Moressa. Molto più incerte sono invece le stime sulle uscite di spesa pubblica al netto delle pensioni che, come ribadito, al momento sono limitate.

Approfondendo le dinamiche degli iscritti all’Inps, si scopre che ogni anno una quota vicina al 6 per cento dei lavoratori stranieri (oltre 100mila l’anno) abbandona il posto di lavoro in Italia ed è rimpiazzata da nuovi “entranti”, a un ritmo che negli ultimi anni si è però ridotto, complice con ogni probabilità la crisi e la conseguente ridotta appetibilità della nostra economia rispetto ad altre dell’Unione Europea.

L’età invece risulta sempre più bassa tra i nuovi entranti (con un aumento sensibile degli under 25), ma complessivamente in aumento tra i residenti, ed è legata – si legge nel rapporto – alle normali dinamiche di invecchiamento della popolazione. In altre parole, continuiamo a importare forza lavoro in prevalenza giovane, mentre nel contempo gli stranieri residenti iniziano (lentamente) a maturare una propria anzianità contributiva. Tutti quanti però ancora per un bel pezzo contribuiranno a pagare gli assegni agli italiani prima di incassare quelli di propria competenza.

A quel punto, però, il pericolo dei mancati incassi contributivi dagli stranieri dovrebbe corrispondere a una riflessione di stampo più puramente demografico nonché occupazionale. Il problema infatti si porrebbe nel solo caso in cui gli italiani non riuscissero a sopperire al “gap” di forza lavoro mancante nelle ipotesi di mancato afflusso di stranieri, che l’Inps ha quantificato in 140mila nuove unità all’anno: una cifra non spaventosa se rapportata, ad esempio, ai livelli attuali di disoccupazione del nostro paese.

Sotto questo punto di vista, dunque, appaiono ben più pertinenti le riflessioni sulle tematiche che coinvolgono il potenziamento delle politiche per la famiglia e per la natalità, la crescita e l’occupazione, possibilmente senza dimenticare il fattore di equità intergenerazionale che dovrebbe guidare l’ampio settore della previdenza pubblica: tematiche peraltro trasversali rispetto alla nazionalità del contribuente.

LO “SBILANCIO” PREVIDENZIALE

di Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

L’affermazione di Boeri che a salvare i conti in perdita dell’Inps con i loro versamenti contributivi siano gli stranieri è fuorviante. Il tema centrale​ è semmai quello dei contributi silenti, che colpisce in egual misura lavoratori italiani e non. Si tratta infatti di versamenti che non sono sufficienti a maturare alcun trattamento previdenziale se versati per un periodo inferiore ai 20 anni di lavoro e che l’Istituto si guarda bene dal restituire. Se Boeri ne rendesse noto l’ammontare emergerebbe un paradosso intollerabile. Quello per cui ad alcuni capita di versare “a vuoto” i contributi senza maturare alcun diritto alla pensione mentre moltissimi altri, come è noto, incassano ogni mese un assegno previdenziale largamente superiore ai contributi versati nel corso della propria attività lavorativa: un frutto avvelenato lasciatoci in eredità da chi ha applicato in maniera generosa e irresponsabile il sistema retributivo, mettendo a rischio la tenuta del sistema previdenziale.

Gentiloni ripensa alla giustizia civile. Fa bene, ci costa 14 miliardi

Gentiloni ripensa alla giustizia civile. Fa bene, ci costa 14 miliardi

di Sarina Biraghi – La Verità

Non solo inasprimento delle pene e intercettazioni. Al momento dell’insediamento, lo scorso dicembre, il presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva chiesto ai ministri una lista con le cose da fare, confermando di fatto gli impegni già assunti dal governo. A cominciare dalla riforma della giustizia, «prioritaria», apparsa fin da subito come il passaggio più delicato per la tenuta della maggioranza. Basti ricordare che l’Associazione nazionale dei magistrati in segno di protesta per il «mancato adempimento degli impegni politici assunti da parte del governo» su pensioni e trasferimenti dei magistrati aveva disertato la tradizionale inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione. Alla voce giustizia, oltre alla riforma del processo penale, tanto atteso, c’erano provvedimenti molto importanti come il diritto fallimentare, il codice civile, la riforma del sistema penitenziario e quella del processo civile in funzione di una maggiore efficienza.

Questo provvedimento contiene deleghe, come quella per la riforma del tribunale delle imprese, l’istituzione del tribunale della famiglia, oltre a tante norme per razionalizzare la procedura dal primo grado (introducendo di regola il rito semplificato di cognizione nelle cause di competenza del giudice monocratico) a quello di Cassazione. Del disegno complessivo di riforma faceva parte il riordino organico del sistema di istituti di risoluzione alternativa delle controversie ma anche il portale unico per le vendite immobiliari, dopo la sperimentazione finita a giugno. Un pacchetto non indifferente ma che Gentiloni vorrebbe portare completamente a buon fine, considerando tramontata la fine anticipata del suo governo e confermato il supporto del ministro della Giustizia Andrea Orlando che pure, come primo provvedimento, ha pensato alle unioni civili. Eppure è proprio la «non giustizia» italiana ad avere un costo oltre che un mancato guadagno che frena la nostra economia e ci rende “diversi” dal resto d’Europa.

Una ricerca del centro studi ImpresaLavoro ha tentato di quantificare l’impatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività per gli investimenti esteri, la nascita o lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario. Ridurre le cause pendenti per numero di abitanti e portarle al livello della media europea potrebbe generare afflussi extra dall’estero per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil, cioè tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui: il doppio dell’attuale.

Un altro contributo alla crescita potrebbe arrivare riducendo di un quarto i tempi dei Tribunali perché di per sé potrebbe aumentare il tasso di natalità delle imprese, cioè far crescere il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno: una volta e mezza il tasso attuale. Il dato positivo sarebbe ancora più evidente se i tempi si dimezzassero, portandosi dunque alla media europea: la stima in questo caso varia tra le 192.000 e le 240.000 nuove imprese all’anno in più rispetto ai ritmi correnti. Se si potesse raddoppiare la velocità dei Tribunali ci potrebbe essere una crescita della dimensione delle nostre imprese per circa l’8,5% in media, come stimato anche da Banca d’Italia.

Benché riferiti al 2014, i dati della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa mettono in luce come l’Italia sia in una posizione piuttosto arretrata nelle varie classifiche internazionali. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2 milioni e 758 mila processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750 mila scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti.

In termini comparati, i 532 giorni medi necessari per le sentenze di primo grado sono sostanzialmente il doppio rispetto alla media europea e, andando avanti, da noi servono quasi 3 anni in media per gli appelli e altri 3,5 per i giudizi in Cassazione. Lungaggini e inefficienze che penalizzano anche i movimenti di denaro: con la rapidità dei giudizi e la riduzione degli arretrati si sveltirebbero i tempi di pagamento tra imprese, con tutti i relativi effetti in termini di maggiore liquidità in circolazione, minor numero di insolvenza e minore disoccupazione.

Anche i tempi e i costi di recupero dei crediti sono direttamente collegati all’efficacia della giustizia e ciò dovrebbe far riflettere sul problema della valorizzazione e dello smaltimento della montagna di crediti deteriorati accumulati dalle banche. Diversi studi hanno esaminato il legame tra tempi della giustizia, costo dei finanziamenti e loro disponibilità presso il canale bancario: secondo le relazioni più significative, raggiungere il livello medio Ue nei Tribunali potrebbe aprire l’opportunità di nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,7% rispetto all’attuale, con innegabili benefici per il mercato del lavoro e quindi l’occupazione.