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Tasse: tagliare sì. Ma quali?

Tasse: tagliare sì. Ma quali?

di Massimo Blasoni – Metro

Che in Italia vada ridotto il carico fiscale son tutti d’accordo. Il problema è capire quali tasse tagliare e in che misura. L’ultima legge di Stabilità prevede ad esempio che l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società (Ires) passi l’anno prossimo dal 27,5% al 24,5%. A leggere alcune dichiarazioni del governo tale norma potrebbe però essere modificata. Insomma, l’aliquota attuale non si toccherebbe per agire sull’Irpef o contribuire a scongiurare l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Anche questi sono obbiettivi sacrosanti ma sarebbe un errore non continuare l’azione a favore delle imprese che è stata avviata con la riduzione dell’Irap sul lavoro.

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Burocrazia, un vampiro peggiore del fisco

Burocrazia, un vampiro peggiore del fisco

di Massimo Blasoni – Il Giornale

Vi sono aspetti quasi paradossali della nostra società a cui siamo talmente abituati che finiamo per accettarli, come fossero ineluttabili. Così è dell’eccesso di burocrazia, il vero macigno che frena la crescita del nostro Paese e la vita delle imprese. È questo il primo problema del nostro sistema produttivo, più ancora della pur pesantissima pressione fiscale.

In un Paese normale dovremmo immaginare frotte di funzionari pubblici pronti a stendere tappeti rossi a chi è disponibile a investire o a dare vita a una start up. Percorsi agevolati, autorizzazioni all’esercizio pressoché immediate, adempimenti ridotti e non tortuosi. Un atteggiamento dovuto se pensiamo che gli occupati in Italia sono oggi meno di quelli del 2008 e che in ogni caso il nostro tasso di occupazione è dieci punti inferiore a quello della media UE. Se vogliamo maggiore occupazione devono nascere nuove imprese e quelle esistenti debbono poter lavorare, visto che è ben difficile ipotizzare significativi ampliamenti degli organici nella pubblica amministrazione, che anzi deve dimagrire.

Invece il nostro imprenditore spesso si trova alle prese con il Processo di Kafka. Servono 269 ore – fonte Doing Business- solamente per pagare le tasse. Quasi due mesi di lavoro da perdere con bolli e scartoffie sono un enorme peso per un artigiano, che rischia anche di essere irriso dal suo omologo francese che per questi adempimenti deve utilizzare 137 ore. Se il nostro imprenditore vuole costruire un nuovo capannone sa che disgraziatamente lo aspetteranno 227 giorni per la concessione contro i 64 richiesti in Danimarca. Anche i tempi per l’allacciamento alla rete elettrica sono tra i peggiori d’Europa: ben 124 giorni contro i 28 della Germania. Nell’import-export i moduli da compilare sono decine, dalla scheda di trasporto alla comunicazione all’Agenzia delle Entrate passando per la dichiarazione Intrastat. E il cahier de doléance potrebbe continuare per pagine.

Conosco i temi, ho dato vita a un’azienda che oggi occupa quasi duemila persone. Situazioni come queste hanno spinto tanti imprenditori a mandare tutto quanto a quel paese e ad andarsene all’estero. Anche perché le attese dovute alla burocrazia qualche volta sono infinite: rimangono eclatanti gli oltre quarant’anni che l’imprenditore della grande distribuzione Caprotti ha dovuto attendere per aprire un supermercato a Galluzzo. Accanto ai casi noti sono innumerevoli quelli di tanti altri, di cui magari si parla per un giorno solo e che spesso costano la chiusura dell’azienda. Viene da chiedersi perché il sistema non possa essere semplificato e i controlli fatti a posteriori. Insomma realizzo un’opera o avvio un’attività sulla base di un progetto certificato dai miei professionisti e poi lo Stato controlla, superando costosi indugi.

Il tempo è la variabile che separa un’idea dalla sua attuazione e molto spesso segna la differenza fra successo e insuccesso. Raramente l’ufficio pubblico vedrà come obiettivo preminente la rapidità nel rilascio di qualche permesso o la riduzione di orpelli e procedure. Non vi è una visione socio-economica, a cui l’ufficio non è tenuto, ma solo una formale e in ordine a questo la politica ha enormi responsabilità. Al contrario, lo Stato è molto sollecito quando deve incassare. Prima l’Agenzia delle Entrate poi Equitalia non fanno sconti. Di più: arriviamo al paradosso per cui a seguito di un accertamento l’imprenditore deve comunque anticipare un terzo delle imposte contestate per guadagnarsi il diritto a fare ricorso. Tutto questo in un contesto in cui premi diretti o indiretti spingono talvolta ad accertamenti inizialmente rilevantissimi. Cifre che poi magari si sgonfiano ma che potenzialmente hanno distrutto l’azienda e limitato il suo merito creditizio. In ogni caso a queste contese la nostra partita Iva deve dedicare altro tempo sottratto alla produzione.

Non tutti gli imprenditori sono dei santi, è ovvio. Occorre però scommettere sul nostro sistema produttivo, non con incentivi ma con regole più semplici. L’economia globale è ben più competitiva che solidale e soprattutto non fa sconti.

Non reagiamo alla crisi

Non reagiamo alla crisi

di Massimo Blasoni – Metro

La crisi è l’effetto dei nostri errori passati e dell’incapacità di riformare il presente. Non è vero che sia solo di natura economica: sia il declino sia l’incapacità di reagirvi sono il frutto di qualcosa di più complesso. Formalismi e burocrazia sembrano le uniche patenti di credibilità e invece frenano le idee e l’innovazione. Tutto sembra difficile da realizzare, soprattutto se è nuovo, e gli elementi migliori spesso migrano all’estero (come hanno fatto, negli ultimi dieci anni, ben 896.510 nostri connazionali).

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I nuovi “poteri” in arrivo per Renzi e Padoan

I nuovi “poteri” in arrivo per Renzi e Padoan

di Giuseppe Pennisi – Il Sussidiario

Le riforme più incisive sono sovente quelle incrementali che, a piccoli passi e senza farsi troppo notare, modificano equilibri consolidati. Dato che maiora premunt (ballottaggi, Brexit, consolidamento finanza pubblica, “gridi di dolore” dal Mezzogiorno e non solo), pochi hanno notato che il 15 giugno la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento alla normativa di aggiornamento (e attuazione) della nuova Legge di bilancio tale da potere mutare gli equilibri di poteri all’interno dell’esecutivo. È proprio uno quei cambiamenti incrementali che possono cambiare il funzionamento della gestione della finanza pubblica.

Andiamo con ordine. Da qualche anno lo strumento principale per la politica di finanza pubblica è la Legge di stabilità (che ha sostituito la Legge finanziaria del 1978). La Legge di stabilità ha avuto vita breve, e anche piuttosto tormentata. Dal prossimo settembre, di Legge di stabilità non si parlerà più. Entrerà pienamente in vigore la Legge di bilancio, la cui architettura e i cui punti fondamentali sono stati approvati nel 2009, ma di cui si stanno mettendo a punto gli strumenti attuativi tramite una serie di emendamenti al testo di sette anni fa.

Non solamente, la Legge di bilancio fonde in un unico documento normativo quanto, in passato, era dapprima nella Legge finanziaria e successivamente nella Legge di stabilità (ossia la manovra di finanza pubblica per rispettare gli obbiettivi concordati in sede europea) e quanto veniva proposto, discusso, emendato e approvato nel Bilancio di previsione (e negli Stati di previsione dei singoli Ministeri). La nuova legge amplia soprattutto le flessibilità del bilancio in fase sia di formazione, sia di esecuzione dello stesso. In particolare, introducendo la tassonomia tra spese rimodulabili e non rimodulabili, prevede, per le prime, possibilità di variazione degli stanziamenti, nei limiti relativi alla natura economica della spesa e dell’invarianza complessiva dei saldi.

Nella normativa di aggiornamento e attuazione, in discussione alla Camera, sono stati aggiunti alcuni aspetti (dei quali taluni nel 2009 erano ancora nel grembo degli Dei) come l’introduzione dell’indice di Benessere equo e sostenibile (Bes, un indicatore elaborato dal Cnel e dall’Istat) e del Bilancio di Genere. Ancora più significativo è il rendere permanente la revisione della spesa o spending review: in primavera, i Ministeri specificheranno gli obiettivi di contenimento della spesa e le valutazioni verranno effettuate secondo modalità quali quelle indicate nella Guida Operativa recentemente pubblicata dal Centro Studi ImpresaLavoro; in tal modo si elimineranno, o almeno ridurranno, i defatiganti negoziati in settembre a ridosso della Legge di bilancio.

Ma andiamo al punto cruciale approvato il 15 giugno in Commissione e che da domani 21 giugno sarà in aula, prima di passare all’esame del Senato. La misura rafforza le funzioni di controllo da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze (in pratica della Ragioneria Generale dello Stato): se nel corso di un esercizio finanziario emergono scostamenti dalla previsioni, il Mef-Rgs, “sentito il Ministero competente”, provvede a spostare le risorse da un capitolo all’altro del dicastero. Nel caso che gli stanziamenti del Ministero “sotto vigilanza” si rivelassero insufficienti (o eccessivi), su proposta del Mef, e “previa delibera del Consiglio di Ministri”, il Presidente del Consiglio “provvederà con proprio decreto” alle revisioni.

La misura può essere interpretata sotto diversi aspetti. Da un lato, accentua la funzione del Presidente del Consiglio: non solo coordinatore, ma, “sentito il Consiglio dei Ministri” e dopo interazione tra Mef e dicasteri interessati, dotato di funzione d’intervento dirette sull’attuazione del bilancio dello Stato. Una caratteristica che, pur senza mutare la Costituzione, rende il Presidente del Consiglio molto simile a un Cancelliere, in materia di finanza pubblica e non solo. Ciò può piacere e non piacere. Tuttavia, occorre ricordare che l’autonomia dei singoli Ministeri (pur vigilati, per aspetti differenti, da Rgs, Corte dei Conti e quant’altro) non ha sempre avuto aspetti positivi. Nei cinque anni, ad esempio, in cui ho servito come componente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali e Paesaggistici (questa era la denominazione dell’epoca), mi sono confrontato con ben 254 “Contabilità speciali” di cui si era dotato il dicastero, dove , nonostante il “pianto greco” di mancanza di risorse dal 1990 al 2008 la spesa per restauri, investimenti, supporto ai beni librari e via discorrendo era stata mediamente pari al 44% delle risorse assegnate. Le Contabilità speciali “inguattavano” impegni di spesa che sovente non erano neanche basati su contratti.

Bolletta elettrica: il record nostrano

Bolletta elettrica: il record nostrano

di Massimo Blasoni – Metro

Menomale che state leggendo questo mio intervento la mattina presto in metro e non invece la sera, magari a letto dopo aver acceso la lampadina sul comodino. La bolletta costa, ma forse non sapete quanto. Elaborando i dati Eurostat, il nostro Centro studi ha calcolato che negli ultimi cinque anni le famiglie italiane hanno visto crescere addirittura del 25,56% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Prendendo in considerazione i 28 Paesi europei scopriamo peraltro che, in questo stesso periodo, il prezzo dell’energia domestica è diminuito solo in sei nazioni: Ungheria (-30,63%), Malta (-23,52%), Repubblica Ceca (-6,25%), Slovacchia (-4,24%), Cipro (-2,17%) e Svezia (-1,90%). In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece cresciuta n maniera consistente: +56,65% in Lettonia, +51,96% nel Regno Unito, +47,91% in Grecia, +40,43% in Portogallo, +30,73% in Spagna, +25,29% in Francia e +22,52% in Germania.

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Ci vuole valutazione per ridurre la spesa pubblica

Ci vuole valutazione per ridurre la spesa pubblica

Salvatore Zecchini * – Il Foglio

Il populismo di proposte quali il reddito di cittadinanza di cui ha parlato il Foglio ieri e la recente pubblicazione del volume di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo “La Buona spesa – Guida operativa alla spending review” (edito dal Centro studi ImpresaLavoro) riaccendono l’attenzione sulla spesa pubblica. Questa ha raggiunto 826 miliardi l’anno scorso, con un incremento molto modesto dall’inizio di questo decennio, ma ha oscillato tra il 49,1 per cento del Pil nel 2011 e il 51,2 per cento nel 2014 (50,5 nel 2015), che vuol dire che il soggetto pubblico era e rimane il principale attore nella produzione e distribuzione di reddito.

Ma questo risultato va qualificato, perché una quota serve a remunerare il debito pubblico (4,2 per cento del Pil nel 2015), un’altra a migliorare il potenziale economico attraverso investimenti in capitale fisso (2,3 per cento nel 2015) e capitale umano (8 per cento per istruzione e ricerca), e un 2 per cento circa alla difesa. Nel complesso, la spesa corrente primaria è lievitata leggermente, pur restando stabile attorno al 42 per cento del Pil. Ad eccezione della spesa per interessi, che è guidata dalla Banca centrale europea e dai mercati finanziari, tutto il resto, inclusa quella sociale, si presta logicamente a una revisione, anche quella definita come “non aggredibile”. Infatti, ben poco rileva che gran parte abbia carattere obbligatorio, perché nulla vieta di migliorare efficacia ed efficienza degli interventi obbligatori, riducendone i costi a parità di risultato.

Dal 2011 i governi hanno dovuto intraprendere la strada della revisione sotto la pressione di quattro fattori: la crisi del debito sovrano, la condizionalità che accompagna l’aiuto dell’Ue e della Bce, il rischio di insostenibilità del debito in presenza di stagnazione o recessione economica, e l’acuta intolleranza di imprese e famiglie verso l’attuale livello di pressione fiscale. Quest’ultima è rimasta attorno al 43,6 per cento del Pil dal 2012 al 2015 (43,5 per cento nel 2015), mentre la spesa pubblica nominale ha continuato a lievitare seppure lievemente. Le quattro esigenze, pur essendo distinte, sono collegate l’una all’altra: meno deficit di bilancio, meno tasse, meno debito pubblico, più crescita economica. Tuttavia, ridurre la spesa pubblica in una fase in cui famiglie ed imprese tendono a spendere meno può apparire come una mossa azzardata e controproducente per la crescita. Nondimeno, questo ruolo di supplenza verso il privato nello spendere non sembra né l’unica strada percorribile, né la più appropriata, perché si può avere lo stesso impatto economico con minori esborsi che nel passato, spostando più risorse sulle voci di spesa più efficaci per la crescita di medio periodo, ovvero per la competitività e produttività. Si tratta di tagliare sprechi, potenziare le esternalità positive (servizi pubblici più efficienti e meno costosi) e ridurre le ampie sacche di bassa produttività, a cui va aggiunta la galassia di italiani che gravitano nel mondo della politica. Donde la necessità di riforme strutturali ed istituzionali profonde nell’interesse delle nuove generazioni. Una di queste è il superamento di quella cultura dello Stato Paternalista, in cui ci si attende che lo Stato risolva tutti i problemi dell’economia: una visione che di fatto si è tradotta in uno Stato delle confraternite, o se si preferisce, delle corporazioni.

Ma questa strada di riforme profonde è percorribile e in quali tempi? Se una riforma costituzionale della politica, delle istituzioni sul territorio e della cultura paternalistica è impellente, i tempi indubbiamente sarebbero lunghi. Occorre, pertanto, iniziare subito e non fermarsi, mentre allo stesso tempo si deve cercare di ottenere nel breve termine una riduzione di costi, pur preservando i risultati. In questo compito assume un ruolo fondamentale la valutazione economica, benché sia resa molto ardua dalle carenze di informazione e di competenze tecniche nella Pa. Non si sa ancora abbastanza per valutare la gestione degli enti decentrati, dei servizi pubblici locali, società partecipate, meccanismi delle commesse pubbliche, performance delle scuole, gestione di ospedali, Asl, università, etc.. La capacità di valutare della Pa, inoltre, è limitata dalla scarsa conoscenza delle metodologie, mentre l’impiego di esperti indipendenti è visto con timore.

Il governo afferma di avere realizzato risparmi di spesa per 18 miliardi nel 2015, e altri molto ambiziosi sono programmati per il triennio fino al 2018 con un crescendo dai 25 miliardi del 2016 ai 28,7 miliardi del 2018. I tagli, che sono qualificati come selettivi, si concentrano sull’amministrazione centrale più che su Regioni e Comuni e, in particolare, su consumi intermedi e personale, toccando sia le retribuzioni, sia il numero di addetti. Dalle tabelle del Def si desume anche che parte dei tagli riguarda le maggiori spese programmate per il prossimo triennio; quindi non incidono sul livello presente della spesa ma sulla sua espansione futura.

A parte i dubbi sulla fattibilità, i tagli si accompagnano a nuove spese, che riducono sensibilmente l’effetto netto di risparmio, mentre l’eliminazione di spese fiscali si traduce in rialzi di imposte. Pertanto l’alleggerimento fiscale che sarebbe possibile risulterebbe modesto e limitato solo ad alcune categorie. Dal canto loro, Regioni e Comuni sono toccati meno intensamente e tendono a sfuggire in parte alla disciplina accumulando debiti occulti, con ritardi nei pagamenti ai fornitori o ricorrendo a società partecipate. La spesa per prestazioni sociali, invece, resta intatta nelle sue dinamiche, mentre di riduzione del debito pubblico si parla poco o niente.

Se si vuole aggredire veramente il problema della spesa, bisogna puntare sull’analisi delle ragioni di ogni singola voce di spesa, sui margini di efficienza da sfruttare, sui meccanismi decisionali, sulla riorganizzazione della Pa, al centro come in periferia, sulla sua responsabilizzazione e sulle sanzioni. La valutazione non può, d’altronde, esaurirsi nell’atto iniziale di decisione della spesa, ma deve accompagnare tutto l’iter di esecuzione e la fase del dopo-intervento. Diversi altri strumenti potrebbero essere messi in campo, ma il principale è costituito dalla determinazione della leadership nel ridurre sostanzialmente spesa e prelievo fiscale in funzione della crescita. È proprio questa che è carente nella nostra particolare democrazia.

* Presidente Gruppo Ocse su Pmi e imprenditoria, membro board scientifico di ImpresaLavoro

Spending review e project review: soluzioni senza convinzioni

Spending review e project review: soluzioni senza convinzioni

di Gemma Mantovani – Leoni Blog

“This is a Budget that gets investors investing, savers saving, businesses doing business; so that we build for working people a low tax, enterprise Britain; secure at home, strong in the world. I commend to the House a Budget that puts the next generation first.” Sono queste le ispirate e convinte parole, sintesi del manifesto ideale – politico che concludono il discorso di George Osborne, attuale Cancelliere dello scacchiere britannico (il nostro ministro delle finanze) e che motivano il suo programma quinquennale di spending review presentato lo scorso marzo che ha come obiettivo portare il debito pubblico inglese al 36% del PIL nel 2020 (www.gov.uk, The Budget speech in full). Il discorso ed il documento cartaceo è rinchiuso dall’epoca di William Ewart Gladstone nella red box più famosa di tutte, il budget box, elegante 24 ore di pelle rossa. L’idea forte fortissima di George Osborne e del Governo che rappresenta è quella dell’Enabling State cioè l’idea che lo stato principalmente e preliminarmente autorizza e delega i cittadini a dispiegare innanzitutto le proprie capacità e risorse nella sfera economico sociale. Ed è questa la convinzione forte e liberale di “Stato sussidiario” rispetto alla primaria azione dei cittadini che anima e sta alla base delle scelte di spending review proposte.

Sulla spending review come soluzione a tutti i mali del debito nostrano si sono scritti fiumi di parole ed alla fine è risultata una ricetta fuori da un menù, ridotta a settoriali operazioni di chirurgia finanziaria fingendo di non vedere lo stato di salute generale del paziente, lo Stato, che con un debito pubblico tra i più alti del pianeta è molto, molto malato. Ma la spending review è già superata, il governo è, sul piano lessicale, già oltre. Quando lo Stato deve proprio spendere, come può essere nel caso delle infrastrutture, il concetto di revisione di spesa prende ora il nome di revisione dei progetti. Di project review si parla nell’Allegato sulle strategie per le infrastrutture di trasporto e logistica nel documento economico finanziario 2016. La project review è una sottospecie o, se si preferisce, uno dei tanti aspetti della revisione, meglio, del controllo della spesa, la codificazione della naturale ragionevolezza del saper mettere in discussione affrontabilità finanziaria e utilità economica dei progetti infrastrutturali che il più delle volte sedimentano per anni. Come osservato da commentatori esperti, se l’intenzione è lodevole perché si esplicita la volontà di valutare tutte le opere in modo omogeneo, selezionarle in modo trasparente e viene delineata la volontà di procedere a una “project review” delle scelte pregresse in funzione delle mutate condizioni di mercato, si continua a permettere di definire scelte progettuali a priori il che, in molti casi, può contraddire il concetto di valutazione e, pertanto, di investimento di denaro pubblico oculato.

Proprio il saper utilizzare validi metodi di valutazione trasparenti è strumento essenziale per spendere meno e spendere bene. Nella recente pubblicazione “La buona spesa “di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo (ed. Centro studi ImpresaLavoro) vengono con precisione e puntualità scientifica spiegate le varie tecniche, criteri, metodi e procedure di valutazione possibili, con un buon numero di esempi concreti, perché, appunto, la spesa pubblica diventi oltre che inferiore, anche migliore, misurabile, efficiente, e dunque buona.

La Red Box è il simbolo di una politica che sa esplicitare con estrema chiarezza e trasparenza le ragioni delle sue scelte, condivisibili o meno, le convinzioni ideali alla base delle sue “reviews”; essa conserva non solo numeri, proiezioni e percentuali di risparmio ma anche l’idea di Enabling State, di “big society e small government” del rapporto stato – cittadino che rappresentano il fondamento di quelle scelte di quel governo di revisione della spesa. Ma si sa, nel nostro paese di spending review non parla il Ministro delle Finanze: abbiamo creato entità satellitari al pianeta governo, un po’ alieni e un po’ fantasmi, i commissari. Se certamente le “reviews” sono diventate più che un simbolo uno slogan ad effetto, è del tutto oscura l’idea politica che le sostiene. Non è certo quello del nostro Ministro delle Finanze che nelle recentissime dichiarazione di premessa al DEF 2016 (www.mef.gov.it) ha dichiarato: “Il Governo ritiene inopportuno e controproducente adottare una intonazione più restrittiva di politica di bilancio”. Chiediamo agli economisti cosa sia “l’intonazione” di una politica di bilancio. Intuiamo sia qualcosa di lontano appunto anni luce dal contenimento del debito pubblico.

Come fare la Spending Review?

Come fare la Spending Review?

di Gabriele Rosana – Formiche.net

«Una spesa pubblica fatta bene, e per evitare una condanna a vent’anni, si può fare». Stavolta, però, le patrie galere e la legislazione anticorruzione a tamburo battente – anche se si tratta di denaro pubblico – c’entrano poco. «La condanna a vent’anni» di cui parla Giorgio La Malfa è la sentenza emessa nei giorni scorsi dal Fondo monetario internazionale sullo stato di salute dell’economia italiana, secondo cui il nostro Paese, al ritmo di crescita previsto dal governo, tornerebbe ai livelli di produttività pre-crisi del 2007 «solo a metà degli anni Venti». In mezzo, due decenni andati in fumo.

L’ex ministro tira in ballo la profezia dalle tinte fosche degli osservatori dell’Fmi nell’introdurre giovedì scorso al pubblico romano – nella sala della Fondazione Ugo La Malfa, a due passi da Torre Argentina – il volume di fresca pubblicazione degli economisti Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo “La buona spesa: dalle opere pubbliche alla spending review”, primo libro edito dal centro studi ImpresaLavoro in cartaceo e in formato ebook. Una guida operativa dal sapore liberale e pro-mercato che ha come destinatari privilegiati coloro che gestiscono la spesa pubblica dello Stato ma – e forse soprattutto – delle Regioni e degli enti decentrati, perché, come insiste Pennisi – una vita fra Banca mondiale, ministeri e docenze italiane – è indispensabile ricorrere a metodi e tecniche per valutare investimenti e opere pubbliche, senza lasciare nulla al caso e all’improvvisazione. Ma non solo. Perché il testo «non è un libro di teoria economica ma una guida» rivolta a un pubblico anche di non addetti ai lavori, scritta con linguaggio accessibile e non tecnico su come valutare correttamente e tagliare efficacemente la spesa pubblica, riconvertendola a virtù ad essa oggi estranee, indicando – continua Pennisi – «i metodi migliori per scremare lì dove si annidano sprechi e costi della politica. Per quale motivo non si riesce a ridurre la spesa pubblica e tutti i commissari del governo dediti alla spending review falliscono?». Una dopo l’altra son rotolate le teste di Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio e Carlo Cottarelli. «I fautori della spending review altrove nel mondo operano all’interno dell’autorità statale: dovrebbe cioè essere un impiego della Ragioneria dello Stato, non di un commissario ad hoc» annota Pennisi.

Stefano Maiolo, coautore del testo e componente del nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della Regione Lazio, rileva che l’allergia alle pagelle è ben radicata nel corredo genetico del Belpaese: «Il timore della valutazione è diffuso sin dalla tenera età, come dimostra la vicenda del boicottaggio dei test Invalsi promossi dall’Ocse fra i banchi di scuola». Ma per tornare alle colpe “dei grandi” – quegli stessi “grandi” che scansano i compromessi intergenerazionali e privilegiano gli interessi correnti – Salvatore Zecchini, docente a Tor Vergata e alla testa del gruppo di lavoro Ocse sulle Pmi, punta il dito contro «i ministri che non vogliono valutare, perché temono che con la valutazione si giunga a un giudizio nel merito delle loro scelte di spesa».

Una vecchia illusione, quella di comprimere la spesa pubblica, benché vi sia almeno un 20% di margine di manovra – secondo l’ottimistica visione di Giarda, il primo incaricato dell’ufficio chirurgico – insiste La Malfa: «Può mai un governo alienarsi corpose categorie sociali che vanno alle urne?». I repubblicani, in fondo, non erano un partito di massa e «qualche scelta coraggiosa potevano pure prenderla…» «Tagli alla spesa pubblica, meno imposte e reimpiego in investimenti» è la risposta tranchant di Zecchini a chi invoca la cura Giavazzi di abolizione degli incentivi alle imprese. E, insieme, porre le basi per una cultura della valutazione «che prenda le mosse dai dati e dalla formazione di chi è addetto a gestire le politiche pubbliche: occorre colmare i vuoti di conoscenza quanto ai metodi, ma anche pretendere che i beneficiari di investimenti forniscano le informazioni indispensabili per valutare il finanziamento». E certo queste linee guida, per molte Regioni e enti locali, imporrebbero come prerequisito anche solo una semplice programmazione.

Ma il faro perpetuo a cui guardano gli autori de “La buona spesa” è l’intramontabile Ronald Reagan: fu lui a volere negli Stati Uniti una delle poche leggi mai più cambiate nell’ordinamento a stelle e strisce, sottolinea Pennisi, e cioè quella che obbliga «tutti i settori del governo e le agenzie pubbliche a corredare i propri interventi di spesa con analisi costi/benefici», sino a giungere alla valutazione degli impatti, all’analisi del rischio e alla valutazione come condizione essenziale per ogni decisione ponderata. «Revisione della spesa pubblica, del resto, vuol dire puntare a una spesa di qualità: non tagli indiscriminati ma cosa fare, come e perché».

Lo Stato paga dopo quattro mesi, s’impenna il debito con le imprese

Lo Stato paga dopo quattro mesi, s’impenna il debito con le imprese

di Matteo Palo – Quotidiano Nazionale

Emergenza irrisolta. Il dramma dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione torna a galla: non sono serviti gli stanziamenti dei Governi Monti, Letta e Renzi (pari a circa 56 miliardi) e l’introduzione delle fatture elettroniche per tenere sotto controllo i rapporti tra privati e Pa. Chi lavora con lo Stato o con una delle sue molte declinazioni continua a incassare le sue fatture con ritardo. I tempi medi di pagamento viaggiano, infatti, molto oltre i 60 giorni prescritti dall’Europa. E la massa totale di arretrati, nonostante gli sforzi, resta gigantesca: le stime parlano di una cifra compresa tra i 61 e i 65 miliardi. Negli ultimi giorni due diverse analisi sono tornate sul problema. Il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, ricorda che «con l’introduzione della fatturazione elettronica, obbligatoria dal 31 marzo 2015 per tutte le aziende che hanno rapporti commerciali con la Pa, il Governo si era posto l’obiettivo di rendere trasparente e immediato il rapporto tra le parti».

A oltre un anno da quella data, invece, siamo fermi allo stesso punto: nessuno conosce l’ammontare del debito della Pa. La Banca d’Italia, tramite un’indagine campionaria, stima 65 miliardi di euro, 35 dei quali relativi a fatture emesse da tempo. Il Centro studi ImpresaLavoro, invece, parla di 61,1 miliardi. Numeri a parte, la sostanza del problema è chiara. Per la Cgia «i dati emersi dall’indagine campionaria della Banca d’Italia sottolineano che l’anno scorso i tempi medi di pagamento della nostra Pa sono stati pari a 115 giorni». Per ImpresaLavoro la media dei pagamenti è addirittura più alta: 131 giorni. Insomma, non riusciamo a rispettare quello che sarebbe il termine ottimale per l’Europa, compreso tra 30 e 60 giorni. E il risultato è che la procedura di infrazione di Bruxelles nei nostri confronti, scattata a giugno del 2014 per questi ritardi, resta aperta. Anche perché nessun paese europeo ha una situazione paragonabile alla nostra: la Germania, ad esempio, liquida le sue fatture in un paio di settimane.

Il tempo, poi, non è nemmeno l’unica questione. Per ImpresaLavoro, infatti, «i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo». In pratica, non finisci di pagare i fornitori che già hai contratto nuovi debiti. Il ritardo nel pagamento dei debiti è costato alle nostre imprese nel solo 2015 la cifra record di 5,4 miliardi.

Come fare sul serio la revisione della spesa pubblica

Come fare sul serio la revisione della spesa pubblica

Vincenzo Russo* – Publius

Il prof. Vincenzo Russo recensisce il libro di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo, La buona spesa. Dalle opere pubbliche alla spending review. Guida operativa, Edizioni Biblioteca Impresalavoro, Roma, 2016.

Il lavoro è ben costruito e scritto in maniera brillante. Evita le complicazioni analitiche. Non è testo destinato agli specialisti o agli accademici; può o dovrebbe essere letto e studiato da dirigenti e funzionari delle pubbliche amministrazioni e/o da cittadini senza una formazione specialistica in materie economiche e finanziarie ma interessati a capire come dovrebbero essere fatte le scelte pubbliche da politici che abbiano a cuore il bene comune.

Come sostengono a ragione gli stessi autori, il libro, da un lato, «è il risultato di oltre 30 anni di ricerche e di applicazioni nelle materie specifiche della valutazione. Da un altro, è il frutto di dieci anni di corsi in questi campi tenuti presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa, ora Sna scuola nazionale di amministrazione), Istituti di formazione regionale, Università italiane e straniere, nonché della direzione o partecipazione a Nuclei di valutazione ed ad attività di valutatori indipendenti per conto di enti quali la Banca Mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, la Commissione europea. Da un altro lato ancora, è l’esito di ricerche recenti sulla comunicazione della valutazione». Gli autori dimostrano una forte capacità di sintesi dal momento che in sole 180 paginette hanno saputo riassumere analisi empiriche e teoriche da migliaia di pagine senza trascurare i passaggi teorici più difficili.

Nel lavoro, gli autori comprendono un breve excursus storico sulle esperienze a partire dalle prime maturate in Mesopotamia e nell’antico Egitto. Più recentemente citano l’esperienza italiana di lunga data quanto meno in termini di prime sperimentazioni e di affinamento delle metodologie che la dice lunga sui più recenti fallimenti e sulla cultura della classe politica che preferisce scegliere spese e progetti innanzitutto per favorire le proprie clientele politiche. Negli anni passati quando si valutavano i diversi modi di finanziare le spese pubbliche si ricorreva sempre al tesoretto dell’evasione fiscale da recuperare, oggi si ricorre al tesoretto della spesa pubblica “tagliata”. Si tratta di un miglioramento? Dipende dal punto di vista dell’osservatore e/o analista. Intanto bisogna dire che i tagli di spesa sono maggiormente fattibili dei recuperi di evasione fiscale. In secondo luogo, bisogna capire che una nuova spesa finanziata con una vecchia spesa non cambia l’incidenza della spesa pubblica sul PIL, a parità di reddito nazionale; non aumenta la pressione tributaria come avviene invece se c’è recupero di evasione fiscale.

Perché ho detto che dipende dal punto di vista? Perché fin qui tagli di spesa e nuove spese sono operate per lo più alla cieca, ossia, senza un’analisi ex post della vecchia spesa né ex ante della nuova che si propone. In fatto, negli ultimi anni in Italia si è scelto il metodo degli tagli lineari (orizzontali, cross section) proprio perché non c’è alcuna Acb o di altro tipo per le nuove spese di trasformazione né per i trasferimenti erano disponibili valutazioni e perché i politici italiani non accolgono l’idea che le valutazioni degli effetti delle politiche pubbliche dovrebbero essere attività di routine e preferiscono intervenire in situazioni di emergenza. Perché nell’emergenza si mettono in seconda linea le responsabilità del passato salvo poi a lamentarsi della magistratura quando poi le accerta. Se tagli solo gli sprechi in senso tecnico si utilizzano meglio le risorse scarse e residuano risorse per produrre altri servizi o fare altri trasferimenti. Ma se insieme agli “sprechi” tagli quantità e qualità dei servizi prodotti come sta succedendo nella sanità – da quanto raccontano i giornali ogni giorno – allora aumenta l’insoddisfazione dei cittadini.
A questo riguardo vale un’ altra considerazione di metodo. Quando si parla di tagliare questa o quella spesa nessuno presenta preliminarmente una indagine campionaria sulla soddisfazione dei cittadini su questo o su quel servizio. Si producono statistiche comparate tra diversi Paesi membri o non membri della UE o dell’OCSE per concludere che questo o quel paese spende di più di un altro paese. Ma le preferenze dei consumatori contribuenti dove stanno? In pratica si assume il modello del programmatore onnisciente che conosce perfettamente le preferenze dei cittadini. Il che significa che, a monte della valutazione dei singoli progetti e delle singole spese, l’analisi sia inserita in un contesto di programmazione come cultura e metodo di governo. In contesti di area vasta come l’UE fortemente centralizzati ma caratterizzati da forti squilibri economici e sociali certi metodi di valutazione possono portare a decisioni dispotiche e/o arroganti come sottolineano gli autori a p. 30. Allo stesso tempo, in contesti decentralizzati o di governi multilivello, si pongono complessi problemi di ricondurre a logica unitaria valutazioni per progetti assunte senza un quadro programmatico generale. En passant, il metodo degli effetti presuppone un quadro programmatorio ben definito di tutta l’economia mentre l’Acb nelle diverse forme è più flessibili e lascia al mercato il ruolo fondamentale dell’allocazione delle risorse.

Come noto, da 40 anni a questa parte, la programmazione dell’economia da parte dell’operatore pubblico è stata sostanzialmente messa da parte e allora le organizzazioni internazionali preferiscono sviluppare le Acb e parlare di best practises. Ma chi lo ha detto che quelle della Svezia vanno bene anche per l’Italia o per la Spagna? Ma c’è di peggio. FMI, Banca Mondiale, OCSE, Unido che certamente hanno contribuito ad elaborare le migliori metodologie di analisi costi e benefici, di analisi finanziarie e quanto altro, in fatto, negli ultimi 40 anni, perseguono dichiaratamente la riduzione della spesa pubblica nell’assunto che i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato, ossia perseguono con pervicacia la riduzione del perimetro dell’intervento dello Stato strumentalizzando la questione della pressione delle tasse. Il loro lavoro è facilitato dal fatto che, non di rado, i cittadini contribuenti non percepiscono correttamente il legame necessario tra disponibilità di beni e servizi pubblici e finanziamento degli stessi attraverso imposte e tasse e pensano che loro hanno diritto a godere dei servizi pubblici ma che a pagarli devono essere solo gli altri. Tutti dicono di volere la riduzione delle imposte ma senza ridurre la spesa pubblica. Per altro verso, a causa della scarsa cultura economica e finanziaria, è illusorio pensare che l’efficienza e l’efficacia dei servizi e dei trasferimenti siano sempre gratis o che addirittura possano essere conseguite solo con i tagli. Certo ridurre le risorse disponibili per l’operatore pubblico può migliorare il loro utilizzo ma oltre all’efficienza bisogna guardare anche all’efficacia.

Il grado di soddisfazione dei bisogni pubblici è ragionevole e confrontabile con quello che altre giurisdizioni assicurano ai loro residenti? C’è una questione fondamentale di democrazia, come avvertono gli autori del saggio. Sono i cittadini liberi e consapevoli che devono scegliere la composizione più appropriata tra beni pubblici e privati e non le organizzazioni internazionali specializzate che sono per lo più autoreferenziali. Emblematica l’analisi sulla base dello schema call and put che gli autori fanno delle 6-7 riforme pensionistiche che i governi italiani hanno fatto negli ultimi 24 anni. Ora ci stiamo avvicinando all’ottava ma pochi sanno veramente di che cosa si sta parlando. Le riforme pensionistiche implicano sempre complessi problemi redistributivi e di equilibrio e/o equità intergenerazionale. Emblematica, per altro verso, la decisione del governo Renzi sul c.d. bonus cultura, ossia 500 euro ai giovani che compiono 18 anni nel 2016. Esempio di mecenatismo, di materiale captatio benevolentiae o addirittura di corruzione? Visto che tanti parlano di merito, perché non utilizzare gli stessi fondi per aumentare le borse di studio agli studenti capaci, meritevoli e bisognosi a tutti i livelli secondo le prescrizioni dell’art. 34 Cost.? A mio parere sarebbe stata una decisione sicuramente più efficiente e più equa.

Di certo le tecniche di valutazione come l’Acb nelle sue varie forme estesa, con valutazione delle opzione reali, con la individuazione degli stakeholders o il metodo degli effetti (o impatti) non risolvono tutti i problemi dell’allocazione più efficiente delle risorse scarse in contesti caratterizzati da forte incertezza come sono quelli che discendono dall’interagire di variabili esogene e endogene in continuo cambiamento per via dell’accelerazione della globalizzazione e dello sviluppo delle tecnologie Ict; non risolvono tutte le difficoltà della massimizzazione della funzione del benessere sociale in termini di first best in un contesto di economia aperta, globalizzata e preferenze eterogenee. Resta il fatto che le migliori tecniche di valutazione adattate alle diverse situazioni economiche e sociali sono comunque necessarie per perseguire soluzioni di second best ma condivise. Non a caso, gli Autori citano Albert Hirschman e la sua «proposta di costruire una coalizione di riformatori sulla base di una ‘valutazione economica condivisa’». Come detto sopra, le alternative peggiori sono certamente decisioni alla cieca e/o quelle che favoriscono le clientele dei politici che massimizzano il loro potere in un’ottica di breve termine.

*professore ordinario di Scienza delle Finanze all’Università La Sapienza di Roma