Ue e conti pubblici, cosa rischia l’Italia

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Oscar Giannino – Il Mattino

Si chiama Excessive Imbalance Procedure, procedura contro gli squilibri eccessivi, ed è il rischio che concretamente corre l’Italia di Renzi. Si era capito già all’esordio del neo presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, quando ruvidamente aveva risposto a Renzi «io non sono a capo di una banda di burocrati, forse lui sì». In Italia ormai va di moda sui media e nei dibattiti pubblici ostentare indifferenza e battutacce all’Europa e alle sue richieste, considerate da tanti assurde, o addirittura braccio armato di una Germania da Quarto Reich. In realtà, da anni siamo noi italiani a prendere in giro noi stessi – visto quel che paghiamo, sempre di più – ed è un abile gioco di ruolo dei politici farci credere chela colpa sia degli altri. Vediamo perché, in tre punti.

È una sorpresa, la nuova richiesta europea? No, non lo è affatto, a meno di fare i fìnti tonti. Renzi è bravo a giocare sul tavolo della comunicazione, ma sui numeri meglio stare attenti. La Commissione Europea aveva chiesto già al governo Letta una correzione pari allo 0,2 prima e poi allo 0,4% di Pil della manovra per il 2014, e l’Italia ha fatto finta di non sentire. La Commissione ce l’ha richiesto quando il governo Renzi ha approvato il Def di aprile. E l’Italia ha fatto finta di non sentire. I mesi son passati senza corposi interventi sulla spesa pubblica (ricordate che il bonus 80 euro è un aumento di spesa da quasi 10 miliardi, non un taglio alle tasse).

Il ministro dell’Economia Padoan nel corso dell’estate ha maturato un’idea alla quale ancorare la giustificazione del rinvio degli impegni italiani: la contestazione del metodo con cui la Commissione Ue valuta il Pil potenziale. Maggiore è la diminuzione, peggio è persino rispetto alla recessione del Pil reale, perché significa che si faticherà di più a riprendere il sentiero della crescita. Un’idea forse giusta. Che però doveva essere messa apertamente al centro del confronto sul tavolo europeo, presentandola a maggio-giugno alla vecchia Commissione Barroso. Invece no, l’Italia ha fatto la furba, ha tirato fuori questa sua autogiustificazione solo con la nota di aggiornamento del Def di aprile, approvata lo scorso 30 settembre. Ed è a quella nota, e a questa maniera tutta italiana di fingersi vittime dell’incomprensione altrui e di inventarsi da soli un criterio che non è stato prima condiviso con altri, che la vecchia Commissione Barroso e la nuova Juncker reagiscono dicendo «non ci siamo». Ora restiamo in attesa dell’esame che la Commissione sta facendo della legge di stabilità in quanto tale, e il responso è atteso per il prossimo 24 novembre.

Che cosa rischiamo? Non una procedura d’infrazione vera e propria, quella che scatterebbe con un avviso a modificare la legge di stabilità, che se non fosse ascoltato potrebbe tradursi in una vera e propria messa in mora con tanto di accantonamento di una sanzione pari fino allo 0,5% del Pil, deposito infruttifero che entro un biennio potrebbe andare perduto se il paese in violazione persistesse nel far orecchio da mercante. La procedura contro gli squilibri eccessivi si riferisce ai rischi sistemici che dalle condizioni di un paese europeo possono venire a tutti gli altri. Noi abbiamo semplicemente troppo debito pubblico per giocare col fuoco.

Da una parte insieme alla Germania siamo il paese in cui i contribuenti, troppo proni al volere della politica, hanno fatto il maggior sforzo europeo, pagando di tasca propria avanzi primari superiori all’equivalente attuale di 600 miliardi dal 1992 a oggi. Dall’altra però la politica ha accelerato fino a pochissimo tempo fa sulla spesa pubblica, e il debito sale, sale, continua a salire anche adesso che l’Italia rinvia al 2016-2018 il più dello sforzo necessario a farne iniziare la discesa. E quando si dice il più dello sforzo, si tratta della bellezza di 30 miliardi di nuove entrate aggiuntive. Che questo governo prevede come clausola di salvaguardia negli anni 2016-2018, con l’aumento delle accise e dell’IVA fino al 25%.

La Commissione fin qui non ha aggiornato le stime dell’ulteriore saldo pubblico migliorato che potrebbe chiederci (dopo i 6 miliardi che il governo ha già dovuto modificare di minor deficit, rispetto alla prima versione della legge di stabilità), anche se è facile fare il conto. Col criterio del Pil potenziale europeo, invece di quello autoctono forgiato al Tesoro, ci potrebbero chiedere quasi un punto di Pil di nuove tasse o tagli di spesa, per il 2015. Non avverrà. Il punto è un altro. La Commissione fa osservazioni puntute proprio sulla richiesta venuta da Renzi. È stato il premier italiano a dire sin dall’inizio del suo governo: cara Europa, io mi impegno su riforme energiche, e in cambio di queste, che produrranno stabili miglioramenti della crescita potenziale prima e di quella reale poi, tu fammi uno sconto. Bruxelles e Berlino, a differenza di quanto scrivono molti ciechi, hanno sposato tale richiesta. Solo che la Commissione osserva che le tante riforme annunciate stentano, quella sul lavoro dalla legge delega senza ancora decreti delegati non si capisce che cosa sarà davvero. Il Semplifica-Italia del 2012 non è ancora attuato. Le privatizzazioni promesse semplicemente non ci sono state, anzi sia in Poste che in Ferrovie la partita è molto più complessa di quanto il governo avesse detto all’inizio. Fatevi una domanda. Sono fatti, o ha torto la Commissione?

Alternative possibili? Il punto non sono i 3-5 miliardi ulteriori che la Commissione potrebbe chiedere il 24 novembre, e che il governo non è affatto detto – come già avvenne con Letta – che decida di accettare. Le instabilità italiane – in Europa non piace neanche un po’ la fibrillazione evidente all’annuncio ufficioso delle dimissioni di Napolitano senza accordo sulla riforma elettorale, il rischio di nuove elezioni anticipate nel caos – si riaccendono in un quadro internazionale oscurato dall’irritazione della Russia, in recessione per le sanzioni relative alla vicenda ucraina e col rublo a picco insieme alle entrate energetiche col petrolio sotto gli 80 dollari. E poi dalla crisi mediorientale e dal rallentamento di Cina e Brasile. Il termometro è l’esposizione delle banche tedesche verso l’Italia, ferma allo stesso dato – 125 miliardi – della primavera 2012: nessun segno di ripresa di fiducia verso l’Italia.

Inutile girarci intorno: c’è solo da sperare che la politica non tiri troppo la corda. Altrimenti sappiatelo: quei 30 miliardi di nuove entrate che la politica rinvia al 2016-2018, inizieranno a manifestarsi anzitempo. Sarebbe una mazzata veramente esiziale. Ma guardate che tra local tax sicuramente al di sopra dei 31,2 miliardi oggi previsti sommando tutte le imposte esistenti sul mattone, e nuovo catasto in teoria assicurato a parità di gettito ma che i tecnici privati di settore stimano con aumenti molto considerevoli, già oggi la presunta e popolare rivolta contro le regole europee si presenta nascondendo dietro la schiena una marea di nuove tasse. Né la differenza la può fare san Mario Draghi. Certo, possiamo sempre credere di spaventare l’Europa e la Germania minacciando lo sfracello dell’euro. Che è come credere di far paura ad altri facendoci scoppiare una bomba atomica sulla testa.