L’amaca

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Michele Serra – La Repubblica

L’articolo 18, ben al di là dei suoi meriti e dei suoi demeriti, è diventato il capro espiatorio dello scontro finale (inevitabile) tra il mondo del posto fisso e quello della mobilità. Che nel primo ci fossero più garanzie per chi lavora e nel secondo di meno, è perfettamente vero. Ma che il secondo possa sentirsi più garantita grazie all’articolo 18, è abbastanza falso. Lo stesso concetto di reintegro, mettendo l’accento, più che sui diritti violati, sul posto di lavoro inteso quasi come ‘luogo di residenza’, evoca un assetto del lavoro precedente 1’attuale.

È piuttosto convincente quello che scrive (sul Post) Ivan Scalfarotto: in Inghilterra il concetto di reintegro non esiste, ma in caso di licenziamento per ragioni discriminatorie la legge ha la mano molto pesante con il datore di lavoro riconosciuto colpevole. Certo, la la giustizia è veloce e la discriminazione (razziale, religiosa, politica, sessuale) è colpa grave. Da noi il lavoratore licenziato per ingiusta causa rischia di restare a casa senza stipendio e in attesa di una sentenza e di un risarcimento economico che arriveranno dopo anni. Ma mettere mano alla precarietà, alla disoccupazione, alla sottoccupazione è davvero tutt’altra materia rispetto a un provvedimento bandiera nato quando si licenziava per cacciare dalle fabbriche i sindacalisti e i comunisti. Ora dalle fabbriche è stata cacciata una generazione quasi al completo, e la vera ‘ingiusta causa’ è la fuga dei capitali dal mondo della produzione, è la morte del lavoro. Non riguarda più solamente le ‘avanguardie di classe”. Riguarda tutti.