About

Posts by :

L’Unione bancaria compie un anno, ora deve crescere

L’Unione bancaria compie un anno, ora deve crescere

Giuseppe Pennisi – Avvenire

L’Unione bancaria europea (Ube) ha circa un anno. Prendiamo come data convenzionale della sua nascita il 14 aprile 2014, quando il Meccanismo unico di risoluzione – ossia il sistema per gestire ordinatamente le crisi di banche di maggiori dimensioni (e a maggior rischio di contagio) – ha preso definitivamente forma; la nomina dei componenti dell’apposito Consiglio di risoluzione è avvenuta pochi mesi dopo.

Secondo le proposte approvate dai Capi di Stato e di governo Ue, l’Ube sarebbe dovuto essere uno sgabello a tre gambe diretto a prevenire crisi come quella iniziata nel 2008 (o a trovare vie d’uscita appropriate) e a facilitare l’integrazione del mercato finanziario e bancario europeo. La prima gamba è un sistema unico di vigilanza (per 5.500 banche dell’area dell’euro) affidato alla Banca centrale europea, che ha aumentato il proprio organico e costruito una nuova sede; per gli istituti di piccole dimensioni, la vigilanza resta nazionale ma segue regole uniformi. La seconda gamba è il Meccanismo unico di risoluzione: regole nazionali uniformi per gli istituti a rischio di dissesto e un apposito strumento europeo (dotato di un fondo ad hoc) per i dissesti tali da poter mettere a repentaglio la stabilità finanziaria dell’unione monetaria. La terza gamba sarebbe dovuta essere uno Schema europeo di Garanzia dei depositi. Alcuni ritengono che non sia necessario, in quanto le regole dei gran parte degli Stati dell’euro prevedono garanzie simili (100mila euro) per i singoli conti correnti.

A mio avviso, non solo uno sgabello a tre gambe è più resistente di uno a due, ma una Garanzia europea sarebbe stata un vero sigillo di solidarietà e avrebbe impedito corse agli sportelli come quelle viste a Cipro e in Grecia. Sarebbe bene riprendere una trattativa ora su un binario morto. Alcuni saggi recenti contengono valutazioni positive dei primi passi che sta facendo il sistema di vigilanza: essenzialmente si sta andando verso il nuovo sistema senza le scosse traumatiche che alcuni avevano temuto. È difficile esprimere un giudizio sul Meccanismo unico di risoluzione. Le analisi dei suoi regolamenti esprimono perplessità e li giudicano troppo complessi per raggiungere l’obiettivo di risolvere i nodi di una grande banca in dissesto nell’arco di un fine settimana (per operare a mercati chiusi). Soprattutto, non c’è stato modo di metterli alla prova. Un caso possibile – si badi bene – sarebbe potuto essere il dissesto (o il timore di un dissesto) del Monte dei Paschi di Siena, ma si è preferita una soluzione nazionale. Gli stessi schemi di un’eventuale bad bank per alleggerire da sofferenze istituti di credito italiani sono puramente nazionali.

Dove sinora lo sgabello a due gambe sembra non avere inciso è nell’obiettivo più alto di integrazione dei mercati bancari e finanziari dell’eurozona. Lo mostra un lavoro freschissimo dell’Economist Intelligence Unit: negli ultimi 12 mesi c’è una febbre di fusioni e concentrazioni bancarie ma quasi interamente nazionali, oppure – quella della Sadabell con quattro banche britanniche – per avere teste di ponte al di fuori dell’euro. Forse, però, proprio in questo campo è troppo presto per giungere a conclusioni.

Nuova stangata sulla casa e crolla il prezzo del mattone

Nuova stangata sulla casa e crolla il prezzo del mattone

Tobia De Stefano – Libero

«Non esiste nel modo più categorico che ci sia un aumento delle tasse». Renzi ci prova. Rassicura. E anche nell’ultima intervista nel giorno di Pasqua, in vista del prossimo varo del Def, sparge ottimismo sulla pressione fiscale. Eppure non passa giorno senza che arrivi un dato economico che confuta la tesi del premier. L’ultimo riguarda il bene più amato dagli italiani, il mattone, e sottolinea che pure nel 2014 le tasse sulla casa sono aumentate di un altro 10 e passa per cento.

Secondo le elaborazioni del centro studi liberale «ImpresaLavoro», il peso delle principali imposte di natura patrimoniale (legate cioè alla proprietà o possesso, indipendentemente dal reddito generato) sugli immobili è passato dai 24,6 miliardi del 2013 ai 27,5 dello scorso anno. Analizzando i numeri nel dettaglio si possono notare almeno tre tendenze tuttora in atto. Innanzitutto la relazione inversamente proporzionale tra la pressione fiscale e il valore degli immobili. Più cresce la prima più si riduce il secondo. Nel 2013 il valore complessivo degli immobili di proprietà delle famiglie italiane era pari a circa 5.500 miliardi (in calo rispetto ai 5.900 miliardi del 2011) e per il 2014 si prevede un altro dato negativo: ­3,9% a quota 5.300 miliardi di euro. Quindi la mappatura fiscale.

Negli anni, infatti, la graduale riduzione delle transazioni immobiliari ha comportato un calo del gettito Iva (che dal 2011 al 2014 si è dimezzato) e delle imposte di registro, ipotecarie e catastali. Mentre le nuove imposte hanno aggravato e non di poco la pressione fiscale sulle famiglie italiane proprietarie di un immobile. Qualche esempio? La sostituzione della Tarsu (ultimo anno di applicazione 2012) con la Tares, che nel 2014 è diventata Tari ha comportato un ricarico linale complessivo sui soggetti passivi di circa 2 miliardi all’anno. Oppure la Tasi. La sua introduzione, nel 2014, ha generato un gettito aggiuntivo di 4,6 miliardi. Insomma, visto come sono andate le ultime novità c’è di che preoccuparsi per le prossime.

La «Local tax» per unificare Imu e Tasi e la riforma delle rendite catastali. C’è il rischio concreto di ritrovarci di fronte a un altro salasso. Tanto che l’ufficio studi di «ImpresaLavoro» avverte: «Gli effetti della futura riforma delle rendite, ancora non delineata nelle sue caratteristiche essenziali, dovrebbero essere valutati accuratamente al fine di prevenire conseguenze indesiderate di tipo sperequativo, nonché di un ulteriore possibile incremento sostanziale e generalizzato del gettito connesso».

Consigli non richiesti a Yoram Gutgeld

Consigli non richiesti a Yoram Gutgeld

Giuseppe Pennisi – Formiche

Il Consiglio dei Ministri del 7 aprile ha all’ordine del giorno l’esame e l’approvazione del Documento di Economia e Finanze (Def) con cui delineare l’azione di governo nel breve e medio termine. Il Def dovrebbe ricevere i pareri delle Commissioni Parlamentari del simulacro del CNEL (esistente ma reso nell’impossibilità di funzionare da una norma che fa a pugni con la Costituzione) e della Commissione Europea. Sulla base del Documento che, ci si augura, verrà approvato domani e, con le osservazioni che il Governo vorrà recepire, costituire la base della prossima Legge di Stabilità.

Naturalmente il Def all’ordine del giorno presuppone tanti altri argomenti: dal patto di stabilità interno, alle tax expenditures per imprese e famiglie, alla previdenza e all’assistenza, alle missioni militare di pace all’estero, e via discorrendo.

Continua a leggere su Formiche.
Terno perso

Terno perso

Davide Giacalone – Libero

La pressione fiscale sarebbe dovuta scendere, sia per promesse fatte che per convenienza, invece è salita. La spesa pubblica sarebbe dovuta diminuire, invece è cresciuta. Il deficit avrebbe dovuto ridursi, invece è aumentato. Sono questi i tre dati che se ne infischiano delle chiacchiere. I tre numeri con cui fare i conti. Anche perché, se si fa finta di niente, sono tre piaghe già infette, ma destinate a peggiorare.

Della pressione fiscale, salita dal 43,4 del 2014 al 43,5 del 2015, hanno parlato in tanti. Con animo mesto. Molti, però, hanno dimenticato due dettagli: a. l’indice misura la pressione totale sulla ricchezza prodotta, ma non tutti pagano tutte le imposte e tasse, il che vuol dire una pressione che supera il 50% in capo al parco dei paganti; b. per far tornare i saldi, fra gettito e spesa pubblica, il governo ha promesso di aumentarle ancora. Di quanto? Presto detto: il differenziale fra gli interessi da pagare (grazie alla Banca centrale europea in netto calo), sul debito pubblico, e la crescita del prodotto interno lordo, che il governo ora stima allo 0,7%, con un tasso d’inflazione che, se va bene, si collocherà all’1% (ma al momento siamo ancora in deflazione, quindi è ottimistico), quel differenziale è di circa 3 punti di pil. E si tratta di un calcolo ottimistico. Fin troppo. Quei 3 punti o sono tagli della spesa o sono coperti da gettito fiscale.

Veniamo alla spesa, dunque. Sono anni che ci rintontoniamo con i tagli. Li abbiamo definiti lineari o mirati, considerandoli macelleria o chirurgia, poi li abbiamo chiamati in inglese (spending review), che fa più fico, infine abbiano nominato cinque successivi commissari, incaricati di programmarli e praticarli. A esito di questa interminabile ammuina, la spesa cresce. Un tempo si dava tutta la colpa agli oneri del debito, che da venti anni bruciano gli avanzi primari. Ma da un paio d’anni quegli oneri diminuiscono, pur restando enormi (figli dell’enorme debito). Allora, dove se ne va tutta questa spesa, crescente? Scorre nei canali della spesa corrente, sommando interessi sul debito, pensioni, stipendi e consumi intermedi della pubblica amministrazione. Del debito si è detto (abbatterlo con le dismissioni di patrimonio pubblico sarebbe saggio, ma qui vediamo solo vendite destinate a coprire la spesa!). Sulle pensioni si è già tagliata la spesa, ma futura, di quelli che ancora non la prendono, mentre su quella presente si attende che Tito Boeri, dall’Inps, presenti qualche idea. Gli stipendi aumenteranno, sia perché aumentano le assunzioni, sia perché anche gli scatti automatici sono fermi da anni. In quanto ai consumi della pubblica amministrazione, non ricordo più da quanti anni sento dire che le stazioni appaltanti dovrebbero diminuire drasticamente, gli acquisti debbano essere centralizzati e così via annunciando. Effetti reali: tanti convegni. E anche tanti numeri dati a caso, perché dietro molti risparmi sbandierati si nasconde uno spostamento delle voci di spesa.

A tutto questo aggiungete che i mitici 80 euro in busta paga altro non sono che una spesa. Il governo se ne lamenta, perché vorrebbe contabilizzarli fra gli sgravi fiscali. Gema pure con comodo, ma le regole della contabilità sono chiare: una roba che non è permanente e che non è oggettiva e generale (un autonomo che guadagna meno di un dipendente non ha visto e non vedrà gli 80 euro), non è uno sgravio, ma un regalo. Il governo ha scelto un preciso pezzo della società e gli ha regalato dei soldi, il che comporta, ogni anno, una copertura pari a 10 miliardi. Sicché non si stabilizzano, non si allargano e la spesa cresce. Così anche il deficit. Che forse è il punto più delicato, sicché qui lo scrivo e che nessuno lo legga: non solo è cresciuto al 3%, segnando un +0,1 rispetto al 2013, ma nel 2014 sarebbe dovuto scendere al 2,6. Quindi, rispetto al programmato, è cresciuto dello 0,4. E che sia veramente al 3% è un articolo di fede cui tutti hanno convenienza a credere, perché l’Unione europea sa bene che avviare una procedura d’infrazione può avere effetti disastrosi, ma cui nessuno crede.

La settimana prossima vedremo i conti del Def (documento di economia e finanza), ma già immagino quel che si dirà: il deficit non cresce. Peccato che dovrebbe quasi dimezzarsi, scendendo all’1,7. Il deficit è la contabilizzazione, in corso d’anno, del maggior debito l’anno successivo. E un Paese con un debito mostruoso dovrebbe farlo scendere, non salire. Sappiamo tutti cosa è stato detto alla Commissione europea: se le cose dovessero andare storte compenseremo, con nuovo gettito fiscale (Iva, in primis). Ebbene: le cose sono storte. È incosciente un governo che prova a negare l’evidenza e continua a far propaganda a tre palle un soldo (naturalmente a debito). È sciocco supporre che si possa risolvere la faccenda dando tutte le colpe al governo (80 euro e assunzioni sì, però). Ma è perso un Paese che supponga di scansare la realtà producendosi nella tarantella delle polemicuzze da cortile.

Hera, Peppone va in borsa

Hera, Peppone va in borsa

Davide Giacalone – Libero

Vendere patrimonio per alimentare la spesa è una scelta dissoluta, che conduce alla rovina. Vale per singoli e famiglie, come vale per la collettività. Più 200 comuni si apprestano a farlo, speculando sui beni accumulati dai predecessori e impoverendo i successori. Attenti, dunque, a quel che sta capitando in Hera. Imponente conglomerato di municipalizzate quotata in Borsa. Tipico animale misto del socialismo capitalizzato. Non è una faccenda di campanili, ma un campanello d’allarme.

Hera ha 8.500 dipendenti, serve 3.5 milioni di cittadini, è al primo posto nella gestione dei rifiuti, al secondo per le forniture d’acqua, al terzo per il gas ed è il quinto operatore nazionale nella vendita di energia elettrica. Il fatturato supera i 4.5 miliardi. Decisamente grande. Nasce dall’aggregazione di diverse municipalizzate, fra l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, le Marche e la Toscana, attorno al nucleo forte di quelle bolognesi. Tale processo è positivo, dato che il problema italiano non sono tanto i municipi, ma le municipalizzate. Dovrebbe portare a delle economie e alla diminuzione della spesa pubblica, inoltre contribuisce a diminuire il numero di consigli e consiglieri l’amministrazione. Peccato, però, che Hera abbia generato (fra possedute, controllate e partecipate) la bellezza di altre 44 società. Gli azionisti, che dovrebbero stare con il fiato sul collo degli amministratori, del resto, sono in gran maggioranza politici, sicché poco inclini a limitare le capanne sotto ai cui tetti ripararsi in caso di mancata rielezione, né favorevoli a diminuire i posti da assegnare ai più devoti sostenitori. E sono gli azionisti, infatti, il problema.

Il 26 giugno del 2003 la società fece il suo ingresso in Borsa, assegnando al flottante il 44,5% del capitale. I soldi incassati finirono nelle rispettive casse comunali. Ad oggi non se ne ritrovano più neanche le tracce fossili. Siccome i soldi sono come le ciliege, che più ne hai e più ne mangi, i Comuni, ovvero gli azionisti di controllo, hanno avviato le procedure per vendere un’altra parte del capitale, stipulando un patto di sindacato che passi dal 57,4 al 38,5% delle azioni. Vi invito a leggere quanto dichiarato dal sindaco (Paolo Lucchi) e dal vice (Carlo Battistini) di Cesena (tutto cattocomunismo alla Peppone e Don Camillo): “Il governo pubblico resta garantito ed Hera non sarà privatizzabile. La garanzia è contenuta nelle modifiche statutarie che prevedono il voto maggiorato legato alle azioni vincolate e la maggioranza del 75% necessaria per cambiare lo statuto”. Lasciate perdere che i due sono convinti essere pubblica una società quotata in Borsa, talché non si possa privatizzarla (ed è il solo punto su cui mi sento di convenire con la scuola sovietica: non si può privatizzare quel che è già privato), il loro eloquio, degno di un film titolato “Peppone va in Borsa”, chiarisce l’intento: vendiamo un pezzo consistente del nostro patrimonio, sì da potere spendere i soldi subito, ma non molliamo un pelo del nostro potere. Programma che ha il pregio della chiarezza. Ne discendono alcune conseguenze.

I compagni di un tempo consideravano i patti di sindacato con disprezzo, essendo uno strumento per mantenere il potere in poche mani, senza neanche impegnarle a scucire quattrini. C’era del vero, anche se, nel “sistema Cuccia”, era anche il modo per mantenere la politica fuori da un capitalismo asfittico. Comunque, ora si sono convertiti, al punto che i proprietari i soldi non solo non li mettono, ma li pigliano. Il patto attuale, però, mette al sicuro da ogni possibile scalata, perché raccoglie più della metà del capitale. Quello in preparazione no. Ecco la trovata del voto maggiorato, in modo che la minoranza sia maggioranza.

In queste condizioni, perché il mercato dovrebbe investire in azioni vendute da sindaci e assessori che vogliono conservare il potere, in capo a una società i cui amministratori sono da loro designati? Risposta: perché rendono bene. Non incorporano il valore della contendibilità, altrimenti varrebbero di più, ma scontano quello della rendita. E chi garantisce la rendita? Oh bella: quei 3.5 milioni di cittadini che pagano le bollette. Sono loro che attirano i compratori, pagando più di quel che potrebbero altrimenti pagare. Ed è qui che Peppone può rilassarsi. Oramai non più meccanico e contadino, ma professionista. Senza il mezzo sigaro, ma con il narghilè. Non più con il vino rosso, ma con lo spritz. Sempre, però, con l’idea fissa che il socialismo consista nel potere del partito e negli affari delle sue cooperative, mentre il capitalismo non è la macchina che produce ricchezza, ma il fenomenale giocarello di finanza che consente di prendersela e portarsela via. Che la collettività s’impoverisca è dettaglio laterale.

È inaccettabile fallire per 200 milioni (non) dovuti a Equitalia

È inaccettabile fallire per 200 milioni (non) dovuti a Equitalia

Massimo Blasoni – Libero

Conoscevo l’imprenditore Riccardo di Tommaso, un uomo della mia terra che insieme alla madre Teresa aveva aperto nel 1975, a San Giorgio di Nogaro, un negozio di abbigliamento che doveva semplicemente servire a finanziare i suoi studi universitari. Senza confidare in altro che non nella sua tenacia, in pochi anni era invece riuscito a trasformare quell’intuizione nel Gruppo Bernardi (il cognome appunto di sua madre), con centinaia di punti vendita in tutta Italia e nel mondo.
All’indomani della sua morte prematura nel 2010, il gruppo è poi passato nelle mani della moglie e dei due figli. È vero che negli ultimi anni stava vivendo qualche difficoltà a causa della grave crisi internazionale, ma questa situazione si sarebbe potuta superare grazie all’intervento del gruppo Coin, che in quel momento stava trattando l’acquisizione dei suoi negozi. A compromettere il piano di salvataggio è stato però l’arrivo di una cartella esattoriale monstre di 200 milioni di euro che contestava mancati versamenti Iva e Irap, con conseguente pignoramento della somma contestata eseguito proprio presso il fornitore Coin. Il sistema bancario ha poi subito bloccato ogni tipo di accesso al credito.
Da qui il fallimento, dovuto non a incapacità commerciale ma all’intervento improvvido della cieca burocrazia fiscale. Oggi veniamo infatti a sapere dalla stampa che quella cartella dell’Agenzia delle Entrate era illegittima, niente altro che un errore marchiano: quei denari non erano dovuti. Chi risarcirà adesso il danno di un’impresa che non c’è più e di centinaia di dipendenti rimasti senza lavoro? E soprattutto, quante altre realtà imprenditoriali si trovano in questo momento nella stessa situazione? Qui nel Nord Est c’è gente che nella sua azienda ha messo tutta la sua vita, che partendo dalla classica fabbrichetta in un capannone ha saputo conquistare i mercati internazionali.
Eppure troppe volte quel sogno viene infranto non dalla crisi ma dagli eccessi di una burocrazia che decide di passare sopra a tutto e a tutti.
Falso in falso in bilancio

Falso in falso in bilancio

Davide Giacalone – Libero

Regolare il falso in bilancio in una legge intitolata alla corruzione è un po’ come regolare l’aborto in una legge sulla violenza carnale. Non che fra le due cose non ci sia o passa esserci una relazione, ma tradisce una visione singolare della vita societaria e di quella collettiva. Il bilancio falso, del resto, è il tradimento del bilancio vero, le cui regole sono parte vivente del diritto societario, nonché anima onnipresente nel mercato. Supporre che la patologia possa essere individuata e colpita in luogo distante da quello in cui si definisce e regola la fisiologia è supposizione più vicina all’opera di una macumbeira, piuttosto che a quella di un medico.

L’idea politica che presiede all’operazione si può così riassumere: puniamo severamente il falso in bilancio, superando una legge che lo aveva depenalizzato, se non addirittura abrogato, favorendo la formazione dei fondi neri con cui si pagano le tangenti. Tanto che qualcuno ha titolato: reintrodotto il falso in bilancio. Sono favorevole a punirlo, severamente. Però non è mai stato abrogato, sicché sarà meglio guardare nelle pieghe. Mentre i fondi neri sono esistiti prima della riforma precedente, come anche dopo. Ed esistono in ogni parte del mondo, talché sarà opportuno ragionarne con meno frettolosità.

Il falso in bilancio non ha mai cessato di essere un reato. Solo che, naturalmente per le società non quotate in Borsa, se ne esclude la punibilità nel caso in cui il falso o l’omissione non alteri sensibilmente la rappresentazione economica, patrimoniale o finanziaria della società. Non si è punibili se le alterazioni non determinano una variazione del risultato d’esercizio, al lordo delle imposte, fino al 5% o una variazione del patrimonio fino all’1. Né lo si è se le voci dipendenti da stime (molte voci dei bilanci non sono somme, ma stime) differiscono fino al 10% della valutazione corretta. Questi sono i limiti ancora vigenti. A me non piacquero, perché da una parte introducono l’idea che ci sia un falso accettabile (una cosa è l’errore, compreso quello di stima, altra il falso), dall’altra lasciano un margine largo d’imprecisione su cosa sia rilevante e cosa no. Le soglie percentuali erano precise, invece. Larghe, ma precise. Fuori da queste ipotesi, si subisce una pena, che va dall’ammenda alla galera. Troppo basse le pene? Questo è un discorso inutile e fuorviante, perché l’aumento delle pene è una truffa ai danni di un Paese in cui la giustizia non funziona. Le pene esistenti sarebbero efficaci e severe, se solo fossero reali. Non lo sono, però. Sorte che agguanta anche quelle in discussione.

Ora si cambia? Nel testo approvato dal Senato c’è scritto che sono puniti i “fatti materiali rilevanti”. Esclusa l’esistenza dei “fatti immateriali”, suppongo significhi che i fatti non rilevanti non sono puniti. Ecco, appunto. L’ottimo Luigi Ferrarella (Corriere della Sera) c’informa che si tratta di una cattiva traduzione dall’inglese. Peggio. Resta che il testo afferma doversi punire il falso (sempre per le non quotate), con pene da 1 a 5 anni di reclusione. Ma si scende a 6 mesi nei casi di “lieve entità”. La pena massima di 8 anni è prevista solo per le società quotate.

Con il che si ritorna da dove si era partiti: se si intende un falso, concepito come tale, ma “lieve”, si ammette la sostanziale impunità del concetto, se, invece, vi si ricomprende l’errore, allora esiste già la regola generale. In ogni caso siamo a definizioni imprecise e prive di riferimenti oggettivi, lasciando tutto alla discrezionalità del giudice. Tanto più che il reato potrà essere punito “tenuto conto della natura e della dimensione della società e delle modalità o degli effetti della condotta”. Vi sembra così diversa dalla legge vigente? Aumenta le pene massime di 2 anni e perde le soglie, regalando spazi al giudice. Vale a dire che li toglie al legislatore. In ogni caso queste regole penali non si applicano alle società piccole, già fuori dalla portata della legge fallimentare.

In quanto ai fondi neri, si creano mediante spese regolarmente contabilizzate. Il falso non lo vai a cercare nel bilancio, ma nel rapporto professionale o nel servizio per cui è stata emessa fattura. O nelle pezze d’appoggio di costi gonfiati. Il che si riflette nel bilancio, ma non ci arrivi da quello. Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che i cambiamenti sono declamazioni. Salvo il fatto che oltre al fisco ora anche il giudice penale può accasarsi nel bilancio di qualsiasi società. E non è poco.

Tasse record sulla casa – Panorama

Tasse record sulla casa – Panorama

Panorama 2 aprile 2015 COPERTINA Panorama 2 aprile 2015 P1 Panorama 2 aprile 2015 P2 Panorama 2 aprile 2015 P3 Panorama 2 aprile 2015 P4 Panorama 2 aprile 2015 P5

Clicca per ingrandire

Gianni Zorzi* – Panorama

Il peso delle tasse sul mattone ha sfondato la quota record di 50 miliardi di euro, di cui 38 a carico delle famiglie. È quanto emerge da un’indagine condotta dal centro studi ImpresaLavoro, secondo il quale il totale delle imposte gravanti a vario titolo sugli immobili in Italia (a carico sia dei soggetti privati sia di professionisti e imprese) è cresciuto rapidamente in questi ultimi quattro anni, passando dai 38 miliardi del 2011 agli oltre 50 del 2014. Sulle sole famiglie, il rincaro complessivo è stato nel periodo di 7,2 miliardi (da 31 a 38,2), con una crescente incidenza delle imposte di tipo patrimoniale (da 16,1 a 27,5).

L’aumento è dovuto in particolare a tre ragioni: l’introduzione anticipata dell’Imu a partire dal 2012 in sostituzione dell’Ici e di una parte dell’Irpef prelevata sugli immobili; la sostituzione della Tarsu con la Tares, divenuta successivamente Tari, con un ricarico finale complessivo pari a circa due miliardi annui; l’introduzione della Tasi (2014), per un gettito complessivo di 4,6 miliardi, destinato a sostituirsi alla mancata riscossione dell’Imu sulle abitazioni principali, sostanzialmente abolita dal 2013. Risulta quindi evidente che con l’introduzione anticipata dell’Imu la composizione stessa del prelievo fiscale sugli immobili si sia notevolmente modificata, con una quota ben più elevata (a partire dal 2012) della componente di tipo patrimoniale, non collegata quindi alla produzione di reddito immobiliare ma esclusivamente dalla proprietà o dal possesso delle abitazioni.

Secondo i rapporti dell’Agenzia delle Entrate, che citano espressamente i dati Ocse,l’Italia sarebbe passata, su un campione di 29 Paesi, dal quindicesimo al nono posto tra il 2011 e il 2012 per livello complessivo di tassazione sugli immobili, con un’incidenza sul Pil cresciuta dall’1,7 al 2,5 per cento. Il panorama descritto dai dati internazionali è comunque molto variegato: si va da uno 0,3 per cento del Pil in Estonia al 4,2 del Regno Unito (sulla base di dati che includono anche il prelievo sulla ricchezza netta e le transazioni finanziarie).

Se si considera la sola componente riferita alla tassa di proprietà sugli immobili (per l’Italia quindi l’Imu), e cioè l’unico elemento di tipo esclusivamente immobiliare e confrontabile in via omogenea con gli altri Paesi, dal 2011 al 2013 l’Italia ha messo a segno un sostanziale raddoppio in termini nominali (più 107,4 per cento), l’aumento nettamente più elevato tra i paesi Ocse: il secondo Paese per incremento della tassa di proprietà sugli immobili tra il 2011 e il 2013 è l’Ungheria, con il più 82,4 per cento in termini nominali. L’Italia ora risulta sesta nel campione europeo per la pressione fiscale sugli immobili in rapporto al Pil dopo Regno Unito, Francia, Islanda, Danimarca e Belgio e prima della Spagna e di altri 19 Paesi tra cui la Germania.

C’è poi una anomalia che riguarda la competenza delle imposte sugli immobili. L’Italia ha scelto negli ultimi anni di introdurre per la prima volta una componente accentrata nella tassa sulla proprietà della casa. La tendenza è inversa a quella di altri Paesi, come la Francia, che hanno operato una forte decentralizzazione del prelievo a favore degli enti locali, e con il dato di 25 su 34 Paesi Ocse che prevedono una (sostanziale) esclusiva pertinenza locale di questo tipo di imposte, supportati da fondate ragioni di efficienza.

L’aumento delle tasse complessive sugli immobili si è accompagnato al calo dei prezzi delle case, producendo quindi un aumento ancor più marcato in termini di incidenza delle imposte sul valore delle proprietà oggetto di tassazione. Il valore complessivo degli immobili di proprietà delle famiglie italiane era pari a circa 5.500 miliardi nel 2013, in calo di oltre il 7 per cento rispetto al picco del 2011, quando si sfioravano i 5.900 miliardi. Ipotizzando che nel 2014 i prezzi siano ulteriormente scesi, il valore complessivo del patrimonio immobiliare delle nostre famiglie si ridurrebbe quindi, secondo la nostra stima, a non più di 5.300 miliardi. Su questa discesa dei valori una parte di responsabilità può attribuirsi senz’altro al fisco. Da un lato, con le dovute cautele può essere stimata in una forbice tra il 5 e il 10 per cento la diminuzione dei prezzi dovuta al livello delle imposte in senso proprio. Dall’altro, l’incertezza e instabilità delle regole stesse, che secondo diversi osservatori potrebbe essere alla base anche di un minore interesse degli investitori istituzionali, specialmente esteri.

Nonostante questo, il sistema risulta ancora oggi destinato a ulteriori modifiche, legate per un verso ad una nuova riforma ipotizzata per le tasse locali, apparentemente non stabilizzatesi nella mente del legislatore, e per l’altro verso alla più volte annunciata riforma delle rendite catastali, destinata a modificare la base imponibile della gran parte delle 11 principali imposte che colpiscono proprietari e possessori di immobili in Italia. Gli effetti della futura riforma delle rendite, ancora non delineata nelle sue caratteristiche essenziali, dovrebbero essere dunque valutati accuratamente al fine di prevenire conseguenze indesiderate di tipo sperequativo, nonché di un ulteriore possibile incremento sostanziale e generalizzato del gettito connesso.

*docente di Finanza dell’impresa e dei mercati e consulente per l’area Finanza di “ImpresaLavoro”

Da bene rifugio a bene incubo – Massimo Blasoni*

Questa modalità di tassazione è particolarmente odiosa perché non consente alcuna scelta al cittadino: la casa è infatti un bene di cui non è possibile disfarsi in tempi rapidi, che rappresenta un investimento di lungo periodo e la cui tassazione non dovrebbe quindi essere soggetta a cambiamenti così radicali in tempi così stretti. Con questa politica il bene rifugio per eccellenza degli italiani è stato via via trasformato in un bene incubo. A tal punto che oggi, per chi ha un reddito fisso, è diventata una vera iattura ricevere in eredità un appartamento che non si riesce né a vendere né ad affittare: non ti resta che pagarci sopra le tasse, ed essere trattato dal fisco come un benestante.

* presidente del centro studi ImpresaLavoro

Imprese, mercato e concorrenza istituzionale

Imprese, mercato e concorrenza istituzionale

Carlo Lottieri

In più occasioni viene richiamata l’attenzione su un fatto: e cioè che sono i Paesi di più piccole dimensioni e anche quelli a struttura federale a offrire le condizioni migliori per la creatività imprenditoriale e per il successo delle società. Dove abbiamo piccoli principati o minuscoli cantoni è anche facile trovare bassa tassazione, limitata regolazione, una burocrazia più semplice e meglio funzionante. Entro quel quadro istituzionale la vita delle aziende è assai semplice: nell’interesse di tutti.
Una delle ragioni fondamentali sta nel fatto che le piccole giurisdizioni non possono essere protezionistiche e le imprese di quei territori, quindi, nei fatti si trovano a operare entro un mercato di vaste dimensioni. Il protezionismo è un errore sempre, ma si tratta comunque di una strategia che più facilmente può venire adottata da un Paese di 60 milioni di abitanti invece che da uno di poche centinaia di migliaia, dato che quest’ultimo è largamente dipendente da produttori “esterni”.
Oltre a questo c’è un altro fattore: spesso sottovalutato. Si sa che le imprese crescono entro il mercato e grazie alla competizione: un’impresa cerca sempre di migliorare perché sa che la propria clientela può in ogni momento lasciarla se i propri beni o servizi non sono all’altezza. Senza questa concorrenza non vi sarebbe sviluppo dei prodotti e non vi sarebbe alcuna qualità.
Questo è vero anche per i governi, che quando si prendono cura di territori minuscoli sono sotto la pressione competitiva delle giurisdizioni vicine. Se un cantone svizzero alza le imposte e offre cattivi servizi, per un’azienda basta spostarsi di pochi chilometri per trovare – entro il medesimo universo linguistico e culturale – tasse inferiori e regole più adeguate. Una pluralità di centri di governo responsabilizzati, chiamati a gestire le risorse che ottengono dai loro cittadini, crea una situazione assai simile a quella del mercato e produce – analogamente – tanti benefici.
Se si considera che la Svizzera è più piccola della Lombardia ed è divisa in 26 tra cantoni e semi-cantoni, è facile comprendere come a Basilea non possano troppo alzare le tasse e infittire la regolamentazione perché questo provocherebbe con ogni probabilità uno spostamento di imprese nel vicino cantone di Zurigo. La strategia detta di exit è facilmente praticabile quando il quadro istituzionale è frammentato e questo rappresenta un freno molto serio di fronte alle pretese dei governi di farsi tirannici.
Se l’accrescimento della concorrenza istituzionale è il principale pregio dei Paesi di limitate dimensioni, ve ne sono però anche altri. In un Paese come il Lussemburgo, che ha meno di 500 mila abitanti, operare massicce e durature redistribuzioni è assai difficile, poiché nel faccia-a-faccia di tale piccolo universo sociale per chi è chiamato a sopportare i costi è assai facile scoprire le carte e denunciare l’ingiustizia.
È esattamente per questa ragione che secondo Gordon Tullock entro un ordine federale è possibile ridurre la ricerca di rendite (rent-seeking) condotta da quanti traggono vantaggio dalla complessità di un sistema di tassazione e trasferimenti del tutto opaco. La concorrenza istituzionale rende difficile per ogni giurisdizione mantenere un sistema fiscale troppo complesso: per giunta, la semplicità del percorso compiuto dal denaro dei contribuenti ostacola il lavoro dei gruppi di pressione. Spingendo verso il basso la tassazione, il federalismo competitivo toglie risorse all’azione dei lobbisti. Sprechi e sinecure sono caratteristici dei sistemi politici accentrati di medie o grandi dimensioni, dove tutto diviene assai meno trasparente e riconoscibile.
Una cosa è cruciale: ogni istituzione deve vivere di risorse ottenute dai propri cittadini e, quindi, va il più possibile limitata ogni forma di perequazione. Diversamente abbiamo un falso federalismo, che induce i centri di spesa locali a fare e disfare, con l’obiettivo di comprare il consenso, e senza pagare dazio. Al contrario, ogni soldo che un sindaco o un presidente di Regione spendono deve venire dalle tasche dei loro cittadini. È l’unico per innescare una gestione della cosa pubblica meno disastrosa di quella che abbiamo dinanzi agli occhi.