Ma cinquant’anni fa l’inflazione negativa non era un problema

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

Angelo Cremonese – Il Mattino

Era dal 1959 che in Italia non si assisteva al fenomeno della deflazione. Ad agosto, secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo, al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e diminuito dello 0,1% nei confronti di agosto 2013. Questa dinamica tendenziale fatta registrare dall’indice generale è da imputare, secondo l’Istituto di Statistica, principalmente all’accentuarsi della flessione del costo dei carburanti. La riduzione dei prezzi si sta estendendo, però, anche al carrello della spesa: i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano una flessione tendenziale (-0,2%), più contenuta rispetto a quella rilevata a luglio (-0,6%), ma che giustifica una certa apprensione. Se non si riuscirà presto a trasmettere stimoli concreti all’economia reale, se gli acquisti e la fiducia dei consumatori non daranno segni di ripresa, se non si spezzerà il legame tra banche e titoli del debito pubblico, se gli effetti degli strumenti non convenzionali di politica monetaria predisposti dalla Bce non riusciranno a raggiungere le imprese, si potrebbe profilare all’orizzonte lo spettro di una vera e propria spirale deflazione-recessione-disoccupazione. 

Cos’è in concreto la deflazione? Con il termine deflazione gli economisti definiscono il fenomeno, opposto all’inflazione, in cui si verifica, per un certo lasso di tempo, una riduzione dei prezzi. Non sempre la deflazione ha effetti negativi e, anzi, può avere anche effetti positivi, soprattutto per i consumatori che possono comprare beni e servizi a prezzi inferiori rispetto al passato. Questa ipotesi si inquadra, però in un contesto in cui i costi di produzione si riducono per effetto della diminuzione dei singoli fattori produttivi dovuta, ad esempio, all’avvento di nuove tecnologie ovvero ad un miglior funzionamento dei mercati divenuti più concorrenziali. Nello scenario attuale, invece, la causa della deflazione va ricercata, purtroppo, nella debolezza della domanda aggregata che ha provocato una riduzione della produzione e dell’occupazione. 

Quali sono le possibili conseguenze? Quando sul mercato si verifica una riduzione della domanda di beni e servizi, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, i prezzi scendono e gli operatori sono incentivati a posporre gli acquisti non indispensabili, con l’aspettativa di ulteriori cali  dei prezzi. Questo comportamento rischia di innescare una spirale negativa: le imprese, infatti, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori. Questa riduzione dei prezzi si ripercuote sui ricavi e sui profitti delle aziende, che reagiscono con il tentativo di abbatterei costi, attraverso la diminuzione degli ordini per l’acquisto di beni e servizi da altre imprese e la riduzione del costo del lavoro, con conseguenti tagli all’occupazione e ai salari. I lavoratori a loro volta si ritrovano in condizioni d’incertezza e tagliano gli acquisti, con la conseguenza di un ulteriore indebolimento della domanda, di una più marcata riduzione della produzione.

Cos’è la spirale deflazionistica e come si può spezzare? In sostanza la minore domanda delle famiglie, dovuta al momento di crisi, genera minore offerta delle imprese che reagiscono contraendo l’occupazione dei salari, per effetto di ciò si provoca una ulteriore riduzione di spesa da parte dei consumatori e così via. La via d’uscita da questo circolo vizioso passa dall’approntamento di opportune politiche economiche da parte dello Stato che riescano a riportare la fiducia nel futuro e i presupposti per lo sviluppo economico. La strada di una politica espansiva, basata sulla domanda generata dalla spesa pubblica e da molti considerata una strada obbligata e i vincoli di bilancio imposti dalla partecipazione all’euro, rischiano di rendere più tortuosa questa via. A questo proposito andrebbe considerata con più attenzione dalle autorità europee il ruolo della spesa pubblica, differenziando quella destinata a far crescere e progredire i vari paesi, rispetto a quella improduttiva e clientelare. Per questo è necessario dare segnali di autorevolezza e di serietà varando importanti riforme strutturali. 

Com’era l’economia italiana nel 1959? Nel 1959 in Italia era esploso il “boom”, si registrata una sorprendente crescita di efficienza e prosperità del potenziale produttivo. Dopo la fase della ricostruzione postbellica (1946-48) e il decennio di crescita del capitale (1948-58) gli italiani conoscevano il benessere e il consumismo, la forza delle esportazioni, lo sviluppo della piccola impresa, le emigrazioni dal sud al nord. Il tessuto industriale era ricco di nomi di potenti gruppi come: Fiat, Eni, Olivetti, Pirelli, Falck, Italsider, Snia, Montecatini, Edison, Borletti. Dal 1955 al 1958 il reddito nazionale era aumentato in media del 7,5 per cento all’anno, l’industria privata cresceva al ritmo del 6,8 per cento, i titoli di Stato rendevano attorno al 5,5 per cento. Il confronto con i giorni nostri è improponibile soprattutto in tema di consumi: nel quadriennio del miracolo, dal 1959 al 1963, le famiglie in possesso d’un frigorifero passarono dal 13 al 55 per cento, quelle provviste di apparecchi televisivi dal 12 al 49 per cento, nello stesso periodo si triplica il numero di automobili in circolazione: da 1.392.525 nel 1958 a 3.912. 597 nel 1963. La breve stagione della deflazione in quell’anno così lontano non preoccupò davvero nessuno.