L’urgenza di ridefinire il servizio universale

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Alessandro De Nicola – Affari & Finanza

Grande anno il 2015 per le Poste Italiane. L’amministratore delegato Caio ha appena iniziato un tour del Belpaese per spiegarne il piano industriale e la quotazione in borsa della società non dovrebbe farsi attendere troppo. Nelle interviste che il capoazienda sta rilasciando per spiegare il futuro di Poste, egli si pone in termini problematici la questione di come si debba intendere l’obbligo (remunerato) di servizio universale assunto dalla sua impresa in un mondo in cui c’è sempre meno corrispondenza. Posto che non si vuole negare alla vecchina che abita nello sperduto paesello di montagna il diritto a ricevere la cartolina del nipotino in vacanza, si pongono comunque alcuni interrogativi. Sicurezza della consegna o velocità? Che remunerazione del servizio? Per aiutare gli spunti di riflessione, capita a proposito la pubblicazione di un paper dell’Istituto Bruno Leoni, scritto da Giacomo Lev Mannheimer, che cerca di fare il punto della situazione su un piccolo ma non irrilevante monopolio di cui gode Poste Italiane, la notifica degli atti giudiziari.

Il processo di liberalizzazione dell’attività di consegna della posta é cominciato negli anni ’90 ed è ininterrottamente proseguito nel quindicennio successivo. Attualmente le riserve a favore di Poste Italiane non sono molte, in particolare le notificazioni a mezzo posta degli atti giudiziari e degli atti relativi a violazioni del Codice della strada. Entrambe le attività rientrano in quello che viene chiamato “servizio universale riservato”. Quando il dipendente di Poste consegna un atto giudiziario assume la qualifica di “pubblico ufficiale” ma, se ad essere notificato è un ricorso tributario, questo può essere tranquillamente portato a destinazione anche da un operatore privato. Inoltre molte pubbliche amministrazioni che spediscono atti di altra natura – principalmente Comuni e tribunali – già si affidano a società private che hanno scelto attraverso una procedura competitiva.

Già tale bizzarra differenziazione dovrebbe farci chiedere quale sia la differenza tra documenti comunali, atti giudiziari di stampo tributario e gli atti di altri giudizi così rilevante da giustificare un diverso trattamento. Ed in effetti, l’Autorità delle Comunicazioni (AGCOM) ha stabilito nel 2012 che non c’erano ragioni logiche per considerare la consegna di atti giudiziari come un servizio universale né tantomeno da offrire in regime di esclusiva. Secondo l’AGCOM, il regime di monopolio ha la conseguenza di mantenere i prezzi alti rispetto a quelli che scaturirebbero dal gioco delle forze di mercato (concetto in linea con la teoria economica generalmente accettata) e, vista anche l’esistenza di alternative come i messi giudiziari e la PEC, non si capisce perché bisognerebbe precludere ad imprese private, debitamente autorizzate, di operare anche nelle notifiche giudiziarie.

Il servizio universale, peraltro, anche secondo la normativa europea, tendenzialmente é un obbligo che può generare perdite e quindi può essere finanziato dallo Stato. Tuttavia esso va attribuito con procedure di appalto pubblico a chi é in grado di svolgerlo meglio: insomma, l’esatto contrario di quello che succede per le spedizioni di multe e atti giudiziari, assegnati senza gara alle Poste, pur essendo una prestazione che potrebbe essere svolta da concorrenti e per di più profittevole. Insomma, se, come si dice, il disegno di legge sulla concorrenza che il governo dovrebbe presentare nel prossimo futuro contenesse anche l’abolizione di questa riserva, si metterebbe fine ad una situazione che ormai non è più giustificata. Peraltro, l’esempio degli atti giudiziari e delle multe stradali dovrebbe indurre ad una riflessione più ampia, sia sui limiti del servizio universale sia sulle società designate al suo svolgimento.

Ad esempio se pensiamo alla RAI, siamo certi che il servizio pubblico per il quale essa è remunerata con i soldi del contribuente non sia definito in maniera troppo ampia e comunque non potrebbe essere svolto anche dai suoi attuali concorrenti? Nelle telecomunicazioni, poi, il servizio universale, che in teoria l’AGCOM dovrebbe assegnare attraverso una procedura “efficace, obbiettiva, trasparente e non discriminatoria in cui nessuna impresa è esclusa a priori”, è da sempre aggiudicato solo da Telecom Italia addirittura per disposizione di legge (art. 58 del Codice delle Comunicazioni elettroniche), la qual cosa potrebbe essere persino dannosa per quest’ultima società. La stessa abnorme estensione del “mercato tutelato” nel settore elettrico, a scapito di quello libero, esprime una concezione per la quale essendo l’energia un bene primario bisogna rendere la sua fruizione “universale”, proteggendo fasce amplissime di consumatori.

Possiamo fermarci qui: quello di cui ci sarebbe bisogno sarebbe una valutazione complessiva delle genuine necessità imprescindibili dei cittadini, meritevoli di rientrare sotto la denominazione di “servizio universale”, nonché di una liberalizzazione vera dei criteri di scelta degli operatori che tale servizio svolgono e della loro remunerazione. Senza nulla togliere all’Italicum, certamente i cittadini avrebbero più immediato e concreto beneficio da maggiore concorrenza che dal premio elettorale di lista.