Il governo gioca d’azzardo sul disastro dei conti

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Renato Brunetta – Il Giornale

Prima presa d’atto di un disastro da tempo annunciato e per troppo tempo esorcizzato nella speranza di un improbabile miracolo. È il quadro che emerge dalla nota di aggiornamento del DEF, nei suoi dati essenziali. Per le ulteriori specifiche, che hanno comunque un valore rilevante, dovremo aspettare il varo definitivo del documento. Al momento top secret. Ma quello che è stato approvato dal Consiglio dei ministri di ieri è sufficiente per tracciare un quadro a tinte fosche dell’economia – e della società – italiana. Che fa naufragare ogni ottimismo di maniera.

Cominciamo dal dato della crescita, anzi della de-crescita. All’inizio della sua avventura (aprile 2014) Matteo Renzi aveva previsto, per l’anno in corso, un aumento del PIL dello 0,8%. Se le nuove previsioni saranno confermate, chiuderemo con una caduta dello 0,3%. E quindi una differenza rispetto al dato iniziale dell’1,1%. Dobbiamo dare atto a Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, di aver resistito alla tentazione di giocare con le cifre. Almeno per il 2014, dove il rischio di un’immediata smentita era molto più forte. La nuova previsione approssima quella dell’OCSE, che indicava per il 2014 una caduta dello 0,4%.

Con la stessa franchezza, tuttavia, diciamo che non ci convince l’ipotesi che per il prossimo anno, il 2015, l’economia italiana, in assenza di un forte cambiamento della politica economica, possa crescere dello 0,6%. Bene che vada, il semplice abbrivio porterà ad un valore che è pari alla metà, con la conseguenza di spingere il deficit, che nelle previsioni già balla pericolosamente sul baratro del 2,9%, oltre la soglia canonica prevista dalle regole di Maastricht. Risultato poco invidiabile: visto che è dal 2012 (Governo Monti) che non riusciamo ad abbassare quella febbre. Sintomo vistoso delle contraddizioni strutturali – soprattutto la bassa produttività – dell’economia italiana. Finora ci ha salvato la rivalutazione contabile del PIL che ha ridotto di 0,2 punti di PIL quel valore. Ma si tratta di un evento irripetibile.

La dimostrazione di quest’assunto è nelle previsioni circa l’andamento del debito, che in rapporto al PIL è previsto scendere da un’iniziale 134,9% del PIL al 131,6%. Con una flessione di oltre 3 punti. Un’evidente stonatura, che ha solo una giustificazione contabile. In percentuale il debito scende, ma solo come effetto della revisione statistica del PIL. Non per merito della politica economica del governo. Tutt’altro. Le nuove regole europee (Sec 2010) hanno regalato a tutti i Paesi una rivalutazione dei precedenti valori, includendo nei nuovi calcoli tra l’altro le attività illegali (dalla prostituzione al traffico di droga), che per l’Italia è stata pari al 3,8%. In valore assoluto qualcosa come 58 miliardi. C’è poi da aggiungere che con riferimento al debito pubblico, pur nel quadro ottimistico appena tracciato, è previsto l’ennesimo aumento: dal 131,6% nel 2014 al 133,4% nel 2015.

Qualche settimana fa Wolfgang Munchau, dalle colonne del Financial Times, prospettava l’ipotesi di una inevitabile crescita del rapporto debito/PIL italiano al 150%: l’anticamera del suo default, con conseguenze drammatiche sulla stessa tenuta dell’euro. Le proiezioni realistiche di quel rapporto indicano che quel rischio non è da sottovalutare. Dovrebbero spingere il Governo ad accelerare sul fronte delle privatizzazioni, secondo quanto previsto dalla legge di stabilità varata dal Governo Letta, in cui si prevedevano interventi per 10 miliardi all’anno, per l’intero triennio. Di quel programma è stato realizzato solo una minima parte: più o meno un decimo. Alla fine dell’anno mancano pochi mesi e forse qualcosa si può ancora fare. Ma occorre recuperare, rapidamente, il tempo perduto.

Perché è così importante soffermarsi sul problema del debito? Le regole europee impongono ai Paesi, condizionati dal peso eccessivo di quel fardello, procedure di rientro, che sono misurate dall’andamento del deficit strutturale di bilancio. Quest’ultimo dovrebbe essere compreso tra lo zero e meno 0,5. Per il 2014 il DEF aveva previsto una soglia dello 0,6, contestata dalla Commissione europea, secondo la quale quel valore era pari allo 0,8 per cento. Ancora maggiore lo scarto nelle previsioni per il 2015: 0,1 da parte del Governo e 0,9 da parte della Commissione. In simili circostanze, i Trattati prevedono un aggiustamento pari allo 0,5 % del PIL (circa 8 miliardi di manovra).

Il Consiglio dei Ministri ha invece fatto orecchie da mercante, prevedendo esplicitamente un “rallentamento nel percorso di avvicinamento”. L’aggiustamento sarà solo dello 0,1 per cento. Ipotizzando (i conti senza l’oste), altresì, l’ulteriore rinvio di un anno (non più il 2016 come originariamente previsto, ma il 2017) nel conseguimento dell’obiettivo di medio termine. Una nuova scommessa, all’insegna del moral hazard. Profezia fin troppo facile, almeno a giudicare dalle reazioni immediate del portavoce del Commissario agli affari economici dell’Ue, Jyrki Katainen, il grande falco che vigila sugli adempimenti dei trattati. Che l’Italia rispetti le raccomandazioni della Commissione, dove non c’era traccia dell’assenso al rinvio del pareggio del bilancio per il 2016. Figuriamoci se il “rallentamento del percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine” al 2017 (un anno ancora dopo) – come recita pudicamente il comunicato di Palazzo Chigi – potrà fargli cambiare idea.