Quell’articolo 18 è il simbolo di un’anomalia

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Bruno Vespa – Il Mattino

Matteo Renzi ha un obiettivo chiave. Dire ai rappresentanti europei riuniti l’8 ottobre a Milano per il vertice sul lavoro che l’Italia sta facendo finalmente i compiti a casa. Per questo vuole che il Senato approvi la delega sulla riforma dello Statuto dei lavoratori. Approvare una legge delega non significa tuttavia aver tolto le garanzie dell’articolo 18 della vecchia legge per i nuovi assunti e per un periodo limitato. Dice infatti l’emendamento del governo a un vecchio testo ancora più generico: “previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”. Che significa? Tutto e niente. È solo una cornice, com’è appunto una legge delega. I contenuti dovranno esservi inseriti dal governo con un provvedimento autonomo che non dovrà essere approvato dal Parlamento, ma solo inviato per un parere non vincolante.

Il cuore dell’articolo 18 è il reintegro nelle stesse funzioni del lavoratore licenziato senza giusta causa. La volontà del governo è di sostituire il reintegro con un indennizzo economico proporzionato agli anni di lavoro, garantendo al lavoratore un’assistenza e una possibilità di reimpiego assai più efficaci della vecchia cassa integrazione. Ma questa per ora è soltanto una intenzione. Le polemiche degli ultimi due giorni stanno montando per evitare che l’intenzione venga attuata. Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato per il NCD e già ministro del Welfare di Berlusconi, sostiene che l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti e per tre anni è cosa fatta. Cesare Damiano, già ministro del Welfare di Prodi, e leader dell’ala CGIL del Pd dice che non se ne parla. Giuliano Poletti, ministro del Welfare di Renzi, dice che c’è tempo per parlarne. E ieri Deborah Serracchiani, vice segretario del Pd, ha dichiarato: “Nel testo attuale, il contratto a tutele crescenti non contiene la previsione della reintegra, ma questo non vuol dire che non possa contenerla nelle prossime versioni”. Come dire: non preoccupatevi, abbiamo scherzato.

Dinanzi a questo scenario, Matteo Renzi non può pretendere che i suoi colleghi europei si fidino delle promesse italiane. Siamo convinti che lui voglia portare a compimento l’opera in modo davvero innovativo. È vero che il reintegro forzoso nel posto di lavoro riguarda ogni anno soltanto qualche migliaio di lavoratori. Ma è un simbolo: e la politica, nel bene o nel male, vive anche di simboli. Il reintegro è sostituito in tutti i principali paesi europei da una compensazione economica. E nessuno dei tecnici che hanno scritto le leggi è stato ammazzato come Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona e Marco Biagi, né vive scortato da anni come Pietro Ichino e Maurizio Sacconi, che di Biagi fu la sponda politica.

Un’anomalia italiana dovrà pur finire un giorno se vogliamo passare dall’inferno al purgatorio. Renzi ha detto che se entro la fine di ottobre la legge delega non sarà approvata, il governo procederà con un decreto legge. Ma il decreto è peggio della de lega, perché dovrà essere convertito dalle Camere, mentre per 1 attuazione della delega è sufficiente un atto del governo. È possibile perciò che si arrivi a un nuovo voto di fiducia, perché Renzi non può permettersi di far passare la legge con il voto decisivo di Forza Italia. Ma poi che cosa si scrive dentro la delega? La confusione è grande sotto il cielo. E noi abbiamo un disperato bisogno di chiarezza. Renzi pure. Anche a costo di affrontare uno sciopero generale.