Ora la partita si sposta a Roma

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Carlo Bastasin – Il Sole 24 Ore

Si sapeva che la partita decisiva sulle sorti economiche e politiche dell’area euro si sarebbe dovuta giocare tra Francia e Germania e il momento è arrivato. Di questa partita l’Italia è molto più di uno spettatore interessato. Da dieci anni, da quando entrambi violarono le regole fiscali, i due maggiori paesi europei hanno visto divergere le loro economie e ciò ha reso difficile la gestione della politica economica europea. Diverse politiche di bilancio, austere in Germania e dispersive in Francia, hanno reso problematico un impegno comune nonché un coordinamento con la politica monetaria. Da un anno e mezzo è cresciuta anche la divergenza politica. Sarkozy aveva nascosto la divergenza accettando un ruolo pubblico ancillare alla cancelliera tedesca; Hollande ha fatto della critica alla Germania un elemento di identità politica.

La divaricazione tra Parigi e Berlino minaccia la tenuta della costruzione europea, come dimostra l’imbarazzo in cui è calato il processo di nomina dei nuovi commissari, in un’inedita architettura che vede il socialista francese Moscovici costretto a prendere decisioni sulla politica di bilancio dei paesi euro solo col gradimento di un altro commissario, il vicepresidente Valdis Dombrowskis, un lettone considerato un severo alfiere del rigore. Le elezioni europee avevano già squilibrato il baricentro europeo a svantaggio di Parigi. Ora le vicende attorno alla Commissione Ue dimostrano che il confronto avviene in un momento in cui la Francia è politicamente molto più debole.

Annunciando obiettivi di bilancio in violazione degli accordi, Parigi ha alzato il costo politico dello scontro anche per Berlino. Il problema è che sul breve termine Parigi ha ragione, l’economia europea si è fermata e soffre di un grave vuoto di politiche di sostegno alla domanda, ma sul lungo termine le ragioni di Berlino sono più forti. Nessuno vede in questo momento la possibilità di riconciliare due ragioni che si contraddicono in assenza di un’adeguata sintesi politica.

La partita sul breve termine si gioca sugli obiettivi di bilancio dei prossimi anni. Il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha presentato un piano di bilancio che azzera il deficit nel 2015 e fino al 2018, non escludendo un surplus. Prevedendo la crescita all’1,5%, sopra il livello potenziale, Berlino non fa altro che rispettare il Patto di stabilità. La sfida francese è giunta con l’annuncio del ministro Sapin che il disavanzo salirà al 4,4% e non scenderà sotto il 3% fino al 2017. Parigi aveva già mancato l’obiettivo del 3% nonostante una duplice estensione dei termini concessa dalla Commissione. Sapin ritiene che la debolezza dell’economia giustifichi l’allentamento della politica di bilancio. A livello aggregato dell’euro-area, Parigi ha certamente ragione, la debolezza viene sottovalutata da Berlino, ma qui purtroppo di aggregato c’è ben poco.

Se i due paesi avessero presentato le due manovre insieme, come se appartenessero a un bilancio comune, l’effetto netto sarebbe stato positivo e credibile. Un disavanzo sopra il 2% in Francia-Germania sarebbe stato un segnale accettabile per l’euro area. Ma anziché accordarsi, i due governi hanno fatto il contrario. Schäuble ha escluso violentemente che Berlino possa corrispondere alle invocazioni dei partner europei, dell’Fmi e della Bce in favore di una politica espansiva che dimostri che anche Berlino fa la sua parte nel coprire il vuoto di domanda di cui soffre l’euro area. Sapin da parte sua ha tolto credibilità al coordinamento delle politiche di bilancio annunciando una violazione unilaterale dei patti. Sarebbe bastata un po’ di cooperazione politica per ribaltare questo pasticcio che erode le fondamenta dell’euro-area, e rappresentarlo come un successo.

La ragione per cui ciò non avviene è che divergono le visioni di fondo. In questo caso Berlino ha uno straboccante arsenale di motivi per sentirsi nel giusto. Il tasso di crescita dei due paesi dall’inizio dell’euro è stato simile, ma a differenza della Germania, la Francia non ha saputo agganciarsi all’economia globale: ogni anno il saldo commerciale aggiunge lo 0,6% al Pil tedesco, ma sottrae lo 0,2% a quello francese. La crescita francese dipende per l’1,7% dalla domanda interna, (0,8% per la Germania), quindi da consumi, salari e trasferimenti spesso a carico dello Stato. Così si spiega la divergenza sia nei costi del lavoro sia nel debito pubblico che in Francia tende a crescere senza sosta. Schiacciate da costi e tasse, le imprese francesi hanno dovuto aumentare la leva finanziaria per fare investimenti e rimanere profittevoli, ma il risultato è altro debito e una disoccupazione doppia rispetto a quella tedesca. Senza l’allineamento ai tassi tedeschi, lo Stato e le imprese francesi non sopravviverebbero. Questo rende le politiche della Bce l’ultima istanza per tenere insieme l’intera euro area a costo di surrogare la mancanza di intesa politica.

La scelta dell’Italia deve tener conto del cattivo equilibrio tra Parigi e Berlino. Sul breve termine sta prevalendo la tentazione di inseguire la Francia con il rinvio degli impegni di bilancio, ma sul lungo è ancora da dimostrare che ci stiamo allineando alla posizione tedesca. In assenza di intese tra Francia e Germania, grava interamente sull’Italia l’onere di dimostrare che si può intervenire mediante riforme strutturali a tutto campo e con un orizzonte temporale adeguato a sostenere gli investimenti.