La sveglia di Draghi per la politica

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Jean Pisani Ferry – Il Sole 24 Ore

I banchieri centrali vanno spesso fieri di essere noiosi. A eccezione di Mario Draghi. Due anni fa, a luglio 2012, il presidente della Banca centrale europea colse tutti di sorpresa annunciando che avrebbe fatto «whatever it takes», ovvero qualsiasi cosa, per salvare l’euro. L’impatto fu grande. In questi giorni Mario Draghi ha approfittato del simposio annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, per lanciare un’altra bomba. Il suo discorso stavolta è stato più analitico, ma non meno ardito.

1) Il governatore della Bce ha preso posizione nel dibattito in corso sulla risposta politica più adeguata per far fronte all’attuale stagnazione dell’eurozona. Draghi ha sottolineato che, oltre alle riforme strutturali, bisogna sostenere la domanda aggregata e che il rischio di fare «troppo poco», supera quello di fare «troppo».
2) Draghi ha confermato che la Banca centrale europea è pronta a fare la sua parte per stimolare la domanda aggregata e ha parlato del quantitative easing, la politica di acquisto di bond, come strumento necessario in un contesto in cui le aspettative inflazionistiche sono scese sotto l’obiettivo ufficiale del 2 per cento.
3) Suscitando la sorpresa dei più, Draghi ha aggiunto che c’è spazio per una posizione fiscale più espansionistica nell’eurozona in generale. Per la prima volta, il governatore ha affermato che l’eurozona ha sofferto per l’insufficienza e l’inefficacia delle politiche fiscali di Usa, Regno Unito e Giappone attribuendolo non agli elevati deficit pubblici preesistenti, ma al fatto che la Bce non potesse fare da cuscinetto finanziario ai governi e risparmiare alle autorità fiscali la perdita della fiducia del mercato. Inoltre, ha auspicato un dibattito fra i membri dell’euro su una politica fiscale unitaria dell’eurozona.

Draghi ha infranto tre tabù in un colpo solo: 1) Ha fondato il suo ragionamento sul concetto eterodosso di un mix politico che combina misure monetarie e misure fiscali. 2) Ha parlato esplicitamente di una politica fiscale comune quando l’Europa ha sempre ragionato solo su base nazionale. 3) La sua affermazione secondo la quale impedire alla Bce di agire come prestatore di ultima istanza comporta uno scotto elevato – rendendo vulnerabili i governi e riducendo il loro spazio fiscale – contraddice il principio secondo il quale la Banca centrale non deve sostenere il prestito ai governi.

Il fatto che Draghi abbia scelto di sfidare l’ortodossia, in un momento in cui la Bce ha bisogno di sostegno per le proprie iniziative, fa capire quanto sia preoccupato per la situazione economica dell’eurozona. Il suo messaggio è che il sistema politico, così come funziona attualmente, non è adatto alle sfide che si prospettano all’Europa, e che sono necessari ulteriori cambiamenti politici e istituzionali. Ora resta da vedere se – ed eventualmente come – questo coraggio a parole si tradurrà in un’azione politica. Ci sono sempre meno dubbi sui benefici del quantitative easing da parte della Bce, quella misura che è stata a lungo considerata come troppo “non convenzionale” per essere contemplata, ha gradualmente guadagnato consensi. A livello operativo sarà difficile da attuare perché la Bce, a differenza della Federal Reserve, non può contare su un mercato obbligazionario unificato e liquido, e la sua efficacia resta incerta. Ma con buona probabilità si farà.

Al tempo stesso ci sono pochi dubbi sul fatto che la politica fiscale non soddisferà le aspettative di Draghi. In Europa manca una visione comune su una politica fiscale e il cuscinetto che la Bce potrebbe offrire agli Stati sovrani può essere concesso solo ai Paesi che s’impegnano ad adottare una serie di politiche negoziate. Persino questo sostegno condizionato nel quadro del programma di Outright monetary transactions (Omt) della Bce è stato osteggiato dalla Bundesbank e dalla Corte costituzionale tedesche. L’iniziativa di Draghi su questo fronte andrebbe così interpretata non solo come un’esortazione a passare all’azione, ma anche e forse ancora di più, come un’esortazione a riflettere sull’approccio futuro della politica europea. La questione è la seguente: come può l’eurozona definire e attuare una politica fiscale comune senza avere una politica di bilancio comune?

L’esperienza internazionale mostra che il coordinamento volontario serve a poco. Quanto è accaduto nel 2009 è stata una rara eccezione; crolli come quello seguito alla bancarotta di Lehman Brothers – così improvvisi, nefasti e fortemente simmetrici – si verificano una volta in decine e decine di anni. All’epoca, tutti i Paesi si sono trovati praticamente nella stessa situazione e tutti hanno condiviso la stessa preoccupazione che l’economia globale potesse scivolare in una depressione. Oggi il problema dell’Europa, per quanto serio, è diverso: un significativo sottogruppo di Paesi non ha uno spazio fiscale in cui muoversi e non sarebbe così in grado di sostenere la domanda. E, anche se la Germania sta andando molto meglio di tutti ed è dotata di uno spazio fiscale, non intende usarlo a beneficio dei suoi vicini di casa. Se deve essere intrapresa un’azione fiscale congiunta, occorre mettere in atto un meccanismo specifico per farla partire. Si potrebbe pensare a una procedura decisionale congiunta che, in alcune condizioni, prevedesse l’approvazione del Parlamento nazionale e di una maggioranza di Paesi membri (o dal Parlamento europeo) per le normative sul bilancio.

Oppure si potrebbe pensare a un meccanismo ispirato ai permessi di deficit negoziabili immaginati da Alessandra Casella della Columbia University: ai Paesi verrebbe concesso un permesso sul debito, ma sarebbero liberi di negoziarlo. Un Paese che mira a registrare un deficit minore potrebbe così decidere di cedere il suo permesso a un altro che intende registrarne uno più elevato. In questo modo sarebbe raggiunta la soglia comune prevista pur venendo incontro alle preferenze nazionali. Qualsiasi meccanismo del genere pone una serie di domande, ma il fatto che sia l’autorità responsabile dell’euro a sollevare la questione fa capire come l’architettura della moneta comune sia ancora in divenire. Pochi mesi orsono, erano tutti d’accordo sul fatto che fosse ormai superato il momento di ripensare l’euro e che l’eurozona avrebbe dovuto convivere con l’architettura ereditata dalle riforme attuate con la crisi. Ora non è più così. Potrebbe volerci del tempo prima di raggiungere un accordo e prendere delle decisioni, ma il dibattito riprenderà. E questa è una buona notizia.