Adesso Draghi spari forte con il bazooka

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Carlo De Benedetti – Il Sole 24 Ore

Il giorno del segno meno davanti all’indice dei prezzi è arrivato anche per l’Italia. Il triste club europeo dei Paesi a inflazione negativa si allarga ed è chiaro da mesi che il problema riguarda l’Europa tutta. Quando due anni fa cominciai a lanciare l’allarme con gli articoli che il Sole ha gentilmente ospitato, sapevo di costituire una voce isolata, fuori dal mainstream economico. Tuttavia mai avrei pensato che saremmo scivolati in deflazione senza che nessun serio sforzo fosse messo in campo.

E invece è accaduto proprio questo. Ancora in questi mesi, in tutti i documenti ufficiali delle banche centrali si è letto del pericolo della bassa inflazione non della deflazione. È come se quella parola desse fastidio. Non c’è da sorprendersi allora se l’obiettivo che la Bce dovrebbe perseguire, cioè quello di una inflazione vicina al 2%, sia rimasto il più dimenticato, e quasi sconosciuto ai più, tra i parametri economici europei. Come siamo arrivati alla deflazione se il parametro di riferimento era il 2%? Perché non si è visto quel piano inclinato che avrebbe portato l’Europa all’accoppiata tragica deflazione/recessione?

Oggi sento dire che l’Europa ha una cultura anti-keynesiana, mi sembra francamente una sciocchezza. Ma di sicuro in Europa tutti coloro che in questi anni hanno avuto e hanno le leve della politica economica e monetaria si sono formati in una stagione in cui l’inflazione, non la deflazione, era il pericolo pubblico numero uno. È come se il loro Dna fosse predisposto per lanciare segnali di allarme solo quando l’indice dei prezzi tende all’insù. Se i prezzi sono freddi poco male, forse meglio. Ecco allora che gli uffici studi delle banche centrali e dei grandi organismi internazionali hanno continuato a sovrastimare gli andamenti sia della crescita sia dell’inflazione. L’economia continentale gelava e la Bce continuava ad avere nelle sue previsioni di medio termine prezzi in tensione verso l’aumento. Intanto l’interesse nazionale della Germania a tenere un euro forte e gli squilibri determinati dalla bilancia dei pagamenti tedesca facevano il resto. Ecco allora che dietro la deflazione di oggi c’è un mix esplosivo di cultura economica inadeguata e di interesse nazionale, di una sola nazione intendo.

Fatto sta che non si è voluto vedere quello che era sotto gli occhi di tutti. Sarà che ho imparato da anni a fidarmi più delle analisi di qualche vecchio e buon amico che lavora alla Fed, ma non era davvero difficile vedere quello che stava accadendo. Bastavano considerazioni di pura logica. È evidente che se diminuiscono i soldi per i consumi (salari fermi), e dunque non esistono ragioni per le imprese per aumentare la produzione in mercati calanti, aumenta la disoccupazione e diminuiscono i prezzi. Se poi questa dinamica si inquadra nella logica della globalizzazione, per cui tanta parte delle cose che consumiamo vengono prodotte altrove da alcune centinaia di milioni di lavoratori che sono stati inclusi di fatto nel nostro ciclo produttivo e che hanno salari proporzionati al costo della vita dei loro paesi d’origine, non era difficile prevedere gli esiti di oggi. Il problema è che ora ci siamo dentro. E tutto diventa maledettamente più difficile. È la logica distruttiva della deflazione: un avvitarsi verso il basso da cui è difficilissimo uscire. E la difficoltà per noi europei è doppia, proprio per la mancanza di know-how specifico di un’intera classe manageriale e politica che non ha mai dovuto confrontarsi con questo problema.
Pragmaticamente, allora, mi sembra opportuno in questa situazione seguire, se pur con ritardo, la politica di altre banche centrali. E non mi riferisco solo alla Fed che ha struttura e compiti diversi, ma anche alla politica espansiva della Banca d’Inghilterra, che ha contribuito non poco a fare del Regno Unito l’economia più efficiente dei G7, sia in termini di crescita che di rischio di deflazione.

Con il discorso di Jackson Hole Draghi ha dimostrato di avere coscienza del problema. È un’intelligenza politica vivida quella del nostro Mario e ne comprendo la prudenza. I tedeschi della Bundesbank sono lì a presidiare i propri interessi e la propria cultura: la reazione del ministro tedesco Wolfgang Schäuble, del resto, ha fatto capire a tutti i vincoli che frenano il presidente della Bce sulla strada dell’allentamento quantitativo. Perciò Draghi ha bisogno di un sostegno ampio e coraggioso perché la Bce proceda a un acquisto di titoli, anche americani, senza precedenti.

Come scriveva ieri il Sole 24 Ore, usciremo dal tunnel in cui ci siamo infilati se ciascuno farà la sua parte: se i governi nazionali faranno le riforme strutturali per rendere le economie nazionali più competitive, se l’Europa varerà una politica massiccia di rilancio di investimenti, se si utilizzerà tutta la flessibilità possibile nei trattati continentali, se la Bce userà tutte le sue armi contro la deflazione. Ma tutto questo funzionerà se si avrà il coraggio di uscire immediatamente da una visione macroeconomica chiaramente sbagliata. La deflazione è un problema nuovo per l’Europa, va affrontato con spirito nuovo. E il bazooka, in questo senso, ce l’ha ancora Francoforte. Che spari subito. E molto forte.