L’Italia è come l’URSS, solo un collasso potrà trasformarla

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Edoardo Narduzzi – Italia Oggi

Il premier si era illuso di poter sistemare il ciclo economico mettendo in tasca agli italiani con redditi medio-bassi 80 euro in più al mese. Ma, quando le aspettative volgono verso la deflazione, non sono gli stimoli di questo tipo, come insegna bene il Giappone, a fare la differenza. Se dopodomani o tra un mese, grazie alla deflazione, potrò comprare a prezzi migliori, allora non spendo oggi ma rinvio la decisione. Matteo Renzi con gli 80 euro ha vinto le elezioni europee ma ha anche, inconsapevolmente, attivato un pericoloso moltiplicatore della deflazione. E adesso con il pil inchiodato in area 0% di crescita e la Bce che non stamperà moneta per venire incontro al problema della deflazione italica, Renzi deve iniziare a occuparsi delle riforme che i mercati e gli investitori si attendono e a breve: mercato del lavoro e art.18; liberalizzazioni delle municipalizzate; abbattimento del cuneo fiscale per rilanciare l’occupazione; una vera e seria spending review; tagliadebito.

Ora l’Italia e i suoi Btp sono ancora una volta nel mirino della speculazione e delle tastiere dei trader internazionali, proprio come nell’estate del 2011. Con due differenze importanti: che stavolta sotto attacco ci sarà solo l’irriformabile Italia e che lo spread non dovrà più schizzare a quota 500 per metterci in ginocchio. Già in area 230/240 scatterà l’allarme rosso che segnalerà i 100 punti base di differenza tra i Bonos di Madrid e i Btp.

Insomma la situazione è molto critica. Soprattutto perché l’Italia dei governi a ripetizione, nessun paese dell’eurozona in crisi ha cambiato quattro governi dal luglio 2011 a oggi come il Belpaese, segnala al resto del mondo che non è riformabile. L’Italia, vista da Londra o da Singapore, appare come un clone dell’Urss. Un sistema pieno zeppo di rendite, più o meno privilegiate, che si sono divorate il bene comune e l’interesse nazionale e che sono più forti, nel loro essere lobby, di qualsiasi tentativo riformista. Le palesi e pubbliche contestazioni dei dipendenti della camera al loro presidente, reo di aver deciso un tetto di 240 mila euro lordi (più i contributi pensionistici dell’8,8%) alla retribuzione, sono l’immagine più plastica della resistenza delle rendite al cambiamento. Un burocrate che ha vinto un concorso e che già guadagna molto di più del governatore della Fed Usa, Janet Yellen, trova ingiustificato che il suo stipendio venga equiparato a quello del presidente della repubblica. Come ai tempi dell’Urss, quando la nomenklatura aveva ogni diritto sulle tasse e i beni altrui. E allora, al pari dell’Urss, solo un collasso sistemico, uno shock esterno definitivo, potrà far arrivare l’Italia nella terra promessa delle riforme. Il percorso poteva essere meno traumatico, ma adesso è bene prepararsi al terremoto.