Sul Jobs Act Renzi ha dimostrato di essere un politico navigato

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Sergio Soave – Italia Oggi

L’iniziativa messa in atto da Matteo Renzi sulla riforma del lavoro sembrava destinata a infrangersi sugli scogli delle intransigenze filosindacali di una parte consistente del gruppo democratico e delle simmetriche rigidità del Nuovo centrodestra, che ha bisogno di dimostrare di essere influente sulle scelte più delicate. Per giunta la materia è abbastanza scivolosa, perché per esempio basta allargare i casi discriminatori coperti dal reintegro obbligatorio a una fascia ampia di licenziamenti disciplinari, e si torna di fatto alla situazione precedente, mentre, dall’altra parte, la definizione degli incentivi per le assunzioni dei giovani se non sono ben calibrati rischiano di mortificare strumenti che sono risultati assai utili altrove, come l’apprendistato, senza compensazioni adeguate. La scelta di una delega ampia è lo strumento adeguato, ma perché non venga appesantita da emendamenti che ne delimitano troppo le potenzialità, è indispensabile imporre una disciplina di voto alla maggioranza con una richiesta di fiducia che ha due effetti coincidenti, imporre alla minoranza democratica che non è orientata a una scissione un voto favorevole e evitare un vistoso appoggio determinante di Forza Italia, che farebbe apparire irrilevante il contributo di Ncd. Renzi è riuscito a manovrare abilmente e sembra che alla fine otterrà proprio questo risultato, rinviando poi alla stesura delle norme delegate la discussione vera sugli aspetti più complessi della riforma del lavoro.

Questo fatto conferma che il premier sa utilizzare con consumata maestria gli strumenti politici di partito per poi trasferirne gli effetti nel confronto parlamentare, che non è affatto rozzo o inesperto come viene dipinto (e ama egli stesso farsi dipingere). La vera debolezza risiede nella capacità di affrontare nel merito i nodi che imbrigliano l’economia e la società italiane, e sarebbe utile che chi ha le competenze necessarie le impiegasse per aiutare non il governo ma il Paese che oramai sembra boccheggiare in attesa di qualche innovazione reale che ristabilisca un minimo di fiducia. Se le rappresentanze delle parti sociali, i tecnici dell’economia e del diritto, i commentatori capaci di incidere sull’opinione pubblica, perderanno questa occasione di essere utili, anche con richiami critici naturalmente purché attinenti alle difficoltà reali, rischiano di finire anch’essi nell’irrilevanza. Da questo punto di vista l’atteggiamento rissaiolo della Cgil, isolata dagli altri sindacati del lavoro e dell’impresa che cercano punti di contatto e di dialogo, è un gran brutto segno per la sinistra sindacale.