La concorrenza che serve

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Alessandro De Nicola – La Repubblica

Chi avesse seguito un po’ distrattamente la storia degli ultimi anni, sarebbe sorpreso di sentire quanto l’Italia sia bisognosa di liberalizzare l’economia. Ma come? Le norme europee, le authority, la legge antitrust, le lenzuolate di Bersani, le liberalizzazioni di Monti, i vari decreti Salva e Sblocca Italia: non ce n’è abbastanza? No, per niente. Soprattutto in tempi recenti la politica degli annunci ha sopravanzato le riforme concrete e le forze della reazione sono in agguato: basta vedere gli sforzi in Parlamento e nei consigli regionali per limitare gli orari di apertura degli esercizi commerciali.

Ecco perché è bene analizzare la prossima legge annuale sulla concorrenza, che dovrebbe recepire gran parte delle raccomandazioni difuse in luglio dall’Autorità Antitrust: da lì si potrà capire se il Paese è intenzionato ad uscire dalla palude burocratica e corporativa che ne ostacola la crescita. Dalle indiscrezioni che circolano si può dedurre che il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, intende mantenersi fedele ai suggerimenti dell’Autorità, non rinunciando ad aggiungerci del suo.

Vediamo di capirci qualcosa cominciando dalle professioni liberali, alcune delle quali, in particolare notai ed avvocati, hanno finora respinto i tentativi di cambiamento. In effetti il Mise fa buone proposte quali l’abolizione del divieto di ingresso di soci di capitali nelle associazioni professionali (legittimando anche quelle multidisciplinari), la possibilità per gli avvocati di partecipare a più studi legali, la rimozione della proibizione del patto di quota-lite. Altre richieste, quali la soppressione dei parametri di riferimento per determinare il compenso in caso di disaccordo col cliente, hanno vantaggi ma anche svantaggi, in quanto i parametri, se non obbligatori e solo residuali, abbattono i costi di transazione ed evitano disparità di valutazione a seconda del giudice competente.

Per i notai si vuole dare la possibilità agli avvocati di sopperire ad alcune delle funzioni dei primi. Ottima idea: per liberalizzare bisogna creare anche dei conflitti di interesse, anzi, allargherei pure ai commercialisti e ai magistrati in pensione la possibilità, ad esempio, di certificare la firma. Inoltre è giusto incoraggiare la concorrenza tra notari attraverso l’uso di pubblicità e procacciatori d’affari. Chi invoca inorridito la dignitas della professione si dimentica che nulla è più dignitoso che ampliare l’offerta e abbassare i premi per i clienti.

Bene anche l’abolizione del limite di titolarità di massimo 4 farmacie per soggetto: chi riuscirà a gestirne 20 o 40 porterà un beneficio ai consumatori. La sostituzione di un numero massimo di farmacie per area territoriale con un numero minimo, invece, non è convincente. La burocrazia non è in grado di programmare alcunché, quindi meglio lasciare libertà di apertura senza contingentamento e sarà il mercato a decidere. L’alternativa proposta dal Mise, vale a dire la possibilità di vendita di tutti i farmaci di fascia C in qualsiasi esercizio presidiato da un farmacista sembra preferibile. A completamento, l’eliminazione di alcuni passaggi burocratici per la commercializzazione dei farmaci generici va altresì nella giusta direzione.

Ma se questi appena citati sono interventi dovuti anche per il loro carattere simbolico, ve ne sono altri che potrebbero avere un impatto economico notevole. Mi riferisco alla riforma del sistema di accreditamento delle strutture private all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, eliminando il criterio di assegnazione del budget sulla base della spesa storica (che elimina ogni incentivo all’efficienza) e facilitando l’ingresso di nuovi operatori. Si introdurrebbe così una concorrenza virtuosa tra pubblico e privato lasciando a medici e pazienti la possibilità di scelta della struttura senza aggravi per loStato, grazie anche ad un sistema di trasparenza per la comparazione della performance dell’attività medica e della qualità del servizio erogato.

Ficcanti sono poi le proposte in tema di trasporto pubblico locale. Si favorisce l’ingresso di nuovi operatori persino in sovrapposizione alle linee già esistenti, liberandoli dal pagamento di oscure ‘compensazioni aggiuntive’ all’ente pubblico. Si vuole inoltre non solo abrogare la possibilità di affidamento diretto del servizio di trasporto locale. ma anche premiare le Regioni che procederanno a gare competitive. Infine, potenzialmente più esplosiva del Tfr, è la previsione della portabilità dei fondi pensione chiusi da parte del lavoratore, il quale sarebbe libero, nel caso in cui non fosse contento del rendimento, di spostare il patrimonio accumulato verso altri fondi più redditizi, chiusi o aperti. Questa riforma scardinerebbe rendite di posizione e farebbe fruttare meglio il denaro dei lavoratori.

Sono presenti altre proposte sulla separazione tra banche e fondazioni, sul governo societario delle banche popolari, sulla portabilità dei conti correnti, e sui contratti di assicurazione e di distribuzione del carburante. Una certa timidezza la si riserva alla liberalizzazione delle Poste e, benché sia spiegabile al fine di non ‘disturbare’ la privatizzazione, è secondo me un errore. Le eventuali conseguenze patrimoniali di una maggiore concorrenza verrebbero così scaricate sui risparmiatori e si ritarderebbero i benefici sistemici di un contesto più competitivo. Ciò detto, bisognerà seguire con attenzione l’evolversi della situazione: Lobby Continua è sempre occhiuta in questi casi e a volte il Ministero, con l’ansia di imporre la liberalizzazione, introduce solo nuova regolamentazone. Insomma, speriamo sulla determinazione del governo, ma contiamo sulla vigilanza dell’opinione pubblica.