Articolo 18: a Renzi non andrà come a D’Alema con Cofferati

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Fabrizio Rondolino – Europa

Lo scontro fra sinistra riformista e burocrazia sindacale non è una novità di questi giorni: è stata, al contrario, una costante della sinistra europea da Tony Blair in poi, e in Italia risale agli albori della Seconda repubblica. In Europa prima o poi hanno sempre vinto i riformisti, da noi finora hanno sempre vinto i conservatori. Tornare al 1997, ai primi mesi del primo governo di centrosinistra, aiuta a comprendere quanto indietro sia rimasto il nostro paese, e quanto tempo la sinistra e l’Italia abbiano perduto.

Il 23 febbraio 1997 Massimo D’Alema, allora segretario del Pds e azionista di maggioranza del governo Prodi, conclude il congresso del suo partito con un discorso memorabile sull’innovazione e sulla modernità, dedicando al sindacato un passaggio esemplare. Ad un segretario della Cgil «più chiuso e più sordo all’esigenza di una riflessione critica», D’Alema oppone la necessità di un profondo rinnovamento non soltanto del sindacato, ma «di tutta la sinistra», perché «anche noi ci sentiamo sfidati dalla realtà». E la realtà del lavoro, spiega il leader del Pds, è fatta di «mobilità e flessibilità»: non soltanto perché la «fabbrica fordista» è al tramonto, ma anche perché le nuove generazioni vedono nella flessibilità e nella mobilità una sfida e persino un’occasione. Perché «questa società più aperta» non generi «insicurezza», bisogna «rinnovare profondamente gli strumenti della contrattazione» e «costruire nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela». In caso contrario, ammonisce D’Alema, «rappresenteremo soltanto un segmento del mondo del lavoro, quello che sta in mezzo, fra chi è sufficientemente bravo per negoziare da solo e chi, in basso, vive di lavoro nero, non tutelato e precario. Ma quelli che stanno in mezzo sono sempre di meno». Poi, l’affondo: «Nel Mezzogiorno ci sono due milioni di lavoratori in nero: ma se li facessimo emergere, avremmo un milione di disoccupati in più. Non chiedo al sindacato di legalizzare il lavoro nero e il lavoro precario: ma dovremmo preferire essere lì con quei lavoratori e negoziare, anziché restare fuori da quelle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro». La platea applaudì convinta, i giornali celebrarono con entusiasmo la svolta, Cofferati sibilò freddo: «Il segretario del mio partito ha idee diverse dal sindacato».

Quelle idee, purtroppo, durarono poco. Meno di un mese, ad essere precisi. Il 19 marzo D’Alema partecipò ad una tavola rotonda con il leader della Cgil. L’intenzione era quella di mantenere la posizione aprendo però un dialogo con il sindacato. Il risultato fu catastrofico. D’Alema ribadì alcune verità («La spesa sociale non va ai più poveri», «Il blocco sociale tutelato dal nostro Welfare è diventato una minoranza», «Una sinistra che non guarda in faccia i problemi non serve a nulla»), ma le accompagnò ad un’excusatio non petita che somigliava tanto ad un’inversione di rotta: «Forse al congresso sono stato ingeneroso nel non riconoscere alla Cgil un impegno assai più avanzato nello sforzo di governare la flessibilità… Non c’è stata alcuna frattura tra il Pds e la Cgil».

Lo scontro con Cofferati si chiuse definitivamente il sabato successivo, 22 marzo, quando D’Alema decise di partecipare alla manifestazione “per il lavoro” indetta dai sindacati confederali. Era di fatto una manifestazione contro il governo, e sembrò bizzarro che il segretario del maggior partito della maggioranza vi partecipasse. Letteralmente circondato da un robusto servizio d’ordine che impediva a chiunque anche soltanto di avvicinarsi, D’Alema sfilò in testa al corteo insieme a Cofferati. Il quale, come ogni vincitore che si rispetti, si mostrò magnanimo: «Una forza politica che ha insediamenti radicati nella società sa che l’occupazione e il lavoro sono un’esigenza profonda per tutti’». Peccato che proprio D’Alema avesse dimostrato giusto un mese prima come quell’“esigenza profonda” non potesse più essere soddisfatta dal sindacato e dal suo sistema di relazioni, protezioni, leggi e burocrazie. Quel triste 22 marzo 1997 si chiude, simbolicamente e praticamente, la stagione riformista della sinistra italiana.

Gli storici discuteranno sui motivi di una sconfitta così veloce e bruciante, se cioè sia dipesa dai rapporti di forza allora dominanti (Prodi si reggeva su Bertinotti, e il suo modello di relazioni sociali è sempre stato quello della concertazione), o dalla mancanza di coraggio politico di D’Alema. Quel che è certo è che siamo ancora lì – salvo che i “garantiti” sono ormai non più di un quarto di chi lavora. Spetta dunque a Renzi completare l’opera, o per meglio dire mettere finalmente al centro la grande questione dell’uguaglianza e dei diritti sociali, oggi calpestati da un sistema di cui il sindacato è parte integrante. E c’è da scommettere che gli andrà meglio.