Il «cuneo finanziario» che pesa sull’impresa

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Marco Onado – Il Sole 24 Ore

Cullati dall’abbondante liquidità, i mercati finanziari internazionali continuano ad essere improntati all’ottimismo e assorbono (anche considerando il calo di ieri sulle Borse europee) le cattive notizie che vengono dai venti di guerra sullo scenario internazionale o da un quadro macroeconomico ancora deludente, soprattutto in Europa. Lunedì l’indice S&P500 ha superato quota 2000, mentre in Europa i tassi dei titoli pubblici si mantengono sui minimi degli ultimi tre anni. Ma questi segnali positivi non devono far dimenticare i molti punti critici che riguardano la finanza delle imprese, soprattutto italiane.

La crisi ha messo a nudo e anzi aggravato i tradizionali punti deboli della struttura finanziaria del nostro mondo produttivo e quindi rischia di mantenere, o addirittura aumentare, il ritardo delle nostre imprese rispetto ad altri Paesi, creando un vero e proprio “cuneo finanziario” che si aggiunge a quello fiscale, già di per sé preoccupante. Guardando ad esempio ai dati della Bce sul costo medio dell’indebitamento delle imprese, si osserva che a luglio le imprese italiane pagavano per il breve termine un tasso superiore a quelle di Francia, Germania e Spagna compreso fra 1,68 e 0,31. Il differenziale per i tassi a lungo termine risulta inferiore, ma siccome il nostro è il Paese in cui è più diffusa l’indicizzazione ad un tasso a breve per i prestiti a medio termine (e anche questo è un problema), il primo spread è quello che conta.

La ricerca economica sugli effetti della crisi sulla finanza delle imprese europee è ormai vasta e ha raggiunto risultati che si possono considerare non controversi. Uno di questi, ribadito nel numero di luglio del Bollettino della Bce è che le nostre piccole e medie imprese, cioè i due terzi del mondo produttivo, rispetto a prima della crisi hanno visto aumentare sia il differenziale rispetto ai tassi delle grandi imprese del Paese (per l’Italia questo spread, fatto pari a 100 il 2006, è circa 150) sia i tassi per i nuovi prestiti alle piccole e medie imprese. Mentre in Germania e Francia questi tassi sono oggi inferiori di circa 1,5 punti rispetto al 2006, l’Italia registra un incremento di quasi mezzo punto.

L’articolo della Bce ci avverte che ci sono motivazioni fondate: un’analisi econometrica dimostra che esiste una correlazione molto stretta fra i punti critici della finanza d’impresa e gli ostacoli ad ottenere credito. Le imprese con alto grado di indebitamento, con alto livello di oneri finanziari e bassi profitti sono quelle penalizzate. E ancora una volta è l’Italia (insieme alla Spagna) che risulta svantaggiata rispetto a Germania e Francia. Basta questo per capire quanto sarebbe sterile, prima ancora che ingiusto, prendersela solo con le banche che negano credito e/o lo fanno pagare troppo caro. Intendiamoci: il credit crunch è stato causato anche da fattori di offerta, cioè da comportamenti riconducibili alle banche. Anche qui esiste ormai un’ampia evidenza, in gran parte merito di ricerche della Banca d’Italia, che dimostra che le banche più deboli, in termini di patrimonio e/o di struttura della raccolta sono quelle che hanno stretto in modo più deciso e indiscriminato i cordoni della borsa. E se si potesse mettere fra questi fattori di debolezza anche i prestiti “di sistema” nazionale o locale, i risultati sarebbero ancora più robusti.

L’azione di vigilanza della Banca d’Italia, ora in collaborazione con la Bce, sta gradatamente risolvendo i problemi delle banche e con la ormai imminente pubblicazione dei dati sulla qualità dell’attivo di bilancio e sulla robustezza patrimoniale in condizioni di stress, le condizioni dovrebbero decisamente migliorare, soprattutto per le banche italiane. Rimane però il problema di mettere finalmente mano ai problemi di fondo della finanza delle imprese. Le tanto attese operazioni della Bce condizionate alla concessione di nuovi prestiti rischiano di essere frenate proprio dalla (comprensibile) riluttanza delle banche a concedere prestiti ad imprese finanziariamente fragili, magari privilegiando investimenti delle imprese di carattere finanziario, meno aleatori ma privi praticamente di effetti dal punto di vista produttivo. Lo stesso vale per le annunciate operazioni di securitisation a favore di piccole e medie imprese che dovrebbero essere utilizzate per accedere alle capaci tasche della Bce, risolvendo i problemi di liquidità delle banche. Un’iniziativa di grande rilievo, ma per la quale imprese finanziariamente fragili rischiano di trovare la porta sbarrata.

In altre parole, bisogna evitare di guardare a Francoforte per risolvere problemi che sono di carattere esclusivamente nazionale. Ammesso che il paese dei balocchi esista, non si trova certo in Germania. È vero che in Italia molte iniziative sono state varate e rafforzate nel corso del tempo dagli ultimi governi: dalle garanzie pubbliche agli strumenti alternativi di finanziamento per piccole e medie imprese. Ma il ritardo da colmare è troppo grande per ritenere che questi passi, pur nella giusta direzione, siano sufficienti a portare l’Italia ad avvicinare gli altri grandi paesi e in particolare la Francia che su questo terreno si è sempre mossa con notevole lungimiranza. Diversamente da altre, questa è una riforma che impegna non solo il governo, ma le parti interessate, cioè banche e imprese. E’ ormai tempo che entrambe capiscano che la competitività internazionale, prima ancora che la ripresa economica, richiede menu finanziari ben più sofisticati del solo credito a breve di cui entrambe si sono finora nutrite.