Compiti per tutti

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Leonardo Becchetti – Avvenire

Come purtroppo previsto, il dato sul Pil del secondo semestre (meno 0,2%) conferma che l’Italia continua a essere in recessione o, più ottimisticamente, a camminare su un sentiero di crescita zero che, sommato alla dinamica dell’inflazione anch’essa prossima allo zero, ci allontana da quel 4% (crescita più inflazione) che renderebbe teoricamente possibile il rispetto del Fiscal Compact nei prossimi anni. Con il cappello in mano chiederemo alla Ue altra flessibilità che ci verrà concessa per non far saltare il banco dell’euro, ma saremo tenuti in perenne condizione di inferiorità negoziale.

Pur non dimenticando gli interventi preziosi in materia di cooperazione e di Terzo settore, in questi primi mesi di azione il governo ha ottenuto la fiducia degli elettori promettendo attivismo e moto perpetuo in economia, dedicando però poi la parte preponderante delle sue notevoli energie ad un obiettivo: la riforma del Senato. Venivamo da 20 anni di inazione ed era dunque necessario intervenire per riportare il nostro sistema istituzionale fuori dalle secche dell’inefficienza, ma è chiaro che i dossier chiave per far ripartire il Sistema Italia sono altri: la riforma della giustizia civile (la durata abnorme dei procedimenti è la prima causa che allontana le imprese dal nostro Paese); la lotta all’evasione ed elusione destinando i proventi alla riduzione dell’enorme pressione fiscale su cittadini e imprese; l’incremento della capacità del sistema delle imprese di godere dei benefici dello sviluppo delle reti informatiche. Finisce per servire a poco il bonus di 80 euro nel rilanciare la domanda se lo stesso viene compensato dall’aumento di altre imposte che, sommate al quadro d’incertezza, spingono i beneficiari al risparmio e non al consumo. Farne una bandiera può rivelarsi poi un boomerang se i risultati non tornano. Dovremmo inoltre ridurre le imposte sulle imprese, ma è irragionevole pensare di poter trovare le risorse per farlo con il pareggio di bilancio anche operando drastici tagli alla spesa che peraltro deprimerebbero ulteriormente la domanda.
Il dovere morale della nostra classe dirigente è dunque mettere la stessa decisione e dedicare le stesse energie profuse per la riforma del Senato nella riduzione dei famosi 50 spread di economia reale tra l’Italia e la Germania (oltre a quelli descritti sopra, inefficienza della burocrazia, costo dell’energia e molti altri). Ma dobbiamo essere consapevoli che neppure fare nel modo migliore possibile i “compiti a casa” è sufficiente. Se lo scalatore Nibali (recente vincitore del Tour de France) e un passista decidono di fare una passeggiata in bicicletta, per tenere insieme il gruppo è ragionevole trovare un terreno intermedio piuttosto che fare la scalata dello Stelvio. E se il passista (l’Italia) con l’ottimismo della volontà pensa di poter fare rapidamente un po’ di gamba e recuperare il gap con Nibali (la Germania) allora la colpa del sicuro fallimento è solo sua.

Il sistema dell’euro appare oggi profondamente squilibrato, costruito ad hoc per portare benefici per i Paesi del Nord e deve essere urgentemente riformato per evitare una deriva sempre più grave. La moneta unica in Paesi a diversa velocità genera asimmetrie commerciali tra nazioni in surplus e nazioni in deficit consentendo a questi ultime di aggiustare la situazione unicamente con riduzioni salariali che deprimono ulteriormente la domanda interna. Tra i fattori che possono aiutare a trovare una soluzione ci sono una politica monetaria della Bce più espansiva, una maggiore armonizzazione delle politiche fiscali, penalità simmetriche per i deficit e i surplus commerciali. Infine, l’introduzione graduale di un sussidio europeo di disoccupazione, che sarebbe un importante stabilizzatore automatico in grado di rilanciare la domanda nei Paesi in crisi.

Se ne è cominciato a discutere, grazie all’iniziativa italiana, all’ultimo incontro informale dei ministri del lavoro della Ue a Milano ma siamo ancora lontani da una possibile attuazione. Approfittando di questo momento particolare, in cui l’abbondante liquidità mantiene bassi i tassi, si dovrebbe poi aprire subito un dibattito sulla ristrutturazione morbida dei debiti pubblici dei Paesi Ue attraverso uno dei tanti meccanismi proposti negli ultimi tempi.

La qualità della nostra classe dirigente e il giudizio degli elettori sul governo si misurerà nei prossimi anni sulla capacità di progredire efficacemente nelle direzioni sopra indicate in Italia e in Europa. Se, come è purtroppo prevedibile, nessuno avrà interesse ad alzare il tono dell’allarme e della sfida fino alla prossima crisi finanziaria, dovremo aspettarla per poter vedere forse, una volta messi con le spalle al muro, la realizzazione di alcuni di questi punti.